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di Stefano Leone *

L’AQUILA (Agosto 2010) – La mia città. Di tanto in tanto m’appare. Ora là, dietro le palme. Ora qua, sul bagnasciuga. A volte mi sembra d’intravedere la tua figura dall’altro, attorno al castello. Quando ti vedo, nel mio pensiero, una melodia che non riesco a sentire e poi, la tua immagine, svanisce di nuovo come la musica di uno stereo rotto si spegne nella camera da letto. Io sono qui, lontano tanti fusi orari da te, su questa spiaggia sterminata, tra filari di palme alte e verdi che ondeggiano alla brezza di questo crepuscolo perenne… E la luce blu di un’alba fantastica illumina la tua forma. Di tanto in tanto m’appari e … un altro giorno vede me, che guardo te, e i gabbiani con il loro volo perenne. La mia città. Amo i tuoi silenzi, amo i tuoi paradossi; amo quando piove e ascoltare i tuoi suoni mi arricchisce. Amo la tua imprevedibilità, pur nella routine che ti avvolge sovente, perché mi rende immune dall’abitudine. I tuoi silenzi notturni: un’estasi di gioia e malinconia, piacere e perversione, tenerezza e passione. Io li ascolto e, nel mio volare perpetuo nel mondo, mi fermo un istante e sono un po’ più uomo.

Quella mattina, era una calda domenica mattina di fine agosto; la luce è quella che conosci della tua città, una luce chiara, limpida che si serve dell’aria tersa e asciutta per disegnare ancor meglio i contorni degli orizzonti tutt’intorno dove, montagne imperiose e colline alberate fanno da cornice. Decido che, non avendo la possibilità di farlo spesso, è il caso di approfittare della presenza in città per fare una passeggiata in centro; non tanto per rivedere ancora una volta la tua città dilaniata, ferita e ancora piena di cicatrici che raccontano di dolore e rabbia, ma in cuor tuo l’intento è di incontrare facce conosciute, sguardi che consentano di rivedere chi magari non vedi da mille anni ed essere felice nel pensare che quella notte la scampò. Ero andato via dalla mia città, dalla mia gente che ero poco più che un ragazzo; assorbito dal totale entusiasmo nel voler diventare un pilota, lasciai questi posti, gli amici di sempre, gli ex compagni di scuola che iniziavano anche loro ad intraprendere strade diverse.

Non andò meglio con colei che, da quando eravamo poco più che bambini, era la mia ragazza. Bella e dolcissima, nel suo vestito bianco appena sopra il ginocchio. Capelli bellissimi con un caschetto che incorniciava il suo viso che lei, spessissimo, impreziosiva con un sorriso bellissimo. E poi il suo nome si gemellava con il mio: Stefania e Stefano. Mi inorgogliva. Eppure la persi. Lasciai soprattutto mia madre e mio padre, le comodità e i capricci di figlio unico cresciuto però all’ombra di una educazione severa e copiosa di fierezza, orgoglio, sincerità e morale. Da allora non c’è angolo del pianeta che non abbia visto disegnato il profilo della mia ombra ma, la mia città mai è svanita dalla mente.

Nonostante la casa dei miei fosse a 5 minuti a piedi dal centro, decido di entrare in città arrivando con l’auto nella zona Villa Comunale. Non faccio fatica a trovare parcheggio e scendo dall’auto; inizio a muovermi guardandomi intorno: al centro della Villa comunale piccoli casotti di legno simili a minuscole baite, espongono oggettistica in vendita; qualche coppia ferma a parlare tenendo a freno l’esuberanza vitale dei bambini che insieme si scatenano. Passo davanti ai casotti di legno, allungo lo sguardo e il pensiero mi va ai sacrifici che quei piccoli artigiani stiano sopportando con fierezza autentica per continuare una vita che abbia parvenza di normalità; inizio a risalire Corso Vittorio Emanuele II che mi porterà fino in Piazza del Duomo.

L’aria è calda, le persone si muovono lente; mentre cammino guardo ogni faccia, ogni fisionomia, cercando ricordi di conoscenze di tantissimi anni prima: nulla! Facce sconosciute, accenti e dialetti di altri luoghi e anche lingue straniere. Continuo a camminare lento e quasi dissociato, continuo la mia ricerca: nulla! Dov’è la mia città? Dove sono le persone che conoscevo? La mia gente. La cerco, la voglio. Rivoglio quelle facce, gli sguardi e quelle voci. Il mio incedere diventa sempre meno rilassato e costantemente più malinconico; vedo solo gente con pantaloni corti, canotta e copricapo, in mano o a tracolla l’immancabile digitale più o meno professionale. Sono qui solo per la curiosa tetra voglia di portarsi a casa immagini di una città dilaniata e ferita poi, poi nulla, torneranno ai loro impegni, al loro lavoro alle loro …case!

Dov’è la mia città? Dove sono le persone che conoscevo? Vi prego, qualcuno mi dica qualcosa!  Arrivo in Piazza del Duomo e scorgo i portici riaperti al passeggio: deserto, nessuno! Eppure è una bellissima domenica di fine agosto, sono passati ventotto  mesi da quella notte e i portici sono ancora un deserto. Dov’è la mia città? Dove sono le persone che conoscevo? Guardo angoli, luoghi e percorsi che mi hanno visto crescere e ora neanche un: “Ciao, come stai?” nulla, nessuno; in lontananza sento una musica, mi fermo, ascolto meglio, si è un musicista che suona musica live fuori da uno dei bar del centro. Una parvenza di normalità; getto l’occhio ai tavoli dell’aperitivo, troverò qualcuno conosciuto mi dico; nulla, niente, solo dialetti e accenti di altri luoghi.

Decido, torno indietro facendo il percorso inverso per tornare alla mia auto; sono vuoto, guardo ma non vedo, sento ma non ascolto, penso ai miei genitori, penso alla mia città, penso alle gente, tantissima, che conoscevo e mi sento vuoto. Improvvisamente un forte senso di rabbia mi sale su e una sola domanda mi viene nella mente: “Perché?”. Forse un po’ di pace la troverò nel pomeriggio quando varcherò la soglia del cancello del grande cimitero cittadino anch’esso disadorno e sciatto; lì troverò mio padre e mia madre e davanti a loro forse, troverò momenti di sollievo.

* Stefano Leone è nato a L’Aquila l’8 marzo 1955. Dopo le scuole superiori entrò in Accademia Aeronautica e, successivamente, iniziò la carriera di Comandante di volo. Dal 1980 ha volato per Compagnie civili e per il Servizio aereo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Ha partecipato, oltre la normale attività di voli istituzionali e soccorso, a numerosissime missioni nelle più gravi calamità italiane a partire dal sisma dell’Irpinia. Ha terminato la carriera di pilota il 30 novembre 2011 con all’attivo diverse migliaia di ore di volo. Iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1982, è stato responsabile dell’ufficio stampa del servizio aereo dei Vigili del Fuoco. Come giornalista ha avuto esperienze su carta stampata, radio e televisione. E’ collaboratore di numerose testate nazionali, con temi che spaziano dallo sport al volo, dall’informazione alla cultura.