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Quest’anno, dopo ben 33 anni di astinenza, il MotoGP, ossia la massima competizione mondiale di corse motociclistiche, è stato vinto da una moto progettata e costruita interamente in Italia, un marchio che con gli anni è divenuto simbolo di potenza ed eleganza in ogni parte del mondo, amata, quasi adorata negli Stati Uniti: la Ducati. L’ultima moto a riuscirci con colori italiani fu la MV Augusta. La “Rossa” in Superbike è da anni al top grazie anche ad un campione di nome Troy Bayliss, ma in MotoGP non andava proprio, almeno fino ad ora.

Le motociclette Ducati sono da sempre conosciute in tutto il mondo per le loro prestazioni e design di chiara impronta italiana. E pensare che questa azienda, che nacque nel 1926 per volontà dell’ingegnere Antonio Cavalieri Ducati, era inizialmente specializzata nella ricerca e nella produzione di tecnologie di comunicazioni radio. La produzione di moto iniziò soltanto nel 1946, grazie ai figli dell’ingegnere Ducati, come branca dell’azienda con la produzione del Cucciolo, un motore monocilindrico da applicare ad una normale bicicletta, progettato dalla SIATA di Torino e venduto in tutto il mondo in oltre 250.000 unità.

Quest’anno ha trovato un grandissimo pilota, di appena 21 anni, l’australiano Casey Stoner, che ha sorpreso tutti vincendo, anzi stravincendo il mondiale mettendo dietro di se un certo Valentino Rossi. Lo stesso pilota pesarese all’indomani del Gran Premio del Giappone a Motegi, dove Stoner si è aritmeticamente aggiudicato il mondiale piloti, ha dichiarato che il suo giovane rivale australiano ha meritato alla grande di vincere il mondiale, cosa che non gli era riuscito a far dire neanche Hayden l’anno scorso che più per fortuna che per bravura vinse il titolo con la Honda (e quest’anno si è visto chiaramente quest’anno). Stoner su 16 GP, disputati fino ad ora, ne ha vinti 9, andando ben 13 volte sul podio, praticamente sempre. Un pilota che negli anni passati era conosciuto più per le sue cadute che per le sue vittorie, tanto che gli era stato affibbiato il simpatico nomignolo di “Rolling Stoner“ e da essere stato quotato all’inizio del mondiale 25 a 1 per la vittoria finale. Alla fine si sono dovuti ricredere tutti (o quasi) e da “Rolling Stoner” si è passati a “Storming Stoner”, una tempesta che si è abbattuta sul MotoGP. Io in verità fin dai primi Gran Premi ho avuto subito la sensazione che il ragazzo avesse molta molta “fame” e che Valentino avrebbe trovato in lui un avversario ostico, che alla fine non è riuscito a battere. Negli ultimi due anni Vale, secondo il mio modesto giudizio, ha trovato più di una scusa per giustificare le sue prestazioni altalenanti, da “dottore” a semplice comprimario, per non dire a chiare lettere di essere, giustamente, appagato da tanti anni di vittorie e di spettacoli.

Stoner ha strameritato per tanti motivi. La Desmosedici è uno di questi (e rende grande onore alla tecnologia italiana) ma sarebbe ingeneroso non apprezzare molti altri pregi di Casey: l’ottimo rapporto coi tecnici Ducati, diventata per lui come una famiglia; la sicurezza dei suoi mezzi, la bravura nei settaggi nell’intero fine settimana, la costanza di rendimento, la grande sportività nei confronti degli avversai. Ma soprattutto Stoner ha spiazzato tutti nei confronti “corpo a corpo” con Vale. Fino ad ora chiunque aveva sfidato Rossi ne era uscito ridimensionato, era imbattibile nei finali di gara, specie nella tremenda capacità di mettere pressione al rivale di turno, ma non Stoner, che è stato a dir poco grande in tre occasioni, in Qatar, Cina e Montmelò dove lui e Vale hanno regalato momenti di grande spettacolo. Tre capolavori che qualcuno ha interpretato come un passaggio di consegne.

Il papà della Desmosedici campione del mondo è l’ingegnere Filippo Preziosi, direttore generale della Ducati Corse, ma lui preferisce Direttore Tecnico, tetraplegico per un incidente in Algeria: su una moto.

L’ingegnere Preziosi a dispetto di questo tragico agguato del destino avvenuto nel 2000, non si è mai arreso e ha dimostrato quanto può essere immenso l’uso di un solo dito e quanto sia importante la forza d’animo per raggiungere risultati e soddisfazioni indescrivibili.

“La Superbike è stata la nostra palestra. E’ in quell’ambito che siamo cresciuti e ci siamo presi grandi soddisfazioni. Poi nel 2000 si aprì il capitolo affascinante della MotoGP che avrebbe debuttato due anni dopo, ma già si conoscevano i regolamenti”.

“Per una piccola azienda come la nostra battere colossi giapponesi come Honda, Yamaha, Suzuki e Kawasaki è un grande risultato soprattutto in una competizione dove la tecnologia è determinante. E’ un segnale storico. Erano 33 anni che l’Italia non portava a casa questo risultato. Sulla carta sembrava impossibile e invece c’è l’abbiamo fatta”.

Queste le parole dell’ingegnere dopo le vittorie nel mondiale piloti e nel costruttori. Di lui il direttore generale Claudio Domenicalli ha detto: “credo che Filippo unisca il sacro fuoco per le due ruote, il lavoro ben fatto e una brillantezza intellettuale splendida – ha continuato poi il direttore dicendo – il campionato si gioca con il massimo della tecnologia e un risultato tutto italiano, con tecnici italiani, è orgoglio per l’Italia bistrattata”.

Finalmente dopo tanti anni i giapponesi sono dietro di noi in questa disciplina, e spero con tutto il cuore che ci rimarranno ancora per molto, molto, molto tempo. Un mio sogno sarebbe vedere Valentino Rossi in sella ad una Ducati… beh si, per me questo sarebbe veramente il massimo…

Luca Cacciapuoti

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