Cari lettori, Vi invito a leggere questo passo del Vangelo per meditare, considerare, riflettere sulla vanità e la cattiveria umana ed a perdonare, se il vostro cuore ne è capace. Con tutto l’affetto Tilde
“BEATI QUELLI CHE HANNO
FAME E SETE DELLA GIUSTIZIA” (Mt 5, 6)
La folla che ascoltava Gesù nel discorso della Montagna doveva essere costituita per lo più da gente bisognosa e semplice. È facile immaginare che ci fossero poveri, malati, giovani alla ricerca di senso, persone sbandate, forse anche qualche curioso, spinto dal desiderio di capire che cosa potesse dare speranza ad Israele in un contesto socio-politico complesso e difficile. L’evangelista Luca ci fa un ritratto molto significativo della situazione: “C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,17-19). Erano tutte persone spinte da un bisogno di “guarigione” fisica o spirituale; venivano da tante parti della nazione, attratti sia dalla “forza” che usciva da Gesù che dalla sua parola: infatti “erano venuti per ascoltarlo”, nella convinzione che la sua parola fosse efficace ed in grado di aprire il cuore alla speranza, di concedere un nuovo inizio, di ridare vigore.
A tutti costoro Gesù dice: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio” (Lc 6,20): la beatitudine, che è l’aspirazione massima dell’uomo, consiste dunque nell’appartenenza al Regno di Dio, ossia nell’apertura cosciente e volontaria alla signorìa di Gesù sulla propria vita. “Beati”, ossia pienamente felici, sono coloro i quali capiscono che l’unica ricchezza è Dio; di conseguenza fanno il “vuoto di sé” per fare il massimo spazio possibile a Dio, l’unico capace di saziare le aspirazioni più grandi dell’uomo. Costoro sono beati non perché sono poveri o afflitti, ma perché sono cittadini del Regno di Dio, ossia assumono uno stile di vita che imita il comportamento stesso di Dio: mitezza, pace, purezza di cuore, misericordia, giustizia…
1 – Il fondamento della giustizia
In particolare la giustizia appare come la virtù principale, che in qualche modo racchiude tutte le altre e le armonizza in un insieme organico, capace di regolare in maniera saggia le diverse relazioni interpersonali: sia quelle fra le persone che quelle degli uomini con Dio. La giustizia perciò è il fondamento della vita comunitaria, la virtù che promuove l’ordine positivo, costruttivo, benefico. Essa tiene conto del fatto che ogni uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, e quindi è un essere di relazione, strutturalmente aperto al dialogo e alla socialità: come Dio è in se stesso relazione fra le Tre Persone nel dialogo d’amore trinitario, così l’uomo è relazione d’amore, che vive la giustizia come riconoscimento dei diritti di ognuno, ma anche come autocoscienza dei propri diritti e della propria dignità. Questo ci porta subito a dire che “ogni uomo e ogni donna hanno, fin dal primo istante della loro esistenza, dei diritti nativi inconculcabili, perché ciascuno – di qualunque razza, colore, educazione, censo, età – è stato creato da Dio…Il fondamento della giustizia umana è la creazione divina”.
Risulta perciò difficile, anzi impossibile, definire la giustizia prescindendo da Dio, come sovente si è tentato di fare nel corso della storia. Dove si è negato Dio, infatti, si è finito quasi sempre col negare anche la dignità dell’uomo e si è ridotta la giustizia ad un concetto legalistico e contrattuale, privo di fondamento assiologico. Se non si fa riferimento a Dio, infatti, non si riesce a definire con chiarezza i diritti fondamentali e inalienabili dell’uomo, perché si ritiene che essi nascano unicamente da accordi fra gli uomini, fatti su una base convenzionale e contrattualistica, volta semplicemente a “limitare i danni” di una convivenza sociale segnata fondamentalmente dall’egoismo e dalla violenza.
C’è oggi un ritorno a posizioni filosofiche espresse nell’età moderna, che essenzialmente negano l’esistenza di verità assolute, oggettive ed universali per fare posto unicamente a verità “fattuali”, che scaturiscono cioè dall’osservazione diretta e “scientifica” dei fatti e non richiedono altro fondamento, se non quello della loro realtà immanente. Nel pensiero post-moderno risulta vero solo ciò che è misurabile e dimostrabile; le altre asserzioni non possono essere assunte come base della convivenza umana, perché si ritiene che non siano universali. “Si è creata così una scissione tra il pensiero positivista scientifico e il pensiero metafisico”. La metafisica, anzi, è entrata fortemente in crisi, mentre il pensiero scientifico ha rischiato e rischia di andare avanti senza un adeguato supporto etico. Su queste basi si è impostato e consumato anche il dramma dell’umanesimo ateo, che ha gettato grandi “sospetti” su Dio, presentandolo come il grande nemico e rivale dell’uomo, dal quale bisogna liberarsi per ottenere la reale liberazione dell’uomo.
