La proclamazione trasmessa da Italiamia nel programma Anja Show
CANCELLO ED ARNONE – “Io posso vederti./ Momento di sospensione viva./ Un attimo rapito al tempo./ Un’immagine carpita al mondo/… E quando non ho niente per conoscerti,/ io…io posso immaginarti./ Fantasìa, pensiero, magìa”: questi i versi d’esordio e di chiusura dell’autentico inno “All’Arte, un dono di Dio, un bisogno dell’uomo” col quale la giovane poetessa Paola Torrico, originaria di Francolise, si è aggiudicata il massimo trofeo della “Sezione Giovani” del Premio nazionale di Poesia “Calliope 2013-1^ Edizione” promosso dall’associazione culturale New Melody. Seconda in classifica la diciottenne Raffaella Palmieri di Capua, autrice di “Rivedo te”. Al 3° posto ex aequo il sedicenne Micheleandrea Benedetto (Castellana Grotte/BA -“La disperazione”) e Rosamaria De Paola (San Prisco-“Anima e luce”). Per la “Sezione Adulti”, vincitore assoluto Luigi Abbro, pensionato di San Nicola la Strada, con “La mamma”, toccante composizione attraversata dalle trepidanti premure di una madre per il figlio disabile. Ecco i versi conclusivi: “Lo guardava e sorrideva./ Fu la gioia di un istante ma quel tanto le bastò./ Poi tornò nel suo angolino. E’ ancor lì che si domanda:/ -Che sarà di lui domani, quando io non ci sarò?/ Non ha ancora la risposta./ E consuma la sua vita confidando solo in Dio/ tra speranze sempre vaghe e certezza di dolore/”. In seconda posizione Ada Varriale, ospite della casa-albergo San Francesco, che aveva presentato la poesia “Con il mio cuore per te Sean”. Terzi classificati ex aequo Maria Raviele (Piedimonte Matese -“Anna”) ed Enrica Romano (Sant’Arpino –“Mille Criste”).
La proclamazione dei finalisti è avvenuta – in una gratificante atmosfera di festa e comunque di riflessione – nell’ambito del programma “Ania Show” ripreso dalle telecamere di Italiamia (canale 87-satellitare 936) e trasmesso nella serata di mercoledì 22 maggio. Una cerimonia davvero speciale per il cui migliore allestimento molto si è adoperato in precedenza il comitato organizzatore presieduto dalla scrittrice Tilde Maisto e che, oltretutto, ha premiato il massiccio impegno profuso in tutte le fasi operative dal giornalista Mattia Branco vera “anima dell’iniziativa” ed al quale sono giunti tantissimi apprezzamenti. Gli stessi tributati all’intero staff che ha fatto corona intorno ad Anja e ad Alex, proponendo performances musicali e coreutiche di notevole valore artistico. I trofei, le targhe e le pergamene sono stati consegnati ai finalisti dai membri della Giuria – Aldo Cervo, Gaetano Ciaramella, Antonio Leone, Maria Luisa Santonicola, Grazia Graziano – e da alcuni componenti del Comitato d’Onore – Saverio Dionizio, Luigi Antonio Gambuti, Valerio Iermano, Paolo Mesolella – intervenuti al bell’approdo conclusivo del “Calliope 2013”. Importante quanto gradita anche la partecipazione dell’artista grazzanisana Filomena Florio che ha voluto donare ai primi classificati due sue pregevoli stampe. Felice il vincitore Luigi Abbro (“Ho provato un senso di profonda soddisfazione per il consenso attribuito ad una poesia che racconta un tema di scottante umanità”); riconoscente la finalista Enrica Romano (“E’ stato importante riportare all’attenzione di tutti le mille donne armene crocifisse, nel 1917, dall’esercito turco. Mille Criste che mi vennero in sogno ad ispirarmi i versi, silenziose ma non mute”); pieni d’evidente letizia tutti gli organizzatori ed i fruitori di un evento che, in buona sostanza, si è imposto, sulla quotidiana prosa che ogni giorno ci avvolge, come una piccola-grande rivincita della poesia.
RAFFAELE RAIMONDO
Massiccia partecipazione di giovani al Concorso di Poesia
Mercoledì 22 maggio la Cerimonia finale in onda su Italiamia
CANCELLO ED ARNONE – Sarà certamente contenta Calliope, la Musa greca della Poesia, d’aver conquistato ancora tanti fedelissimi partecipanti al Premio a lei dedicato e promosso, in quest’anno 2013, dall’Associazione “New Melody”. Ormai è tutto pronto per il “rendez-vous” finale programmato per mercoledì prossimo, 22 maggio, quando alle ore 21, sulla rete televisiva Italiamia – canale 87, satellitare 936 -, nell’ambito della trasmissione “Anja Show”, andrà in onda – alla prestigiosa presenza del Comitato d’Onore, della Giuria e del Comitato organizzatore – la cerimonia di assegnazione dei riconoscimenti, in un piacevole mix di recitazione, canto e danza. La 1^ edizione del Premio nazionale di Poesia “Calliope 2013” giungerà così al suo migliore approdo. Da vari angoli della nostra provincia e d’Italia, ma anche dall’Egitto e dal Canada, sono pervenuti componimenti che la Commissione giudicatrice ha letto e selezionato con grande attenzione e sicura imparzialità.
Ricca di emozioni, sofferenze, slanci di felicità e ricorrenti sogni, la documentazione che resta e che potrebbe confluire in un volume. Tutto ciò che ha ruotato intorno al “Calliope 2013” s’è in fondo caratterizzato per l’espressione-comunicazione dei più diversi sentimenti umani (dal dolore alla gioia, dallo sdegno all’amore, dai ricordi alle speranze…) e ciascuno dei poeti in competizione ha “scoperto” se stesso, la sua interiorità profonda, la sua originale interpretazione della vita e del mondo. Indubbiamente alcuni, costatando gli esiti, rimarranno delusi, in quanto pensavano di poter vincere; eppure proprio costoro non dovranno abbandonare il campo, giacché, se la loro produzione poetica è davvero importante e valida, prima o poi il meritato consenso arriverà.
Vediamo ora come si svilupperà l’appuntamento del 22 maggio. In apertura, per le sezioni “fuori concorso” “Dialetto” ed “Estero”, saranno attribuite attestazioni di encomio rispettivamente alla piccola Daniela Mentino di Castelvolturno per la poesia <Tiemp’ ‘e Primmaver’> e a padre Antonio Raimondo -missionario francescano al Cairo- per <Canti del Deserto>. Subito dopo, si assegneranno menzioni speciali a Federico Verrengia, Carmine Paolo ed Arianna Cuomo (allievi dell’Iac “Foscolo” di Cancello ed Arnone); a Teresa Tracy Gravante e Pasquale Perretta (Iac “Gravante” di Grazzanise); ai giovani Angela Volpicelli (Isis Castelvolturno) e Andrea Vitale (Liceo classico “Foscolo” di Vairano Patenora). Il momento clou naturalmente coinciderà con la proclamazione della classifica dei finalisti per entrambe le sezioni – “Giovani” e “Adulti” – del Premio. Al momento restano ancora segreti i precisi piazzamenti; dunque è possibile anticipare soltanto i nomi che, ovviamente, riportiamo in ordine alfabetico.
Al gran finale della sezione “Giovani” andranno Michelangela Benedetto (Castellana Grotte-Bari), Rosamaria De Paola (San Prisco), Raffaella Palmieri (Capua) e Paola Torrico (Capua). Per la sezione “Adulti” la competizione per ricevere il massimo trofeo vedrà protagonisti Luigi Abbro (San Nicola la Strada), Anna Maria Raviele (Piedimonte Matese), Enrica Romano (Sant’Arpino) e Ada Varriale (Cancello ed Arnone). A chi sarà assegnato il “Calliope 2013”? E’ questa la domanda cui finalmente sarà data risposta durante la spettacolare serata di “Anja Show”.
