“ LA CICALA E LA FORMICA “
La Cicala che imprudente, tutta estate al sol cantò,
provveduta di niente nell’inverno si trovò,
senza più un granello e senza una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa, qualche cosa in cortesia
per poter fino alla prossima primavera tirar via:
promettendo per l’agosto, in coscienza l’animale, interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto: – Che hai tu fatto fino a ieri?
– Cara amica, a dire il giusto non ho fatto che cantare tutto il tempo.
– Brava, ho gusto; balla adesso, se ti pare.

 

(Favola Jean de La Fontaine)

Ebbra di sole, la cicala cantò tutta l’estate. Le formiche, invece, resistendo alla tentazione del buon tempo, andavano e venivano senza posa, ammassando quanto più potavano nel loro formicaio. Venne l’inverno nevoso e gelido…, non più goccia di linfa negli alberi scheletriti. E la cicala vide le formiche, a un po’ di sole, far asciugare il grano che sottoterra si era inumidito.
Affamata ne chiese qualche chicco in prestito. “Te le renderò prima dell’agosto, parola d’onore d’insetto”… promise.
Una delle parsimoniose formiche s’infuriò… “Ma nella buona stagione che cosa hai fatto? Non hai accumulato provviste?
“Non ho tempo – rispose la cicala – Dovevo cantare. Ho empito del mio canto cielo e terra”.
“Hai cantato? – replicò la formica – Ma benone! Ora, danza.

L’antica favoletta la conosciamo tutti: la formichina laboriosa e la cicala oziosa.

Morale: chi niente fa, niente ottiene.

E’ giusto pensarla in questo modo?

Vi sembra bello l’insegnamento che ci offre questa favola? Anzitutto si potrebbe osservare che nel racconto ci sono errori di carattere scientifico. Infatti la cicala durante l’inverno non si trova nella condizione della formica perché la natura provvede per lei come per tutti gli altri animali. Ma la cosa più importante è l’insegnamento che la favola vuol dare. Esso è contrario sia alla morale cristiana che a una più larga morale sociale. Infatti ci hanno sempre insegnato ad amare il prossimo nostro come noi stessi e soprattutto e soprattutto predisporre il nostro animo alla carità, virtù fondamentale dell’uomo. E se anche non avessimo avuto questi insegnamenti, vi sentireste voi tranquilli al calduccio della vostra casa, se sapeste che fuori della vostra porta un altro essere vivente sta morendo di fame e di freddo, mentre avreste la possibilità di salvarlo? Vi prego, non seguite l’esempio della formica. L’insegnamento di questa favola io lo trovo assurdo. Bisogna abituarsi a ragionare e a comprendere bene il significato di tutto quello che si legge. Non bisogna credere che tutto quello che è scritto sia buono. E’ vero che bisogna essere previdenti e pensare all’avvenire, ma è altrettanto vero che, chi ha, ha il dovere di dare, anche se il suo patrimonio è l’intelligenza. Bisogna abituarsi ad aiutare il nostro prossimo…, non negare al nostro vicino l’aiuto della nostra intelligenza e del nostro lavoro.
Ogni nostra azione avrà la sua ricompensa, magari lontana nel tempo, ma sicura.
Non è per una ricompensa materiale che si deve donare… la ricompensa sicura è la gioia che il donare procura a chi sa dare.

Qual è il vostro parere?