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Artemisia Gentileschi (Roma 1593 – Napoli 1652/53)
E’ una delle poche protagoniste femminili della Storia dell’arte europea. Ma è anche la protagonista di una torbida vicenda a tinte fosche o, per meglio dire, “caravaggesche”, infarcita di elementi sentimentali, erotici, patetici e fantastici, in una brillante fusione romanzesca, insomma Artemisia è la protagonista ideale del romanzo ideale (e infatti svariati romanzi si sono ispirati alla sua vita).
Certamente la carriera artistica (come qualsiasi altra carriera) è sempre stata pressoché impraticabile per le donne, costrette nei limiti che la società imponeva loro, limiti di natura culturale (assenza pressoché totale di una preparazione scolastica) e familiare (nelle famiglie patriarcali la donna era preposta all’accudimento di tutti i suoi numerosi elementi).
Artemisia Gentileschi, che ebbe modo di fare fruttare il suo talento, è stata una delle poche donne “sfuggite” tra le maglie di questo rigidissimo sistema sociale, tuttavia la sua sofferta vicenda privata si è spesso sovrapposta a quella di pittrice generando molte ambiguità.
Negli anni Settanta la sua popolarità ha raggiunto il vertice soprattutto per via della vicenda che la vide accusare il suo violentatore (al punto da sottoporsi allo schiacciamento dei pollici per confermare l’attendibilità delle sue accuse, cosa che per lei, pittrice, non dovette essere solo un dolore fisico). Artemisia è divenuta così il simbolo del femminismo e del desiderio di ribellarsi al potere maschile: tuttavia questo fatto le fece un grande torto: l’avere spostato l’attenzione (ed averle attribuito un particolare successo) sulla vicenda dello stupro, mettendo in ombra i suoi meriti professionali, ormai ampiamente riconosciuti dalla critica.
Negli anni settanta la Gentileschi divenne un vero e proprio simbolo del femminismo internazionale: associazioni e cooperative le si intitolarono – a Berlino l’albergo “Artemisia” accoglieva esclusivamente la clientela femminile – riconoscendo in essa una figura culto, sia come rappresentante del diritto all’identificazione col proprio lavoro, sia come paradigma della sofferenza, dell’affermazione e dell’indipendenza della donna.
www.artemisiagentileschi.net

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Mia Martini (pseud. di Domenica Berté; Bagnara Calabra, 20 settembre 1947 – Cardano al Campo, 12 maggio 1995)
E’ stata una cantautrice e cantante italiana, ritenuta tra le voci più intense e più importanti della musica italiana. Muore a 47 anni.
La sua voce, intensa e struggente colorata di mille sfumature, ci ha accompagnato per molti anni. Spesso l’abbiamo vista scomparire per lunghi periodi, poi l’ennesima risalita. Silenzi a volte voluti e a volte no. Testarda, professionista, diffidente verso il suo ambiente, sola. La sua vita era la musica. Nel suo canto la passione sanguigna del sud. Il percorso artistico di Mia Martini non è stato dei più facili. Il proprio successo lo h costruito caparbiamente senza forzature, senza quei compromessi tipici di chi si adegua all’industria discografica, sempre coerente con le proprie idee. Decisioni che spesso si rivelano a doppio taglio. Per vendere un disco in più, non ha mai voluto barare con la propria coscienza, nemmeno quando, quindicenne, inizia a incidere come ragazzina yè-yè , la risposta italiana alle varie Sylvie Vartan, Sheila, e altre giovanissime cantanti di grido internazionali. Allora si chiamava Mimì Bertè.
Il 14 maggio 1995, dopo giorni di silenzio, viene ritrovato il corpo di Mia Martini senza vita nella sua villetta a Cardano al Campo (VA), dove si era trasferita per essere più vicina al padre.
Le cause della morte non furono mai del tutto chiarite. L’autopsia sul corpo stabilì che la morte avvenne due giorni prima, venerdì 12 maggio 1995.
Resta ancora dopo tredici anni dalla morte, il mistero sulla causa della morte improvvisa di Mia Martini. Le ipotesi furono le seguenti: suicidio, arresto cardiaco, avvelenamento, overdose di cocaina.
