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“Me lo hanno ucciso. Nessuno conosceva Marco come me. So quello che dico e spenderò tutti i soldi che ci ha lasciato per arrivare alla verità”. Mamma Tonina Pantani scatta come Marco scattava in montagna. Un attacco, poi un altro, poi un altro ancora. Ora è più ferma più rilassata, meno disperata. Sono passati 3 anni e 8 mesi dalla morte del Pirata, quando venne trovato morto nella camera D5 al Residence Le Rose di Rimini. Il processo si avvia aduna conclusione con un manipolo di spacciatori che stanno per essere condannati per omicidio colposo, come venditori delle ultime dosi.

Sullo sfondo c’è la tesi del pm ch parla di overdose di cocaina, e dell’autopsia che parla di suicidio involontario. In sostanza Pantani avrebbe assunto così tanta cocaina che gli sarebbe scoppiato il cuore. Non era sua intenzione togliersi la vita, ma così è andata. Gli hanno trovato cocaina nello stomaco e nella bocca, come se avesse passato gli ultimi istanti mangiando quella polvere bianca alla quale si era aggrappato in un lungo periodo di depressione.

Un libro uscito pochi giorni fa in Francia riapre il caso e dà valore alla tesi di mamma Tonina. Philippe Brunel, giornalista dell’equipe e amico di Pantani, ha lavorato per tre anni a “Vita e morte di Marco Pantani”, un libro inchiesta che sarà pubblicato anche in Italia. Brunel ricostruisce nei dettagli gli ultimi mesi, gli ultimi giorni e le ultime ore di Marco. E scopre alcuni dettagli che sono stati sottovalutati dall’inchiesta. Il libro pone alcune domande che meriterebbero risposte più approfondite.

“Io lo dico fin dal primo giorno e sono sempre stata trattata come una pazza. Marco è stato ucciso e l’inchiesta deve essere riaperta. Ma non a Rimini. Ho passato l’intera estate a leggere gli atti del processo e sono sempre più sicura che è stato un omicidio. Marco dava fastidio a qualcuno”. Tonina sta conducendo da mesi una sua indagine personale ricostruendo tutto quello che non quadra. “Intanto sono convinta che Marco sia morto tra le 11:30 e le 12:00. Non tra le 14:00 e le 17:00 come hanno sostenuto. E nella sua camera c’era qualcuno. Ha chiesto aiuto più volte. Ci sono le telefonate che ha fatto alla reception dell’albergo dalle 8:30 alle 10:00. Nell’ultima diceva: “chiamate i carabinieri, chiamate i carabinieri che qui ci sono persone che mi danno fastidio”. Mio figlio stava morendo e nessuno è intervenuto. Io credo che ci siano gli estremi per l’omissione di soccorso. E prima dell’intervento della polizia c’è un buco di ore, di tante ore nelle quali , in quella camera, è successo di tutto”.

Il libro di Philippe Brunel e così le testimonianze in tribunale sottolineano versioni diverse. “Il portiere dell’albergo ha detto che, quando è entrato, la camera era a posto. C’era soltanto un attaccapanni caduto. Chi ha fatto tutti i danni alla stanza? Nel filmato della polizia c’è un casino totale. Marco non può essere stato perché le sue mani non presentavano nemmeno un graffio”. C’erano invece segni sospetti sul corpo. “Marco aveva a faccia graffiata e un segno molto visibile dietro l’orecchio sinistro. Qualcuno può averlo costretto a mangiare droga. Accanto alla bocca e sotto il suo corpo c’era mollica di pane mista a cocaina. Qualcuno deve averla preparata. E quelle tracce di cibo cinese, che nessuno ha mai ordinato e Marco non ha mai mangiato in vita sua?”.

Mamma Tonina è convinta che, in quei giorni, più di una persona sia entrata nella camera D5. “Altro che uno solo, come dicevano all’inizio. Qualcuno deve essere venuto anche da Milano, perché Marco era arrivato a Rimini con uno zainetto e una sola giacca. Mentre la polizia ha restituito una borsa con tre giacconi. Almeno due di quelli erano a Milano e qualcuno deve averglieli portati. Chi? Perché?”.

Ma quale sarebbe il movente? Perché lo avrebbero ucciso? “C’è la frase del capo degli spacciatori ad uno dei galoppini che gli portavano la coca, che dice:”Adesso dobbiamo risolvere il problema Pantani…”. Marco era un personaggio troppo noto e forse dava fastidio a qualcuno. E poi c’è il mondo del ciclismo che non lo amava e non voleva che tornasse a correre. Sapere quello che è successo davvero è diventata la ragione della mia esistenza. Voglio sapere chi c’era con lui e perché Marco è morto. Io non lo lascerò solo”.

Ora gli spacciatori Miradossa e Veneruso hanno patteggiato, Carlino e la modella russa Korovina si dicono innocenti, ma rischiano fino a 12 anni. La sentenza il 21 dicembre 2007.

Luca Cacciapuoti

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