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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Cinema/Teatro/Cabaret’ Category

venerdì
mar 5,2010

Il mio corpo ferito

Di Angelo Callipo
regia di Peppe Miale
con Anna Moriello e Lorena Leone

In scena sabato 6 (ore 21.00) e domenica 7 (ore 19.00) marzo 2010
presso il

Teatro Civico 14 |vicolo Francesco Della Ratta – Caserta

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I CENTO PASSI

martedì
mar 2,2010

I Cento Passi locandina del film


I Cento Passi
Cast
Paolo Briguglia, Ninni Bruschetta, Luigi maria Burruano, Luigi Lo cascio, Lucia Sardo, Andrea Tidona, Francesco Giuffrida, Fabio Camilli, Pippo Montalbano, Domenico Centamore
Regia
Marco tullio Giordana
Sceneggiatura
Marco tullio Giordana, Claudio Fava, Monica Zapelli
Durata
01:54:00
Genere
Drammatico
Distribuito da
ISTITUTO LUCE – VIDEO E DVD: MEDUSA

Trama

A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, nei pressi dell’aeroporto, utile quindi per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, bambino curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire, nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa sfida allo statuto della mafia. Quando si batte insieme ai contadini che si oppongono all’esproprio delle loro terre per ampliare l’areoporto Peppino conosce le prime sconfitte ma scopre l’orgoglio di una vocazione. Dopo varie esperienze fonda “Radio aut” che infrange il tabù dell’omertà e con l’arma del ridicolo distrugge il clima riverenziale attorno alla mafia.Tano Badalamenti diventa Tano Seduto e Cinisi è Mafiopoli. Il clima per lui si fa pesante: il padre cerca di farlo tacere, madre e fratrello sono solidali con lui. Quando arriva il Settantasette, mentre c’è chi si rifugia nel privato, lui si presenta alle elezioni comunali. Due giorni prima del voto lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro, viene rubricata come “incidente sul lavoro” poi, dopo che gli amici mettono a disposizione degli inquirenti molti indizi dell’esecuzione diventa addirittura “suicidio”. Solo vent’anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti come mandante dell’assassinio. Il processo deve ancora essere celebrato.

TRAMA LUNGA Cinisi, paesino siciliano tra mare e roccia, a pochi passi dall’aeroporto di Punta Raisi, fondamentale per il traffico della droga. Qui il piccolo Peppino viene introdotto nella ‘onorata società’ dal padre Luigi che aspira per lui al destino di un capo. Ma qualcosa di quel mondo, a cominciare dal silenzio opposto ad ogni domanda, non convince il bambino. I cento passi che separano la casa di Peppino da quella di Tano Badalamenti, il boss che regna su Cinisi, Peppino non li vuole fare. Il ragazzo diventa adolescente intorno al ‘68, quando in tutto il mondo i figli si ribellano alle certezze dei padri. La rivolta di Peppino diventa sfida alle regole imposte dalla mafia, al fianco dei contadini che si battono contro l’esproprio delle loro terre per ampliare un aeroporto mal sicuro. Avvicinatosi al Partito Comunista, Peppino dopo un po’ verifica che c’è nei dirigenti troppa cautela, troppa burocratica disciplina. Allora insieme ad altri Peppino fonda un giornale, che fa opera di denuncia senza mezze misure. Pur ripudiato dal padre, Peppino dà vita a nuove iniziative: il circolo “Musica e cultura”, le mostre fotografiche in piazza per denunciare malaffare e speculazioni, e infine ‘Radio Aut’, una emittente che diventa famosa in tutta la Sicilia. Pur avvisato e minacciato, Peppino cerca forme di impegno sempre più incisive. Nel 1978, in vista delle elezioni comunali, decide di candidarsi nelle liste di Democrazia Proletaria. Due giorni prima del voto salta in aria sui binari della ferrovia. La morte viene rubricata come ‘incidente sul lavoro’.

Note

- MENZIONE SPECIALE AL PREMIO SOLINAS 1998 PER LA SCENEGGIATURA A CLAUDIO FAVA E MONICA ZAPPELLI – PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA ALLA 57^ MOSTRA DI VENEZIA (2000). – DAVID 2001 PER MIGLIORE SCENEGGIATURA (CLAUDIO FAVA, MONICA ZAPELLI, MARCO TULLIO GIORDANA), A LUIGI LO CASCIO (MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA), A TONY SPERANDEO (MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA), A ELISABETTA MONTALDO (MIGLIORI COSTUMI) E PREMIO DAVID SCUOLA.