RAFFAELE RAIMONDO
La Giuria ha concluso l’esame degli oltre 100 componimenti poetici in concorsoMercoledì 22 maggio in onda su Italiamia lo speciale di “Anja Show” per la proclamazione dei vincitori
CANCELLO ED ARNONE – La 1a edizione del Premio nazionale di poesia “Calliope” si dirige ormai verso il traguardo finale: infatti, mercoledì 22 maggio vi sarà la proclamazione dei vincitori nel corso di una trasmissione “speciale” del programma televisivo “Anja Show” in onda – dalle ore 21 alle 23 – su Italiamia, canale 87, satellitare 936. Il “Calliope” 2013 – promosso dall’Associazione musicale-culturale “New Melody”, col patrocinio morale del Comune di Cancello ed Arnone, della Provincia di Caserta e della Regione Campania, e sostenuto giornalisticamente dai Portali on line “Sfogliando.it” e “La Voce del Volturno” – ha fatto registrare una ragguardevole partecipazione: per la Sezione Giovani, 49 i concorrenti, che hanno complessivamente presentato 62 composizioni; per la Sezione Adulti, 24 i poeti in competizione con 47 componimenti proposti nell’insieme. Il Comitato organizzatore – presieduto da Tilde Maisto e composto da Mattia Branco, Anja D’Ambrosio, Arkin Jafuri ed Antonio Foniciello – ha provveduto, in tempo utile e con notevole impegno, ad ogni necessaria annotazione, all’ordinata raccolta dei testi in copia anonima ed al certosino approntamento dei fascicoli poi consegnati a ciascuno dei membri della Commissione giudicatrice formata da Aldo Cervo (scrittore e critico letterario), Gaetano Ciaramella (poeta), Grazia Graziano (psicologa), Antonio Leone (designer), Raffaele Raimondo (cronista free lance), Maria Luisa Santonicola (scrittrice) e Mario Zannone (direttore della rivista culturale “Minima et Moralia”). Nell’oratorio della parrocchia di Arnone, generosamente messo a disposizione da Don Rocco Noviello, si sono tenute le riunioni della Giuria per le quali ha assunto il compito di puntuale segretaria verbalizzante la scrittrice Santonicola. Al termine dei lavori di attenta lettura e di selezione secondo criteri valutativi ampiamente discussi e condivisi, è stato affidato alla “brillante penna” del professor Cervo il perfezionamento formale delle “motivazioni” dalla cui sostanza era già emersa la classifica delle poesie finaliste che soltanto per pochi giorni ancora rimarranno top secret. Naturalmente, fra i partecipanti al Premio “Calliope” e fra i loro estimatori, è molto viva l’attesa. Nulla intanto è finora trapelato sui nomi dei vincitori. Si è saputo però che il Comitato organizzatore, in coerenza col vero spirito dell’iniziativa soprattutto finalizzata alla valorizzazione della creatività poetica, ha chiesto comunque alla Giuria di esprimere il giudizio anche su alcune poesie “fuori concorso” poiché scritte in vernacolo o perché inviate da autori non residenti in Italia. Pertanto, ad integrazione dei vincoli imposti dal regolamento di un concorso definito “nazionale” e limitato a componimenti “in lingua italiana”, inediti e mai premiati, si sono venute a costituire di fatto, accanto alle previste Sezioni – Giovani e Adulti -, due piste aggiuntive denominate “Dialetto” ed “Estero” che sfoceranno, durante la cerimonia del 22 maggio, nell’attribuzione di “menzioni speciali”; un riconoscimento che, peraltro, sarà assegnato pure alle istituzioni scolastiche che hanno favorito l’adesione di scolari e studenti al “Calliope” 2013. In questa fase di vigilia è in piena attività la macchina organizzativa che vede impegnati il predetto Comitato e lo staff artistico di “Anja Show”: ferve, per un versante, la predisposizione di trofei, targhe e pergamene; nel contempo si scelgono brani musicali e si provano danze in vista dell’ulteriore arricchimento di una manifestazione che sarà interamente ripresa dalle telecamere di Italiamia. Tutto ciò per onorare degnamente la lieta conclusione di un importante evento culturale e rendere un particolare e spettacolare omaggio alla poesia ed ai suoi cultori.
13 Maggio 2013
Seconda Domenica di Maggio
Non è importante l’età. il colore della pelle, la ricchezza: la mamma è
sempre la mamma!
La festa della Mamma nel mondo
Mamma
Se fossi un pittore,
dipingerei un quadro
con tutti i colori del creato.
Al centro metterei
un cuore tutto d’oro
e sotto scriverei:
Mamma, tu sei il più bel tesoro!
La madre
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
(Giuseppe Ungaretti)
A mia madre
Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto d’una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’eliso
folto d’anime e voci in cui tu vivi;
e la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.
(Eugenio Montale)
Lettera alla madre
<<Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi,
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.>> – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore,
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
<<Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro,
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater.>>
(Salvatore Quasimodo)
Se fossi pittore
Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni:
mia madre ha sessant’anni,
e più la guardo e più mi sembra bella.
Non ha un accenno, un guardo, un riso, un atto
che non mi tocchi dolcemente il core;
ah, se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto!
Vorrei ritrarla quando china il viso
perch’io le baci la sua treccia bianca,
o quando, inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso
Pur, se fosse il mio priego in ciel accolto,
non chiederei di Raffael da Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto;
vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei,
veder me vecchio, e lei
dal sacrificio mio ringiovanita.
(Edmondo De Amicis)
Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini
E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
Mamma
L’amore vero che di più si sente,
che dentro il cuore è come una gran fiamma,
è uno solo, uno solamente:
l’amore che si sente per la Mamma.
Il nome Mamma, è il nostro pio riparo,
da ragazzetti, fino in sepoltura;
ed è speranza, vita e grande faro:
magico dono di Sacra Natura.
La Mamma è una persona cara e dolce,
che porta pace in questo mondo rìo…
ed è un toccasana, quando molce,
la vita all’uomo, dopo il Sommo Dio.
Mia Madre conta già ottantun’anno
ed è tuttora vispa, qual fanciulla,
sebbene ha conosciuto ogni malanno
d’una vita penosa, scialba e brulla.
E se per caso, d’Ella m’allontano,
assai ci soffro ed in mio cuore bramo:
presto ritorno, le bacio la mano,
e stiamo insieme, come frutto a ramo
(Poesia trovata su internet di cui non conosciamo l’autore)

mamma,
non piangere più, mio amato bene,
che più della vita mia sei ogni cosa,
tutto di me, mamma, t’appartiene,
vorrei blandire ogni tua pena oscosa
per te darei la giovinezza mia
come tu l’hai data a me,
e quando s’addensa la malinconia
vorrei cullarti con un dolce canto.
Se a volte, mamma, scordo la tua pena
fammi sentire appieno l’amarezza,
voglio che tu sia sempre serena
e meritar da te ogni carezza.
(Poesia trovata su internet di cui non conosciamo l’autore)
È ancora presto, mamma!
(Silvana Pagella)
È ancora presto,
mamma,
parlare d’avversità:
ascoltiamo,
ora,
la soffice terra
che si ridesta
col suo grave respiro.
Sentiamo:
è primavera,
e la natura
si riveste
di colori vivaci
canta
intorno a noi.
Attualmente,
esiste solo il presente,
mamma.
È ancora presto,
mamma,
pensare
alla desta tristezza
del domani;
oggi,
ricordiamo i fiori
che ci richiamano
alla cortese attenzione
delle nostre pupille.
Seguiamo
il mutamento
del firmamento,
sopra di noi,
che varia tinte tenui
e stupende.
L’eternità è fatta d’oggi,
mamma
Origliamo,
nella quiete
più assoluta,
la soave eco
dell’apparente freschezza
ed allegra stagione
di primavera,
mamma!
La matri mia
(Carmelo Vaccaro)
Mi ricoddu ddu iornu quannu minnii
pirchi ora l’aiu caputu che dda ti pirdii,
Cuntu li iorna che aiu passatu senza di tia
ni stu paisi che ora vidu tristi comu a mia.
Ti lassai chiancennu ni na seggia
senza pinzari che stava iernu ni na caggia,
lu tiempu a passatu senza pinzari
che m’avissu piaciutu vidiriti ‘nvicchiari.
Ni stù avissi vulutu stàriti vicinu
ppi farimi accucciari, vasari e tiniriti li manu,
li stissi manu che quann’era picciriddu
mi cummighiavanu ppi ‘un sintiri friddu.
