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Non c’è dolore più grande, tristezza più immensa, sconforto più tetro che a una madre è dato provare che perdere un figlio, il proprio bambino. Oggi, per la ricorrenza dei Morti, vorrei rivolgere un pensiero particolare a due carissime signore, due mamme che in un attimo per loro infinito hanno perso il proprio figlio. Lutto incancellabile dal volto, dal cuore e dall’anima di due persone che io ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere bene. Colgo l’occasione anzi, per scusarmi con loro per non essere stato più presente, più vicino. Non pensate neanche per un attimo che io l’abbia fatto perché non vi voglia bene o perché non mi piaccia la vostra compagnia, assolutamente neanche per un istante. Purtroppo il dolore è ancora troppo grande per me, non riesco proprio ad entrare in quelle case dove voi mi avete fatto sentire sempre il benvenuto e mi avete sempre trattato come se fossi anch’io un vostro figlio, purtroppo non ci riesco più e non so se ci riuscirò ancora. Troppi pensieri, troppi ricordi, mi assalgono appena metto piede dentro quelle quattro mura dove prima vivevano Attilio e Federico.
Ne abbiamo combinate di tutti i colori insieme… Quante ne abbiamo fatte… Quante ne abbiamo passate… Sembra ieri quando stavamo seduti insieme davanti al bar appena dopo finito di mangiare, quando cerchi un po’ di pace e di silenzio per rilassarti, e puntualmente arriva qualcuno a rompere. Io, Federico e Attilio adoravamo quei momenti, ed ogni giorno che passa senza di loro, senza più quelle piccole emozioni, quei piccoli episodi quotidiani, capisco sempre più di quanto siano stati importanti per me. Non credo che riuscirò più a trovare persone speciali come loro, con cui non c’era bisogno neanche di parlare, bastava uno sguardo per capire cosa uno stesse pensando.
Amici miei, avete lasciato una ferita nel mio cuore che non si rimarginerà mai, mi fa ridere il solo pensiero che potrei dimenticarvi, è impossibile per me dimenticare ciò che avete rappresentato per me e per tutta la gente del paese. Ragazzi eccezionali, simpatici, disponibili, non si sono mai tirati indietro quando c’era bisogno di loro, e questo io non potrò mai dimenticarlo.
Certo abbiamo avuto anche noi dei litigi, delle discussioni, che però penso ci siano e ci saranno sempre in ogni famiglia. Forse litigi non è neanche la parola adatta. Erano discussioni animate, chiamiamole così.
Quante cose sono cambiate da quando non ci siete più…
Ricordo con piacere la nostra prima vacanza insieme, io avevo 17 anni e voi 18 e 19. Andammo a Fabriano a casa di Mario, il fratello di Federico, che in quel momento era in vacanza anche lui e ci aveva “gentilmente” lasciato casa sua per una settimana. La sera ci spostavamo in treno fino a Riccione, che per noi a quell’età era come la terra promessa. Non vedevamo l’ora di partire, i preparativi iniziarono quindici giorni prima della partenza. Ricordo ancora le parole di papà prima di avviarmi a prendere il treno: “Mi raccomando divertitevi e non fatevi male, Federico tu sei il più grande mi raccomando a Luca, fate i bravi”. Non facemmo esattamente “i bravi”, ma a divertirci ci divertimmo come mai fino ad allora. E’ proprio in quei momenti che l’amicizia con le persone si solidifica e si rafforza, si passano momenti indimenticabili, da raccontare quando si sta tutti insieme in allegria. Momenti che mai avrei pensato potessero essere stroncati così prematuramente.
Non riesco a dimenticare quella mattina del 22 luglio 2005, alle sette, quando mi chiamò Attilio per dirmi che Federico… era morto. Pensavo, anzi ora mi accorgo che SPERAVO, che fosse uno scherzo, che mi volesse prendere in giro. Ma non era così. Mi precipitai a casa sua ma, prima di andare lì, passai davanti casa di Federico e vidi tutta la gente che stava là fuori, che piangeva, con le facce allibite di fronte ad una morte che fino ad allora io non credevo neanche che esistesse. Ischemia cerebrale. Provate a cercare un po’ su internet cosa significhi, io non ho la forza di descriverlo.