Recensione: La Critica – Rassegna Stampa

Dalle note di regia: “Questo non è un film sulla mafia, non appartiene al genere. E’ piuttosto un film sull’energia, sulla voglia di costruire, sull’immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell’illusione di cambiarlo. E’ un film sul conflitto familiare, sull’amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere a uno stesso sangue. E’ un film su ciò che di buono i ragazzi del’68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma questo non riguarda solo i siciliani) molto si deve all’esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza. Uno, due, tre, quattro ….novantotto, novantanove, cento. Cento passi, nel viale principale di Cinisi, da una casa all’altra. Da quella degli Impastato a quella dei Badalamenti. Nomi che evocano storie particolari, nomi della storia d’Italia. Storia nostra. Cinisi – Sicilia – una trentina di chilometri da Palermo: tra mare e monti, un aereo che atterra e una Giulietta che esplode con l’ennesima vittima, tutto sembra scorrere nell’assoluta normalità. Il bar all’angolo, un matrimonio, la scuola e una pizza. Ma Marco Tullio Giordana, che di storia del Sud e d’Italia se ne intende (Pasolini, un delitto italiano), ci fa capire che quella di Cinisi non è una vita normale in un paese normale. Anni di piombo, di menzogne e di paure. Gli anni Settanta, sconquassati dagli sconvolgimenti del ‘68; gli appelli di Paolo VI e il rapimento Moro; certezze che crollano, ed altre, ugualmente effimere, che nascono. Ma non a Cinisi. Lì ci sono le “famiglie”, i sepolcri sono davvero imbiancati, le regole della vita e della morte, del lavoro e della famiglia, sono diverse e governano l’esistenza, che pare immobile. Tutto deve sembrare buono, giusto, onorevole. Nemmeno un aeroporto pericoloso come quello di Punta Raisi, costruito per logiche certamente non attinenti allo sviluppo, alla sicurezza e al buon senso, scuote un paese, questo paese. Mentre, negli animi più sensibili e intelligenti, svegli e irruenti, suona, prima per curiosità poi per impegno, l’allarme della rivolta e della riscossa civile. Anche se può costare caro. E’ il lato più inquietante, diretto, vero, che questo primo film italiano in concorso riesce a cogliere grazie all’occhio attento, anche se scolastico, di Giordana. Sono gli occhi del suo protagonista – li vediamo, quegli occhi, scrutare le esequie dello zio Cesare con l’arguzia innocente dell’infanzia – Peppino Impastato, che salta in brandelli sui binari della ferrovia e la cui storia è ancora parte in brandelli, con una giustizia – è il caso di dirlo? – ancora barcollante. L’impegno civile di Giordana (co-sceneggiatore insieme a Claudio Fava e Monica Zappelli) è encomiabile, anche se non credo sia imprudente parlare di provincialismo delle nostre storie e del nostro cinema. Talvolta diventa un valore, talaltra una trappola. Gli anni dell’elettrica e contagiosa scossa civile che accompagna l’eroica resistenza morale di Peppino nell’ambiente scivoloso di Cinisi (e solo di Cinisi: il giovane contesta l’espatrio, condanna l’immobilismo accentratore dell’allora Partito Comunista, non si fa prendere dalle mode fricchettone e voyeuristiche dei suoi contemporanei figli dei fiori), senza