


Casolla di Caserta - “Com’è noto, Federico II di Svevia (Santo Stefano del 1194 – 1250) – scrive Andrea A. Ianniello nella sezione Blog del sito www.casolla.net – aveva dato in moglie sua figlia al conte di Caserta, che, quindi, visse una fase di splendore, testimoniata dal Torrione detto, appunto, “federiciano”. Caserta, detta oggi “vecchia”, in effetti Caserta “tout court”, visse allora il suo momento di massimo splendore, sebbene la città medioevale fosse di età ben precedente. I segni del passaggio di Federico II di Svevia a Caserta non furono, però, soltanto architettonici, ma senza dubbio interessarono un altro aspetto, poco notato di solito: la falconeria, tant’è che il Torrione federiciano spesso vien detto “Torre dei falchi”. Allora, sia il clima che l’aspetto del territorio tutto era completamente differenti da oggi. Come prima cosa, ciò che si è convenuto chiamare “impatto antropico” era largamente minore di oggi. Si sa, da documenti archiviali, che, sin tutto il XVII secolo lepri e cinghiali arrivavano fin quasi dentro la città, una situazione semplicemente inconcepibile, oggi. Quanto ai falchetti, fino alla Seconda Guerra Mondiale erano frequentissimi, mentre oggi capita che qualcuno, coraggioso, si propenda sino alla pianura, proveniente dall’interno, dall’altro lato dei Tifatini. Ora, è altamente probabile che il conte di Caserta, Riccardo Sanseverino di Lauro, assieme all’Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, si dessero ad importanti cacce con l’ausilio del falco. Tale pratica, che si è conservata sino ai nostri giorni, specie in Arabia ma pure da noi, è, in effetti, di origine squisitamente orientale, e Federico non mancò di coltivarne la pratica discorrendo con i monarchi islamici, in particolare con al-Kàmil. Federico era così tanto convinto dell’importanza di questa pratica da scriverne un trattato: “De arte venandi cum avibus”, “Dell’arte di cacciare con gli uccelli (cioè i falchi)”. A parte la sapienza e l’esperienza vere che infuse in quel ponderoso scritto, ripubblicato non molto tempo fa anche in italiano, il fatto è che, per Federico II, la falconeria non era soltanto una pratica ludica, né un modo per tenersi in esercizio fisico o un atto sentimentale, cioè fatto per richiamarsi alle usanze degli avi germanici. Neppure si trattava d’imitare le usanze degli opulenti monarchi orientali. No, per lui era qualcos’altro, qualcosa di molto più profondo. Si trattava d’insegnare a degli uccelli rapaci a cacciare ma non a mangiare la preda, cosa sommamente difficile, si trattava del dominio della mente sulla natura, ma seguendo la natura, non forzandola. Si trattava non di negare, quanto piuttosto d’indirizzare, in una diversa via, gli istinti naturali del falco. In tal senso, per Federico, la falconeria era una scuola per i governanti. Un buon governante doveva essere come il falconiere, paziente, duttile, tuttavia forte, capace di reindirizzare gli istinti, le pulsioni dei governati. Essa, pertanto, da una mera pratica, diveniva un’arte vera e propria, che impone da un lato disciplina in chi la esercita, e, dall’altro, porta dei frutti che vanno ben oltre gli effetti immediati. Il “buon falconiere”, secondo l’Imperatore svevo, doveva riunire in se stesso grande padronanza di sé, solida intelligenza, buona memoria, coraggio e tenacia, in mancanza delle quali le sue cognizioni pratiche sarebbero state senza vita. Tutte queste doti erano altresì necessarie per il buon governante. Per questo, per lo svevo, la falconeria era così importante, ed andava ben oltre lo svago oppure la mera pratica “artigianale”. Mi si lasci finire con delle parole, tratte dal “De arte venandi cum avibus”, che, in loro stesse, racchiudono tutta la filosofia di Federico: “In questo trattato di falconeria è Nostra intenzione mostrare le cose che sono, come sono, e presentarle come un’arte precisa”.
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