A cura di Gaetano Barbella

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L’Arte che la tradizione ci presenta si potrebbe paragonare in tanti modi, ma trovo mirabile intravederne i contorni attraverso la figura di Teano la sposa di Pitagora, riconosciuta come emblema della sapienza, essendo in ballo nelle espressioni dell’arte la trasmissione della verità.
Per meglio far luce sulla questione suddetta credo sia utile conoscere la descrizione storica di Teano, che fu quella di una esemplare madre, sposa e amante della scienza dell’antichità.

Da la «Vita di Pitagora» di Enrico Narducci (datata: Addì 3 Giugno 1588 – Forni Editore – Bologna 1887) è detto che:

«Hebbe moglie Pitagora, e questa fu Cretese, figliuola d’un Pitonatte e chiamossi Teano; di professione Philosofa (sic).».
Ma sembra che altre donne siano comprese nel novero di mogli ed anche amiche, da considerare, però, che «molti (storici) hanno preso l’una per l’altra, o stimato che due fossero una sola.».
«Che fieramente Pitagora amasse Teano, leggesi ne’ Dinnosofisti d’Ateo.».

E poi le notizia che più interessano ai fini del tema di questo scritto, le seguenti:

«Di Teano, moglie di Pitagora, si raccontano alcuni detti arguti, fra’ quali u’è questo, che nota Plutarco, ne l’operetta de’ Precetti Connubiali.
Una uolta, hauendosi costei cauato un guanto, ouero tiratosi la manica uerso il cubito, scoperse o la mano o il braccio; onde fu un certo, che disse: o bella mano; ed essa: ma non per la plebe o per il uolgo. Addimandata parimenti, quando la donna sia monda da l’huomo, rispose: sempre dal suo, da l’altrui non mai. Soleva dire a le mogli, che ne l’entrare a’ mariti deponessero la vergogna con la ueste, ma ne l’uscire, con la ueste la ripigliassero. Addimandata che vergogna fosse quella di ch’ella intendeva: quella, disse, che ch’io mi chiami donna.»

Nota personale: In questo “riprendere la veste” di Teano, da stimarsi, per i pitagorici, la sacerdossa quasi da venerare, io intravedo il modo suo specifico di donna, emblematizzata con la “vergogna” in discussione, in perfetta aderenza all’osservanza del “silenzio”.

Fondamentale per Pitagora era l’osservanza del «silentio, ch’egli chiamava “echemitia”, cioè ritenimento di parlare, leggesi questo anco ne l’istesso Florilegio, fatto da Pallada:

E’ gran dottrina à gli huomini il silentio:
Fede ne fa Pitagora sì saggio,
Che, dotto in dir, silentio insegnò altrui,
Gran rimedio il tacer trouato hauendo.

La cagione per la quale Pitagora imponeva il silentio a’ suoi discepoli era il non uolere che le cose insegnate da lui fossero aulite, col farle palesi a’ la feccia del uolgo… Né solamente commandaua Pitagora il silentio a’ suoi discepoli, ma egli ancora amaua la brevità sopra tutte l’altre cose; …».

Ecco questa è l’Arte che intendeva l’antica sapienza, quasi a disporla sacralmente nelle mani di sacerdoti per un’Arte Regia, disciplinati iniziati, artefici di tanti “Templi” che molti sanno.
Sembrerebbe che anche Gesù, dal canto suo, raccomandi ai suoi discepoli di fare come Teano che non riteneva di dover concedere la sua «bella mano» alla «plebe o per il uolgo». Infatti egli dice: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci…» (Matteo 7,6a); cioè non sprecate con gli stranieri che non li accettano e vi irridono i vostri tesori, infatti, cani e porci erano normali epiteti per quelli.
Ma l’evoluzione umana fa la sua parte nel tempo e la «plebe» e «uolgo» non sono più tali al punto di confondersi con i i tradizionali depositari dell’Arte antica che non manca degenerare con un vero e proprio scontro tra anime, la guerra occulta tra le forze della Tradizione e quelle della Sovversione. Tuttavia la Tradizione, e con essa l’Arte, per vie occulte resta illesa da possibili oltraggi di profanatori che potrebbero “volgarizzarla” attraverso una falsa laicità in cui l’uomo laico non è colui che esprime un libero pensiero, bensì colui che ne volgarizza uno già esistente, rendendolo pubblico.
Quali le vie occulte a salvaguardia del Tempio dell’Arte?
«Natura natura gaudet, et natura naturam vincit, et naturam retinet», la natura gioisce della natura, la natura vince la natura, la natura domina la natura. Questo «aforisma ermetico» enuncia la legge delle simpatie (ed antipatie) universali: ogni oggetto fisico ha corrispondenze occulte con altre nature in virtù di un’attrazione reciproca tra le essenze. Anticamente i «chimici» aggiungevano al proposito: «Sia ringraziato Iddio che dalla cosa più vile del mondo permette di ottenerne una tanto preziosa» [1].

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Ecco spiegato in un altro modo l’arcano della «mosca sul cartiglio a scompigliar l’assoluta completezza del saper saccente», una mosca «la cosa più vile del mondo», appunto, disposta ad arte nel famoso ritratto (o autoritratto non si sa) di frate Luca Pacioli del post ENIGMI DEL RITRATTO DI LUCA PACIOLI del 2 agosto u.s..
«Il sapere è una bella cosa ma porta a far scegliere all’uomo che se ne nutre a sazietà, quasi sempre la strada del benessere, che non è quella del giusto bene. Ecco che ora si capisce il mistero riposto nella mosca che è, molto spesso, portatrice di infezioni a volte inguaribili!», ed il ricorso occulto alla necessità del percorso della strada della “volgarizzazione”.
Tant’è che Raffaello Sanzio dice a riguardo questa frase: «il pittore ha l’obbligo di fare le cose non come le fa la natura, ma come ella le dovrebbe fare».
Senza contare che l’illusione, spesso, non manca di adombrare le arti figurative, specie quelle del Rinascimento, e perciò nel mondo della pittura capita di riscontrare esempi di immagini ambigue, ingannatrici, nelle quali non tutto è solo come appare. Nel senso che l’artista, pur non contravvenendo alla corretta rappresentazione scenica – mettiamo – del reale, si dispone in modo velato a concepire immagini che si prestano a doppi significati, abbastanza percepibili alcuni, altri meno.
E poi, in materia delle artefazioni in questione, vale l’esempio classico di Leonardo da Vinci. Egli si dimostra un acuto conoscitore dei fenomeni ottici, tant’è che avrebbe inserito nei suoi dipinti immagini nascoste negli sfondi o nei drappeggi. Ma è una cosa che egli stesso ce lo fa intendere attraverso il suo “Trattato della pittura” .

[1] È l’introduzione di uno scritto di un «padre dell’alchìmia», Bolos di Mendes, città del delta del Nilo, che operò successivamente (attorno al 250 a. C.