Di Natàlia Castaldi:

Un senso

non senti il mio pianto
in questa notte d’assenza
in cui la distanza non è materiale
ma silenzio
incomunicazione
e non vedi le mie lacrime
e forse non ti importa

e forse sono solo io
a suonare questa danza
a rigirarmi su me stessa
arrovellando le mie viscere
dietro una chimera
e allora mi chiedo
se lottare ancora
se le mie unghie
hanno ancora forza per scavare
scavare
in questo terreno di neri ricordi
di grigia esistenza
di scartoffie di altri da leggere,
tradurre, interpretare
dando loro senso …
e sono io che non ho più senso.

La bella poesia di Natàlia Castaldi, ci offre lo spunto per parlare della “Comunicazione”, un argomento interessantissimo su cui si sono espressi i migliori filosofi e sociologi, ma che offre sempre nuovi spunti per parlarne e farne argomento di conversazione.

Innanzitutto quando parliamo con qualcuno, la prima cosa da fare è spedire il messaggio nella porta giusta. I cinque sensi sono le nostre finestre sul mondo: la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto sono le vie d’ingresso degli stimoli che riceviamo dal mondo esterno. Con i sensi si percepiscono immagini, suoni, sensazioni, sapori e odori che, passano per i canali sensoriali, contribuiscono a costruire la nostra rappresentazione interna soggettiva della realtà esterna.

Ma ora facciamoci una domanda: a chi dobbiamo attribuire la responsabilità del comunicare? Ebbene, credo proprio a noi stessi se partiamo dal presupposto che “Il significato di una comunicazione è la risposta che riceviamo”.
Quante volte ci è capitato di sentire qualcuno che diceva: “Ho parlato con lui, ma proprio non capisce. Gli ho ripetuto il concetto in tutte le salse, ma non ci sente da quell’orecchio!”(si tratta dello stesso messaggio che percepisco nella bollessima poesia sopra riportata). Ma entrando nel pratico, questo è il classico esempio di un messaggio che è caduto nel vuoto dell’incomunicabilità.

Ed allora dov’è finito il messaggio che non è arrivato a destinazione? Se la risposta della persona che vogliamo informare o convincere è assente oppure è diversa da quella che attendiamo, il significato della comunicazione è uguale a O. Però, attenzione! Siamo noi i primi responsabili dell’esito delle nostre parole. Addossare agli altri l’accusa di “non aver capito” è una una grandissima fandonia, in quanto la responsabilità è nelle nostre mani, e possiamo dirci fortunati perchè possiamo procurarci tutti gli strumenti necessari per chiarire il nostro messaggio e per renderlo più efficace.

Il primo passo da fare è indossare i panni dell’altro: guardiamo i suoi occhi ed il suo corpo per capire quello che si aspetta da noi. A questo punto se siamo stati capaci di “vestirci” con il modo di essere dell’altro, allora smetteremo di dire che “non ha capito”.

La capacità di ascolto e di scelta della strada giusta non sono abilità magiche. Lo diventano se si impara ad usarle bene, con l’esercizio e con l’umiltà nel riconoscere anche la propria responsabilità in una comunicazione che non ha funzionato.

Molto importante è anche precisare che quando si parla di “Comunicazione”, si pensa sempre che la cosa più importante sia sapersi esprimere. Ma non è così. L’arte più sottile e preziosa è sapere ascoltare. Ascoltare è una vera e propria forma di comunicazione, anche se apparentemente non è un dialogo.

Naturalmente “ascoltare” non significa usare solo l’udito; ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni. Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse. Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato, ma confuso “IO”. Passano tutta la vita a coltivare un “sè” immaginario, che cercano di imporre al prossimo. Il problema è che spesso ci riescono, perchè c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accordarsi a qualcun altro; e chi parla più forte ha ragione, anche se non sa quello che sta dicendo.

Il risultato è che si può coesistere, perfino convivere, senza mai capirsi o avere alcuna vera comunicazione.

Tilde Maisto

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