(Raffaello Sanzio. Particolare “Sposalizio della Vergine” - Pinacoteca Brera - Milano)
UN TEMPIETTO CHE LASCIA PERPLESSI
La domanda che pongo all’osservatore, è di concentrare l’attenzione su questo tempietto che secondo l’opinione generale dei critici d’arte, Raffaello, nel dipingerlo con queste proporzioni, si è ispirato al tempietto di S. Pietro in Montorio a Roma (1502-3) progettato da Donato Bramante. Infatti così sembra ma fino ad un certo punto perché si ingenerano diverse visibili artefazioni.
Se il tempietto in osservazione fosse realmente proporzionato come quello suddetto del Bramante che è di 16 colonne, non dovrebbero presentarsi ai due lati i pilastri sul retro. Si sa che in un esadecagono la parte anteriore degli otto spigoli è simmetrica a quella posteriore dei restanti otto spigoli, mentre, a quanto pare non è nel caso in questione.
Non solo, ma in qualsiasi poligono regolare, disposto anteriormente come nella figura in osservazione, il lato di centro frontale è maggiore della proiezione dei due lati accanto, mentre nel tempietto di Sposalizio della Vergine questo lato è appena appena maggiore, ma di pochissimo, di quelli laterali, e questo non basta.
Quindi se non è un poligono di sedici lati la base della pilastratura del tempietto, a ragione dei pilastri laterali del retro che si vedono, dovremo considerare che il poligono è di quindici lati, facendo finta che i pilastri frontali siano disposti in modo conforme. Però resta un serio ostacolo a quest’altra ipotesi, il fatto che il supposto pilastro centrale posteriore si dovrebbe intravedere attraverso la porta centrale illuminata (che lascia intendere la presenza di un’altra nella parte opposta, infatti così è per il tempietto di paragone di S. Pietro in Montorio di Roma)…
IL DOPPIO SENSO DEI SEGNI
Nel post “Esiste una strada per volgarizzare l’arte?” ho accennato alle artefazioni cui ricorreva Leonardo da Vinci nel produrre le sue celebri opere pittoriche. Con quest’altro post mi dispongo ad ampliare questo argomento che, in tanti casi di pittorica del Rinascimento, ha fatto la sua parte per congegnare le opere all’insegna di una incerta visione ottica tale da spostare il piano delle osservazioni al di fuori della realtà soggettiva. Prova ne è il famoso dipinto di Raffaello Sanzio, “Sposalizio della Vergine” del quale, con l’introduzione di questo articolo, ho mostrato delle artefazioni che sono di un’evidenza estrema. Mi meraviglia però che solo io abbia rilevato una simile incongruenza tutta da spiegare, non avendo riscontrato critici che ne hanno mai parlato fino ad oggi. Mi domando come mai?
Indubbiamente Raffaello ha dovuto introdurre i suoi messaggi esoterici nel dipinto in questione e si è servito dell’illusione, proporzionando ad arte l’orditura delle colonne del tempietto del caso di “Sposalizio della Vergine”. Non c’è altra spiegazione salvo a disporsi a decodificare l’arcano ivi riposto.
Questo è solo un piccolo esempio dell’arte dell’illusione ad adombrare le arti figurative e perciò nel mondo della pittura capita di riscontrare esempi di immagini ambigue, ingannatrici, nelle quali non tutto è solo come appare. Nel senso che l’artista, pur non contravvenendo alla corretta rappresentazione scenica – mettiamo – del del soggetto apparente, si dispone in modo velato a concepire immagini che si prestano a doppi significati, abbastanza percepibili alcuni, altri meno.
Naturalmente qui si sta parlando dell’arte del Rinascimento che ha dato luogo ad una “fioritura” di opere disposte a simili concezioni. L’artista del Rinascimento sentiva fortemente in sé la necessità di velare ad arte concezioni occulte ereditate dal passato Medio Evo, assai diffuse nel suo tempo e che era “spinto” a far “transfugare” nel mistero. Occorre dire che era un’epoca in cui la severa vigilanza del clero cristiano cattolico del Vaticano non tollerava cose del genere, ragion per cui il ricorso ai doppi sensi dei segni era inevitabile.
(Albrecht Durer. “Melencolia I”
Albrecht Dürer (1471-1528) è un esemplare artista di quelli dei quali si sta parlando. Lo vediamo all’opera, per esempio, in “Melencolia I”, una sua incisione fatta al bulino nel 1514. Qui «… vediamo una figura alata che ha un atteggiamento meditativo, è “scura” in volto, tiene nella mano destra un compasso e intorno a lei vi sono molti oggetti e strumenti; ogni dettaglio della scena rappresenta un simbolismo ben preciso.