La conseguenza, per quanto riguarda il tema della giustizia, è che si genera sostanzialmente una separazione fra diritto e verità, che rende difficile cogliere la consistenza dei diritti fondamentali dell’uomo. Un conto infatti è ritenere che questi diritti precedano la volontà del legislatore umano, perché provengono dall’essenza della persona creata da Dio, un altro conto è pensare che essi risiedano unicamente su un riconoscimento “positivo” degli uomini, che, come tale, è sempre passibile di mutazioni e di fluttuazioni. È questo il terreno dello scontro classico tra giusnaturalismo e giuspositivismo, che ancora oggi caratterizza il dibattito sui fondamenti della giustizia e sul riconoscimento dei diritti dell’uomo. Noi riteniamo che tali diritti costituiscano una realtà ontologica anteriore alla volontà dei legislatori e pre-esistente alla legge scritta. Il legislatore non “crea” i diritti umani fondamentali, ma li “riconosce” e li tutela con adeguati strumenti giuridici. Questi diritti infatti non sono un accessorio, ma appartengono alla struttura ontologica della persona e provengono dalla volontà creatrice di Dio. Non riconoscere questi diritti, che per loro natura sono universali, inviolabili ed inalienabili, significa in ultima analisi offendere Dio stesso, che ne è il fondamento e la fonte originaria.
Non è semplicistico affermare che la crisi della giustizia contemporanea è soprattutto crisi di fondamento; quel fondamento che ci viene indicato nella Sacra Scrittura e che si identifica, in ultima analisi, con Dio stesso. Bisogna ritornare perciò a Dio per riscoprire le ragioni più profonde della nostra convivenza sociale ed i tratti fondamentali della giustizia. Si capisce, in quest’ottica, che la giustizia non è qualcosa di legalistico o meramente pragmatico, ma la virtù che indica le coordinate del nostro essere personale, segnato nel suo DNA dall’immagine e somiglianza col Dio-comunione trinitaria, col Dio giusto e santo, il quale pone la nostra beatitudine nell’essere “affamati” e “assetati” di Lui. Avere fame e sete della giustizia equivale perciò a desiderare Dio, ad accogliere la sua Parola, a riconoscere in noi stessi e negli altri i tratti della somiglianza con Lui. Senza un tale fondamento è facile che l’espressione “diritti fondamentali dell’uomo” si riduca ad un mero flatus vocis…
2 _ Le indicazioni bibliche
Su questa base si comprende che è estremamente utile, anzi necessario, fare riferimento alla Parola di Dio per scoprire la natura profonda del concetto di giustizia, che che la Bibbia non intende solo nell’ottica forense o legale, ma in una vasta gamma di significati, tutti quanti riferibili alla natura sociale della persona ed alla sua innata aspirazione alla felicità.
a) Antico Testamento
Nell’Antico Testamento ci sono più di ottocento testi che alludono alla giustizia, con sfumature di significato differenti, che però sono tutte grosso modo inquadrabili nel concetto di “comportamento conforme alla vita comunitaria”. Dice il biblista G. Von Rad: “ Non vi è nell’Antico Testamento nessun concetto d’importanza così centrale come quello della sedaqa (giustizia). È la norma non solo per il rapporto dell’uomo con Dio, ma anche per il rapporto degli uomini tra di loro fino alla disputa più insignificante, anzi anche per il rapporto degli uomini con gli animali e con l’ambiente naturale circostante”.
Essere giusti significa vivere in armonia con se stessi, con gli altri e con l’intero creato sulla base di un rapporto di comunione con Dio e di obbedienza alle sue leggi. La giustizia è perciò l’antitesi del peccato, con il quale invece si rompe l’armonia delle relazioni interpersonali e si genera una divisione profonda, che attraversa il cuore stesso dell’uomo.
Il concetto di giustizia conosce un’evoluzione di significato nel corso della lunga storia dell’Antico Testamento. La giustizia di Dio, per esempio, si manifesta in un primo momento come punizione dei peccatori e protezione degli indifesi. Dio è giusto perché castiga i trasgressori della sua legge e premia quelli che vi obbediscono. La giustizia dell’uomo, di conseguenza, viene concepita come obbedienza alle leggi del Signore, nella convinzione che esse sono giuste e sagge. Ben presto però ci si rende conto che una tale giustizia è difficile da conseguire per l’uomo, il quale appare incapace di essere giusto davanti a Dio e continuamente si allontana dall’Alleanza con Lui. Il Salmo 118, per esempio, esordisce con l’esaltazione dell’uomo giusto, che vive osservando la legge del Signore: “Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore. Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore. Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie” (Sal 118, 1-3). Subito dopo, però, il salmista riconosce che una tale giustizia è possibile solo per grazia di Dio, per cui invoca: “Tieni lontana da me la via della menzogna, fammi dono della tua legge…Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore. Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, perché in esso è la mia gioia. Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti e non verso la sete del guadagno. Distogli i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere sulla tua via” (Sal 118,29.34-37).