La Procura di Busto Arsizio aprì un’inchiesta e dispose l’autopsia. Secondo il referto del medico legale, la morte dell’ artista è avvenuta per arresto cardiaco. Il 17 maggio il corpo venne cremato e successivamente il caso fu archiviato.
Ai suoi funerali, svoltisi il 15 maggio a Busto Arsizio, presero parte migliaia di suoi fan, persone dello spettacolo e colleghi del panorama musicale. Per volontà del padre, le sue ceneri si trovano nel cimitero di Cavaria con Premezzo.

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Marilyn Monroe, nome d’arte di Norma Jeane Baker (Los Angeles, 1º giugno 1926 – Los Angeles, 5 agosto 1962),
E’ stata un’attrice statunitense.
Il suo mito supera di gran lunga il pur apprezzato (e spesso sempre più rivalutato) talento artistico di un’attrice sicuramente fuori dal comune, un “sogno proibito” per milioni di appassionati di cinema. Il fascino che emanava dal grande schermo e dalle copertine in carta patinata ha contribuito a farne un sex symbol fuori da ogni tempo; la fragilità che ha contraddistinto la sua esistenza (per molti versi tumultuosa e culminata in una morte tanto prematura quanto misteriosa) l’ha resa una vera e propria icona della cultura pop.
È stata anche una cantante dalle doti non particolarmente eccelse ma con un timbro vocale in grado di affascinare l’ascoltatore. Fra i suoi successi, quasi tutti inseriti nel contesto dei film da lei interpretati, vi è anche la celeberrima My Heart Belongs To Daddy di Cole Porter. Altri grandi successi canori di Marilyn furono Bye Bye Baby, cantata nel film Gli uomini preferiscono le bionde, e I Wanna Be Loved by You, cantata nel film A qualcuno piace caldo. La Marilyn cantante sarà tuttavia ricordata più che altro per l’intervento canoro – immortalato in un enigmatico quanto affascinante filmato video in bianco e nero con l’artista illuminata da un semplice occhio di bue – al party di compleanno del presidente Kennedy, quando intonò – con fare malizioso ed ammiccante – Happy Birthday, Mister President.
Marilyn Monroe è stata trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, California, all’età di trentasei anni a causa di un’overdose di barbiturici. L’allora presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy aveva di recente interrotto l’amicizia con l’attrice. Tuttavia questo non sembra essere un motivo sufficiente, dato che altre ammiratrici attribuite a Kennedy (tra queste, Judith Campbell Exner, che segretamente faceva anche da tramite tra il presidente ed il gangster Sam Giancana) gli sono sopravvissute.
Il cadavere di Marilyn fu scoperto dalla signora Eunice Murray, un’infermiera assegnata a Marilyn dal suo psichiatra, il Dr. Ralph Greenson. C’è chi ritiene che, la notte della sua morte trascorsero cinque ore dal momento del decesso a quando furono avvisate le autorità. Durante quelle ore Marilyn sarebbe stata portata all’ospedale St. John di Santa Monica, ma l’ospedale rifiutò di accettare il caso, per l’eccessiva notorietà della vittima. Questa incerta ricostruzione, unita all’arrivo della polizia solo in piena notte, ha lasciato aperto negli anni uno strascico di speculazioni secondo cui la Murray potesse aver saputo più di quanto abbia poi raccontato.
È da notare che qualche giorno dopo la morte della Monroe, la Murray tentò di incassare un assegno da ventimila dollari datole dalla stessa Marilyn. La City National Bank di Beverly Hills rifiutò di pagare la Murray, dato che la notizia della morte della Monroe era da giorni di pubblico dominio. Inoltre la Murray, una vedova dai mezzi piuttosto modesti, partì due mesi dopo per una crociera in Europa a bordo della Queen Mary. La Murray mantenne negli anni l’amicizia con l’agente di Marilyn, Pat Newcomb. Successivamente, la Murray (con la scrittrice Rose Shade) diede la sua versione del decesso di Marilyn nel libro Marilyn, The Last Months, pubblicato nel 1970.
Un’indagine formale nel 1982 del procuratore generale della contea di Los Angeles si concluse senza nessuna credibile evidenza di un complotto, ma le storie persistono. Il Dr. Thomas Noguchi, che seguì l’autopsia (oltre alla sua, anche quelle di altri personaggi celebri, tra cui Robert Kennedy, Natalie Wood e William Holden) scrisse nel suo libro Coroner che la morte di Marilyn era con alta probabilità un suicidio.