‘un ci nnè paroli ppi cuntari la luntananza
di stà mamma che campa cu la spiranza.
mi ricoddu ddu iornu quannu minnii
pircchi ora l’aiu caputu che dda ti pirdii.
Ora Nel Vento (Luciano Somma)
Nell’oceano
Dei tuoi desideri repressi
Navigava il tuo credo di madre
Per istinto felina e protettiva.
“ Donna partorirai con gran dolore… “
e lo sapevi quando, per vocazione,
sentivi dentro al tuo ventre
ad ogni parto
i palpiti e gli spasmi
e tu stringevi i denti
senza un lamento piena d’emozione.
Poi ad uno ad uno, col passar degli anni,
ti lasciarono sola per andare
in una terra dove il pane è duro
a fare i vu’ cumprà o gli accattoni
ma tu non lo sapevi.
Nell’ultimo sospiro li chiamasti
come un appello antico, una preghiera,
e in quel momento
non tutti li vedesti al capezzale.
Ora madre senza confini, senza più desideri
tu certamente ascolti
echi dei vu’ cumprà, di quei tuoi figli,
nel vento, nell’azzurro, nella pace
dei tuoi incomunicabili silenzi…
Occhi materni (Silvana Pagella)
Guardando
il volto di mia madre,
il mio giovane sguardo
s’incanta
sui suoi occhi;
occhi d’una bellezza infinita,
occhi d’un verde caldo,
dolci e pii.
Sono iridi
che m’inducono
a riflettere,
che leggono
i miei dolori,
le mie ansie,
i miei timori.
Sono occhi
che sempre mi vedono,
pur da lontana.
Fissando le pupille
Di mia madre,
comprendo che la sua vita
non è stata felice.
Ella ha sofferto,
e, sempre, soffrirà
per me e con me.
Quegli occhi materni
Che contemplo ogni giorno,
mai una volta m’infastidiscono:
son occhi che m’amano
più degli occhi altrui.
O, cari occhi di mamma,
tesoro e conforto magnifico!
Ad una grande Mamma… (Silvano Montanari)
Ricordo, piccino, quando mi accudivi
con la dolcezza del tuo grande cuore
quando, ferito, dai doveri della Vita
lenivi le mie pene con il tuo Amore.
Azzurro, l’Angelo che ti teneva la mano
rosso, era il cuore, della tua passione
caldo, il pianto che scendeva muto
sulle tue guance ad ogni mio dolore.
Ora che il tempo è ormai fuggito
e come adulto, io ti sto osservando
ora, che i miei figli hanno bisogno d’aiuto
mi accorgo delle pene che hai patito.
Noi vecchi, piccoli, t’abbiamo conosciuto
quando il vigore ti bruciava in petto
quando la Vita, per tè era un successo.
Adesso, invece che ti vedo stanca
sola, senza più forza, l’Anima smarrita
mi rendo conto che per te, la Vita
ha ormai perduto così l’antico smalto.
Desidero però che tu conosca a fondo
quanto è grande il bene che ti voglio.
Ero appena giunto (Reno Bromuro)
Ero appena giunto dove s’annida lo spermatozoo
che mi dicesti: “ama la vita e cresci sano e forte”.
Ogni giorno mi decantavi la vita,
ma la tua voce come pianto giungeva.
Se tuo marito rincasava ubriaco
se non avevi pane da masticare
se non avevi aria per respirare
se ti sentivi sola
quando avresti voluto compagnia
se dovevi stare zitta
quando avevi voglia di cantare
a me ti stringevi e con voce dolorosa dicevi:
“nasci presto che la vita è bella”.
Mi attaccai alla vita perché lo volesti
e non mi ribellai quando
col latte d’asina mi nutristi:
perché crescessi eri pronta a tutto.
Ti addossasti il dolore della vita
per darmi solo la parte più bella
ma i giorni di fame furono eterni.
In compenso venne tanta compagnia.
Pensando a quel giorno che il film volevo girare
impiccando uno dei fratelli ti grido:
grazie per aver alzato gli occhi dal ricamo.
Ama la vita, dicevi. E l’amo…
Ma vivo la fanciullezza negata
e solo dolore oggi è mio compagno.
Roma 2 luglio 1980
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-
Dopo lunghi silenzi (Franco Pastore
Dopo lunghi silenzi,
dalle rughe della vita,
con l’ansia del parlare,
con la voce della tua anima,
le tue parole.
Pezzi di vita,
sospiri sussurrati al vento,
con la pazza paura
che qualcuno
ne fraintenda il fine.
Pensieri semplici di madre,
affidati al figlio,
con la preghiera, sommessa, di scusarla:
- Sai, io non ho la tua cultura!-
Oh madre mia!
Son io che non ho la tua umiltà,
né la grandiosità del tuo coraggio.
Con le lacrime agli occhi,
ringrazio Dio
per averti avuto quale maestra d’amore,
quello che ti rende
più grande di un dio
ed il più umile dei servi,
quello che ti spacca il cuore
ed apre i cancelli dell’immenso.
È come guardarti dentro
e capire i tuoi silenzi
ed i tuoi sorrisi,
la tua bontà… il tuo amore per la vita.
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.- .-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.
SOLO VENTO (Franco Pastore)
Alla finestra aperta,
sulla via,
la faccia triste
e gli occhi
di mamma mia.
Ti cerco ovunque,
ma tu non ci sei,
abbraccio Dora
ed i brividi di lei.
Quant’ho temuto in cuor
questo momento,
la vita umana, infine,
è solo vento,
che s’agita tra i sogni
e la speranza,
che anche la morte
sia un’illusione.
Il sole brilla
ai gerani
sul balcone.
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.
I tuoi occhi – A mia madre ( Franco Pastore)
Solo quelli son rimasti,
lucidi di dolore
e bagnati di pianto!
Attenti ad ogni sospiro
ed avidi di vita,
più che mai.
I tuoi occhi,
che da sempre
precedono le parole
e danno voce al cuore,
gonfio di piccole cose,
colmo d’amore.
Occhi vissuti nel sole,
che chiedono luce,
avidi di natura,
di musica, di canto.
Occhi pieni di fiducia,
di fede, di speranza.
Occhi che si spengono
ai sogni,
e si aprono alla pace.
Occhi che continueranno
a sorridere, tra noi,
come un regalo
a Natale.
A mia Madre Pensiero (Salvatore Armando Santoro)
Sentivo i tuoi passi
colpire lieve l’asfalto
e risuonare nella strada
come i rintocchi lente delle ore
ed il mio orecchio bambino
abbandonava ogni altro interesse,
il mio volto si illuminava
in un sorriso di gioia serena,
e ti correvo incontro.
E tu, stanca e felice,
mi aprivi tutto il tuo mondo
tra le tue braccia tremanti
e mi stringevi al cuore,
che ancora oggi
sento battere al mio.
Dove mai siete,
giorni spensierati
di una felicità
mai più conosciuta ?
Dove vi nascondete,
anni miei sereni
fatti di sogni
e piccole cose ?
Oggi mi resta
un mondo completo,
completo di cose volute,
di cose comprate,
di cose che non rappresentano nulla
nell’immensità dei desideri insoddisfatti
che mi tormentano ed affiggono.
Pensiero (Salvatore Armando Santoro)
Sfoglio i tuoi libricini,
e li accarezzo, mamma,
libri invecchiati,
di polvere coperti,
con le pagine qua e là
consunte e stinte.
Apro la nera copertina,
con incisa una croce
ed una scritta in oro,
e dentro,
mesto rileggo una preghiera.
Io, sì,
mamma mia stanca,
son’io che leggo la preghiera
che da bambino sussurravi mesta,
la sera,
seduti attorno a una caldana
in una casa
ormai vuota e lontana.
Io che non credo
ai santi ed ai martirii,
che mi rivedo bimbo,
e che pio ascolto,
seduti attorno al fuoco,
la vita di San Giovanni Bosco.
T’ascolto!
E la tua voce si confonde,
addolorata e flebile da lungi,
col forte ruggir del maestrale
che gelido s’aggira per le case
di questo vecchio borgo di Maremma,
e si disperde tra la densa nebbia
ch’umida e fredda sale su dal mare.