La giustizia così viene a coincidere da parte di Dio con la bontà misericordiosa e da parte dell’uomo con l’abbandono fiducioso in Lui. Dio è giusto non perché dà a ciascuno quello che merita, ma perché perdona le colpe dell’uomo e riabilita per amore, ossia ricostruisce nella pienezza della dignità, anche chi avesse offeso i suoi diritti divini. Quella di Dio non è perciò una giustizia forense, calcolata e misurata secondo il merito di ognuno, ma è una giustizia ampia, misericordiosa, salvifica, concessa all’uomo che ha fede in Lui, riconosce il suo peccato e si lascia raggiungere dal suo amore sanante. Emblematico è, in questo senso, il Salmo 102, che esalta in questi termini l’azione misericordiosa di Dio: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono; come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 102, 8-14).
In particolare va sottolineato che la giustizia di Dio si esercita come costante difesa del povero e dell’oppresso. Dio non è imparziale, non fa da arbitro neutrale fra ricchi e poveri, ma si schiera apertamente dalla parte del debole, perché questi molto spesso non può difendersi davanti al potente e al ricco. Così canta il salmista a proposito di quest’azione di Dio nei confronti dei poveri e degli oppressi: “Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri. Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso, sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue” (Sal 71,12-14). Questa concezione, che è diffusa in tutto l’Oriente antico, è assai diversa dall’idea greco-romana di giustizia, che invece sottolinea l’imparzialità del giudice di fronte ai contendenti. In Israele il re, che agisce in nome di Dio, è chiamato a schierarsi dalla parte dei più poveri, perché il potente e il ricco sono già in grado di difendersi da soli.
Già da ora Dio fa giustizia ai poveri, ma alla fine dei tempi la sua azione di giustizia sarà definitiva e trionferà per sempre. L’attesa messianica viene perciò considerata come avvento di giustizia e di pace, anche se fin da ora Dio veglia perché sia fatta giustizia ai poveri. Di conseguenza tutti devono sentire la responsabilità di trattare con riguardo l’orfano e la vedova, il forestiero e il salariato, perché chi calpesta i diritti di queste persone dovrà risponderne davanti a Dio. Questa responsabilità ricade in modo particolare sui re e sui governanti, che a più riprese vengono ammoniti dai profeti a comportarsi in modo retto e giusto.
In conclusione possiamo affermare che tutto l’Antico Testamento è attraversato da una tensione fra il disegno originario di Dio, che vuole imprimere alla storia il carattere della giustizia, e la risposta dell’uomo, che invece quasi sempre dà luogo a situazioni sociali caratterizzate da laceranti ingiustizie. Questo divario non può essere colmato unicamente da particolari forme di organizzazione sociale o politica, ma richiede un profondo rinnovamento del cuore dell’uomo, che potrà essere operato solo dalla potente azione salvifica di Dio, il quale invierà il suo Messia ed instaurerà il suo Regno tra gli uomini.
b) Nuovo Testamento
La categoria centrale per cogliere il significato della giustizia nel Nuovo Testamento è quella del Regno di Dio. Esso, come dice S. Paolo, “non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rom 14,17). Gesù viene essenzialmente a proclamare l’instaurazione di questo Regno, nel quale non c’è più posto per il male di nessun genere. Nel suo Regno Dio instaura la giustizia piena, che ha sconvolgenti effetti sociali, come si può evincere dalle parole del Magnificat: “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi”. (Lc 1,52-53).
Quest’azione salvifica di Dio avviene attraverso l’opera di Gesù e richiede perciò l’adesione cosciente a Lui. Nel Discorso della montagna si evince che sono beati quelli che credono a quest’intervento di Dio e decidono di seguire Cristo, lasciando coraggiosamente tutto il resto. In questo quadro si capisce che la giustizia dei cristiani non può assomigliare a quella farisaica, ma deve essere in grado di superarla, secondo l’ammonimento dello stesso Gesù: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).
In che senso la giustizia dei cristiani deve essere più grande di quella farisaica? Essenzialmente per due motivi: una maggiore radicalità e una capacità di investire la totalità della persona. La giustizia farisaica è minimalistica, perché consiste nell’osservanza letterale della regola e nella ricerca del minimo indispensabile. Di fronte a questo atteggiamento Gesù insegna: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5,21-22). Non si tratta, quindi, di evitare solo l’uccisione fisica dell’altro, ma di tenersi lontano anche dalla più semplice offesa verbale, per assumere nei confronti di tutti, anche dei nemici, un atteggiamento di amore e di misericordia. L’impegno del cristiano per la giustizia è radicale, non conosce i ristretti confini del legalismo farisaico, ma si modula su una grande “fame” per la giustizia, che non si può dire mai del tutto soddisfatta.
