Passeggiando un po’ su e giù per Napoli, facendo due chiacchiere con qualche napoletano, ma anche solo respirando l’aria particolare che solo una città magnifica come questa sa regalare, ti accorgi di come qui il calcio sia una religione, un modo di essere e un modo di vedere la vita profondamente radicato nella città e nei suoi cittadini, e di come sia mancata la serie A a questa gente, a questo popolo troppo spesso martoriato ingiustamente dai “potenti” del calcio.
Memorabile fu una scritta, all’epoca dello scudetto strappato al Milan, su di un muro proprio nel cuore della città: “Vammà jut n’Gullit e manc Van Basten” sfottò che ho visto la prima volta da bambino e che non potrò mai dimenticare per la sua schiettezza e ironia, e anche (e forse soprattutto) perché sono tifoso del Milan.
Allora come oggi i napoletani hanno bisogno di trovare qualcuno che li faccia sognare a cui potersi aggrappare per rivivere di nuovo momenti indimenticabili. Quest’anno (e spero ancora per tanti anni ancora) quest’uomo è Ezequiel Ivan Lavezzi, “el Pocho”, “il Fulmine” soprannominato così per la sua esplosiva velocità, 22 anni di Villa Gobernador Galvez in Argentina, e da queste parti si sa che gli argentini sono visti di buon occhio…
Che il suo destino fosse di giocare in Italia lo si era capito già qualche anno fa quando ancora ventenne venne acquistato dal Genoa che poi non potè trattenerlo dato la retrocessione in C che subì a tavolino. Poi quest’estate la folgorazione del Napoli, culla e punto di riferimento per qualsiasi argentino che giochi a calcio, perché qui Diego Armando Maradona ha fatto diventare realtà i sogni della gente comune.
Oggi “el Pocho” può risvegliare entusiasmi per troppi anni sopiti a causa delle disavventure finanziarie del club, e per i gravi problemi sociali che affliggono la città. Senza scomodare paragoni forse oggi ancora eccessivi, Lavezzi sta diventando la scossa per l’orgoglio partenopeo. Scossa, appunto, perché il fulmine produce elettricità, e perché l’elettricista era il mestiere che stava intraprendendo mandando a quel paese il calcio. “Avevo 17 anni, giocavo in un club di Rosario, il Coronel Aguirre, ma non riuscivo a concentrarmi sul calcio. Ero immaturo, non mi riuscivano in campo le cose che volevo fare e così smisi perché non mi divertivo.”
Ma per la sua e la nostra fortuna il procuratore che lo ha scoperto, l’avvocato Edoardo Rosetto, appena seppe la notizia lo contattò e gli fece cambiare idea, fu lui il primo a capire che il suo futuro era su un campo da calcio. ”Andai a vivere a Buenos Aires, giocando nell’Estudiantes in Seconda Divisione. Ritrovai la voglia di lottare. Se oggi sono qui lo devo a Rosetto: per me è più di un procuratore.”
Oggi a 22 anni Napoli conosce un giocatore più maturo e soprattutto un uomo diverso, “Si,questa città mi piace. Ha una vivacità incredibile, un ritmo simile a Buenos Aires. La prima volta che ho fatto un giro per il centro si è quasi bloccato il traffico. L’entusiasmo dei napoletani è travolgente. Per qualcuno può risultare scioccante, invece io mi sento uno di loro. Mi esalta vederli felici, regalare loro delle emozioni.”
Ormai negli ultimi anni in Argentina chiunque diventa calciatore viene paragonato a Diego, viene eletto suo successore, ma Lavezzi non ne vuol proprio sentir parlare. Colpisce il modo di rialzarsi subito dopo il fallo, cercando la giocata e senza mai lamentarsi (in questo somiglia al Pibe de Oro).
Certo è che un giocatore così non può fare altro che bene alla nostra serie A, un giocatore di classe, elegante e velocissimo, sempre pronto a lottare e a non mollare mai.
Lui ha detto di voler restare in questa società ancora per molto tempo e che fra un paio di anni questa squadra non avrà nulla da invidiare a nessuna altra squadra e potrà lottare per traguardi importanti. Le “grandi” sono avvertite, fate a attenzione a “el Pocho” Lavezzi, il fulmine nel cielo di Napoli.
Luca Cacciapuoti
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