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ROMA - Un datore di lavoro è sempre responsabile del comportamento dei dipendenti, soprattutto se questi danno vita a casi di mobbing, ovvero vessazioni di lavoratori in posizione gerarchica superiore rispetto alle vittime. E se si escludono gli episodi isolati, questo non vuol dire che pochi mesi non siano sufficienti a configurare una continuità negli atti di mobbing.

Lo si evince dalla sentenza n.22858 della Cassazione che ha accolto il ricorso di una donna che per 6 mesi era stata vessata dal suo capo con frasi scurrili, isolata dal gruppo, senza scrivania ed un posto dove lavorare in pace. La signora Elena per mesi aveva subito le parolacce del collega ‘quadro’ (”mi hai rotto i co.. hai capito brutta stro..”) che le aveva relegata in un ufficio senza finestre e senza armadio e scrivania; le avevano anche cambiato all’improvviso il progetto di cui doveva occuparsi e buttato in scatoloni tutti i documenti importanti.

Alla denuncia della donna, però non era seguito un pronto intervento del ‘capo d’aziendà e alla decisione di agire per vie legali, con la richiesta all’azienda di circa 400mila euro di risarcimento per mobbing, il tribunale e la Corte d’Appello di Torino avevano dato parere negativo sostenendo che sei mesi era un tempo “non sufficiente a concretizzare il mobbing”.

La Cassazione ha riaperto il caso e, accogliendo il ricorso, ha rinviato a nuova decisione ritenendo che un periodo di sei mesi è”più che sufficiente per integrare l’idoneità lesiva della condotta nel tempo”. Inoltre, ha anche ‘bacchettato’ i capi d’azienda : ad escludere la responsabilità del datore “quando il mobbing provenga da un dipendente posto in posizione di supremazia gerarchica rispetto alla vittima”, non può “bastare un mero tardivo intervento pacificatore non seguito da concrete misure e da vigilanza ed anzi potenzialmente disarmato di fronte ad una aperta violazione delle rassicurazioni date dal presunto ‘mobbizzante’.

Fonte: ANSA.it

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