In secondo luogo la giustizia cristiana è chiamata a superare quella farisaica perché investe la totalità della persona. Gesù insegna: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt, 5,27-28). I farisei osservavano le leggi solo in modo esteriore, ricercando spesso l’ammirazione degli altri. I cristiani sanno invece che il bene o il male partono dal “cuore” dell’uomo, dalla sua intenzione; di conseguenza essi aderiscono alla legge del Signore con tutto il loro essere, rifuggendo dalla ricerca di esteriorità di qualsiasi tipo e sapendo di dover temere unicamente il giudizio di Dio, che è l’unico in grado di scrutare il cuore dell’uomo.
Perché l’uomo sia capace di vivere secondo queste esigenze alte della giustizia è necessario che abbandoni con decisione la via del peccato e diventi “uomo nuovo”, lasciandosi salvare da Cristo, che proprio per questo è stato inviato dal Padre nel mondo. Attraverso il sacrificio della Croce, il nostro Salvatore Gesù Cristo mette a morte definitivamente l’uomo “vecchio”, segnato dal peccato, e dona a tutti noi lo Spirito Santo, che ci dà la vita “nuova” di figli amati dal Padre e ci pone nella condizione di conformarci a Cristo, ossia di vivere secondo i suoi insegnamenti. Si realizzano così le parole del profeta Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36, 25-27). Dal costato di Cristo crocifisso fuoriesce l’acqua viva dello Spirito (Gv 19, 34), che lava le nostre colpe e ci ridona il “soffio” vitale della prima creazione (Gen 2,7), perduto a causa del peccato. Cristo morto e risorto ci dona il suo Spirito, mediante il quale possiamo conoscere il perdono dei peccati e siamo in grado di andare nel mondo a continuare la missione salvifica di Gesù (Gv 20, 19-23).
Questa è anche la prospettiva della giustificazione, ossia dell’essere resi giusti, presentata nell’epistolario paolino. Nella lettera ai Romani l’Apostolo sottolinea che Gesù Cristo “è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rom 4,25). In questo modo viene ribaltata la situazione venutasi a creare col peccato di Adamo, per mezzo del quale la morte era entrata nel mondo. Mediante la morte e risurrezione di Cristo la condanna viene revocata e tutti gli uomini sono resi giusti: “Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dá vita” (Rom 5,18). È chiaro perciò che la giustificazione dell’uomo non deriva dalla mera osservanza della legge (Gal 3,21), ma dalla grazia ottenutaci da Cristo, che, mediante il sacrificio della croce, dona a noi lo Spirito Santo. Paolo lo spiega chiaramente nella lettera ai Galati: “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo” (Gal 5, 4-5).
È opportuno sottolineare, in questa luce, la particolare enfasi da porre nell’evento della Pentecoste, riguardo al tema dell’osservanza della legge e, di conseguenza, della giustizia. La festa di Pentecoste non è di origine cristiana; essa esisteva già presso gli ebrei, come d’altronde esisteva la festa di Pasqua. Gli ebrei celebravano ogni anno a Pentecoste il dono della “legge” (Torah), ritenendo che Dio avesse consegnato il Decalogo a Mosè all’incirca cinquanta giorni dopo la liberazione dall’Egitto. Ora, che cosa significa che il dono dello Spirito Santo viene concesso alla Chiesa proprio nel giorno di Pentecoste? Significa che la legge di Dio non è esterna all’uomo! Essa è “scritta” nel cuore di ognuno di noi per mezzo dello Spirito Santo, il quale parla alla nostra coscienza e vi comunica la sua verità, le sue leggi di amore. Si realizzano così le parole del profeta Geremia: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31, 33). L’uomo dunque non avverte la legge morale come qualcosa che gli piomba dall’esterno e violenta la sua coscienza, ma come un imperativo che viene, sì, dal di fuori di lui, ma che nello stesso tempo è suo, gli appartiene come qualcosa di connaturato col suo essere.
3 – La legge scritta nel “cuore”
Queste ultime considerazioni ci aiutano a ritornare al problema del fondamento della giustizia, che trova nelle indicazioni bibliche una splendida conferma. Abbiamo affermato in precedenza che i diritti fondamentali dell’uomo precedono la volontà del legislatore umano, perché sono scritti nella stessa struttura ontologica della persona, così come è stata creata da Dio. Ora, questo corrisponde perfettamente a quanto la Sacra Scrittura ci suggerisce a proposito della legge morale scritta nel cuore dell’uomo. Essa, come abbiamo visto, è essenzialmente la “legge dello Spirito che dá vita in Cristo Gesù e ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rom 8,2). Essa è una legge non più scritta su tavole di pietra, ma incisa nel cuore stesso dell’uomo, il quale nell’intimo della sua coscienza l’avverte come dono di grazia e come insopprimibile imperativo ad agire secondo il volere di Dio!
