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Vangelo della  XXIII Domenica del T. O. ( Mt  18,15-20)

<<Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.  Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.  In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.  In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.  Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

 

COMMENTO – A CURA DI DON FRANCO GALEONE

 Ventitreesima domenica del tempo ordinario (A)

Chi non ama, non deve correggere il fratello!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

La correzione dev’essere “fraterna”

Lo stile del Vangelo colpisce subito per il suo realismo. Per esempio, quando Gesù parla di preghiera, non disquisisce sulla definizione di preghiera, ma dice semplicemente: “Dove due o tre si ritrovano nel mio nome …”. Parlando dei rapporti umani e sociali, non tira in ballo i parallelismi convergenti dei nostri politici o le fasce strutturali dei  nostri sindacalisti, ma dice semplicemente: “Se tuo fratello ha mancato contro di te, va’ e cerca di correggerlo tra te e lui”, e così via fino al tribunale della comunità, se il fratello è proprio un ostinato. L’episodio raccontato ha per protagonista un “fratello” che commette un peccato. Gesù dice di non mettere subito di mezzo la Chiesa ufficiale, di non far intervenire subito i sacri tribunali dell’Inquisizione. Che un altro “fratello” corregga il peccatore e il peccato resti segreto! Ma se il peccatore non dà retta? Allora lo si corregga alla presenza di qualche altra persona. Se si ostina ancora, venga rimproverato davanti all’assemblea; se neanche questo rimprovero è efficace, allora lo si escluda dalla comunità, sia scomunicato. Per sempre? No, se si pente, va perdonato e riammesso, anche settanta volte sette. Gesù non vuole una Chiesa di eremiti, di solitari, di perfetti! Lo hanno capito i suoi santi che, anche lontani dal mondo, hanno offerto la loro separazione e le loro sofferenze ai fratelli. La religione di Cristo è sociale, oltre che interiore! Notiamo infine il tono serio e sereno di questa Chiesa, che è madre e maestra insieme. Niente di legalitario, di curiale, di burocratico. Meno ancora l’ombra del boia, i bagliori del rogo, le torture dell’inquisizione. Se questi errori sono stati commessi, non è stato certo Gesù a consigliarli.

Chi non ama, non deve correggere!

L’esclusione dalla comunità: ecco la massima pena! Ma sempre per motivi di conversione e non di repressione! Quello che conta non è dimostrare il vero o il falso, ma recuperare il fratello. Per questo occorre molta discrezione. Invece noi, adottiamo una procedura diversa: se un fratello pecca, ne parliamo immediatamente con tutti, addirittura amplificando i fatti. E quel fratello sovente è l’ultimo a sapere quanto si racconta alle sue spalle. Lo faceva già notare Pascal con una certa ironia: “Un principe potrà essere la favola di tutta l’Europa, e sarà l’unico a non saperne nulla. Nessuno parla di noi in nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L’unione tra gli uomini è fondata su questo reciproco inganno, e poche amicizie durerebbero se ognuno sapesse quello che dice di lui l’amico in sua assenza. Sono più che certo che se tutti gli uomini sapessero quello che dicono gli uni degli altri, nel mondo non ci sarebbero quattro amici”. Gesù parla di correzione “fraterna”, ossia si corregge perché si ama. Chi non ama, non deve correggere! A chi sostiene i “diritti della verità” va ricordato che la verità è un nome astratto e che, con il pretesto della verità, abbiamo commesso tanti delitti contro l’uomo. Esistono solo i “diritti dell’uomo”, perché solo l’uomo è soggetto di diritti. Il peccato va sempre condannato, ma il peccatore merita sempre rispetto. A chi si difende con: “Io dico sempre la verità”, gli va aggiunto: “E sei un maleducato!”.  A chi dice: “Io sono fatto così”, gli va aggiunto: “E sei fatto male!”, perché la verità non sempre va detta, e in ogni caso la verità va detta con carità. Non c’è da essere felici quando un nostro fratello ci lascia; non c’è da tenere il muso quando un nostro fratello ritorna nella comunità convertito. Siamo tutti felici dentro quando nessuno è infelice fuori!

Un esempio tipico di questa corresponsabilità è data dalla pratica della « correzione fraterna ». A proposito della quale mi limito a osservare:

  1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poli­ziotto dell’altro.
  2. « Se il tuo fratello ha peccato contro di te… ». Bisogna ac­certare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. Il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di essere diverso da te, di portare in giro la sua faccia (non rassomigliante alla tua).
  3. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambia­bili. Per cui non puoi rivendicare il dovere di criticare l’altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi com­portamenti poco corretti.
  4. La procedura indicata da Matteo non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente e delicatamente verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di se­pararsi.
  5. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, oc­corre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, il rispetto, sono la luce indispensabile attraverso la quale il « deviante » può sco­prire il proprio errore di rotta. Più che richiamarlo all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.
  6. La correzione fraterna implica l’abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve avvertire che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: « Guarda che cosa hai fatto! » Ma: « Guarda che cosa siamo capaci di fare… ».
  7. … E anche quando l’altro si pone fuori dalla comunità, si auto-esclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli « devi » ancora più amore.

 

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