Per te Mamma (Umberta Ortelli)
Sei dolce musica
nel mio pensiero.
Carezza nell’anima
il tuo ricordo.
Cascata
d’acqua limpida
il tuo sorriso,
odore
di fresca lavanda
la sericità del tuo viso.
Amore infinito
i tuoi occhi neri,
appassionati,
come la terra dove nascesti.
Portavi in te
il profumo delle zagare,
il caldo sole del sud,
la fierezza
di una terra antica.
Il riflesso
di un mare blu
imprigionato
nei tuoi capelli corvini.
Non ricordo
le fatiche, i dolori,
i tuoi tristi pensieri.
la ruga
sulla fronte.
Ricordo
le tue mani laboriose
la gioia nel donare,
il tuo cuore
pieno d’amore .
Cuore
che non mi ha aspettata
per farmi raccogliere
l’ultimo suo
battito.
Il nostro parlare
non si è concluso.
Si diffonde
intorno a me,
non metterò mai
fra noi
la parola
FINE.
Mamma cara!!
Grazie di esistere Luciano Somma
Come sei bella mammina
Nel tuo sorriso c’è il sole
Vorrei trovare parole
Per dirti quanto ti amo !
Come sei dolce la sera
Quando carezzi il mio viso
Io sfioro sai il paradiso
E mi addormento felice.
Quanto sei cara al risveglio
Quando mi baci la fronte
Si apre un nuovo orizzonte
Davanti agli occhi col giorno.
Grazie di esistere mamma
Restami sempre vicino
Guidami lungo il cammino
Tu la mia luce sei vita .
La primavera ti portò via Giovanna Li Volti Guzzardi
La primavera ti portò via
Dopo lunghi inverni di profonde
Sofferenze e dura malinconia,
Oh! dolce cara lontana mammina mia!
Un gran dolore mi afferrò al cuore,
Al petto, allo stomaco e alla mente
Come quando ti lasciai per fare l’emigrante!
Quanti chilometri di lettere
E fili di telefono attorcigliati al cuore,
Tanti infiniti sospiri e pianti,
Ma abbiamo costruito un ponte
Che ci ha sempre tenuti avvinti.
Adesso questo ponte è crollato,
L’ha spezzato il tempo con gli anni
Sulle tue esili spalle curve
Ed io mi ritrovo qui da sola,
Anche se tra la folla come sempre,
A combattere il mio urlo straziante
Che rimbomba di continuo nel mio cuore,
Come quando ti lasciai per fare l’emigrante!
Adesso sento che mi sei più vicina,
Un’ombra sottile aleggia al mio fianco
E t’immagino bella come quando ti ho lasciato.
Guardando questo cielo azzurro australiano,
Ti vedo su d’una nuvoletta che mi viene incontro,
Ti vedo tra un tappeto di stelle e ti riconosco
Perché so che sei la più luccicante,
Sei la mia stella oh mamma del mio cuore,
E guiderai col tuo eterno grande amore
Questa povera tua figlia emigrante per errore!

Grazie Mamma,
perché mi hai dato la tenerezza delle tue carezze,
il bacio della buona notte, il tuo sorriso premuroso,
la dolce tua mano che mi dà sicurezza.
Hai asciugato in segreto le mie lacrime,
hai incoraggiato i miei passi,
hai corretto i miei errori,
hai protetto il mio cammino,
hai educato il mio spirito,
con saggezza e con amore
mi hai introdotto alla vita.
E mentre vegliavi con cura su di me
trovavi il tempo per i mille lavori di casa.
Tu non hai mai pensato di chiedere un grazie.
Grazie mamma!
Auguri Mamma (Rocco Fodale)
Forse perché mi nutro al tuo respiro,
sono venuto su tra mille note,
e in ogni dove sempre mi rigiro ,
vedo apparire serie le tue gote.
Mille speranze e mille sogni belli,
Bianchi cavalli liberi e spronati,
che ogni notte danzano fratelli,
Sul tuo cuscino dove sono nati.
Voglio riempire i tuoi momenti neri,
Di mille baci e mille tenerezze.
Ed abbracciarti con i miei pensieri,
e farti ricca di delicatezze.
Questo mio augurio mamma io ti dono,
Che ci puoi fare tu se sono sciocco?
Tanto più amata sei pel tuo perdono,
Buon compleanno dal tuo figlio Rocco.
Giovedì 25 aprile, Giovedì 25 Aprile nella Sala “Raffaele Sirica” dell’Ordine degli Architetti di Caserta, in corso Trieste n.31, con inizio alle ore 11, si terrà una manifestazione pubblica per celebrare la ricorrenza della Festa della Liberazione, dal titolo “Quei giorni del ‘43”, organizzata dal Centro Studi “Francesco Daniele”, dall’Istituto per la Storia della Resistenza “Vera Lombardi” e dall’ANPI provinciale, con la collaborazione di Italia Nostra onlus e del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Caserta.
L’iniziativa intende celebrare la ricorrenza del 25 aprile, che cade nel 70° degli avvenimenti del 1943, sia attraverso la ricostruzione storica di quanto avvenne in Terra di Lavoro, dopo l’armistizio dell’8 settembre, in una delle pagine più dolorose e importanti della campagna d’Italia da cui ebbe inizio la liberazione del Paese, sia tramite l’apporto dei racconti dei parenti di alcuni di coloro che vissero da testimoni e vittime quelle tragiche vicende.
Dopo i saluti di Enrico de Cristofaro, presidente dell’Ordine degli Architetti PP. PP. CC. della provincia di Caserta e di Gaetano Pascarella, presidente dell’ANPI Provinciale, è previsto l’intervento di Felicio Corvese (Centro Daniele-ICSR) su Guerra e resistenza civile nel Casertano cui seguirà la proiezione di filmati tratti da documentari e reportage di guerra, e l’intervento di Giovanni Cerchia (Università del Molise) su il Mezzogiorno e la rinascita della democrazia: continuità e discontinuità del dopoguerra.
Nella seconda parte della manifestazione, dedicata alla memoria di quanti vissero gli avvenimenti di quel periodo, sono previsti gli interventi di Virginio Bernardi, Franco Capobianco, Antonello Fabrocile, Marialuce Graziadei, Giancarlo Pignataro, che ricorderanno i loro genitori e le vicende drammatiche in cui furono coinvolti. A conclusione lettura del testo poetico “Il partigiano Caramba” di Ida Alborino.
L’iniziativa è stata curata da Felicio Corvese e Giancarlo Pignataro.
L’assessore Mariano: successo a Caserta del progetto nazionale, con oltre 300 alunni casertani
Caserta – “Il rispetto delle regole: è stata una giornata importante per i più piccoli ma anche per gli adulti, svolta “sul campo” e all’insegna dell’educazione civica, grazie alla conoscenza dell’operato del Nucleo Cinofilo della Polizia di Stato”. Lo dichiara l’assessore Stefano Mariano, che ha coordinato lo svolgimento di un’iniziativa applicata sul territorio per gli effetti di un progetto nazionale, intitolato “Di te mi Fido”, realizzato dal Club Italiano Razze Nordiche in collaborazione con l’Enci e organizzato in città grazie all’impegno di Maria Grazia Miglietta.
“Oltre trecento alunni dei cinque Circoli cittadini – afferma l’assessore Mariano – hanno assistito alla dimostrazione coordinata dal Nucleo Cinofilo della questura di Napoli, con l’assistente capo Ciro Ruggiero, l’agente scelto Anna Numeroso e il cane Nasco, svolta nei Campi Nike presso la scuola media Leonardo da Vinci, con la partecipazione di tre classi dell’istituto presieduto da Angela Di Nardo. Una testimonianza dell’impegno quotidiano della Polizia di Stato che ha attirato l’attenzione degli alunni, soddisfatti anche per l’operazione svolta efficacemente nei giorni scorsi dal personale di Ecocar, che ha ripulito completamente l’area, con l’intervento di uomini e mezzi, dotandola altresì di sei nuovi contenitori per la raccolta differenziata”.