Si tratta perciò di una legge non più esteriore, che possa essere interpretata in modo formale e nella misura del “minimo indispensabile”, ma di una imperatività avvertita come obbligante, che sprona l’uomo a vivere secondo la “misura alta” della vita cristiana. E ciò perché prima della legge viene la grazia dello Spirito Santo, senza la quale non potremmo obbedire ai precetti del Signore. In particolare S. Paolo, come abbiamo visto, sottolinea che noi siamo stati “graziati” in virtù della Pasqua di Cristo: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rom 8,1). In quelli che aderiscono a Cristo ed accolgono il suo Spirito d’Amore si constata con chiarezza il fatto che prima del comandamento ci sia il dono, prima del dovere c’è la grazia divina!
Non è dunque l’osservanza della legge che genera la grazia, ma la grazia che fa nascere il senso autentico del dovere, il bisogno intimo ed insopprimibile di obbedire ai comandi del Signore. La grazia è infatti la “nuova legge” del cristiano, quella che Paolo chiama la “legge dello Spirito” (Rom 8,1). In questa luce S. Agostino afferma: “La legge é stata data perché si invocasse la grazia; la grazia é stata data perché si osservasse la legge”. La legge infatti misura la nostra radicale insufficienza a rispondere alla chiamata di Dio e fa scattare quindi la nostra invocazione di aiuto al Signore, perché ci doni la sua grazia. Ecco perché il santo Vescovo di Ippona pregava: “Da quod iubes et iube quod vis (dona ciò che comandi e comanda ciò che vuoi)”.
Questa realtà, misteriosa e vitale ad un tempo, avviene nel cuore di ogni uomo, dice la verità stessa dell’uomo. Questo ci convince del fatto che le opere della giustizia non sgorgano primariamente da un’osservanza esteriore, ma dalla coscienza della persona umana, la quale è dotata di un’insopprimibile dignità, che si traduce a sua volta nel possesso originario ed inalienabile di alcuni diritti fondamentali. Ripetiamo quanto già affermato in precedenza: senza un tale fondamento solido, che in ultima analisi si riferisce all’opera creatrice di Dio, l’affermazione dei diritti dell’uomo rischia di franare, perché poggia su una base molto fragile: quella di una volontà umana che legifera circa il giusto e l’ingiusto, negando le leggi morali naturali, per sostituirle con leggi che promanano unicamente dalla comunità civile. Se le leggi civili non si fondano sull’ordine morale oggettivo, voluto da Dio, rischiano solo di regolamentare in via provvisoria l’esistente o, peggio, di ratificare gli interessi del potente di turno. Le leggi civili sono giuste solo se non ledono i diritti fondamentali della persona, che non vengono conferiti da un’autorità umana, ma sono da essa riconosciuti, difesi e promossi. Se le leggi della comunità civile ledono l’ordine morale naturale ovvero esorbitano dal potere che lo stato possiede, allora esse sono leggi ingiuste e non obbligano in coscienza. Vale qui il principio messo in evidenza da S. Tommaso: lex iniusta, nulla lex.
4 – Amore e giustizia
Da quanto abbiamo visto si evince che la giustizia non si identifica unicamente con la legalità, né quest’ultima coincide automaticamente con la moralità. In altri termini, non tutto ciò che è legale è, di per sé, anche morale e giusto. E noi sappiamo che una legge si impone alla coscienza dell’uomo solo quando è giusta, ossia quando non lede il bene dell’uomo, ne difende i diritti fondamentali e persegue il bene comune. La moralità attinge dunque al valore fondamentale della persona, che in una prospettiva teologica è la creatura voluta da Dio a sua immagine e somiglianza e dotata di una dignità insopprimibile, che precede qualsiasi legge umana e qualunque ordinamento umano.
Questo discorso ci porta a concludere che la giustizia da sola non basta. Essa ha bisogno di confrontarsi continuamente con il valore della persona, che si coglie in modo particolare nella vocazione di quest’ultima all’amore. Dire persona significa infatti dire un essere chiamato all’amore, ossia al dono di sé e all’accoglienza consapevole della ricchezza dell’altro, nella prospettiva del perseguimento del bene comune. In questo quadro si deve recuperare quanto abbiamo già considerato a proposito dell’opera redentiva di Cristo, il quale è l’immagine dell’uomo perfetto, il primogenito della nuova creazione.
Abbiamo visto che al fondamento dell’azione giustificatrice, ovvero salvifica, di Dio c’è il suo amore di Padre, che si manifesta nel sacrificio del suo Figlio unigenito e viene donato al nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo (Rom 5,5). Dio ci rende giusti perché ci ama. E ci ama non già perché siamo belli o buoni, perché semmai ci rende buoni col suo amore gratuito, ossia con la sua grazia. In questo modo il Signore deposita nel nostro cuore un insopprimibile bisogno di amare e di essere amati, che si traduce in un’adesione intima ai suoi comandamenti, primo dei quali è proprio quello dell’amore. Se così non fosse, apparirebbe molto strano, e perfino contraddittorio, che si parlasse di amore in termini di “comandamento”. Può l’amore essere un ordine, un fatto obbligatorio? Non è forse esso l’atto più libero che possa esistere? Non si deve forse sostenere che si ama solo nella libertà e che un amore “obbligato” non sarebbe più un vero amore?
