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Riflessioni su un articolo online.

Sull’onda del mio intervento “Pinocchio in Tribunale?” mi è venuta l’idea di proporre ai lettori di “Cancello ed Arnone News” una discussione su una questione che riguarda i giovani d’oggi e che mi sembra pertinente.

Mesi fa, a febbraio precisamente, mi ha colpito un articolo di un giornale online della Valtellina molto seguito, TELLUS folio. L’argomento riguardava la gioventù d’oggi sotto il preoccupato mirino di una valente scrittrice, che è l’autrice e si chiama Adele Desideri. Il titolo relativo, «È tutta colpa di Peter Pan» (che non è col punto di domanda a differenza del titolo che ho posto a questo mio scritto, ma poi si comprenderà perché), fa capire subito il nesso con il genere di gioventù così com’è qui rappresentato.

Tutti conoscono la favola di Peter Pan, svincolato dalla realtà pratica della vita: ecco, allo stesso modo è vista gran parte dei giovani d’oggi dalla Desideri. Come una assurda realtà esistenziale fuori dal tempo. Non tutta per fortuna (è un modo di dire, ma è per merito di molti bravi giovani)!

Il tema in proposizione potrebbe limitarsi al solo articolo per far nascere delle riflessioni fra i lettori, ma mette sulla strada il suo seguito attraverso vari interventi a commento, uno dei quali è il mio. Ma c’è di più, perché il direttore di TELLUS Folio, il prof. Claudio di Scalzo mio buon amico, dando valenza al mio commento, ha ritenuto di riproporlo come successivo post.

Si potrà leggere verso la fine una breve trattazione tecnica concernente il termine “neuroni-specchio” che compare nella fase dei commenti suddetti.

Intanto ecco di seguito l’articolo di Adele Desideri:

Adele desideri. È tutta colpa di Peter Pan

12 Febbraio 2008

Soffrono ma non sanno perché. Sono impulsivi e sconsiderati. Si mettono nei pasticci e poi non sono capaci di districarsene. Sono sempre di fretta eppure impiegano gran parte del tempo in cose futili. O se ne stanno chiusi nelle camerette, l’iPod attaccato all’orecchio, sprofondati in un mondo tutto loro. Sono nervosi, irascibili, a volte aggressivi. Poi improvvisamente diventano affettuosi e teneri come quando erano bambini. Sono belli, odorano di ormoni freschi. Sono un meraviglioso enigma, gli adolescenti.

È difficile descriverli. È difficile, soprattutto, capire se e quando funzionano. Se stanno crescendo bene, oppure se procedono in picchiata verso il punto zero. Il punto del non ritorno, quello in cui il male fatto a se stessi e agli altri può essere irrimediabile.

Quando devono valutare un’azione, un avvenimento, una scelta, dicono: “Dipende, per me è così, ma dipende… Ognuno decide come vuole, prof.”. Si chiama, questo modo di pensare, relativismo. Loro non lo sanno. Può essere stimolante, ma può anche generare molte confusioni e tanti errori sul piano etico.

Decidono, molto spesso, in base a sei criteri fondamentali: l’utilità, il successo, il danaro, il piacere, l’amicizia e l’amore. Sono contraddittori, paurosamente cinici e meravigliosamente idealisti.

È raro che si interessino alle questioni politiche e religiose. Preferiscono il gossip e i fatti di cronaca nera. Dicono di non essere razzisti. Basta che gli extracomunitari, che magari sono seduti nel banco accanto a loro, non vengano a rubare il posto di lavoro agli italiani. Oppure, se sono ragazzi appartenenti a famiglie di ceto elevato: “Certo, è giusto che africani, filippini, peruviani arrivino in Italia, prof.! C’è sempre bisogno di badanti e cameriere”.

Alla domenica vanno allo stadio, alcuni magari “per fare un po’ di casino”. Quasi tutti sono iscritti ai corsi di danza, o di karatè, judo, pallavolo, oppure in una squadra di calcio, sperando magari di diventare dei futuri Maradona. Poi, al pomeriggio, alla sera, tutti in gruppo, presso la panchina del parchetto sotto casa o, se sono più grandicelli, al pub e poi in discoteca. Ed è facile che il gruppo sia di ragazzi come loro: stessa estrazione sociale, culturale, etnica.

