Quel grande attore che fu Tino Scotti reclamizzava un noto confetto lassativo col motto :”Basta la parola”.
Nel nostro pittoresco paese si crede da sempre di cambiare la realtà cambiando le parole.
Così, ad esempio, gli spazzini son diventati operatori ecologici, i sacrestani operatori liturgici, i bidelli collaboratori scolastici, i carcerati reclusi, le cameriere colf, i pederasti diversi; i paesi che muoiono di fame son definiti paesi in via di sviluppo e gli studenti invece di venir bocciati sono non ammessi alla classe successiva.
Sulla Gazzetta Ufficiale di alcuni anni fa venne bandito dall’Amministrazione
delle Poste un concorso per operatori d’esercizio, alias fattorini!
Ma il nominalismo si è accanito maggiormente là dove la sorte è stata più crudele: sui minorati fisici e psichici.
Si incominciò col chiamare non vedenti i ciechi ed non udenti i sordi, si continuò col definire tutti i disabili, quale che fosse la minorazione, portatori di handicap ( specie di sherpa nostrani), quindi persone in situazione di handicap ed, infine, diversamente abili.
La litote, si sa, come l’eufemismo, è la vaselina del pensiero: anche chi scrive ne fa uso e si dichiara diversamente giovane!
A quando i contadini saranno chiamati scultori della terra ed i calzolai chirurghi della locomozione?
Gli infermieri, da parte loro, son detti da parecchio paramedici.
Ho letto di un contadino siciliano che trovandosi in ospedale davanti ad una persona in camice bianco esclamò:” Chiddu para medicu, ma nun è ”.
Renato Nicodemo
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