Certamente le cose stanno proprio in questo modo, ma proprio perché l’imperatività morale è già “scritta” nella coscienza umana dallo Spirito di amore, ogni persona avverte dentro di sé che non può fare a meno di amare e che senza amore non può vivere. La “legge dell’amore”, che in ultima analisi è lo stesso Spirito Santo, viene avvertita dall’uomo non già come una costrizione, ma come una potente ed insopprimibile attrazione, che spinge l’uomo a fare liberamente ciò che Dio vuole. Ciò accade perché l’amore “attinge la volontà di Dio alla sua stessa sorgente; attinge nello Spirito la vivente volontà di Dio”. In questo modo l’uomo vive come un “innamorato”, che fa ogni cosa con gioia e non ne avverte il peso. Possiamo dire perciò che “vivere sotto la grazia, governati dalla legge nuova dello Spirito, è un vivere da innamorati, cioè trasportati dall’amore”.
Ora, quest’amore non è separabile dalla giustizia, ma semmai ne è il coronamento ed il superamento. Solo l’amore infatti fa cogliere le esigenze più alte della giustizia, facendo evitare il pericolo del minimalismo, che pretende di calcolare sempre con esattezza quanto spetta all’altro e si ferma spesso alla misura minima. L’amore inoltre vivifica la giustizia, emancipandola dal formalismo impersonale e burocratico e facendone interpretare le esigenze in modo autenticamente personalistico. L’amore scopre i bisogni più profondi dell’uomo, anche quelli che ancora non sono stati riconosciuti come diritti, e li presenta alla giustizia, perché questa li prescriva come obbliganti e ne regolamenti l’osservanza.
La giustizia, da parte sua, concretizza le esigenze dell’amore, traduce in regole concrete quanto l’amore intuisce, fa in modo che l’amore non rimanga una pura astrattezza, impedisce che i diritti vengano interpretati come semplici favori da concedere o, peggio, come dei privilegi. La giustizia fa vivere il comandamento dell’amore nelle sue più ampie esigenze sociali, sottraendolo ad un’interpretazione intimistica e privatistica, quale spesso veniva sottolineata in passato, quando le cosiddette “opere di carità” erano presentate come un fatto di beneficenza privata, che poco o nulla aveva a che fare con la giustizia sociale. Purtroppo su questa strada si è verificato il fatto che ad una carità senza giustizia, praticata nel privato, ha finito per corrispondere spesso una giustizia senza carità, praticata nel pubblico.
Solo un fecondo rapporto fra giustizia e amore, che poggia sul valore di fondo della persona umana, può garantire il perseguimento del bene comune, inteso come “il bene di tutti e di ciascuno”, e dare vita ad una società armoniosa, in cui i diritti di uno non si scontrano con quelli dell’altro, perché si intende promuovere unicamente quelle leggi che permettano ai singoli, come ai gruppi, “di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.
5 – Una giustizia “pneumatologica” e “pentecostale”
Una giustizia intesa in questi termini può ben definirsi come una virtù pneumatologica e pentecostale, perché attinge le sue coordinate essenziali alla forza dello Spirito Santo, quale viene donata alla Chiesa nell’evento della Pentecoste. Lo Spirito di Dio, ricevuto dalla Chiesa nascente cinquanta giorni dopo la Pasqua, valorizza i doni di ogni singola persona e li convoglia al bene comune. I carismi, infatti, sono dono gratuiti concessi al singolo per il bene dell’intera comunità. Nessuno ne è sprovvisto, perché lo Spirito non potrebbe volere che ci siano persone del tutto inutili. Ogni uomo, per il solo fatto di esistere, è voluto da Dio e da Lui viene arricchito dei suoi doni, che vanno messi al servizio di tutti i fratelli.
Nell’evento della Pentecoste possiamo cogliere questa prospettiva di azione della Chiesa. In particolare vediamo che la comunità apostolica spalanca le porte del cenacolo, dove prima si era rinserrata, ed esce allo scoperto, predicando coraggiosamente le esigenze alte del vangelo. La Chiesa non vive perciò in un intimismo devozionistico, ma si proietta nella storia, entra nei drammi del mondo. E lo fa con la forza dello Spirito, che esalta le ricchezze di ognuno, ma contemporaneamente lo colloca in una posizione di responsabilità nei confronti di tutti gli altri. I cristiani diventano così come l’anima del mondo secondo la meravigliosa prospettiva descrittaci dalla Lettera A Diogneto. Essi non si estraniano dalle vicende del mondo, ma anzi si fanno carico delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini del proprio tempo, giacchè non vi è “nulla di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori”. E tutto questo significa, in una parola, perseguire la giustizia, intesa come la virtù che armonizza i beni dei singoli in una prospettiva di bene comune e come parametro morale sul quale costantemente va misurata la giustezza delle leggi umane.
