di Alberto Mirabella

Mia suocera Carmela, verace napoletana, apparteneva a quella generazione a cavallo tra il 1910 e il 1915 che, pur non avendo ricevuto un’ istruzione che andase al di là della scuola elementare, possedeva una saggezza che derivava dalla viva esperienza di vita vissuta intensamente e non senza difficoltà. Soprattutto se si pensa agli anni della seconda guerra mondiale e alla carenza alimentare tipica del periodo bellico e postbellico. Il suo parlare era colorito e ricco di espressioni proverbiali e modi di dire napoletani; tra l’altro le sue origini erano proprio di Napoli, quartiere San Carlo Arena.
Non so proprio come facesse ad azzeccare secondo le diverse circostanze tristi o liete i motti più disparati, che rendevano il suo dire molto efficace e di facile presa sull’ascoltatore.
Mia suocera Carmela, verace napoletana, apparteneva a quella generazione a cavallo tra il 1910 e il 1915 che, pur non avendo ricevuto un’istruzione che andasse al di là della scuola elementare, possedeva una saggezza che derivava dalla viva esperienza di vita vissuta intensamente e non senza difficoltà. Soprattutto se si pensa agli anni della seconda guerra mondiale e alla carenza alimentare tipica del periodo bellico e postbellico.Il suo parlare era
era colorito e ricco di espressioni proverbiali e modi di dire napopoletani; tra l’altro le sue origini erano proprio di Napoli, quartiere San Carlo Arena.Non so proprio come facesse ad azzeccare, secondo le diverse circostanze tristi o liete, i motti più disparati che rendevano il suo dire molto efficace e di facile presa sull’ascoltatore.
Voglio qui riportare alcuni di questi modi di dire che lasciano trasparire una saggezza popolare partenopea attraverso le aspresioni più tipiche che riguardano realtà poliedriche. Ma la cosa più sorprendente mi capitò pochi giorni dopo la sua dipartita, avvenuta
a fine agosto 2005, perché trovandomi a mangiare fuori casa, sul tavolo (cosa tipica di quel ristorante) vi era la seguente aspresione:

’A VOCCA É NU BELLU STRUMENTO PE L’OMME
che starebbe a significare che un individuo a parole può dire quello che gli sembra opportuno e utile per lui, ma non per questo può credere di convincere o prendere in giro il prossimo. Sarebbe un modo di chi parla retoricamente, intendendo per retorica non “ l’ars bene dicendi civilibus quaestionibus ad persuadendum bona iusta”(1) di un tempo et, ma il

PARLA’ A SCHIOVERE

Parlare a vanvera, quasi a pioggia battente. Detto di chi, non avendo nulla di serio e
costruttivo da comunicare, dà libero sfogo alla lingua e a mo’ di pioggia inonda il
prossimo di vuote parole senza significato e/o costrutto, a ruota libera ed intoppotunamente.
Al che mi dissi: ecco come una persona sopravvive alla sua scomparsa tramite
la sua colorita ed indimenticabile modalità espressiva. Ma tra i motti più coloriti e forti
c’era il seguente: SCIORTA E …ZZO ’NCULO BIATO CHI L’AVE
Il cui significato ovviamente era questo: felice chi ha un colpo inaspettato di fortuna. Che
si dice anche in altra forma: TIENE ’O MAZZO SCASSATO oppure TIENE ’O CULO RUTTO
Il termine “sciorta” sta ad indicare la fortuna. Il proverbio speculare invece è il seguente:
’A SCIORTA D’ ’O PIECURO
La sorte dell’agnello, che nasce con le corna e muore ucciso. Riferito, evidentemente a
persone particolarmente sfortunate. Per parlare poi di chi è sfortunato si diceva:
’A SCIORTA ’E CAZZETTA: IETTE A PPISCIÀ E SE NE CARETTE
Che sfortuna che nell’andare a mingere se ne cadde . Ecco poi il riferimento genetico ai
disturbi patologici : JETTECHE E PPAZZE VENENO ’E RAZZE
Tisi e pazzia sono ereditarie. Come si vede, c’è sempre un proverbio giusto per ogni situazione,
a volte ne diciamo uno piuttosto che un altro o addirittura ne diciamo più di uno ma con
lo stesso riferimento. Un altro motto che ancora mi risuona nelle orecchie era il seguente:
DALLE E DALLE PURE ’O CUCUZZIELLO ADDEVENTA TALLO
Dai e dai finchè la zucchina diventa foglia. Si veda in merito la commedia di Raffaele
Viviani: Festa di Piedigrotta, Sagra popolare in due atti (2) - Napoli 1919, in cui leggiamo i
seguenti versi:
Dice o pato(3): «E dalle e dalle(4 ) e
‘o cucuzziello addeventa tallo(5) ».
Pure a mamma, arapenno(6) e braccia
dice:« Scuorno(7) pe’ chesta faccia!».