Il culto della Divina Misericordia consiste nel testimoniare nella propria vita lo spirito di fiducia in Dio e di misericordia verso il prossimo. È questo, infatti, il fulcro dell’esempio ci ha lasciato suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca che ha dato lo slancio decisivo a questa devozione.
1. All’origine del culto della Divina Misericordia c’è la suora polacca Faustina Kowalska
Suor Faustina, terza di dieci figli, nacque il 25 agosto 1905 in una religiosissima famiglia di contadini di Glogowiec (Polonia). Venne battezzata con il nome di Elena e fin dall’infanzia aspirò alla vita religiosa. A 16 anni lasciò la casa paterna per andare a lavorare come domestica, ma dopo una visione tornò a casa per chiedere il permesso di entrare in convento. I genitori erano molto religiosi ma non volevano perdere la figlia migliore, e negarono quindi il loro permesso adducendo la mancanza di denaro per la dote. Elena tornò al lavoro, ma dopo un’altra visione chiese a Gesù cosa dovesse fare ed Egli le disse di andare a Varsavia, dove sarebbe entrata in convento. Prima di entrare nella Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia lavorò un altro anno per guadagnarsi una piccola dote, e il l°agosto 1925 varcò la soglia della clausura. In seguito si recò nella casa della Congregazione a Cracovia per compiere il noviziato. Durante la cerimonia della vestizione ricevette il nome di suor Maria Faustina. Emise la professione perpetua il 1° maggio 1933.
Esteriormente nulla tradiva la straordinaria ricchezza della vita mistica di suor Faustina, che spiccava per la totale e illimitata dedizione a Dio e l’amore attivo verso il prossimo, a imitazione del modello supremo, Cristo. Solo il Diario della religiosa ha svelato la profondità della sua vita spirituale, svelata ai confessori e in parte alle superiore. Alla base della sua spiritualità c’è il mistero della Misericordia Divina, che meditava nella parola di Dio e contemplava nella quotidianità della sua vita. Gesù l’ha onorata con grazie straordinarie come le visioni, le rivelazioni, le stimmate nascoste, l’unione mistica con Dio, il dono del discernimento dei cuori e della profezia.
L’austerità della vita e i digiuni estenuanti ai quali si sottoponeva ancor prima di entrare nella Congregazione indebolirono il suo organismo, e nei suoi ultimi anni vita si intensificarono le sofferenze interiori della “notte passiva dello spirito” e quelle fisiche. Morì il 5 ottobre 1938 a 33 anni, dopo 13 di vita religiosa.
La devozione alla Misericordia Divina si è diffusa rapidamente nel mondo durante la II Guerra Mondiale. Suor Faustina, del resto, aveva scritto sul Diario: “Avverto bene che la mia missione non finirà con la mia morte, ma incomincerà”. Il suo corpo riposa nel Santuario della Misericordia Divina di Lagiewniki, presso Cracovia. Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata nel 1993 e canonizzata nel 2000.
2. Il modello del culto della Divina Misericordia lo ha spiegato lo stesso Gesù a suor Faustina
Il modello del culto della Divina Misericordia venne mostrato da Gesù stesso nella visione che santa Faustina ebbe il 22 febbraio 1931 nella cella del convento di Płock. “La sera, stando nella mia cella vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca – scrisse sul suo Diario –: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. (…) Dopo un istante Gesù mi disse: ‘Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te!’”.
Il primo quadro della Divina Misericordia fu dipinto a Vilnius nel 1934 dal pittore Eugenio Kazimirowski, che ricevette indicazioni fornite personalmente da suor Faustina. Ad essere famoso in tutto il mondo è però il quadro di Lagiewniki, a Cracovia, dipinto da Adolf Hyla.
Il significato del quadro è strettamente legato alla liturgia della domenica dopo la Pasqua, in cui la Chiesa legge il Vangelo di San Giovanni che descrive l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza (Gv 20, 19-29). L’immagine rappresenta dunque il Salvatore risorto che porta agli uomini la pace con la remissione dei peccati a prezzo della sua Passione e morte in croce. I raggi del sangue e dell’acqua che scaturiscono dal cuore di Gesù trafitto dalla lancia e le cicatrici delle ferite della crocifissione richiamano gli avvenimenti del Venerdì Santo.
Gesù ha definito con molta chiarezza tre promesse legate alla venerazione dell’immagine: la salvezza eterna, la vittoria sui nemici della salvezza e grandi progressi sulla via della perfezione cristiana, la grazia di una morte felice.
L’immagine di Gesù Misericordioso viene spesso chiamata immagine della Divina Misericordia perché nel mistero pasquale di Cristo si è rivelato più chiaramente l’amore di Dio per l’uomo. L’immagine, ha detto Gesù, “deve ricordare le esigenze della mia Misericordia, poiché anche la fede più forte non serve a nulla senza le opere”.
3. La festa della Divina Misericordia, la più importante di tutte le forme di devozione
Gesù parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina nel 1931: “Desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”, “il più grande attributo di Dio”. In base agli studi di don I. Rozycki, negli anni successivi Gesù è tornato a fare questa richiesta in ben 14 apparizioni, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e celebrarla e le grazie ad essa legate.
La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un profondo senso teologico, indicando lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia. La stessa suor Faustina, del resto, scrisse: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”.
Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa, dicendo: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (…). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. A preparare la festa deve essere una novena, ovvero la recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Nel giorno della festa, ha detto Gesù, “chi si accosterà alla sorgente della vita conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene”. Come ha sottolineato don Rozycki, si tratta di “qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria”, che consiste solo nel rimettere le pene temporali meritate per i peccati commessi.
Dalle pagine del suo Diario, sappiamo che suor Faustina fu la prima a celebrare individualmente questa festa, con il permesso del confessore. Il cardinale Franciszek Macharski ha introdotto la festa nella diocesi di Cracovia con la Lettera Pastorale per la Quaresima del 1985, e l’esempio è stato seguito negli anni successivi dai vescovi di altre diocesi della Polonia. Il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia – Lagiewniki era già presente nel 1944.
4. Giovanni Paolo II, il grande promotore del culto alla Divina Misericordia
Nell’omelia della canonizzazione di suor Faustina, il 30 aprile del 2000, Giovanni Paolo II ha dichiarato che da quel momento la seconda Domenica di Pasqua sarebbe stata chiamata in tutta la Chiesa “Domenica della Divina Misericordia”.
Il papa polacco è stato il grande sostenitore di questo culto, che tra il 1938 e il 1959 ha conosciuto un grande sviluppo, ma nonostante il favore dei pontefici, l’interesse di tanti pastori della Chiesa e le richieste al riguardo da parte di vescovi e curie incontrò anche delle resistenze, soprattutto da parte del Sant’Uffizio, che nel 1959 emanò anche una Notificazione negativa.
Il culto alla Misericordia di Dio si è dunque pienamente affermato con papa Wojtyła, che nell’enciclica “Dives in Misericordia” del 1980 ha esaltato la Misericordia di Dio e il 7 giugno 1997 ha affermato: “Rendo grazie alla Divina Provvidenza perché m’è stato dato di contribuire personalmente al compimento della volontà di Cristo mediante l’istituzione della Festa della Divina Misericordia”. Il 1° settembre 1994 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha approvato il testo della Messa votiva “De Dei Misericordia”, che per volontà di Giovanni Paolo II veniva dato in uso alla Chiesa universale e oggi entra d’obbligo in tutti i messali.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Pasqua di Resurrezione Commento al Vangelo di Enzo Bianchi – 31 marzo 2013
Gv 20,1-9
Nell’ora della morte di Gesù, presso la croce vi erano solo alcune donne, tra cui Maria di Magdala, e il discepolo amato, che non riuscivano a credere possibile la fine ignominiosa di quel rabbi e profeta di Nazaret da loro tanto amato. Eppure al tramonto di quel venerdì 7 aprile dell’anno 30 la morte sembrava proprio aver posto la parola fine sulla vita di Gesù, l’uomo capace di raccontare in modo unico il volto di Dio (cf. Gv 1,18).
