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L’AMORE CHE SALVA
Vangelo di Giovanni 3,13-17

Nessuno è mai stato in cielo: soltanto il Figlio dell’uomo. Egli infatti è venuto dal cielo. Mosè nel deserto alzò il serpente di bronzo su un palo. Così dovrà essere anche innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

 

 

COMMENTO DI DON FRANCO GALEONE:

Esaltazione della croce

Non dominare ma servire!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

Gli orientali oggi celebrano la croce con una solennità paragona­bile a quella della Pasqua. La festa dell’Esaltazione della croce ricor­da due avvenimenti distanti tra loro nel tempo:

  1. a) Il primo è l’inaugurazione, da parte dell’imperatore Costanti­no, di due basiliche, una sul Golgota e una sul sepolcro di Cristo, nel 325. Costantino aveva fatto costruire a Gerusalemme una basilica sul Golgota e un’altra sul sepolcro di Cristo Risorto. La dedicazione di queste basiliche avvenne il 13 settembre del 335;
  2. b) A questo anniversario si aggiunse poi il ricordo della vittoria di Eraclio sui persiani (630), ai quali l’imperatore strappò le reliquie della croce, che furono solennemente riportate a Gerusalemme. Con il passar del tempo, la festa però ha acquistato un significato autono­mo: è diventata celebrazione gioiosa del mistero della croce che Cristo, da strumento di vergogna, ha trasformato in strumento di salvez­za. Da allora la Chiesa celebra in questo giorno il trionfo della croce che è strumento e segno della nostra salvezza.

Il simbolo della croce ha sacralizzato per secoli ogni angolo della terra e ogni manifestazione sociale e privata: si era in un altro conte­sto storico. Oggi rischia di essere spazzato via o, peggio, strumentaliz­zato da una moda consumistica. Ho una preghiera per te che leggi: non mettere al collo la croce d’oro con pietre preziose ma di legno, materiale povero. È una stonatura, un non-senso! Non è poi un grande male se questo simbolo serve a farci rivolgere ai veri «crocifissi» di sempre: i poveri, gli ammalati, i vecchi, gli sfruttati, i subnormali … Essi sono i più degni di essere collocati nel «vivo» delle nostre chiese. A noi, figli del benes­sere, verrà la salvezza tramite loro, per i quali è sempre valida la paro­la del vangelo: «Avevo fame … avevo sete …» (Mt 25).

Ci sono stati, nella storia, due modi fondamentali di rappresenta­re la croce e il crocifisso. Un modo antico e uno moderno:

  1. a) il modo antico è «glorioso», festoso, pieno di maestà, e lo si può ammirare nei mosaici delle antiche basiliche e nei crocifissi lignei dell’arte romanica;
  2. b) il secondo modo è «tragico»; comincia con l’arte gotica e si accentua sempre di più; l’esempio estremo di questo modello è il crocifisso di Matthias Grünewald nell’altare di Isenheim: le mani e i piedi si contorcono come sterpi intorno ai chiodi, il capo agonizza sotto un fascio di spine, il corpo tutto piagato.

Tutti e due questi modi mettono in luce un aspetto vero del mi­stero:

  1. a) il modo moderno, drammatico, realistico, straziante, rappre­senta la croce vista «in faccia», nella sua cruda realtà, nel momento in cui vi si muore sopra; la croce è vista nelle sue «cause», cioè in quello che, di solito, la produce: l’odio, la cattiveria, l’ingiustizia, il peccato;
  2. b) il modo antico mette in luce non le cause, ma gli «effetti» del­la croce, che sono: riconciliazione, pace, gloria, vita eterna. La festa del 14 settembre si chiama «esaltazione» della croce, perché celebra proprio questo aspetto «esaltante» di essa.

Il messaggio che ci viene dalla festa è che dobbiamo tenere insie­me i due diversi sguardi sulla croce: quando soffriamo, ci può essere utile pensare a Gesù sulla croce tra dolori e spasimi, perché questo ce lo fa sentire vicino al nostro dolore; ma, una volta superata la prova, bisogna saper guardare oltre e vedere anche i suoi frutti.

Per noi la croce è un segno di salvezza, è il segno che siamo stati salvati. Un tempo si usava, e spero che lo si usi ancora, aprire e chiu­dere la giornata con il segno della croce. Ci si risveglia la mattina e, come un capitano di nave, si fa il punto della propria vita, rapida­mente, mentre ci si lava i denti, mentre si beve la prima tazza di caffè. Ecco, la mia giornata, la mia avventura quotidiana, la mia fortuna ter­rena e la mia vita eterna comincia così, con il segno della croce: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E via, e così sia. Chi non ha la propria croce? Alcuni di noi, anzi, ne sono oppressi e sfian­cati; talvolta, ogni giornata è una croce. Allora, come il Cireneo, ci sot­tometteremo al peso; come il buon ladrone saliremo lassù, sul legno di dolore e di salvezza e diremo «Ricordati di me» e ci sarà risposto «Oggi stesso …». Poiché la preghiera fatta attraverso la croce non tro­va ostacoli. Ma questo è l’eroismo della croce. A noi, piccoli cristiani da ascensore e metrò, basterà chiudere la nostra giornata con quel segno che è memoria e speranza.