Di Maggio si occupò dei funerali. Secondo quanto riferì la sorellastra di Marilyn, Berniece Baker Miracle, che prese un aereo per la West Coast non appena ricevette la notizia, Di Maggio volle prendersi cura di tutte le pratiche e lei acconsentì. Per vent’anni, Di Maggio fece recapitare sulla tomba di Marilyn una dozzina di rose rosse tre volte alla settimana. A differenza degli altri uomini che la conobbero intimamente (o dissero di averla conosciuta), non parlò mai pubblicamente di lei e non scrisse mai un libro sulla loro relazione.
Marilyn è sepolta in un loculo al Westwood Village Memorial Park Cemetery. Aveva fatto seppellire lì anche Grace Goddard perché vi era sepolta anche la zia di Grace – che si prese cura di Norma Jeane per un breve periodo. Quando la sua carriera stava decollando, Marilyn chiese al suo truccatore personale, Whitey Snyder, di prometterle che alla sua morte si sarebbe occupato del trucco. Snyder rispose scherzando che l’avrebbe fatto se il suo corpo gli fosse portato ancora caldo. Alcuni giorni dopo, ricevette dei soldi e una nota: “Caro Whitey, mentre sono ancora calda, Marilyn”. Mantenne la sua promessa con l’aiuto di una bottiglia di whisky.

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Rita Hayworth, nome d’arte di Margarita Carmen Cansino (New York, 17 ottobre 1918 – New York, 14 maggio 1987)
E’ stata un’attrice statunitense.
Tra le più belle e seducenti donne della storia del cinema, Rita Hayworth rimane nell’immaginario collettivo come la prorompente e tentatrice Gilda, personaggio che ha portato con successo sullo schermo nell’omonimo film del 1946, ma che l’ha confinata nel ruolo stereotipato della pin-up, offuscando così le sue doti d’interprete.
Di origini spagnole, la bella e bruna Margarita nasce a Brooklyn, New York, dove trascorre un’infanzia tutt’altro che felice. Suo padre infatti, il celebre ballerino Eduardo Cansino, la strappa da subito ai giochi per insegnarle il flamenco e non appena sua figlia compie dodici anni la porta con sé in tournée.
Notata da un talent-scout della 20th Century Fox, la giovane ragazza lavora in una serie di film di poco conto, fin quando nel 1935 il produttore Harry Cohn resta accecato dalla sua bellezza e le procura un vantaggioso contratto con la Columbia.
Trasformata da bruna in rossa e messo in risalto il suo fascino latino con trucco, interventi estetici (la Hayworth, che aveva un’attaccatura dei capelli molto bassa sulla fronte e sulle tempie, si sottopose a dolorose sedute di elettrolisi per eliminare l’anti estetico problema) e dei vestiti che mettevano in risalto il suo fisico asciutto ed atletico, Rita Hayworth (lo pseudonimo le fu imposto dalla casa cinematografica) viene impiegata in una serie di film di successo, dalla commedia – come il celebre Bionda fragola (The Strawberry Blonde, 1941) – al dramma sentimentale – amoreggia con Tyrone Power in Sangue e arena (Blood and Sand, 1941) – fino al musical – come Non sei mai stata così bella (You Were Never Lovelier, 1942), accanto a Fred Astaire, e Fascino (Cover Girl, 1944), accompagnata da Gene Kelly -.
Dopo aver intrattenuto i soldati americani al fronte durante la seconda guerra mondiale, la fiammeggiante Rita Hayworth ottiene il suo vero trionfo interpretando la sensuale protagonista del film noir Gilda (Gilda, 1946) di Charles Vidor, in cui, accanto al partner (e per un periodo amante) di sempre Glenn Ford, l’attrice dà il meglio della sua provocante sensualità, in numeri musicali come Put the Blame on Mame e Amado mio, ma dimostra anche intense doti drammatiche. Divenuta ormai una star, la Hayworth viene soprannominata la “Dea dell’amore” e si merita anche l’appellativo di “Atomica”.