Ma ecco che all’alba del 9 aprile, Maria di Magdala non si rassegna: «nel giorno dopo il sabato si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Essa non va per ungere il cadavere (cf. Mc 16,1), ma è spinta solo dall’amore per quel Gesù che l’aveva liberata da «sette demoni» (cf. Lc 8,2) e restituita alla vita piena, un amore tale da non arrestarsi neppure di fronte alla morte. Maria va alla tomba quando ancora c’è tenebra: è buio non solo intorno a lei ma anche nel suo cuore, velato dalla tristezza e dalla non-fede nell’inaudito, nell’evento della resurrezione… Ed ecco la novità sconcertante: «Vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro». Essa è smarrita e la sua reazione immediata è quella di pensare a un trafugamento del cadavere; lo testimoniano le parole che rivolge a Pietro e al discepolo amato al termine di una corsa affannosa: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». La sua umanissima relazione affettiva con il Signore non è sufficiente per condurla alla fede nella resurrezione. Qui finisce la prima parte della sua vicenda, ma la ritroveremo poco più avanti «vicino al sepolcro» (Gv 20,11), mentre piange e persevera nella ricerca del corpo morto di Gesù, che le si rivela quale Risorto chiamandola per nome: «Maria!» (Gv 20,16).
Nel frattempo possiamo chiederci: e noi come ci poniamo di fronte al sepolcro vuoto? Crediamo alla resurrezione di Gesù? Siamo accompagnati in questa domanda anche da Pietro e dal discepolo amato che, spinti dalle parole di Maria, corrono al sepolcro: «Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro». Forse è l’amore di predilezione ricevuto su di sé a renderlo più veloce, perché all’amore si risponde con l’amore che non indugia… «Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò»: egli attende Pietro, lascia entrare per primo chi per volontà del Signore godeva di un primato nel gruppo dei Dodici. Pietro allora «entrò nel sepolcro e osservò le bende per terra e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte»: osserva tutto con precisione, ma neppure il suo sguardo razionale e preciso è sufficiente a cogliere il mistero. Anche lui, per ora, rimane nelle tenebre dell’incredulità.
«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette». Cosa ha visto? Nessun oggetto specifico: è l’assenza stessa che, riempita dall’amore, diventa per lui evocatrice di una Presenza. Del resto Gesù l’aveva promesso: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21); e così nell’amore che lo lega a Gesù, il discepolo amato comincia a intuire e a lasciar spazio nel proprio animo alla novità compiuta da Dio… Ma per il salto decisivo della fede, per vedere la vita nel luogo della morte, occorre credere alla testimonianza della Scrittura: accostata al vuoto della tomba, la Scrittura la riempie di una Parola che è all’origine della resurrezione, perché è la Parola stessa del Dio della vita. Ecco l’inizio della fede pasquale, che troverà la sua pienezza con il dono dello Spirito capace di illuminare le menti, aprendole all’intelligenza della Scrittura (cf. Lc 24,45): l’amore per Gesù e la comprensione in profondità della Scrittura si completano a vicenda nel condurre alla fede nella resurrezione…
È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca lo specifico del cristianesimo. Ha scritto l’apostolo Paolo: «Se Gesù Cristo non è risorto, vana allora è la nostra fede … e i cristiani sono da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,17.19). Sì, questo è il senso della grande festa di Pasqua e, insieme, il debito che i cristiani hanno verso gli altri uomini, la speranza che possono offrire agli uomini tutti: ormai la morte non è più la parola definitiva, ma è solo l’esodo da questo mondo al Padre, che ci richiamerà tutti a vita eterna…
Enzo Bianchi
Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grande Dostoevskij – Relatrice della serata la prof.ssa Laura Sciorio
CANCELLO ED ARNONE – Autore potente, Fedor Michailovic Dostoevskij (1821-1881); tormentatissima l’opera, “Delitto e castigo”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Letteratitudini , sabato 23 marzo, nel “salotto buono” della coordinatrice/scrittrice Tilde Maisto.
L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo introduttivo della relatrice Laura Sciorio per riflettere e discutere sulla complessa vicenda che vede protagonista, nel romanzo, il tormentato studente pietroburghese Rodion Romanovic Raskol’nikov colpevole dell’assassinio, premeditato, d’una vecchia usuraia e della contestuale imprevista uccisione della mite e più giovane sorella di lei.
Sul filo della narrazione di Dostoevskij, i partecipanti si sono comunque soffermati, fra incredulità ed umana pietà, intorno alla trama delle atroci conseguenze emotive, mentali e fisiche, che il delitto scatenò nell’esistenza di Raskol’nikov, sviluppando un crescendo di osservazioni tendenti a far luce appunto sulla tremenda angoscia dell’assassino determinata dagli assillanti rimorsi e sul logorio nervoso che lo fiaccava anche per aver deciso di conservare ad oltranza il segreto del delitto.
Perciò ai lettori è apparso “liberante” l’inatteso incontro del protagonista con la giovane Sonja, incrollabile credente malgrado la prostituzione cui era costretta per procacciar da vivere alla tisica matrigna ed ai fratellastri. Un personaggio straordinario, Sonja, che compie il miracolo di riaccendere nell’animo di Raskol’nikov speranza e fede in Dio, dunque le energie che finalmente lo indussero a confessare il delitto e a sopportare la pena in Siberia dove ella stessa, per autentica donazione d’amore, lo seguì.
Eppure non fu la condanna al “campo di lavoro” il vero castigo per il reo confesso, bensì il tormento che lo aveva aggredito fin dal compimento del “femminicidio” e che incessantemente lo affliggeva: un travaglio misto alla più cupa paranoia e sfociato nella desolante convinzione di non essere stato all’altezza di un gesto che, alla vigilia, gli pareva degno di un “superuomo” capace di trasformare il male in bene.
Nel prossimo mese di aprile, in data ancora da definire, proseguirà il cammino di Letteratitudini esclusivamente proiettato quest’anno alla riscoperta di grandi autori stranieri. E “sarà di scena” Moliere, al secolo Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, che spingerà il “gruppo” a riesplorare per una serata il mondo del XVII secolo, ripercorrendo la dura critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e specialmente la sottile satira che riservò ai medici, sicché la lettura non potrà che privilegiare “Il malato immaginario”, un capolavoro che continua ancora oggi a divertire ed ammonire il pubblico soprattutto quando sul palcoscenico si esprime il talento dei grandi attori.
Raffaele Raimondo
cronista free lance
MATERIALE “LETTERATITUDINI”
Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Delitto e castigo
Delitto e castigo è un romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, questo libro fa parte dei romanzi russi più famosi ed influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza.
Il titolo Преступление и наказание in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia in quanto era stato tradotto nel 1803. Nella prima versione italiana (1889) l’ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884 Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo.
Struttura: Il romanzo è diviso in sei parti con un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l’epilogo ne ha due. L’intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskol’nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione.
Trama: Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un’afosa estate. L’epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.
Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall’ostilità sociale: quello premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol’nikov, e il romanzo narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di “febbre cerebrale” ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol’nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l’aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell’atto scellerato. Fondamentale sarà l’inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un’anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol’nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l’amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.
Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.
Oltre al destino di Raskol’nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l’ateismo e l’attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.
Raskol’nikov reputa di essere un “superuomo” e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un’azione spregevole — l’uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell’altro bene, più grande, con quell’azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol’nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l’usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l’umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskol’nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un “superuomo”, poiché non ha saputo essere all’altezza di ciò che ha fatto.
Personaggi:
Rodion Romanovič Raskol’nikov o Rodiòn Romanyč Raskòl’nikov, chiamato anche Rodja e Rodka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Al lettore è detto che ha ventitré anni, che è un ex studente di legge, che ora ha abbandonato gli studi e vive in povertà in un appartamento minuscolo all’ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. Non è riferita l’origine della sua famiglia, ma diversi particolari nel racconto portano ad attribuirle un’origine propriamente dell’aristocrazia rurale Russa
A dispetto del titolo, il romanzo non tratta del delitto e del suo castigo formale, ma il conflitto interno di Raskol’nikov e la debole giustificazione delle sue azioni. In merito a ciò, va ricordato che il titolo italiano del capolavoro dostoevskiano risente pesantemente dell’influsso del Francese: il termine châtiment, che in italiano equivale a “castigo”, non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale, lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l’accezione di “pena”. Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik (Il Messaggero Russo):
« Nel mio romanzo vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede. »
Il titolo originale allude pertanto all’inizio del cammino di Raskol’nikov, la “pena” in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia, si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva.
