“Come hai avuto modo di leggere, mia intima amica, mi sono esposto liberamente al tuo giudizio, raccontando senza remore chi sono e chi sono stato.
Attraverso queste lettere ho ritrovato dignità umana, ho dato corpo ad un essere ormai inesistente. La mia vita è fluita, breve, attraverso le parole che ti ho scritto. Ho tentato di accompagnarti nella raccolta privata delle mie immagini.
La speranza è che queste lettere siano state piacevole compagnia per le tue ore, così come lo sono state per le mie. Non solo quando le abbiamo scritte e lette, ma anche in tutti i momenti nei quali avevamo la piacevole sensazione di possederle. Tutte le volte in cui abbiamo sentito il bisogno di rileggerle e tutte le volte che le abbiamo corrette prima di finirle.
Attraverso le lettere hai letto di tanti uomini, tutti presenti dentro di me. Di essi esistono le lettere, quelle riposte in un cassetto, l’una sull’altra, accompagnate dalla busta.
La storia di questi pezzi di carta contiene ed impersona la mia vicenda. Io sono ciò che rimarrà in questi scritti, niente di più ormai.
Tra le parole puoi scorgere tanti momenti e tante sensazioni, ogni sospiro, cattivo pensiero o momento di lieve gioia prende forma corporea nei segni di interpunzione, negli spazi, nelle correzioni.
Un narratore che al tempo racconta e recita la vicenda, la descrive e la rappresenta sulle assi di un palcoscenico, vestito di scena, oppure no. Mentre dice, egli fa, sottolineando nel gesto ciò di cui
narra. Consapevole del suo ruolo, questo uomo ha assolto il suo compito profondendo in esso tutto il suo essere. Ha identificato in te la misura del suo tempo, che è passato veloce.
Ora il compito diventa tuo, grave per te, assai lieve per me.
Puoi prendere ciò che vuoi di quello che ti è stato donato, lasciando il resto. Oppure puoi tenere tutto per non scegliere.
Anche questa lettera, come le altre, ti sarà spedita da chi si è offerto di occuparsi di esse.
Se non avverrà e dovrà seguire lo stesso destino di quelle che dovresti già avere, allora avrò scelto io per te. Avrò scritto, comunque.
Attraverso le lettere mi sarò donato. Nulla di più chiedo, giacché non potrei.
Ti ringrazio comunque per aver voluto visitare i miei pensieri e popolare i miei tanti momenti di solitudine, inconsapevole spettro. Innumerevoli volte ti ho visto transitare tra queste mura, silenziosa, eterea. Come immagine nella nebbia, ti ho vista venirmi incontro, con gli occhi compiacenti, con gli occhi dei quali non conosco il colore.
Il tuo viso ha annuito spesso alle mie domande e tante volte le tue lacrime hanno saputo tenere compagnia alle mie Ognuna di esse, come se le vedessi anche ora, percorreva il volto osservando quella dell’altro, uniformando la discesa, come parte di uno spettacolo di danza nel quale i primi ballerini devono muoversi in maniera coordinata, essendo pronti a riunirsi in un punto preciso del palcoscenico.
Questi passi di danza sono stati reiterati più volte, come a voler provare la scena prima della grande rappresentazione finale.
Con impegno le nostre lacrime, le mie calde e reali, le tue come disegnate a mezz’aria su un affresco, si sono date appuntamento e commiato.
Le ho viste brillare, nella luce fioca, come candele di un presepio popolato da pastori che assumevano le sembianze delle persone che ho conosciuto. Tutti in cammino. Chi con la sporta, chi con la gerla, le pecore e le capre a precedere il pastore che le conduceva, belando nervosamente, quasi infastidite da quella marcia forzata.
Le donne con le brocche e le ceste. Tutti incolonnati o distanti, da presso o da lungi, in cammino verso la meta. Nel cielo la stella sempre uguale a se stessa, immutabile simbolo dell’evento. E le lacrime ondeggiavano la loro luce sulle nostre gote quasi a voler essere più visibili, ad allungare il breve attimo della loro vita, a portare un cenno di saluto le une alle altre, come se dovessero poi rivedersi a breve, farfalle dell’oblio, ondivaghe tra i petali dei fiori del dolore.
Ed i nostri volti come prati, attraversato dai fiumi del cruccio il mio diafano e roseo il tuo, specchi contrapposti a moltiplicare, in lunga teoria senza fine che lo sguardo non può seguire, l’immagine transiente del tuo sorriso. La parola mi lascia e non assiste più questo cuore stanco. Si confonde, perde il senso del suo significato, non esprime che il suono senza accordarsi con la vicina, ognuna isolata, ognuna pegno su strada lasciato da una mente che vaga verso il passato. Ho tentato di sfidare il futuro per tuo tramite consegnandoti tutto quello che ho potuto, la storia, i pensieri, le idee, i sentimenti.
Se posso, ti bacio.
Altrimenti chiunque avrà questo privilegio sarà inconsapevole oggetto della mia invidia, che, indistinta dall’amore, pure rimane con me tra queste mura e su queste lettere.”
