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IesuS Istituto Europeo di Scienze Umane e Sociali – BrusciaNo na
Napoli – 09/01/2013 – Nasce il Comitato Campano dei Pensionati con l’energica rappresentanza della zona Bruscianese-Pomiglianese-Mariglianese-Nolana.

Nel dicembre appena trascorso ha visto la luce il Comitato Campano dei Pensionati, costituito, per ora, prevalentemente da pensionati della provincia di Napoli, ma che conta, entro la fine del mese, di estendersi alle altre provincie della Campania. L’organizzazione si è costituita per iniziativa dei primi venti componenti: Mattia Montanile (Brusciano); Bruno Di Lorenzo (Nola); Renato Marino (Scampia, Napoli); Antonio Rezzuti (Fuorigotta, Napoli); Mario Vergognini (Napoli); Bonaventura Numerato (Bacoli); Nicola Roncone (Pomigliano d’Arco); Giovanni Nocerino (Marigliano); Francesco Bruno (Sant’Anastasia); Antonio Napolitano (San Giorgio); Orazio Romano (Casalnuovo); Vincenzo De Vivo (Angri); Vincenzo Belforte (Vico Equense); Angelo Salamone (Frattamaggiore); Antonio Tramontano (Mariglianella); Michele Polise (Somma Vesuviana); Domenico Patriciello (Frattamaggiore); Ciro Di Finizio (Napoli); Michele Carpino (Mariglianella); Luigi Tortora (Castel Cisterna).
La prima proposta del neonato Comitato è di sottoporre all’attenzione delle massime autorità dello Stato i cinque punti seguenti:
1) Il ripristino, a partire dal primo gennaio 2013, della rivalutazione automatica per tutti i pensionati, o almeno fino alla soglia di pensioni pari a cinque volte il minimo;
2) l’esonero del prelievo fiscale sui redditi da lavoro e da pensione fino alla soglia di € 15.000;
3) la cancellazione delle tariffe di assicurazione auto di Napoli e provincia (abuso incostituzionale ed inaccettabile che porta i cittadini di queste zone a pagare il triplo rispetto alla media nazionale) e conseguente unificazione alle tariffe nazionali, a parità di responsabilità nella guida;
4) il riconoscimento di un salario sociale, e comunque di inserimento, ai giovani usciti dal circuito della formazione e in cerca di lavoro;
5) la convocazione di un tavolo per superare gli accordi separati in FIAT, per ridiscutere le attuali scelte industriali per L’Italia e per avviare un accurata indagine parlamentare al fine di accertare responsabilità individuali ed aziendali di una gestione che riteniamo fuori dal quadro dei diritti costituzionali e statutari; l’avvio di una politica economica e sociale alternativa a quella attuale, centrata sul sostegno ai consumi, sulla redistribuzione del lavoro, sulla riduzione delle mostruose diseguaglianze, sull’uscita da tutte le precarietà, invertendo, così, la scelta degli ultimi governi, che ha portato alla riduzione dei diritti del lavoro.
Su questi punti è stata scritta una lettera/appello con conseguente raccolta di un consistente numero di  firme, in calce alla stessa, che continuerà nei prossimi mesi e che sarà consegnata ai candidati leader delle coalizioni in campo per le prossime elezioni politiche e poi a Parlamento insediato notificato alle più alte cariche istituzionali del paese.

Il Comitato Pensionati Campania

Antonio Castaldo

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Lettera Appello di pensionati della Campania
Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Consiglio
Ai Presidenti di Camera e Senato
Sottoponiamo alla Vostra attenzione sei nostre proposte: 1) su FIAT e diritti del lavoro; 2) sull’adeguamento automatico delle pensioni, 3) sulla tassazione dei redditi medio-bassi da lavoro e da pensioni; 4) sulla unificazione delle tariffe assicurative a parità di responsabilità nella guida; 5) sulla disoccupazione giovanile; 6) sulla politica economica.
PREMESSA
I sacrifici imposti ai  lavoratori e pensionati contenuti nel decreto cosiddetto “Salva Italia”, in particolare, i provvedimenti  di allungamento dell’età lavorativa oggettivamente sono destinati ad aumentare la disoccupazione giovanile, il blocco per due anni dell’adeguamento delle pensioni di 1405 euro lorde (corrispondenti a 1150 euro al netto delle trattenute)- considerando anche il contestuale aumento del costo dei carburanti, e quindi delle bollette del gas edell’energia elettrica -nonché il raddoppio della tassa sulla casa e l’incremento ovunque di IRPEF comunale e regionale finiscono per accompagnare milioni di famiglie, già in difficoltà, a situazioni di autentica disperazione e di povertà. E ciò specialmente nel Mezzogiorno, con famiglie all’80% monoreddito; e in modo particolare qui a Napoli, città che vanta anche i costi assicurativi della Polizza auto, la tassa sulla rimozione rifiuti e gli interessi bancari per prestiti e mutui tra i più alti d’Europa.