Qualora poi poteva verificarsi un avvenimento poco piacevole la stessa cosa la si
augurava ad una persona antipatica o che aveva arrecato un’offesa:
CHE T’AGGIA DICERE: NO COMM’A MME MA CCHIÙ PEPERE ’E ME
Ti deve accadere qualcosa peggiore della mia. Comica e con un velo di rimpianto
l’espressione:
QUANNO ’E FIGLI FOTTONO ’E PATE SO’ FFUTTUTI
quando i figli fottono, i padri sono fottuti…Il senso è: allorché i figli hanno raggiunto la
maturità sessuale i genitori sono al declino.

Tocco semantico:
VOCCA:dall’acc.latino bucca(m), con evoluzione iniziale di labiale b>v. Modi di dire:
vòcca ‘e curàlle, vòcch’e zùcchere, vòcca traditòre, vòcca ‘nfàme, vòcca ‘ncantatòra.
STRUMENT:dall’acc. latino (in)strumentu(m), con aferesi iniziale.
SCHIOVERE: da piovere, con s privativa ed evoluzione di labiale in gruppo gutturale.
SCIORTA:dall’acc, latino sorte(m) con evoluz. di s in sc palatale.
CAZZO: dal gr. (a)kάtio(n), (albero),con aferesi iniziale, katio, ed evoluzione di dentale
in doppia z. Derivati: ‘ncazzàte, scazzàte, ‘ncazzamiente, ncazzùse. Composti: scassa
cazze, magnacàzze, rompicàzze.
MAZZO: dall’acc. Lat. matia(m), traslato in matio e poi mazzo,per evoluzione di dentale
in doppia z. Dericati: scassamàzz.
JÈTTECHE: dal greco ectikós, cioè abituale, riferito alla febbre.
CUCUZZIELLO: diminutivo da cocozza; accusativo dal tardo latino cucutia(m).
FOTTERE : dal lat. futūere, con ependesi di vocale e radd.consonantico. Derivati:
futtute, futtimiénte, sfuttute (con s privativa)
PATE: dal latino pater, con ependesi finale, padre. Composti: pàteme, pàtete.
PÈPERE: dal perf. Lat. di pāreo, pēperi, nel senso di doloroso(come i dolori del parto).
SCUORNO: vergogna, di chi ha sbagliato ed è stato scoperto, come scornato; etimologicamente
dal latino cornu-us preceduto da “s” privativa. Derivati e composti:
scurnàte, scurnacchiàte, scurnùse, scurnamiénto.

Tocco etnoantropologico:
I proverbi ed i detti, tramandati da una memoria collettiva, rappresentano la filosofia di
una terra che tra guerre, terremoti, eruzioni ed epidemie, ha affinato le armi della
tenacia e dello spirito di conservazione, prendendo dalla propria fisicità quella forza
necessaria ad alimentare lo spirito di sopportazione, quello che porta ad esclamare:”
Tira a campà!”. In tale ottica, i termini di rutte, scassàte, sono visti in chiave
trasfigurata, nel senso di faciltà funzionale, di libertà operativa, senza ostacoli o
impedimenti. Allo stesso modo, il sesso maschile diviene sinonimo piacere, inteso
come evasione dalla realtà, dove la sorte (sciorta) è avara e lo stesso godimento si
paga con i dolori del parto. È visto tutto al femminile, perché le donne avevano
l’occasione e lo spirito di commentare nei cortili con altre comari. Anche i sentimenti
approdano nella fisicità, che segue le sorti alterne della vita, intervenendo là dove
occorre evidenziare un successo, o un insuccesso, una disgrazia, una scomparsa, la
fine di un sogno, o una speranza delusa:
· scuòrne pe’ chésta fàcce
· màzzè scassàte
· cùlu rùtte
· ‘a vòcca è nù bellu strumènto
· ‘e pate so futtùte

L’efficacia del dialetto, che rappresenta la vera eredità delle nostre radici greco-latine,
fa il resto: pìzzeche ‘e vase nu’ fanne pertòse – ‘e figlie so’ piézze ‘e core – nisciùna
fémmena ‘a tène d’òro –

Note
1 Trad. it.: La retorica è l’arte di parlare bene nelle dispute civili per persuadere gli altri alle cose
buone e giuste . Cfr. DE RHETORICA ET DIALECTICA, di Isidoro s Hispalensis (~ 560 - 636),
archiepiscopus, sanctus, doctor Ecclesiae.
2 R. VIVIANI, Il Teatro, Guida, Napoli 1988
3 Pato, padre
4 Dalle e dalle, dagli e ridagli
5 ‘o cucuzziello addeventa tallo, lo zucchino diventa germoglio
6 arapenno, aprendo
7 scuorno, vergogna

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