Intanto, dopo un matrimonio di convenienza con un certo Edward C. Judson, l’attrice si innamora del regista Orson Welles, che sposa nel 1943 e da cui avrà la figlia Rebecca. La passione però durerà poco, e nonostante un riuscito film girato insieme – La signora di Shanghai (The Lady from Shanghai, 1948), in cui l’attrice è una insolitamente bionda femme fatale – i due si divideranno nel 1948.
Rita Hayworth è essenzialmente una donna fragile e alla costante ricerca di un uomo che si prenda davvero cura di lei, e sembra averlo trovato nel mondano principe Ali Khan, con cui si sposa nel 1949 e per cui abbandona temporaneamente il cinema. Per lui infatti si trasferisce in Pakistan, ma nonostante la nascita della sua adorata figlia Yasmin, anche questa relazione finisce in divorzio, nel 1953. Ali Khan sarebbe morto per un incidente automobilistico sette anni dopo.
Tornata al cinema, Rita Hayworth è intrepreta il ruolo di una prostituta sulla difficile via della redenzione nel melodramma Pioggia (Miss Sadie Thompson, 1953), ma il suo percorso esistenziale è ora più che mai difficile. In seguito per lei ci saranno altri due matrimoni travagliati (uno col cantante Dick Haymes, e l’altro col regista James Hill), film di scarso successo (a parte l’interessante Pal Joey, id., 1957), e la sempre più crescente dipendenza dagli alcolici.
Sul finire degli anni sessanta l’attrice si ammala di Alzheimer, che però non le sarebbe stato diagnosticato fino al 1980. Sua figlia Yasmin Aga Khan comunque le sarà accanto anche quando la malattia la rende scostante, visionaria e lunatica.
La splendida Rita Hayworth si spegne in un ospedale di New York nel maggio del 1987, all’età di sessantotto anni.

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Sorāyā Esfandiyāri Bakhtiyāri (persiano ثریا اسفندیاری ﺑﺨﺜﻴﺎﺭی ; Isfahan, 22 giugno 1932 – Parigi, 25 ottobre 2001)
E’stata la seconda moglie di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo Shāh di Persia.
Soraya era figlia di Khalil Esfandiari Bakhtiyari, un importante membro della tribù dei Bakhtiyari e ambasciatore d’Iran nella Repubblica Federale Tedesca. La madre, Eva Klein, era una tedesca di origini russe. Soraya aveva anche un fratello, Bijan Esfandiari Bakhtiyari.
Il 12 febbraio 1951, all’età di 17 anni, Soraya (donna molto bella per i canoni dell’epoca, con una notevole somiglianza ad Ava Gardner), sposò lo Scià a Tehran. Il loro matrimonio ebbe fine il 6 aprile 1958, quando lo Scià la ripudiò dopo che fu evidente che non avrebbe potuto dargli dei figli. Lo stesso Scià diede annuncio della separazione pubblicamente, visibilmente affranto.
Nonostante il matrimonio combinato fosse sfociato in una grande passione, come ammise la stessa Soraya nell’autobiografia Il palazzo della solitudine, la sua vita a palazzo era molto difficile e faticosa, a partire dalla lontananza continua del marito, fino alla generale condizione che soffriva in quanto donna. La principessa era vittima di una discriminazione ben lontana dallo stile di vita che aveva vissuto in Europa, dove aveva sognato di fare l’attrice. A complicare la situazione, vi era la notevole pressione che subiva dalla famiglia reale, ansiosa di veder assicurato un erede al trono.
Dopo la separazione, che le lasciò comunque il titolo di Sua Altezza Imperiale la Principessa d’Iran, si trasferì in Francia, desiderosa di riprendere la sua carriera d’attrice. Recitò nel film del 1965 I tre volti, e si innamorò del regista italiano Franco Indovina. Dopo la morte di Indovina, avvenuta in un incidente aereo, Soraya trascorse il resto della sua vita in completa solitudine, girovagando per l’Europa soggiornando in incognito spesso anche a Taormina dove fu anche ospite del dietologo delle dive Gailord Hauser e partecipando ad alcuni eventi mondani (festival del cinema in particolare). Nonostante fosse ormai una vera diva del jet-set, era diventata celebre per la sua depressione.
Morì per cause naturali all’età di 69 anni, e venne seppellita a Monaco.

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Maria Anna Sophia Cecilia Kalogheròpoulos, nota al pubblico di tutto il mondo con il nome Maria Callas (New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977)
E’ stata un soprano greco, tra le più celebri cantanti liriche del XX secolo.