Il Ministro Fornero, si è fatto scaricare sul suo dicastero, e quindi unicamente sul lavoro, su chi produce e su chi ha lavorato e prodotto per una intera vita, l’intero peso della manovra. Quando il suo volto fu attraversato dalle lacrime pensavamo che davanti ai suoi occhi si stagliasse la figura dolente dell’onesto operaio dell’industria e dei servizi, sessantacinquenne, con moglie casalinga e con reddito di 600 euro procapite, nel caso di pensione netta di 1200 Euro mese, tanto più che dopo quaranta anni di lavoro quel pensionato si trova facilmente con qualche figlio trentenne disoccupato a carico, e perciò con un reddito  procapite di 400 euro al mese.
Ma è proprio a famiglie così che si è avuto il coraggio, con il blocco della rivalutazione automatica delle pensioni, di tagliare il reddito del 6%! E si è fatto questo, mentre tutti i privilegi e le disuguaglianze restano in piedi più forti che mai, mentre permangono insopportabili differenze di salario e di reddito. Tra chi lavora e chi dirige (magari sovente senza particolari meriti) esiste ormai una differenza di reddito di 20, 50, 100, 200 e persino di 400 volte! Il governo, ha escluso la tassazione dei patrimoni, si è dichiarato indisponibile all’uso di sanzioni penali e del carcere per i grandi evasori fiscali, non ha proceduto sulla necessaria e drastica riduzione dei parlamentari e del costo della politica, non ha varato misure efficaci e risolutive in materia di corruzione, non ha messo all’asta le rete televisive, non si è mosso percolpire fiscalmente i capitali illegalmente accumulati da italiani disonesti, speculatori ed evasori nei paradisi fiscali.
Tanto premesso
1)    alla luce della manovra correttiva al decreto di stabilità, che è stato modificato e peggiorato dalla cancellazione delle misure di riduzione dell’IRPEF, che rappresentava un concreto, benché del tutto insufficiente, alleggerimento delle tasse sui lavoratori e sui pensionati;
2)    considerando che l’attuale dibattito parlamentare è tutto teso a lanciare messaggi  di facciata, elettorali e corporativi, in particolare a liberi professionisti, piccole imprese e artigiani, con la promessa generica di una non meglio precisata riduzione dell’IRAP dal 2014, e di una non quantificata eventuale ulteriore copertura per gli esodati finanziata da un eventuale prolungamento del blocco della rivalutazione delle pensioni oltre il 2013;
3)    viste le condizioni drammatiche delle famiglie in questo periodo di crisi, con la precarietà generalizzata e livelli drammatici di disoccupazione, col peso insopportabile dei costi di casa, tariffe e servizi, con la riduzione sconcertante del ruolo dello Stato nel campo dell’assistenza;
4)    rilevato che, la manovra correttiva, già socialmente pesantissima, è stata ulteriormente peggiorata in Parlamento e colpisce di fatto proprio la struttura delle famiglie, sia per la mancata riduzione dell’IRPEF, sia per l’operazione a saldo negativa per le famiglie che ha tolto a nonni e genitori per fare un operazione propagandistica sugli assegni familiari, sia col blocco della rivalutazione delle pensioni superiori ai 1150 euro netti;
5)    considerato che una famiglia a reddito medio basso , non ha risorse per sostenere cure mediche di 3000 euro anno e che parte delle risorse recuperate con il mancato calo dell’IRPEF sono state destinate proprio per la cancellazione del tetto di 3000 euro agli oneri deducibili, operazione dai connotati elettoralistici destinati a liberi professionisti e ai redditi medio alti e per sostenere l’abbassamento del prelievo fiscale su produttività e straordinari. Questo meccanismo finirà per redistribuire maggiori carichi produttivi sui lavoratori già occupati nelle poche aziende in crescita di ordinativi, aggravando così ulteriormente la crisi occupazionale;
6)    preso atto che il prelievo del 5% dalle pensioni altissime, che fu presentato come elemento di equità per compensare il blocco dell’adeguamento automatico a difesa dal processo inflattivo delle pensioni, è stato cancellato perché ritenuto incostituzionale;
Rivolgiamo a Voi, onorevoli Presidenti, il presente APPELLO
Noi firmatari, pensionati ultra-sessantenni e ultra-settantenni, per lo più usciti anticipatamente dal lavoro non per scelta propria, ma in conseguenza delle politiche concertative degli anni novanta, che affrontarono la crisi industriale inseguendo le aziende sul terreno del drastico ridimensionamento della base occupazionale, e penalizzando in particolare i lavoratori a ridotta capacità lavorativa e quelli  più impegnati sul piano sindacale e più attenti al tema della tutela della salute e della sicurezza.