Ricordo nitidamente quando arrivò quella dannata bara bianca con dentro il mio amico, a lui almeno riuscì a vederlo per un’ultima volta.
Furono giorni terribili per me e tutti gli altri, giorni che non passavano mai, giorni sempre più brutti, pieni di angoscia e di dolore.
Io ed Attilio ci avvicinammo ancora di più, diventammo una persona sola, stavamo sempre insieme, ci facevamo forza l’uno con l’altro, provavamo a darci una spiegazione a quello che aveva sconvolto la nostra vita, ma non riuscivamo a trovare una risposta. Perché proprio a lui? Che aveva fatto di male per morire così, in un attimo, a ventiquattro anni? Perché proprio lui?
Pensammo di aprire un club Napoli in suo onore, ma col senno di poi ho capito che tante cose non andavano fatte come le stavamo facendo noi. E onestamente ora non lo rifarei.
Le cose però per me ed Attilio iniziarono ad andare meglio, il ricordo di Federico era sempre fervido dentro di noi, ma ce ne stavamo piano piano facendo una ragione. Erano passati appena otto mesi, era da poco passato carnevale quando successe ciò che mai e poi mai avrei pensato. Per l’esattezza era il 4 marzo 2006 quando se ne andò anche Attilio con un drammatico incidente di cui non ho mai voluto sapere i particolari. So solo che morì, e che la mia vita cambiò di nuovo radicalmente, in negativo.
La stessa notte che morì, Attilio mi venne a trovare nel sonno, proprio la notte stessa, lo ricordo come se fosse adesso. Venne da tutti noi che stavamo cercando di issare un pacco grande e pesante su per una scala. Venne e disse: “dobbiamo restare uniti, dobbiamo tirare tutti insieme altrimenti non ce la faremo mai”. Solo ora ho capito cosa davvero volevi dirmi Attilio. E mi dispiace di non essere riuscito a seguire il tuo consiglio.
Quando vidi la sua bara bianca, chiusa, scoppiai a piangere come un bambino, se in quel momento qualcuno mi avesse dato una pugnalata nello stomaco sarebbe stato molto meno doloroso. Quelli sono momenti che non dimentico, pur volendo non posso proprio. Gli occhi si riempiono ancora di lacrime se ci ripenso, se penso a quei giorni tristi e incancellabili dalla mia memoria.
Fu tremendo il seguito. Ogni messa commemorativa, ogni volta che andavo al cimitero erano lacrime e rabbia per me. Ho sempre pensato che le messe commemorative facessero solo male ai familiari e a tutta la gente che li teneva a cuore. Tenere sempre vivo il ricordo della morte di una giovane vita a te cara non sempre è la soluzione giusta. Poi un giorno una mia cara amica a cui purtroppo è venuto a mancare il fratello, mi fece capire che se si celebrano queste messe è solo per aiutare loro che non ci sono più, per aiutare le loro anime a trovare la via, per farli riposare in pace.
Da allora sono passati due anni, ma a me è parsa un’eternità. Ogni giorno che passa senza di voi è sempre più lungo, sempre più nero. Pensavo che il tempo alleviasse il dolore, ma purtroppo mi sono dovuto ricredere.
Poi, piano piano, ho capito una cosa: non importa tentare di non pensarci, di evitare di parlarne, loro sono e saranno sempre con me e con chiunque li abbia voluti bene, se è andata così vuol dire che forse il Signore aveva bisogno di due Angeli, che loro non erano fatti per stare in questo mondo malato.
Mi spiace se vi ho annoiato per cinque minuti, quando apro il cuore e inizio a scrivere non mi rendo conto che delle volte divento un po’ “palloso”. Volevo solo concludere dicendo che tutti, durante il corso della vita, hanno perso delle persone care, per me Attilio e Federico lo erano e lo saranno per sempre.
Riposate in pace amici miei.
SEMPRE NEI NOSTRI CUORI, RICC PER SEMPRE.

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