Sul numero I sono state avanzate parecchie ipotesi ma la più accreditata pare voglia indicare una condizione primitiva, come il primo gradino della conoscenza da salire, come la prima opera degli alchimisti, come lo stato d’animo di malinconia, di angoscia e travaglio interiore, assimilabile alla notte, alla nigredo, all’elemento terra. La donna, infatti, è scura in volto e la scritta sul nastro sorretto dal pipistrello sembra indicare proprio questa condizione di “melanosi”, di nigredo, paragonabile ad uno stato d’animo di tristezza, pensosità.
Con un’altra sua opera, il suo autoritratto, che egli realizzò nel 1500 (conservato oggi presso l’Alte Pinakothek di Monaco), sembra rifarsi all’iconografia che tradizionalmente alludeva al Cristo. Con questo lavoro, Dürer sembra voler sottolineare come l’Artista “ricalchi”, ”imiti” il virtuoso cammino di Gesù, l’uomo-divinizzato, la pietra filosofale.
L’Artista, in un certo senso, non faceva che trasmutare la materia inerte in “forma”, in una “opera vivente”, l’opera d’arte, dopo un percorso anche sofferto nel proprio interno, travagliato e che portava all’ascesi, verso la luce e la bellezza Suprema (per poi ricadere al travaglio iniziale).
(Albrecht Durer - autoritratto)
L’Artista rinascimentale sembra ergersi quale “Redentore” di una società che deve recuperare il “senso” del simbolo perduto. È questo significato che è stato travisato, infatti l’arte del Rinascimento è stata intesa riduttivamente alla semplice “imitazione” delle apparenze esterne, mentre andrebbe indagata in modo più profondo, vedendo in essa l’emulazione dei processi creativi della Natura (in un chiaro parallelismo con l’Alchimia)… ».
E poi, in materia delle artefazioni in questione, come già accennato, vale l’esempio classico di Leonardo da Vinci. Egli si dimostra un acuto conoscitore dei fenomeni ottici, tant’è che avrebbe inserito nei suoi dipinti immagini nascoste negli sfondi o nei drappeggi. Ma è una cosa che egli stesso ce lo fa intendere attraverso il suo “Trattato della pittura” del quale riporto di seguito alcune sue raccomandazioni.
Dal “Trattato della pittura” di Leonardo da Vinci:
Precetti del pittore
«Quello non sarà universale che non ama egualmente tutte le cose che si contengono nella pittura; come se uno non gli piace i paesi, esso stima quelli esser cosa di breve e semplice investigazione, come disse il nostro Botticella, che tale studio era vano, perché col solo gettare di una spugna piena di diversi colori in un muro, essa lascia in esso muro una macchia, dove si vede un bel paese. Egli è ben vero che in tale macchia si vedono varie invenzioni di ciò che l’uomo vuole cercare in quella, cioè teste d’uomini, diversi animali, battaglie, scogli, mari, nuvoli e boschi ed altre simili cose; e fa come il suono delle campane, nelle quali si può intendere quel dire quel che a te pare. Ma ancora ch’esse macchie ti dieno invenzione, esse non t’insegnano finire nessun particolare. E questo tal pittore fece tristissimi paesi. …».
Modo d’aumentare e destare l’ingegno a varie invenzioni
«Non resterò di mettere fra questi precetti una nuova invenzione di speculazione, la quale, benché paia piccola e quasi degna di riso, nondimeno è di grande utilità a destare l’ingegno a varie invenzioni. E questa è se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti. Se avrai a invenzionare qualche sito, potrai lì vedere similitudini di diversi paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure grandi, valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverso battaglie ed atti pronti di figure strane, arie di volti ed abiti ed infinite cose, le quali tu potrai ridurre in integra e buona forma; che interviene in simili muri e misti, come del suono delle campane, che ne’ loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo che tu t’immaginerai.
Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie, de’ muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, od altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del
pittore a nuove invenzioni sì di componimenti di battaglie [2], d’animali [3] e d’uomini [4], come di vari componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose [5], perché saranno causa di farti onore; perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni. Ma fa prima di sapere ben fare tutto le membra di quelle cose che vuoi figurare, così le membra degli animali come le membra de’ paesi, cioè sassi, piante e simili …».
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