Vi sottoponiamo le seguenti questioni: Anzitutto la situazione della FIAT, dove l’accordo separato, su cui Marchionne ebbe il sostegno del governo Berlusconi, della grande stampa e di buona parte delle forze politiche, fu imposto anche alla base attraverso un ricattatorio referendum. I fatti si sono incaricati di dimostrare che quell’accordo ha consentito di assumere in un nuovo contenitore d’azienda solo 2000, (dei 5000 operai della Fiat di Pomigliano), comunque sottoposti alla collocazione periodica in cassa integrazione, dimostra che i carichi di lavoro riescono a saturare, ancora per poco tempo, solo 1000 lavoratori. In sostanza, si è dato lavoro ad un terzo di quanti hanno votato SI al referendum. Contemporaneamente è stato abolito il diritto alla mensa (in deroga allo statuto dei lavoratori), sono state abolite le pause, è stato compromesso il diritto di sciopero e i diritti sindacali e delle persone, si è estromessa dalla fabbrica l’organizzazione sindacale più rappresentativa, cioè la FIOM. Vi segnaliamo inoltre che  la FIAT ha determinato nei luoghi della produzione un clima di minacce, ricatti e intimidazioni che collocano l’universo FIAT fuori dal quadro dei diritti costituzionali e siccome i pensionati Campani considerano i trentenni attualmente in produzione come propri figli chiedono l’apertura di un accurata indagine Parlamentare.
Vi chiediamo, quindi, di mettere tutti intorno ad un tavolo: governo azienda e sindacato, col fine di riportare in fabbrica tutti i lavoratori, superando l’accordo separato e impegnando la FIAT all’elaborazione di un nuovo piano industriale, eventualmente con la riduzione dell’orario di lavoro ed i contratti di solidarietà per gestire la fase transitoria di crisi mercato.Vi sottoponiamo, in secondo luogo, la questione della rinuncia alle riduzioni del prelievo fiscale sui redditi bassi, la necessità urgente della rimozione del blocco dell’adeguamento automatico a partire da gennaio 2013 per i pensionati a reddito medio,e più in generale il nodo dell’indirizzo economico complessivo del Paese.
Chiarito in partenza che noi sottoscrittori del presente appello non ci stiamo ad essere considerati (da certa stampa, dal governo e da talune parti politiche soggetti passivi) privilegiati e un peso per la società
Vi chiediamo di impegnarvi concretamente:
1) per ripristinare, a partire dal primo gennaio 2013, la rivalutazione  automatica per tutti almeno fino alla soglia di pensioni pari a cinque volte il minimo;
2) per ridiscutere la  rinuncia a ridurre L’IRPEF sui redditi medio bassi, da lavoro e da pensioni, già largamente insufficienti a garantire una dignitosa sopravvivenza, e oggi scandalosamente tassati ancor più delle rendite finanziarie, defiscalizzando i primi quindicimila Euro di reddito da pensione e da lavoro;
3)per sottoporre alle forze parlamentari, la necessità urgente di una legge adeguata di democrazia del lavoro, per porre al governo la convocazione di un tavolo per superare gli accordi separati in FIAT e per ridiscutere le attuali scelte industriali per l’Italia, ed infine per l’avvio di un accurata indagine parlamentare al fine di accertare responsabilità individuali ed aziendali di una gestione che riteniamo fuori dal quadro dei diritti costituzionali e statutari;
4) per riconoscere un salario sociale, e comunque di inserimento, ai giovani usciti dal circuito della formazione e in cerca di lavoro;
5) per avviare una politica economica e sociale alternativa a quella attuale, centrata sul sostegno ai consumi e sulla ridistribuzione del lavoro.
Restiamo in attesa di un riscontro a questo appello.