Il 4 Novembre è un giorno importante per la storia d’Italia: si celebra in questa data l’armistizio che nel 1918 pose fine alle ostilità tra l’Italia e l’Austria - Ungheria, concluse sul campo con la vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto. Una vittoria frutto della dedizione, del sacrificio e dell’unità del popolo italiano. Una vittoria che costò la vita a circa 689.000 italiani, mentre circa 1.000.000 furono i mutilati ed i feriti: cifre che devono far riflettere, numeri da ricordare.

In occasione di questa ricorrenza, c’è un’interessante e curiosa notizia, che ho trovato vagando sul web, e che desidero riportare:  

Il mulo con la penna nera

“Tre volte cadde sulla mulattiera, poi la mitraglia al suolo l’inchiodò; nell’occhio spento c’era una preghiera il conducente in pianto lo baciò”.

Umile e generoso, forte e instancabile lavoratore, coraggioso, a cadere a terra è un mulo, uno dei tanti muli che trovarono la morte nel corso della Prima Guerra Mondiale. A baciarlo è un Alpino, di cui quel mulo fu fedele compagno d’armi. Insieme avevano percorso sentieri impervi, condivisero silenziosamente fatiche e rischi, sopportarono con pazienza durissime privazioni. Insieme si erano sacrificati per la Patria.

Nel corso del primo conflitto mondiale si creò l’indissolubile connubio dei muli con i militari e soprattutto con il servizio di artiglieria alpina. Da quel momento, “tutte le campagne del nostro esercito, fino agli anni 40, sono state illuminate da geneosa, ininterrotta dedizione di questi quadrupedi dalle lunghe orecchie, votati a servizi durissimi, fedeli alla consegna anche quando le sorti erano in sfavore obbligandoli ad ogni sorta di rinunce”.

Durante la Grande Guerra il mulo rappresentò l’unico mezzo di trasporto attraverso i difficili sentieri alpini, che non a caso continuano ad essere chiamati “mulattiere”. Autentico mezzo da combattimento, il mulo fu fondamentale per trasportare le armi e rifornire i reparti logistici in alta montagna. L’ultimo censimento ne dava presenti, durante la Prima Guerra Mondiale, ben 520.000. Gala, Grata, Goro, Follonica, Gina, Dro, Lara, Gisella: questi i nomi che più comunemente gli alpini attribuirono a questi compagni d’avventura e di fatica.

Tra tutti i muli soldato resterà nel mito Zibibbo, campione di longevità. Reduce della campagna di Russia, questo mulo ha vissuto per ben 36 anni. In tanti non conosceranno la sua storia, i più lo avranno dimendicato ” nella gloria della vittoria “,  ma per gli alipini resterà per sempre un eroe,  contro tutti i luoghi comuni che hanno ad oggetto il mulo, coniderato un simbolo di cocciuttaggine stupidità.

E contro tutti i luoghi comuni, adesso che è ormai uscito di scena - sostituito da mezzi meccanici - a noi il mulo piace ricordarlo così, con le parole di una preghiera del mulo al suo compagno alpino, la “Preghiera del mulo al suo conducente”…

“Non ridere, o mio conducente, ma ascolta questa mia preghiera: accarezzami spesso e parlami, imparerò così a conoscere la tua voce, ti vorrò bene e lavorerò più tranquillo. Sii sempre buono, comprensivo e paziente, pensando che anche noi muli siamo di carne ed ossa. E ricorda anche che migliaia di miei fratelli, per portare ai reparti armi e munizioni, viveri e mezzi, sono morti straziati dai proiettili e dalle bombe, travolti dalla tormenta o dalle valanghe, annegati nei torrenti e nel fango, esauriti dalle fatiche, dalla sete, dalla fame e dal gelo. Ricordati, mio caro conducente, che come tu hai bisogno di me io non posso fare a meno di te. Dobbiamo quindi scambievolmente conocerci, comprenderci, e volerci bene per formare una coppia perfetta. Ricordati, mio caro conducente, che come tu hai bisogno di me io non posso fare a meno di te”.

Tilde Maisto

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