accettare alcun tipo di tattica prudente (gli ideali non hanno confini, corrono senza prudenza), trovano la loro parte migliore nell’indagine dei rapporti intra-familiari. Perché tra gli Impastato – padre, madre, due figli maschi: rispettivamente Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Luigi Lo Cascio e Paolo Briguglia – parole, sguardi, silenzi, affetti e violenze scorrono o esplodono con forte intensità e debito realismo. E’ vero: I cento passi non è un film sulla mafia anche se parla quasi esclusivamente di mafia. E’ vero: è un film sugli ideali del ‘68, che, diciamolo, ormai appartengono alla storia, e qui se ne fa l’ennesima indagine. E’ vero: è un film sui rapporti tra persone quando sono volenti o nolenti sottoposti all’imposizione di patologie sociali e culturali come quelle che hanno incancrenito un’isola, una regione, in parte una nazione. Come recitano questi paesani? Forse da noi il dialetto funziona meglio della lingua: cogliere persone del luogo e portarle a recitare “in casa” e storie “di casa” evita le sacche del realismo ma protegge in qualche modo dalla retorica. Non, purtroppo, dal didascalismo. Che si insinua, spesso. “(Luca Pellegrini, Rivista del Cinematografo on line, 31 agosto 2000). “Si capisce che il film sia stato accolto con lunghi applausi dalla stampa. Ma Giordana, che cita ‘Le mani sulla città’ di Rosi e abbonda in canzoni d’epoca, evita ogni retorica concentrandosi giustamente sulla dimensione famigliare. Il padre che non capisce, non può capire, la ribellione del figlio che vola in America per cercare una via d’uscita; la madre che lo difende in segreto; gli ‘zii’ mafiosi che da bambino lo tenevano sulle ginocchia e oggi lo blandiscono e minacciano insieme. Per un’assurda coincidenza, alla sua morte Impastato non fece notizia. Chissà che questo film non entri nella leggenda”. (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 1 settembre 2000) “Molto impegno civile. Come, del resto, in altri film di Giordana. Il testo, forse, per dire molto, e per dirlo con forza, dice troppo, nel senso che, per descrivere i Sessanta ed i Settanta nell’ottica sociale e politica di quel remoto paesino siciliano, fa ricorso ad eccessive vicende di contorno e a vari personaggi di secondo piano. Quando però si tratta di seguire da vicino il personaggio centrale, i suoi rapporti in famiglia e i suoi scontri con i mafiosi, allora il racconto si fa teso, scattante, addirittura aggressivo e la regia nervosa di Giordana ha modo di vibrare e di far vibrare di giusta indignazione”. (Gian Luigi Rondi, ‘Il tempo’, 1 settembre 2000) “Marco Tullio Giordana, in quello che è il suo film migliore, più forte, più diretto, ibrida con successo il cinema di impegno civile (viene citato ‘Le mani sulla città’) con umori più personali e generazionali, intreccia la denuncia e il ritratto toccante e autentico di un angelo ribelle. E se la sceneggiatura è scritta con inconsueta precisione, schivando retorica e colore, gran parte della riuscita del film la si deve a una squadra di attori di sorprendente bravura guidati senza sbavature da Giordana (…) Da vedere anche per chi non è sensibile all’effetto nostalgia”. (Irene Bignardi, ‘la Repubblica’, 1 settembre 2000).