Recensione di Morena Fanti dal blog VDBD Viadellebelledonne
Come pagina bianca
Pasquale Esposito
Aletti editore 2004
Un libro in cui nulla accade e tutto ci viene raccontato. Un libro che è vita in ogni parola, ed è amore nella ricerca di comunicazione estrema, anche quando tutto sembra negato e l’unica cosa che ci rimane siamo noi stessi in una coltre di solitudine.
Esposito ci racconta per immagini, per suoni e colori, trasformando tutto il mondo interiore in parole, parole che riempiono questa pagina bianca che inquieta il protagonista senza nome e senza corpo. In un mondo in cui tutto è esteriore, Pasquale Esposito riesce a farci viaggiare nell’interiorità e nell’incorporeità.
Come pagina bianca racchiude al suo interno anche tante poesie, ma è esso stesso un’unica grande e complessa Poesia dove le parole ” si inerpicano sulle pareti, percorrono tutto questo spazio […] passano veloci da una parte all’altra, senza posa, affannate e stanche, poi di nuovo enfatiche, poi nostalgiche. Sono scritte luminose nel buio, contorni definiti, dai mille significati, forme animalesche, che pronunciano la parola di cui sono immagine [… ]. Le parole echeggiano, oppure ululano lamentose, quali spiriti di morti mai sepolti che vagano alla ricerca dell’espiazione, aggrappati con le mani adunche alle mie palpebre.”
Visionario ma non solo, onirico quanto basta per trascinarci con sé nei meandri della psiche che rifiuta di omologarsi a niente altro che non a se stessa, il pensiero di Esposito esplora tutte le direzioni della Bellezza che turba l’anima e la rende fragile di fronte ad una società che non accetta i ‘diversi’ neppure – e soprattutto - se la diversità riguarda la sfera spirituale.
Il senso d’estraneità, il non capire perché siamo qui – se il “qui” è una casa di cura, un luogo materiale, ma anche se il “qui” è pensato come il luogo immateriale della nostra Vita – rendono più acute le percezioni del protagonista e gli fanno trovare un motivo per restare aggrappato a se stesso e al mondo che lo circonda. Quel motivo, quel filo sottile che lo lega all’esterno è Lei, la persona a cui scrive – nutrendosi del pensiero di lei che leggerà ciò che lui scrive - e a cui si mostra scendendo all’interno della sua anima e rivoltandola sulla pagina bianca che serve da “pretesto” per scoprire e farci scoprire quanto le nostre anime – frammenti divisi e indivisibili del nostro io interiore - siano sempre in congiunzione e una non si possa privare dell’altra, pena l’alienazione da noi stessi, il non riconoscerci.
La solitudine dell’uomo è ben rappresentata dalla malattia e dall’essere distante da tutto e da tutti, una grande metafora della nostra società che di solitudine si nutre e nello stesso tempo ci affama, privandoci dell’attenzione altrui, della condivisione e del ‘riconoscimento’. Noi esistiamo solo se possiamo specchiarci nelle nostre parole per gli altri e nell’idea che abbiamo di ciò.
Ma se è vero che la solitudine si nutre di se stessa “E’ un potere oscuro e inconsapevole che affonda le sue radici nella voglia di appagarsi di sé. Una forza di esclusione dell’altro da sé.”, è anche vero che “… sono giunto alla conclusione che solo l’uomo può rendere isolato l’uomo, che si tratti di sé stesso o di altri”, e la volontà con cui il nostro protagonista senza nome e senza volto impiega in queste sue parole è un gesto di speranza e di convinzione che nulla è perduto finché rimane anche una sola parola da scrivere, unica eredità che possiamo lasciare.
6 Commenti for "STRALCIO DAL LIBRO “COME PAGINA BIANCA” DI PASQUALE ESPOSITO"
Come Vergine.
***
Una pagina bianca nelle tue mani
si trasforma in arcobaleno di sogni
e colori,
carezze per gli occhi feriti dal vento,
soffocati dalle lacrime degli affanni.
Profondità di pensiero che annega
e trascina
come fiume che lento scorre
tra sassi che addolcisce e leviga
arrotondandone la forma.
Plasmando da geometriche figure
morbide creature
coperte di alga sottile
verdeggiante
e spuma d’acqua gioiosa
che sulle rive gorgheggia
come battito di cuore
e canta,
invade, bagna, lenisce il dolore.
Ma era solo una pagina bianca
come vergine innamorata
in attesa di essere
amata, colmata
di poesia e vita:
la tua pagina bianca.
Natàlia
“Meravigliosa creatura sei sola al mondo
meravigliosa paura d’averti accanto
occhi di sole mi bruciano in mezzo al cuore
amore è vita meravigliosa”.
Nat non so risponderti in altro modo se non con le parole della canzone della Nannini.
Poesia meravigliosa, da una creatura meravigliosa!
Baci, Tilde
meraviglioso è il libro ed il mondo di Pasquale!
grazie infinita Tilde!
Nat…un bacio
Tilde sei impagabile. Riesci a lasciarmi senza parole. In pochi ci riescono.
Ben tornato eventounico!
Chissà per quale motivo mi sono fatta l’idea che tu non sei una persona da restare senza parole, però va bene faccio finta di crederci!
Complimenti vivissimi per il tuo romanzo, per il momento ne ho letto solo qualche stralcio, ma mi sono ripromessa di leggerlo tutto per bene.
Saluti cordialissimi, Tilde
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