Stanno incollati per ore alla televisione, di solito non seguono i programmi culturali (come, per esempio, L’infedele o La storia siamo noi) e sono invece informatissimi sull’Isola dei famosi, Il grande fratello, Bulli e pupe o Uomini e donne. Restano incantati, come quando erano bambini, davanti agli spot pubblicitari. Seguono una moda ben precisa: pancia scoperta per le ragazze, cintura dei pantaloni sul basso ventre per tutti e vestiti firmati se i genitori pagano. Un look che li fa sentire à la page. Un look che presuppone donne magrissime e uomini muscolosi eppure al tempo stesso anche un po’ femminili.

Molte ragazze, allora, saltano regolarmente la colazione ed il pasto di mezzogiorno, approfittando dell’assenza dei genitori che nel frattempo sono a lavorare. Parecchi ragazzi, invece, si sottopongono ad esercizi fisici estenuanti pur di ottenere i tanto desiderati bicipiti modello Big Jim. Poi si vestono con maglioncini di stoffa sottilissima, dai colori tenui. Sembrano un po’ degli efebi. E così piacciono molto alle loro compagne.

Chi non si adegua si sente diverso: “È uno sfigato!”, dicono gli altri.

Ma ci sono anche quelli che il pomeriggio fanno teatro, quelli che vanno in manifestazione perché hanno in mente un motivo preciso per cui protestare. Quelli che leggono i giornali e criticano gli aspetti negativi della globalizzazione. Quelli che hanno una fede religiosa e cercano di metterla in pratica. Quelli che fanno gli scout, i corsi alla Croce Rossa, i volontari nei centri per anziani o nei ricoveri per i clochard.

Quelli che studiano con diligenza e che puntano ad affermarsi nella realtà lavorativa. Quelli che vogliono costruire un mondo più giusto. Il loro mondo, nel quale ameranno, faranno figli, soffriranno e gioiranno.

Eppure sono tutti belli. Sono belli quando fanno chiasso, quando si arrabbiano, quando piangono, quando non capiscono cosa c’è in loro che non va, cos’è che li fa stare così male. Belli e ipercinetici. Simpatici e maleducati. Generosi e individualisti. Tenerissimi e insopportabili. E sono tutti capaci, se trovano adulti che sanno toccare le corde giuste, di mettere in discussione le proprie idee, il proprio stile di vita.

Sono curiosi, genuini, irriverenti. Sono innamorati dell’amore. Stanno riscoprendo, nella sessualità, il riserbo e la prudenza.

Amore, sesso, sentimento, amicizia, vita, dolore e fedeltà sono le parole chiave su cui fissano la loro attenzione.

Politica, fede, società, morte, studio sono quelle che li allontanano.

«Ogni società, come ogni individuo, ha i figli che si merita»,1 scrive Paolo Crepet. I ragazzi sono il frutto dell’educazione che gli è stata inculcata: la famiglia e la scuola non a caso sono in crisi. Sia nell’una che nell’altra gli adulti non hanno tempo a sufficienza per parlare, soprattutto non hanno tempo di ascoltarli. I genitori sono spesso troppo permissivi, gli insegnanti invece sono ossessionati dall’esigenza di svolgere il programma e, in molti casi, ignorano del tutto le loro difficoltà, si illudono di poterli obbligare a lasciare fuori dall’aula le inquietudini, l’emotività, i dubbi. Genitori e professori sono, a volte, educatori deboli, distratti, superficiali.

Specialmente quando giocano a fare gli amici non offrono solidi punti di riferimento ai figli e agli alunni. Ma anche quando si trincerano dietro una severità che non viene motivata e che deriva dalla paura di spiegarsi, di mettersi in gioco.

Gli adolescenti, così, pagano il vuoto pedagogico nel quale sono cresciuti. E accusano sempre più una cronica mancanza di autostima, una distruttiva carenza del senso del dovere. Hanno paura del futuro, sono malinconici e nervosi. E sanno quanto sarà difficile, quasi impossibile, trovare un mestiere che permetta loro di mantenersi senza il perenne ausilio di mamma e papà. Tutti, o quasi tutti, nutrono sempre più sfiducia verso il mondo dei grandi.