Il suo odio interiore lo porta a istanti di atroce disperazione con manifestazioni psicosomatiche (svenimenti, sonno prolungato, ..), aggravate probabilmente dallo stato di malnutrizione, e neurologiche (attacchi di panico, deliri) alternate a momenti di calma apparente. Proprio la vivida rappresentazione dello stato psicofisico del giovane è uno dei punti di forza del romanzo.
Commette l’omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell’epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione. Il suo nome deriva dalla parola russa raskolnik, cioè “scismatico” o “diviso”, un’allusione alla separazione autoimposta di Raskol’nikov dalla società russa, come anche alla sua personalità spaccata e al suo stato emotivo costantemente mutevole.
Sof’ja Semënovna Marmeladova
Sof’ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sonečka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zakharovič Marmeladov, che Raskol’nikov incontra in una bettola all’inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskol’nikov manifesta d’impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell’occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora fortemente religiosa. La sua persona è associata da Dostoevskij al Vangelo, che egli cita nel romanzo solo due volte: in occasione del suo primo colloquio personale con Raskol’nikov e subito dopo il suo colloquio finale e decisivo, sempre con Raskol’nikov, nell’epilogo del romanzo; in altri termini la sua presenza nel romanzo si apre e chiude simbolicamente con il Vangelo.
Raskol’nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente ed a confessare. Raskol’nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un’occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l’amano sinceramente. È anche qui che Raskol’nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.
Altri personaggi:
• Porfirij Petrovič: Giudice istruttore (35 anni) incaricato di risolvere gli assassinî di Raskol’nikov, che, insieme a Sonja, guida Raskol’nikov verso la confessione. Nonostante la mancanza di prove, è sicuro, dopo diverse conversazioni con lui, che Raskol’nikov sia l’omicida, ma gli dà la possibilità di confessare spontaneamente. Da un punto di vista “giallistico” (perché il romanzo si può prestare anche a questo livello di lettura) questo personaggio, ben lontano dall’implacabilità persecutoria del Javert dei Miserabili, ma molto sicuro di sé (certamente più di quanto il suo understatement lascia sospettare) può essere considerato l’archetipo del Tenente Colombo. Usa con abilità diabolica la diversione, la dissimulazione, la sua stessa contraddizione e il sottinteso, e sa porsi all’altezza dell’intelligenza del protagonista.
• Avdotja Romanovna Raskolnikova: sorella di Raskol’nikov, chiamata anche Dunja e, con diminutivo, Dúnečka. Oltre a essere un personaggio di elevato valore morale, è descritta come molto bella. Progetta di sposare il ricco, sebbene moralmente depravato, Lužin per salvare la famiglia dalla miseria finanziaria. È seguita a San Pietroburgo dal turbato Svidrigajlov, che cerca di riguadagnarla con ricatti. Lei respinge entrambi gli uomini a favore del leale amico di Raskol’nikov, Razumikhin. In seguito sposerà Razumikhin, e Svidrigajlov, respinto, si suiciderà.
• Arkadij Ivanovič Svidrigajlov: ricco e villano ex-datore di lavoro e, in quella veste, autore di molestie nei confronti di Avdotja Romanovna. Successivamente pretendente della stessa Dunja e perciò rivale di Lužin. È sospettato di multiple azioni omicide e di pedofilia. Origlia la confessione di Raskol’nikov a Sonja. Con le informazioni così acquisite tormenta sia Dunja sia Raskol’nikov, ma non informa la polizia. Quando Dunja gli dice che non potrebbe mai amarlo (dopo aver tentato di sparargli) la lascia andare e si suicida, sempre nel più profondo amore per Dunja: lo dimostra il fatto che esso scrive su un biglietto la sua scelta di farla finita ordinando di non accusare nessuno (perché l’arma con la quale si spara è di Dunja). Nonostante la sua apparente malevolenza, Svidrigajlov è simile a Raskol’nikov per i suoi casuali atti di carità. Si sobbarca le spese affinché i figli dei Marmeladov entrino in un orfanotrofio (dopo che entrambi i loro genitori sono morti) e lascia i soldi rimanenti alla sua piuttosto giovane fidanzata.
• Marfa Petrovna Svidrigàjlova: moglie di Svidrigajlov, più anziana di questi di cinque anni e più benestante per nascita. È lontanamente parente di Lužin. È indotta da un equivoco a cacciare Dunja dalla sua casa, presso la quale dimora e lavora, credendo che ella, vittima delle molestie di Svidrigajlov, lo provochi invece con il suo comportamento. Ricredendosi, successivamente le chiede scusa e la riabilita agli occhi della comunità. Muore dopo esser stata picchiata dal marito nel corso di un litigio, ma a causa di sincope digestiva. Svidrigajlov riferisce che Marfa Petrovna ha lasciato per testamento 3.000 rubli a Dunja. Racconta inoltre che il fantasma di Marfa Petrovna gli sarebbe comparso tre volte.
• Dmitrij Prokofevič Vrazumichin: chiamato da tutti Razumichin, è il leale, benevolo ed unico amico di Raskol’nikov. Anch’egli è un ex studente. È un ragazzone buono, ingenuo e un po’ timido. Raskol’nikov più volte affida la cura della sua famiglia a Razumikhin, che non viene meno alla sua parola. Aiuta molto anche in tribunale Raskol’nikov alleviando la sua pena che è di soli 8 anni. Alla fine lui e Dunja si sposeranno.
• Katerina Ivanovna Marmeladova: moglie di Semën Marmeladov, malata di tisi e irascibile. Dopo la morte di Marmeladov impazzisce e muore anch’ella poco dopo.
• Semën Zakharovič Marmeladov: ubriacone senza speranza ma affabile, che si compiace del proprio dolore, e padre di Sonja. Nella taverna informa Raskol’nikov della sua situazione familiare e, quando viene investito da una carrozza, Raskol’nikov dà alla sua famiglia ciò che rimane dei suoi soldi (non molto) per aiutare nelle spese funerarie. Marmeladov può essere visto come l’equivalente russo del personaggio di Micawber nel romanzo di Charles Dickens, David Copperfield.
• Pulkherija Aleksandrovna Raskolnikova: madre relativamente ingenua e speranzosa di Raskol’nikov. Lo informa del progetto di sua sorella di sposare Lužin. Ama, e come lei anche la figlia, in modo smisurato il figlio Rodja a tal punto che esso sin dal’inizio del romanzo ne risulta oppresso, incapace di giustificare tale forte sentimento.
• Pëtr Petrovič Lužin: uomo meschino e pieno di sé. Ha 45 anni ed esercita la professione di avvocato, è benestante ed elegante. Ha della moglie l’idea di un’ammiratrice privata e vorrebbe sposare Dunja per sentirsi un benefattore, suo e di sua madre, e con la conseguenza che lei gli sia completamente asservita. È fatto oggetto, sin dal loro primo incontro, della disistima di Raskol’nikov, che peraltro questi aveva già concepito in precedenza, leggendo la presentazione che la madre gliene aveva fatto per lettera. Lužin, offeso, si inasprisce verso di lui. In esito ad un drammatico colloquio, viene cacciato da Dunja e dalla sua famiglia. Dopo aver tentato di incriminare Sonja di furto, parte da San Pietroburgo svergognato. Rappresenta una sorta di credo materialista che trovava espressione, in Russia, nella teoria dell’”egoismo razionale” (Černyševskij).
• Andrej Semënovič Lebezjatnikov: il compagno di stanza radicalmente socialista di Lužin. Questi lo nomina, la prima volta, come suo giovane amico che però poi testimonia il suo tentativo di incriminare Sonja e successivamente lo smaschera.
• Alëna Ivanovna: vecchia, avida e sgradevole usuraia. È l’obiettivo intenzionale di Raskol’nikov per l’omicidio.