Di famiglia greca, statunitense di nascita, divenne cittadina italiana dal 1949 grazie al matrimonio con l’industriale veronese Giovanni Battista Meneghini, e naturalizzata cittadina greca nel 1966.
Con le sue interpretazioni, la Callas contribuì alla riscoperta del repertorio italiano della prima metà dell’Ottocento, in particolare Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, di cui seppe dare una lettura personale, in chiave tragica e drammatica, anziché puramente elegiaca. Tra i suoi cavalli di battaglia vi furono Norma, I puritani e La sonnambula di Bellini e Lucia di Lammermoor di Donizetti, Traviata di Verdi, Gioconda di Ponchielli e Tosca di Puccini.
Si dedicò inoltre con successo alla riscoperta di titoli usciti di repertorio quali Armida e Il Turco in Italia di Rossini, Il pirata di Bellini, Anna Bolena di Donizetti, Alceste e Ifigenia in Tauride di Gluck e La Vestale di Gaspare Spontini, sia pure senza rigore filologico, com’era nella prassi dell’epoca, ossia tagliando e talvolta ritoccando le linee vocali. Un ruolo indissolubilmente legato al suo nome è quello di Medea di Luigi Cherubini.
L’incontro con Onassis. Nel 1957, ad un ricevimento a Venezia, incontrò per la prima volta Aristotele Onassis; quell’anno segnò anche l’inizio di una fase critica della sua carriera. A Roma, ad una serata di gala alla presenza di alte autorità quali il presidente della repubblica Giovanni Gronchi, dopo il primo atto di Norma, diretta da Gabriele Santini, la Callas accusò un malore e interruppe la recita. Nel maggio dell’anno successivo entrò in conflitto con il sovrintendente della Scala di Milano, Antonio Ghiringhelli; nel novembre, per prese di posizione giudicate inaccettabili da Rudolf Bing, direttore del Metropolitan Opera, fu obbligata alla rescissione del contratto. Nell’anno 1959 venne invitata, insieme al marito, da Onassis sul suo yacht Christina per una crociera insieme a Winston Churchill e consorte, alla famiglia Agnelli e ad altre personalità del Gotha internazionale: alla fine della crociera Aristotele e Maria apparvero ufficialmente amanti.
La Callas si separò e poi divorziò da Meneghini, abbastanza tempestosamente, dopo poco tempo. In realtà già da diverso tempo meditava di porre fine al matrimonio, per diverse cause dovute proprio a Meneghini (innanzitutto per i continui tradimenti e la sottrazione sistematica di denaro della Callas a favore dei propri parenti).
Maria Callas e Onassis concepirono un bambino, Omero, nato e morto pochi istanti dopo a causa di un’insufficienza respiratoria, fu sepolto nel cimitero di Bruzzano, alla periferia nord di Milano. Durante il parto La Callas fu assistita da una suora e dalla fidata cameriera Bruna Lupoli (tuttora vivente a Feltre); Onassis non c’era come non c’era il giorno della tumulazione, in quanto si trovava in crociera a Puerto Rico sul Christina con Sir Winston Churchill. Per molti anni non si è creduto che la Callas avesse avuto un bambino, in quanto secondo le testimonianze di Meneghini, era impossibilitata ad avere figli a causa di una deformazione congenita; in realtà fu operata due volte dal professor Palmieri in una clinica di Milano, probabilmente per effettuare una retroversione, intervento che le consentì di restare incinta. Inoltre ci sono diverse foto della Callas in stato interessante, una la ritrae a Parigi nel 1960 al sesto mese di gravidanza e a dissipare ogni dubbio c’è la foto al piccolo scattata poco prima dell’ultimo addio (il 4 aprile 1960) dalla stessa Maria, dopo che lo aveva vestito con le sue stesse mani con un camicino bianco di lino e una piccola cuffietta di pizzo.