Una tale giustizia non può più essere considerata come mero rapporto tra singole persone, ma va intesa in tutta la sua portata sociale. Vanno perciò riconsiderate le classiche definizioni di giustizia contenute nei trattati di teologia morale, in cui la prospettiva era per lo più di stampo individualistico e privatistico.
I manuali classici distinguevano tre tipi di giustizia: commutativa, distributiva e sociale (o generale). La giustizia commutativa è quella che regola i rapporti fra singole persone o singoli gruppi; la sua unità di misura è detta aritmetica, perché determina con precisione quanto spetta ad ognuno. La giustizia distributiva regola invece i rapporti tra la comunità e i singoli, secondo un criterio detto geometrico, perché distribuisce in maniera diseguale i pesi ed i vantaggi, tenendo conto dei bisogni e delle possibilità dei singoli. La giustizia sociale o generale infine regolamenta le relazioni fra i singoli e la comunità, valorizzando il contributo che ognuno può e deve dare per il perseguimento del bene di tutta la società, in una prospettiva che tenga conto sia del principio di sussidiarietà (per il quale la comunità non soffoca le potenzialità del singolo, ma anzi ne valorizza l’autonomia creativa), sia del principio di solidarietà (per il quale “tutti siamo responsabili di tutti” ).
Una giustizia intesa in termini “pentecostali” si pone soprattutto sul versante della giustizia distributiva e sociale, tenendo conto anche del fatto che oggi difficilmente si possono considerare casi in cui le scelte dei singoli non abbiano ripercursioni sulla comunità. Di conseguenza una giustizia puramente commutativa ai nostri giorni è difficilmente sostenibile. Partendo dall’idea teologica che lo Spirito “distribuisce” i carismi ad ognuno, secondo la sua sovrana libertà, noi possiamo affermare che nessuno può sottrarsi al dovere di contribuire al bene comune. E questo significa già affermare che ognuno è tenuto a vivere nella giustizia. Oggetto specifico della giustizia è infatti quel bene comune, che non si ottiene semplicemente attraverso la “somma” dei beni individuali, ma mediante il coordinamento armonico del bene di ciascuno, in quanto questi è parte di una comunità ed agisce in vista del bene di tutti. Un tale “coordinamento” viene guidato, nell’ordine della grazia, dallo Spirito Santo. Esso però deve tradursi anche nell’ordine storico, attraverso leggi che promuovano “il bene di tutti e di ciascuno”, sottraendosi alla tentazione di difendere solo interessi di parte o di limitarsi ad amministrare l’esistente.
In questo senso si può affermare che la crisi della giustizia oggi è essenzialmente crisi di una coscienza pubblica. Si registra nei nostri giorni un crescente distacco tra la coscienza individuale e quella sociale. La società appare sempre più ai singoli come uno “sfondo” esteriore nel quale compiere le proprie scelte personali, le quali non obbediscono in genere al valore della giustizia sociale, ma solo al perseguimento del proprio vantaggio e alla rivendicazione dei propri diritti individuali. Ciò dà vita ad una permanente litigiosità sociale, giacché è quasi inevitabile che i vantaggi ottenuti da uno cozzino con quelli rivendicati da un altro. Si corre così il rischio di far prevalere la legge del più forte, dal momento che non si fa riferimento ad un parametro valoriale, su cui misurare la giustezza delle leggi, ma solo al proprio utile individuale. La convivenza sociale si riduce così ad uno stare insieme inteso in termini utilitaristici, facendo diventare i rapporti interpersonali frettolosi, anonimi, carichi di sospetto…
La radice di questo malessere sta nell’ideologia individualistica, che intende la libertà dei singoli come qualcosa di assoluto e non riesce adeguatamente a coniugarla con le esigenze della giustizia sociale. Si può uscire da questa situazione se si riparte da un concetto di giustizia che fondi in modo sostanziale le singole leggi, misurandole sempre col vero bene della persona e dell’intera società. In altri termini l’essere giusti non equivale semplicemente ad osservare le leggi, ma ad impegnarsi nella formulazione di leggi buone e oneste, che abbiano una valenza assiologica e rendano perciò ragione della loro forza obbligante. L’unica cosa che spinge ad osservare una legge è, infatti, la percezione del suo valore. In caso contrario rischia sempre di prevalere il classico principio del “fatta la legge, trovato l’inganno…”. È paradossale, infatti, che in presenza di una legge civile, molti cerchino spesso di capire non come osservarla, ma come aggirarla…
A chi spetta stabilire questa valenza assiologica delle leggi? Spetta semplicemente a tutti. In questo consiste essenzialmente la democrazia: nella possibilità, anzi nel dovere che ognuno ha di partecipare alla gestione del potere politico e di regolare secondo criteri di giustizia la convivenza civile. La democrazia non è la prevalenza spietata della logica del numero o della maggioranza, ma la ricerca faticosa, portata avanti col contributo di ognuno, delle cose buone e giuste da proporre a tutti come obbliganti. Certamente in una società pluralistica e complessa come la nostra è difficile trovare valori comuni, che facciano da fondamento alle leggi e all’obbligazione giuridica. Non si può pensare nemmeno ad uno Stato etico, che si erga a maestro della morale da difendere, o ad uno Stato confessionale, in cui i valori da difendere siano quelli di una determinata religione. Occorre qui dire che i cattolici non possono pretendere di trasferire nell’ordinamento giuridico particolari esigenze di tipo confessionale, ma occorre dire altresì che i cosiddetti laici non possono considerare semplicisticamente come “confessionale” ciò che in realtà è un valore umano naturale, da difendere non già per promuovere i valori di una religione, quanto piuttosto per salvaguardare il bene dell’uomo. E’ fastidioso che si parli di “crociate” ogni volta che i cattolici cerchino di difendere valori naturali di assoluta importanza, in mancanza dei quali l’intero ordinamento giuridico rischia di sgretolarsi.