• Lizaveta Ivanovna: la semplice, innocente, sorella di Alëna, che arriva in casa della sorella durante l’assassinio ad opera di Raskol’nikov, e viene quindi, subito dopo, uccisa anch’ella. Era merciaia e amica di Sonja.
• Zosimov: benestante amico ventisettenne di Razumichin e dottore alle prime armi, che si prende cura di Raskol’nikov.
• Nastasja Petrovna: serva della padrona di Raskol’nikov e fedele e silenziosa presenza amica per Raskol’nikov.
• Nikodím Fomíč: commissario di quartiere, persona gentile. Conosce Raskol’nikov al commissariato, in occasione di una convocazione di quest’ultimo per una cambiale scaduta e lo rivede per caso a casa di Marmeladov, quando questi era da poco spirato.
• Il’ja Petrovič: un tenente di polizia rozzo e insolente.
• Aleksandr Grigorievič Zamëtov: alto impiegato alla stazione di polizia, corrotto ma amico di Razumichin. Raskol’nikov desta attivamente in Zamëtov sospetti sul suo stesso conto. Ciò lo fa, paradossalmente, spiegandogli come lui, Raskol’nikov, avrebbe agito per dissimulare i suoi stati d’animo e per allontanare da sé i sospetti se avesse compiuto alcuni crimini. Questa scena illustra l’argomentazione della convinzione di Raskol’nikov della sua superiorità come superuomo.
• Nikolaj Dementev: un imbianchino che ammette di essere colpevole del delitto.
• Polina Mikhailovna Marmeladova: figlia di 10 anni di Semën Zakharovič Marmeladov e sorella minore di Sonja, alle volte chiamata Polenka.
Analisi
Il comportamento di Raskol’nikov durante tutto il libro si può anche trovare in altre opere di Dostoevskij, come Memorie dal sottosuolo e I fratelli Karamazov (il suo comportamento è assai analogo a quello di Ivan Karamazov ne I fratelli Karamazov). Crea sofferenza per sé stesso uccidendo la prestatrice di denaro e vivendo in modo indigente. Razumihin si trova nella stessa situazione di Raskol’nikov e vive molto meglio, e quando Razumihin si offre di trovargli un lavoro, Raskol’nikov rifiuta; confessa alla polizia di essere l’assassino, sebbene non ve ne sia evidenza. Cerca costantemente di raggiungere e definire i confini di ciò che può e non può fare (durante tutto il libro misura la sua propria paura, e cerca mentalmente di dissuadersene), e la sua depravazione (con riferimento alla sua irrazionalità e paranoia) è comunemente interpretata come un’affermazione di sé stesso come una coscienza trascendente ed un rifiuto della razionalità e della ragione. Questo è un tema comune nell’esistenzialismo; piuttosto interessante è anche che Friedrich Nietzsche, ne Il crepuscolo degli idoli, elogiò gli scritti di Dostoevskij nonostante il teismo presente in essi: “Dostoevskij, l’unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita, persino più della scoperta di Stendhal”. Walter Kaufmann riteneva che le opere di Dostoevskij fossero state l’ispirazione per La metamorfosi di Franz Kafka. Raskol’nikov crede che solo dopo aver definito la morale e la legge uccidendo qualcuno lui possa essere uno dei migliori, come Napoleone. Nel romanzo infatti le ragioni dell’omicidio sono solo superficialmente economiche. Raskol’nikov lascia la maggior parte dei soldi nella casa della strozzina sua vittima. Le ragioni dell’omicidio vanno dunque ricercate nella morale che giustifica l’affermazione individuale attraverso il diritto sulla vita altrui.
Il romanzo contiene diversi rimandi a storie del Nuovo Testamento, compresa quella di Lazzaro, la cui morte e rinascita sono parallele alla morte e rinascita spirituale di Raskol’nikov; e dell’Apocalisse, rispecchiata in un sogno che Raskol’nikov fa su una piaga asiatica che diventa un’epidemia mondiale. Peraltro il Vangelo è espressamente richiamato nel romanzo solamente due volte: una prima volta, quando il protagonista si fa leggere da Sònja il passo della resurrezione di Lazzaro dall’undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, e una seconda volta, proprio nelle ultime righe del romanzo, quando Raskol’nikov, ormai in penitenziario, si ritrova il Vangelo di Sònja sotto il cuscino ove lo aveva riposto.
Analisi di Pasolini
Pier Paolo Pasolini nella sua analisi di quest’opera sostiene che Raskol’nikov sia vittima di una passione infantile edipica, egli è turbato dall’amore della madre e della sorella, “le cui conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo”. Nel corso dell’opera Raskol’nikov sembra innamorarsi di una giovane ragazza malata di tifo, brutta e smunta; in quest’amore però non trova mai spazio la sessualità. A tutto ciò si aggiungono gli obblighi che il giovane ha verso la propria famiglia che lo mantiene negli studi nella capitale e per cui compie enormi sacrifici. Raskol’nikov si trova così imprigionato in un “incubo kafkiano”, l’unica cosa che può fare è trovare delle giustificazioni e elaborare teorie su quel destino da cui non può sottrarsi. Così un giorno dall’esterno, dall’alto, giunge l’idea di uccidere l’usuraia, rappresentazione della madre: entrambe le donne infatti rappresentano gli obblighi umilianti a cui il protagonista è sottoposto. Inoltre nelle sue azioni si riconosce un piano ben delineato, l’assassino giunge di proposito in ritardo nell’appartamento e lascia la porta aperta per poter così uccidere anche la sorella dell’usuraia, soffocando i due lati dell’amore per lui: quello tenero e quello violento. Tuttavia questa uccisione simbolica rappresenta un fallimento, poiché la famiglia del ragazzo giunge nella capitale come in una sorta di resurrezione, è tutto da ricominciare, ma oramai il protagonista si muove per inerzia, in balia degli eventi, ed intraprende la sua “via crucis” verso la fine. In questo cammino egli incontra Sof’ja “a cui confessa per sadismo la propria colpa”. Tuttavia alla fine del romanzo avviene la morte della madre, apparentemente anagrafica, ma che causa nel protagonista una vera e propria conversione: tutto a un tratto Raskol’nikov si accorge di amare la ragazza, e cessa qualsiasi forma di tortura psicologica che usava sulla ragazza per torturare sé stesso. Secondo Pasolini l’autore oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche (Articolo del superuomo) e a Kafka (Se eliminata la descrizione dell’assassinio il libro diventa un enorme processo), anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud.
Salvezza attraverso la sofferenza
Delitto e castigo illustra il tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza, una caratteristica comune nell’opera di Dostoevskij. Questa è l’idea (precipuamente cristiana) che l’atto del soffrire ha un effetto purificatore sullo spirito umano, che gli rende accessibile la salvezza in Dio. Un personaggio che personifica questo tema è Sof’ja, che mantiene abbastanza fede per guidare e sostenere Raskol’nikov nonostante la sua immensa sofferenza. Benché possa sembrare macabra, è una idea relativamente ottimistica nel regno della morale cristiana. Ad esempio, persino Svidrigailov, in origine malevolo, riesce a compiere atti di carità seguendo la sofferenza indotta dal completo rigetto di Dunja. Dostoevskij si mantiene fedele all’idea che la salvezza è un’opzione possibile per tutti, persino per coloro che hanno peccato gravemente. È il riconoscimento di questo fatto che porta Raskol’nikov alla confessione. Sebbene Dunja non avrebbe mai potuto amare Svidrigailov, Sonja ama Raskol’nikov e esemplifica i tratti dell’ideale perdono cristiano, permettendo a Raskol’nikov di confrontarsi con il suo delitto e di accettare il suo castigo.
Esistenzialismo cristiano
Un’idea centrale dell’esistenzialismo cristiano è la definizione dei limiti morali dell’azione umana entro un mondo governato da Dio. Raskol’nikov esamina i limiti costituiti e decide che un atto manifestamente immorale è giustificabile a condizione che porti a qualcosa di incredibilmente grandioso. Tuttavia, Dostoevskij si dirige contro questo pensiero ambizioso facendo sgretolare e fallire Raskol’nikov nelle conseguenze del suo delitto.
Ricapitolando quindi:
Raskol’nikov principale personaggio di questo romanzo, è un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione… »