Il declino (1958-1965). Le sue condizioni vocali, a partire dal 1958, mostrarono segni di logoramento, dovuti al superlavoro, alle tensioni dovute alle infinite azioni giudiziarie intentate e subìte, al peggiorare delle condizioni fisiche (sempre state precarie) e alle difficoltà di imporre la propria arte. Già dal 1959 aveva diradato vistosamente gli impegni. Nel 1961, con una linea vocale cospicua ma intaccata da un forte vibrato, inaugurò la stagione lirica della Scala nella parte non protagonistica di Paolina nel Poliuto di Gaetano Donizetti. Nel 1964, dietro forti insistenze di Franco Zeffirelli cantò in Tosca al Covent Garden di Londra e successivamente Norma a Parigi. Ebbe maggior successo nella pur affaticata parte di Tosca, meno impegnativa vocalmente, essendo coadiuvata dal grande collega e amico Tito Gobbi. Nel 1965 decise di ritornare sulle scene e cantò Tosca a New York: il ritorno fu trionfale. Maria sembrò aver ritrovato lo splendore degli anni precedenti e ciò la indusse a cantare cinque recite di Norma a Parigi, ma sia la voce che il fisico non ressero, tanto che il 29 maggio terminò la scena dell’atto II del tutto sfinita e l’ultima scena venne annullata.
Gli ultimi anni (1966-1977). Impegnata con il Covent Garden di Londra per quattro rappresentazioni di Tosca, riuscì a tenere solo quella di gala, in presenza della regina; fu poi costretta a rinunciare a tutte le altre dietro ordine del suo medico personale per problemi fisici. Questa fu l’ultima volta che la Callas cantò in un’opera integrale. Sul piano della vita privata il momento era altrettanto critico: Aristotele Onassis rifiutò di regolarizzare la loro unione, e in più, nel 1968, sposò Jacqueline Kennedy, la vedova di John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America assassinato a Dallas.
A seguito di questo evento il suo mondo crollò di schianto; si susseguirono periodi di depressione alternati a momenti di euforia, quando ebbe l’occasione di tornare alla ribalta, nel 1969, come protagonista del film Medea di Pier Paolo Pasolini.
L’ultima tournée con Giuseppe Di Stefano (1973-’74). Nel 1973 iniziò un tour mondiale insieme a Giuseppe Di Stefano, che si concluse nel 1974 a Sapporo (Giappone). Sarà la sua ultima esibizione in pubblico. Seguendo i consigli di Di Stefano, la Callas tentò di riorganizzare l’assetto vocale aprendo la gola e puntando sull’intatto registro di petto. Nonostante non fosse naturalmente in grado di tornare agli antichi fasti, affiancata da un collega amico e sostenuta dall’incoraggiante amore del pubblico, riuscì a recuperare abbastanza da concludere la tournée (a Seul in Corea) in condizioni vocali nettamente migliori rispetto a dieci anni prima.
Durante la tournée, l’amicizia con Giuseppe Di Stefano, compromessa da problemi familiari del tenore, ovvero la prematura morte per tumore della ventunenne figlia Luisa, s’incrinò. Stando a quanto pubblicato nel libro “Callas nemica mia” scritto da Maria Girolami, ex moglie di Di Stefano, il rapporto tra la soprano ed il tenore non fu di sola amicizia platonica e, sempre stando a questa fonte, uno dei motivi del “ritiro” della Callas fu anche quest’ultima delusione sentimentale. La Callas si ritirò nella sua casa di Avenue Georges Mandel 36 a Parigi, evitando contatti con conoscenti e amici; nemmeno Giuseppe Di Stefano, Giulietta Simionato, Fedora Barbieri riuscirono più ad avvicinarla. Gli ultimi anni della sua vita furono funestati da lutti: nel marzo del 1975 Onassis morì dopo essere stato operato alla cistifellea; il 2 novembre dello stesso anno Pier Paolo Pasolini morì assassinato; il 17 marzo 1976 si spense Luchino Visconti.
La morte (16 settembre 1977). Il 16 settembre 1977, intorno alle 13.30, la Callas cessò di vivere. Nonostante sia stato varie volte ripetuto, la Callas non si è suicidata; le sue condizioni fisiche erano da tempo estremamente compromesse. Il referto medico indicò l’arresto cardiaco come causa del decesso. La grave disfunzione ghiandolare della giovinezza e il drastico dimagrimento vennero citati più frequentemente come cause della sua morte. Oltre a vari disturbi, negli ultimi anni si era aggiunta anche l’insonnia cronica; la Callas aveva cominciato ad assumere dosi sempre più massicce di Mandrax (metaqualone), che si procurava sottobanco (ad esso si riferiscono gli altrimenti misteriosi riferimenti alla “droga” che costellano le ultime pagine del suo diario).