Come possono i credenti unirsi a tutti gli altri uomini per ricercare questo fondamento valoriale delle leggi umane? Il criterio ci viene suggerito dal Concilio Vaticano II, in quel meraviglioso testo della Gaudium et spes, in cui si parla della coscienza. Dopo aver definito la coscienza come “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo”, il Concilio dice che “l’uomo ha una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato”. Di conseguenza la cosa più importante è la fedeltà alla propria coscienza. Ed è proprio in questo che può avvenire la ricerca comune della verità: “Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale”. La giustizia non si costruisce perciò attraverso l’obbedienza formale alle leggi, quanto piuttosto mediante la partecipazione costruttiva di tutti i cittadini; una partecipazione fondata sulla coscienza, intesa come l’ambito ermeneutico in cui la persona scopre il bene e si decide per esso, presentandolo in tutta la sua ricchezza anche come bene comune, proprio perché esso non è il bene del singolo individuo, ma il bene dell’essere umano, colto nel suo valore naturale e fondamentale.
In una ricerca della verità e del bene così intesa torna ancora in gioco l’azione, misteriosa e potente, dello Spirito Santo. Egli, che non è monopolio dei credenti, agisce nel cuore di ogni uomo e spinge sempre al bene e al vero. Egli infatti è Maestro interiore, che guida “alla verità tutta intera” (Gv 16,13) e convoglia le migliori energie di ognuno verso la costruzione, sempre faticosa, del bene comune.
Conclusione
La folla che ascoltava da Gesù le Beatitudini e le ardue esigenze morali del Discorso della Montagna è la stessa folla che oggi chiede amore e giustizia. La fame e la sete di beatitudine, che albergano nel cuore di ogni uomo, si traducono concretamente in fame e sete di giustizia. Gesù non è venuto però ad offrire una giustizia “a buon mercato”, calata dall’alto della sua sovranità divina. Egli sprona ciascuno di noi a dare il meglio di sé per la costruzione di un mondo giusto. Per questo Egli sacrifica se stesso e ci dona il suo Spirito di amore e di verità: ce lo dona come forza imperiosa, che guida la nostra coscienza al vero, al buono e al giusto; lo dona a tutti gli uomini, come patrimonio comune in cui ognuno possa riconoscere la ricchezza del suo essere e porla al servizio degli altri; lo dona alla Chiesa, perché si faccia nella storia guida sapiente degli uomini, senza mai peccare di arroganza, ma cercando di assomigliare in tutto al suo Maestro, “che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
Lo Spirito Santo distribuisce ad ognuno i suoi doni, spingendo a perseguire il proprio bene personale sempre nella direzione del bene comune. Egli pone nella nostra coscienza la sua legge eterna, che deve essere tradotta, col nostro impegno, in leggi umane capaci di aiutare tutti a realizzarsi come persone. In particolare lo Spirito di Dio è “padre dei poveri”, che ci convince “quanto al peccato” (Gv 16,8) e smaschera tutte le ingiustizie perpetrate dall’egoismo degli uomini. È in questo modo che Egli prende le difese dei più deboli, continuando nella storia l’opera salvifica di Gesù e spronando tutti noi ad agire in questa direzione.
don Mario Cascone - Associazione Europea “Amici di San Rocco”
N.B. (Domando a te uomo: TU TI SENTI UN GIUSTO? SEI IN ARMONIA CON TE STESSO? HAI EVITATO DI RACCONTARE FALSITA’?- MEDITA SUL VERO SIGNIFICATO DI QUESTE PAGINE E POI, COL CUORE IN MANO, RISPONDI!)