E’ il titolo di una serie di racconti, tra i più recenti, del grande Dino Buzzati.

La narrazione è  sempre un po’ surrealista, un po’ metaforica, un po’ simbolica. Sempre suggestiva e malinconica, allo stesso tempo aerea, limpida e fresca come l’aria della montagna da lui tanto amata.

Il libro è una summa del pensiero dello scrittore bellunese, noto per un capolavoro come il Deserto dei Tartari.

“… tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti  sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire.”

La ricerca dell’assoluto, l’illusione, l’inevitabilità del destino, beffardo e imperscrutibile. Dal grande scrittore e giornalista, che fu anche pittore, drammaturgo e sceneggiatore, le pagine composte poco prima della fine: una riflessione sulla vita e sulla korte, lo stupore profondo dell’uomo di fronte al mistero.

 

DINO BUZZATI nasce a Belluno nel 1906. Prima di laurearsi in legge entra come praticante al “Corriere della Sera”, di cui diventerà negli anni una delle forme più autorevoli. L’esordio letterario è del 1933, con il racconto lungo “Bàrnabo delle montagne”. Il suo capolavoro, “Il deserto dei Tartari”, è del 1940. Con il volume dei “Sessanta racconti”, considerati tra i più importanti della letteratura italiana del Novecento, vince il Premio Strega nel 1958.
Muore a Milano nel 1972.

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