Molto meno chiaro è tutto il contorno, e quali siano state le responsabilità dell’oscura pianista greca Vasso Devetzi — sorta di “dama di compagnia” stabilitasi in casa sua negli ultimissimi anni, della sorella, Yakinthy Callas, e della madre, Evangelia Dimitriadou. Esecutore testamentario risultò alla fine, grazie ad un testamento depositato subito dopo il matrimonio presso lo studio legale dell’industriale, Giovan Battista Meneghini, che alla sua morte, lasciò a sua volta la cospicua eredità della Callas alla propria governante, o compagna, Emma Brutti.
Resta inoltre irrisolto il mistero sui gioielli della Divina, i famosi collier, gli orecchini con brillanti e rubini, chi se n’era impossessato qualche ora dopo la sua morte nella sua casa di Parigi? Due sole persone possono risolvere il giallo: Ferruccio Mezzadri, per 20 anni fedelissimo autista, e Bruna Lupoli, la cameriere storica della Callas. Da 30 anni entrambi non parlano.

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Diana Frances Mountbatten-Windsor Spencer, principessa del Galles, nata Diana Frances Spencer (Sandringham, 1 luglio 1961 – Parigi, 31 agosto 1997).
Fu dal 1981 al 1996 consorte dell’erede al trono del Regno Unito, il principe Carlo. Dopo il divorzio dal coniuge ottenne il privilegio di Principessa di Galles.
Matrimonio con il principe Carlo. La famiglia di Diana era una delle più ricche famiglie della nobiltà inglese (più antica degli stessi Windsor). Nel 1977, giovanissima, ad una battuta di caccia conosce Carlo, allora fidanzato con la sorella Sarah. Nel febbraio del 1978 i due si lasciano, ma il principe Carlo le invita a novembre dello stesso anno per la festa dei suoi trent’anni.
A gennaio del 1979 la Regina invita le due sorelle a una settimana di caccia a Sandringham. Nel mese di luglio furono invitate in Scozia e a febbraio del 1980, per la prima volta, Diana trascorse un fine settimana a Sandringham senza la compagnia delle sorelle.
Si susseguirono una serie di incontri fino a che il 24 febbraio 1981 Buckingham Palace annunciò ufficialmente il loro fidanzamento. Carlo, trentacinquenne, e la casa reale avevano trovato una “sposa perfetta”: aristocratica, nubile, vergine.
Il matrimonio avviene nella Cattedrale di Saint Paul a Londra, mercoledì 29 luglio, trasmesso in mondovisione. Carlo e Diana hanno avuto due figli: William, erede diretto al trono, nato il 21 giugno 1982 e Harry, nato il 15 settembre 1984. Ma il matrimonio non è felice e dopo varie vicissitudini e interviste con dichiarazioni di tradimenti – Carlo confessò a Jonathan Dimbleby il tradimento con Camilla Parker Bowles, sua vecchia fiamma, e Diana a Martin Bashir della BBC, di aver avuto un flirt con l’istruttore James Hewitt – la coppia si separò il 9 dicembre 1992.
Impegno Sociale. Dopo il divorzio, Diana ritorna al suo appartamento in Kensington Palace e diventa un fenomeno mediatico per la sua eleganza e per il suo carisma. Si adopera nel mondo per aiutare i meno fortunati e si batte nella lotta contro l’AIDS. Decisivo fu il suo contributo alla campagna per la messa al bando delle mine antiuomo; su un invito della leader americana del movimento, Jodie Foster, Diana si fece riprendere dalla stampa mentre ispezionava un campo minato della ex-Jugoslavia.
Con la sua immagine aiutò soprattutto i bambini poveri dell’Africa e fu accanto a personalità come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Madre Teresa di Calcutta.
La morte. Il 31 agosto 1997 rimane vittima di un incidente automobilistico sotto il Tunnel de l’Alma a Parigi, insieme al suo compagno Dodi al-Fayed, quando la loro Mercedes guidata dall’autista va a sbattere sul tredicesimo pilastro della galleria.