Chi non ce la fa, chi proprio non riesce a placare l’ansia, la rabbia, il dolore, cerca allora di dimenticare. Maschera il disagio, simulando un coraggio che in realtà non ha. Fa il bullo, o trova modi sempre diversi e pericolosi per trasgredire alle regole. Assume dosi inverosimili di alcool, usa la “canna” per sedare l’angoscia, si accende la sigaretta ogni volta che si sente fragile. O diventa anoressico, o bulimico.

Anche i più sofferenti, però, sono spesso pronti al sorriso. In un attimo il loro umore vira a trecentosessanta gradi. Dal pianto, o dal broncio, all’allegria più sfrenata.

Perciò nelle scuole, a contatto con i ragazzi, o assistendo - inosservati - ai loro rituali di socializzazione, o ancora facendo gli allenatori, i catechisti, gli psicologi, o più semplicemente come genitori, si ha spesso, sempre più spesso, l’impressione di vivere nell’isola che non c’è. E di vedere volare, nel cielo burrascoso della vita, tanti Peter Pan, in apparenza felici di non crescere, in realtà profondamente inquieti e perennemente insofferenti. Perché non riuscire a maturare, rifiutare le responsabilità, vivere nel mito dell’eterno infantilismo a lungo andare li distrugge. Toglie loro la possibilità di emanciparsi da chi li mantiene. Li rende incapaci di progettare, di scommettere sul futuro.

Eterni bambini insoddisfatti. Ecco i giovani.

Che fare? Come fermarli? E come spingerli invece verso l’autonomia?

È necessario trasmettere loro sicurezza e stabilità. È urgente recuperare il valore della famiglia, tradizionale o allargata. È essenziale che la scuola sia anche scuola di vita. È indispensabile riscoprire l’autorevolezza del ruolo paterno, materno e del professore, dopo avere giustamente criticato e sconfitto l’autoritarismo.

C’è bisogno di adulti che non invecchino soltanto, ma che crescano realmente: dal punto di vista morale, etico e culturale. Ci vogliono famiglie attive e presenti, nelle quali dialogo e condivisione siano riferimenti quotidiani. E si deve essere genitori, zii, nonni e insegnanti, capaci di farsi rispettare, perché degni di essere rispettati.

La scuola non può assolvere solo al compito, sia pure fondamentale, dell’istruzione in senso stretto, ma deve “fare” educazione. Gli alunni non sono un sistema raziocinante in cui immettere contenuti nozionistici, come una rete di computers da dotare di volta in volta di nuovi e raffinati files; i docenti devono aiutarli a crescere e ad inserirsi in una società che essi sentono in prevalenza ostile. Processo cognitivo e formativo sono nella scuola interconnessi. A questo proposito, Paolo Crepet è ancora una volta molto incisivo: «La scuola deve reinventarsi. […] La famiglia […] deve riassumere le proprie responsabilità educative per un tempo sufficiente a riconoscersi: le sere, il sabato e la domenica, i giorni festivi, le vacanze».2

Quando gli adulti sanno dare ai giovani serenità ed equilibrio i ragazzi, con la loro freschezza ed il loro facile entusiasmo, tirano fuori le migliori qualità e sanno essere straordinariamente vivaci, entusiasti, aperti alla vita, alla cultura, alla creatività, all’arte, alla spiritualità. Ma è importante che si sentano compresi, capiti, amati. Se sono in difficoltà hanno bisogno di essere aiutati davvero. E se sbagliano necessitano di essere redarguiti, non giudicati.

È allora fondamentale che gli adulti ricordino la loro gioventù, gli sbagli commessi. Che non scordino quanto anch’essi sono stati terribili. Per avere la giusta misura, per accostarsi ai propri figli e allievi senza paura, senza temerne l’aggressività, l’impulsività o il silenzio. Per amarli come sono. Per accettare l’odore che emanano, il linguaggio a volte incomprensibile che usano, gli idoli in cui credono, l’energia a mille che diffondono intorno a sé.

