Una volta i giornali e la radio erano i mezzi attraverso i quali i lettori e gli ascoltatori, condizionati dal linguaggio dei mass media, imparavano a “costruire” in modo corretto le frasi e ad usare con proprietà le parole della lingua italiana.

Basta soffermarsi con un pò d’attenzione sulle pagine di quotidiani e periodici per constatare che, oggi, la loro funzione di “insegnante” è praticamente inesistente. Per non parlare di radio e televisione!

E’ vero che la lingua italiana, come del resto tutte le lingue del mondo, è in continua trasformazione. Ma questo vale solo per l’introduzione di nuovi termini, in conseguenza dei progressi scientifici e tecnologici e per la sostituzione di parole “vecchie” con parole “nuove” (è il caso della lira sostituita con euro per indicare la moneta a corso legale) ma non per le regole di grammatica o di sintassi.

Col pretesto della “trasformazione”, che è naturale e inevitabile, la lingua italiana scritta e parlata (specie nel giornalismo) viene continuamente corrotta con l’uso di luoghi comuni, frasi fatte e parole che non le appartengono.

E’ un continuo ricorrere in modo incondizionato a frasi come “massimi sistemi”, “anfratti reconditi”, “uscire dal seminato”, “il dado è tratto”, “assolutamente sì”, “assolutamente no”, “il condizionale è d’obbligo”, “operazione su vasta scala”, “essere un sepolcro imbiancato”, ecc. che sono tutte delle formule convenzionali, appunto luoghi comuni, con le quali si tende ad indicare banalmente, abusando in mancanza di originalità, una determinata situazione.

Il loro uso, o meglio abuso, è indice di ostentato conformismo in quanto utilizzando una “formula” fissa e precisa ripetuta in situazioni diverse, si fonda la sua espressività su un rapporto di pura convenzione, così come la spasmodica ricerca di sinonimi: “precipitazione” al posto di temporale, “candido mantello” al posto di neve, ecc.

C’è poi l’uso delle parole derivate da altre lingue, entrate ormai nell’uso comune, come: “defilè” per sfilata, “menù” per lista, “bouquet” per mazzo di fiori, “tunnel” per galleria, “boxe” per pugilato, “killer” per sicario ecc. Una volta l’uso di queste parole era considerato un barbarismo, indice di poca dimestichezza con l’italiano. Ed ancora oggi è forse oppotuno ribadire che solo quando le parole usate sono quelle “proprie” il discorso diviene chiaro e facilmente comprensibile.

Non bisogna dimenticare, dice Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri, che esiste un “galateo dell’italiano, una sorta di grammatica della cortesia delle parole” che considera l’uso dei luoghi comuni, delle frasi fatte e dei termini stranieri nel linguaggio scritto e parlato, un modo per renderlo colorito rivelando, spesso, pigrizia mentale se non addirittura ignoranza.

Tilde Maisto

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