Sabato 30 agosto, a fine serata, Diana e Dodi partirono dall’Hotel Ritz di Parigi, Place Vendôme, e sulla loro Mercedes S280 seguirono la riva destra della Senna. Poco dopo mezzanotte imboccano il Tunnel de l’Alma seguiti da fotografi e un cronista.
All’entrata del tunnel la vettura urta il muro destro, per poi riprendere la strada e sbattere violentemente sulla tredicesima pila del ponte, dove ha fine la sua corsa.
Dodi Al-Fayed e Henri Paul muoiono sul colpo; Trevor Rees-Jones è gravemente ferito e sopravviverà; Lady D., liberata, è ancora viva, e dopo i primi soccorsi sul posto, l’ambulanza la trasporta all’ospedale Pitié-Salpétrière, dove arriva alle 2 circa. Per le gravi lesioni interne, viene dichiarata morta due ore più tardi.
La conferenza stampa per l’annuncio ufficiale della morte viene fatta alle 5.30 da un medico dell’ospedale, da Jean-Pierre Chevènement, dal Ministro dell’Interno e da Sir Michael Jay, ambasciatore del Regno Unito in Francia.
Verso le 14 il Principe Carlo e le due sorelle di Diana arrivano a Parigi per l’identificazione e ripartono 90 minuti dopo.
Il funerale
. I suoi funerali furono seguiti dalle televisioni di tutto il mondo. Il 6 settembre 1997 all’Abbazia di Westminster si riversarono circa 3 milioni di persone; oltre un milione di bouquet furono lasciati davanti al suo appartamento a Kensington.
Il pubblico presente al funerale gettò fiori al passaggio del feretro e per tutto il percorso; Elton John cantò una versione modificata per l’occasione di Candle in the wind.
Diana è tumulata a Althorp in Northamptonshire su un’isola in mezzo al lago dal nome Round Oval.
Causa della morte. Il fotografo James Andanson viene trovato morto nel 2004 in un bosco, a seguito di un presunto suicidio, nelle campagne francesi di Montpellier. Alla sua morte fa seguito quella di Frederic Dard, lo scrittore al quale Andanson confidava d’esser stato presente con la sua Fiat Uno nel Tunnel de l’Alma. Sulla morte di Diana sono state fatte numerose ipotesi e sono state operate delle vere e proprie speculazioni mediatiche. Secondo la versione ufficiale L’autista Henri Paul era ubriaco e nella fretta di seminare i paparazzi ha causato l’incidente. Secondo un’altra versione i servizi segreti inglesi avrebbero organizzato tutto. Nella galleria sarebbe apparso un fortissimo bagliore bianco che avrebbe accecato l’autista e causato l’incidente oppure una macchina (una Fiat Uno bianca) avrebbe tagliato la strada alla Mercedes di Diana. Questa ipotesi spiegherebbe anche il ritardo dei soccorsi (l’ambulanza è arrivata dopo più di mezz’ora). Il movente sarebbe stato che Diana era incinta di un bambino di origini arabe che quindi sarebbe diventato fratello dell’erede al trono (di recente è stata trovata una lettera scritta da Diana dove dice che crede che Carlo la voglia uccidere in qualche modo). Grande sostenitore di questa tesi è il padre di Dodi Al-Fayed, Mohammed Al-Fayed.
La prima morte collegata alla storia della Principessa, è stata quella della guardia del corpo Barry Mannakee, con il quale ebbe una relazione a Kensigton House. La guardia fu trasferita, e rimase successivamente vittima di un incidente in moto in Scozia nel maggio 1987. La principessa in una lettera scritta pochi mesi prima del decesso e consegnata all’ex maggiordomo accusa Carlo di volerla uccidere simulando un incidente d’auto. La missiva, a lungo ignorata, è stata acquisita dall’inchiesta in corso nel Regno Unito sulle cause della sua morte. L’intera vicenda è stata ripresa più volte in ambito cinematografico. Il primo film sul caso è di Francis Gillery, regista e scrittore, che ha girato Lady Died e curato un documentato libro. Sulla morte di Lady Diana, la band dei Cranberries ha composto la canzone Paparazzi on mopeds. La cantante del gruppo, Dolores O’Riordan, è stata molto colpita dalla morte della principessa che aveva conosciuto tempo fa, la quale si era anche congratulata con lei per il suo talento di musicista.

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