«La storia delle generazioni che si succedono è “una storia senza fine”»,3 come ricorda bene Moni Ovadia in un breve racconto. Un limpido esempio di saggezza non solo ebraica: «Tre padri si trovano a un angolo di strada e conversano. Uno dei tre, rivolto agli altri due, dice pensosamente: “Sono preoccupato per mio figlio, frequenta cattive compagnie”. Uno degli altri due padri, un grande maestro di ermeneutica ebraica, lo guarda dritto negli occhi con durezza e osserva: “Hai ragione a essere preoccupato. Tuo figlio frequenta pessime compagnie. La peggiore sei tu”».4

Un monito, quello di Ovadia, un richiamo preciso a “fare memoria” delle proprie responsabilità di genitori e insegnanti. Perché i giovani non paghino oltre misura le distrazioni e le debolezze degli adulti. E possano giocare la loro vita a carte scoperte, con leggerezza, costanza e ottimismo. E perché quella di Peter Pan sia solo una bella favola, un ricordo dei giorni dell’infanzia. Non, invece, la gabbia dorata che i grandi hanno creato per loro. Una gabbia senza chiavi. Una prigione a vita.

Adele Desideri

Note:

1 Paolo Crepet, Non siamo capaci di ascoltarli, Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza, Einaudi, 2001, pag. 118.

2 Paolo Crepet, ibidem, pag. 63.

3 Moni Ovadia, Vai a te stesso, Einaudi, 2002, pag. 75.

4 ivi.

Ed ecco la serie dei commenti compreso uno dei miei. L’altro non riportato, come suddetto, è stato pubblicato successivamente come post che, poi, farò seguire.

Commento 1 del 13-02-2008

Mi sembra una “storia infinita”, riferendomi al noto film fiabesco. Dunque, se è così che stanno le cose dell’articolo di Adele Desideri, vuol dire che sta per morire qualcosa di prezioso nel mondo.

Altra domanda allora: ma è tutta colpa di Peter Pan? E se invece fosse da esaminare un’altra favola, una di quelle dei fratelli Grimm, “Il pifferaio di Hamelin? Speriamo allora che si salvi almeno un ragazzo di questa nuova generazione vittima del “vuoto pedagogico” ed altro a detta della Desideri , come lo “zoppo” di quest’altra favola, oppure un furbo “Pollicino” pieno di ingegno.

Gaetano Barbella

Commento 2 del 14-02-2008:

Mi dispiace che il mio articolo “E’ tutta colpa di Peter Pan”, abbia dato modo di pensare che io abbia poca fiducia nei confronti dei giovani.

Viceversa, l’intento del mio scritto è quello di tracciare un dipinto realistico sulle difficoltà degli adolescenti e sulle responsabilità degli adulti.

I ragazzi ci sono: belli, come ho appuntato, e disponibili a cogliere tutto ciò che li può aiutare nel processo di crescita.

E spero - e credo - che se ne possano “salvare” molti, anche quelli meno furbi, più fragili, più bisognosi di attenzione e cura.

Adele Desideri

Commento 3 del 16-02-2008 :

Più che dar la colpa a Peter Pan, ricorderei l’implicazione dei neuroni specchio…

“Hai ragione a essere preoccupato. Tuo figlio frequenta pessime compagnie. La peggiore sei tu”».

anna di gennaro

[http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/modules.php?name=burnout ]

Gaetano Barbella.

Sull’intervento di Adele Desideri “È tutta colpa di Peter Pan”

16 Febbraio 2008

Se si dovesse liquidare la questione dei giovani, così com’è stata dipinta da Adele Desideri, con l’implicazione dei “neuroni-specchio” assunta da Assunta Di Gennaro, significherebbe ammettere un quadro ben peggiore di quello esposto dalla Desideri. Si vedrebbe un branco di scimmie al posto della nostra bella, ma svagata, gioventù.

Sappiamo che i “neuroni-specchio” attengono il risultato di un’entusiasmante esperienza del prof. Giacomo Ruzzolati dell’Università di Parma, che è stata posta in atto tramite dei test sulle scimmie. Naturalmente il risultato di questo test vale anche per le cellule del lobo parietale umano. Tuttavia per Devlin Keith, docente di Matematica al Saint Mary’s College di Stanford – California – limitando il ragionamento sul piano del ragionamento matematico, il solo senso del numero è comune a vari animali compreso l’uomo, ma il ragionamento è esclusività dell’uomo. Ed è in virtù di ciò che ha origine la stessa facoltà cerebrale che gli consente di usare il linguaggio, ossia la capacità simbolica. Di qui l’astrazione per comprendere la realtà del mondo che gli permette di organizzarsi e così sopravvivere sulla Terra. Non poteva che essere questo il quadro iniziale dell’uomo dei primordi per il sorpasso al resto animale.

Dunque perché non immaginare che la generazione dei presunti “Peter Pan” in discussione abbiano i giusti geni capaci di cavarsela al momento in cui essi si imbatteranno in difficili situazioni di sopravvivenza? Ed è una situazione che coinvolge anche le loro “pessime compagnie” cui allude Assunta Di Gennaro.

Gaetano Barbella

NEURONI-SPECCHIO

di Rizzolatti

Uno degli sviluppi recenti più entusiasmanti stata la scoperta dei «neuroni specchio» da parte del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti e dei suoi colleghi dell’Università di Parma. Queste cellule si trovano nella regione del cervello nota come «corteccia premotoria», dove arrivano i messaggi diretti poi alla corteccia motoria primaria. Qui le cellule nervose sono responsabili della pianificazione dei movimenti, mentre La corteccia motoria primaria è più dedita alla loro esclusione. La si può raffigurare come una specie di lessico dei piani di movimento, in cui è contemplato il vocabolario di base dei movimenti. Effettuando dei test sulle scimmie, Rizzolatti ha scoperto che queste cellule nervose diventano attive quando il cervello pianifica un movimento molto specifico della mano. Una cellula si attiva solo quando il cervello pianifica una presa di precisione con l’indice e il pollice, come si potrebbe fare per prendere un chicco d’uva. Altre cellule diventano attive quando vengono pianificati altri movimenti specifici delle mani. Il motivo per cui Rizzolatti li ha chiamati neuroni specchio è questo: le cellule diventavano attive anche quando l’animale osserva la stessa azione. Così, le cellule deputate alla presa di precisione reagivano alla vista esattamente come reagivano all’esecuzione dell’azione.

Nel profondo dei solchi dei lobi parietali (delle scimmie) ci sono neuroni coinvolti nella pianificazione dei movimenti delle mani e delle dita in rapporto a un oggetto - che pianificano per esempio la presa di precisione in rapporto alla dimensione del chicco e alla sulla collocazione nello spazio (vedi fig. in basso). Si ritiene che questi neuroni parietali proiettino ai neuroni specchio. Possiamo constatare come questo tipo di cablaggio realizzi diversi livelli di pianificazione della configurazione di una mano. Al primo livello, nel lobo parietale, si decide la forma che si vuole dare alla mano - per esempio sollevare le prime tre dita. Questo ordine viene passato lungo le cellule nervose che operano la connessione fra loro parietale e neuroni specchio dell’area premotoria, dove viene selezionato il programma per la forma manuale corretta. Per ottenere tale configurazione della mano bisognerà alzare alcune dita e abbassarne altre - in esatta dipendenza dalla configurazione assunta dalla mano in quel momento. Queste decisioni saranno prese nella corteccia motoria. (Ma non finisce qui. Diversi altri circuiti cerebrali sottocorticali saranno coinvolti nella pianificazione particolareggiata dei movimenti muscolari con la posizione assunta dal corpo e nell’invio di ordini ai muscoli della mano e del braccio).

Figura accanto: Il circuito dei “neuroni specchio” per controllare la configurazione delle dita della mano. Oggi sappiamo che ci sono tre principali aree corticali che controllano la configurazione della mano e i movimenti delle dita. L’area A, situata in un solco profondo del lobo parietale, è il luogo dove si ritiene venga pianificata l’azione volontaria. Quest’area è connessa all’area B, denominata “corteccia premotoria”, la quale contiene i neuroni-specch¡o che controllano configurazioni specifiche della mano. Essi si chiamano così perché sono coinvolti non solo nella pianificazione della configurazione da far assumere alla propria mano, ma anche nel riconoscimento delle configurazioni delle mani altrui. Una volta che la configurazione è stata selezionata, le istruzioni sono mandate alla corteccia motoria, che programma la sequenza dei movimenti muscolari necessari per realizzarla.

Nota:

L’immagine di Peter Pan iniziale è stata tratta dal libro “Il mondo dell’avventura” della serie, “Il meraviglioso mondo di Walt Disney”, Arnoldo Mondadori Edizioni.

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