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martedì
mar 2,2010

Il mio corpo ferito

Il 6 e 7 marzo 2010
Al Teatro Civico 14 | Vicolo F. Della Ratta – Caserta

Uno spettacolo di Angelo Callipo
Regia Peppe Miale
Con Anna Moriello e Lorena Leone

Peppe Miale firma la regia dello spettacolo in scena sabato 6 (ore 21.00) e domenica 7 marzo (ore 19.00), al Teatro Civico 14. Nella messa in scena dell’opera di Angelo Callipo, finalista XII Edizione del premio letterario ‘Osservatorio’, l’unica interprete della pièce, Anna Moriello sarà affiancata da un’affascinante Lorena Leone. Con il mio corpo ferito approda nuovamente nella città di Caserta il teatro dal forte impegno civile e sociale.

Il mio corpo ferito racconta la storia di Angela e delle accuse agli aguzzini che la hanno rapita, violentata e poi ceduta a messer Scipione, che poi ne sfrutterà la bellezza fino a quando il padre della giovane non riuscirà a liberarla. La pièce, che nasce dalla storia di un processo celebrato nel 1578, porta alla sbarra un gruppo di uomini, contadini per lo più, ma anche canonici e nobili.

Angela è la grande accusatrice che con i suoi racconti sferzanti, diretti, fatti di fredda determinazione, vanifica ogni tentativo di sottrarsi, di cercare un’assoluzione. Allo stesso tempo Angela è giovane, e la fragilità della sua età riemerge prepotentemente alla luce dei ricordi di quei mesi passati nella mani, ruvide o delicate, di uomini che la spogliavano o la legavano ad un letto, lasciandola per giorni nella buia soffitta di un campanile. Ricordi che scalfiscono le certezze di cui Angela sembra essersi armata. Ma alla protagonista non resta altra arma che le sue parole. Quelle che pronuncia alla presenza della corte, quando nell’aula del tribunale sarà sola contro i suoi carnefici, sono fatte di nomi, di date, di precise ricostruzioni, di testardo convincimento che non uno, di quelli che siedono al banco degli imputati, debba farla franca. Le stesse parole che poi raccontano di un ricordo che penetra nelle viscere più profonde, che scende giù fino a farla piegare su se stessa per il dolore, per il fiato sporco e la saliva che ancora le impregnano la bocca, per quell’addome che si gonfiava ogni volta che uno di loro penetrava dentro di lei. Parole che raccontano della rabbia verso quel Ferrante che aveva promesso al padre di sposarla e che ora è lì insieme agli altri. Parole che raccontano della disperazione, per il curato che l’aveva rinchiusa quindici giorni e quindici notti, e che poi la condurranno in un’insolita tenerezza per quella Donna Lucrezia che, negli ultimi giorni della sua prigionia, l’aveva accudita come una madre.

“La preghiera. La violenza . L’affrancamento. Questi tre elementi confluiscono per tratteggiare questa  figura di donna che travalica coraggiosamente il tempo ed il luogo che è costretta a vivere perché derubata dei suoi sogni più piccoli di ragazza che dormiva sulla paglia in una notte d’estate. Angela Licciardi  denuncia e fa sì che i suoi aggressori siano condannati  per allontanare il dolore, un dolore  che però rimane, indelebile, proiezione costante di uno stato d’animo immutabile” racconta Peppe Miale, regista di questa eccezionale pièce.


Informazioni | 348.2209530
Biglietteria Teatro Civico 14 | tel. 0823.1902686

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martedì
mar 2,2010



Casagiove
– Rimane confermato, come da vecchio calendario, l’appuntamento per  martedì 2 marzo, al Cineclub Vittoria con le lezioni di cinema di Remigio Truocchio.
Argomento della settimana sarà il tanto atteso confronto tra la fotografia ed il cinema, con un tema di sicuro appeal: LA LUCE CINEMATOGRAFICA.
Il programma, sempre ricco di sorprese e di curiosità, spazierà questa volta tra la storia, le tecniche e la magia dell’arte fotografica trasposta poi nel mondo del cinema attraverso l’utilizzo della luce e dei colori nei modi più svariati ed espressivi del linguaggio delle immagini.
Lunga la carrellata di sequenze “fotografate” dai grandi maestri della luce che vedremo sullo  schermo del Vittoria: saranno analizzate e scomposte le sfumature, i linguaggi  e la grande forza comunicativa che caratterizzano la fotografia nel cinema contemporaneo e non solo.
Tutti gli “allievi” infine potranno toccare con mano pellicole, lenti, obiettivi, filtri, riflettori e tutti gli strumenti necessari ad illuminare e fotografare al meglio una scena.
“Se ne vedranno di tutti i colori”, promette il prof. Remigio, che ha in serbo per domani sera, un’altra  delle sue trovate top secret: “una divertente sorpresa che spiazzerà e sorprenderà tutta la platea. Non mancate!!!”

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domenica
feb 28,2010

Da venerdì 5 marzo 2010, Nuovo Teatro Nuovo di Napoli
Tradimenti di Harold Pinter, regia Andrea Renzi
Fotografie e immagini del ricordo guidano la messinscena attraverso le istantanee di un passato, costruito secondo il “meccanismo della memoria”

Venerdì 5 marzo 2010 alle ore 21.00 (in replica fino a domenica 14), al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, il Teatro Stabile di Torino e l’OTC Onorevole Teatro Casertano presentano
Tradimenti di Harold Pinter, traduzione di Alessandra Serra.
Ne saranno interpreti Nicoletta Braschi, Enrico Ianniello e Tony Laudadio, che tornano in scena insieme, dopo il successo de Il metodo Grönholm, diretti da uno dei più interessanti interpreti della nostra scena, Andrea Renzi ed affiancati da un quarto interprete, Nicola Marchitiello. Le scene e i costumi sono a cura di Lino Fiorito, le luci di Pasquale Mari, il suono di Daghi Rondanini.
Tradimenti (Betrayal), commedia che Harold Pinter scrisse nel 1978, è stata celebrata fin dagli esordi come uno dei maggiori testi del premio Nobel inglese, grazie ai dialoghi stringati, alle ambigue emozioni che filtrano attraverso il fair play dei protagonisti, all’ipocrisia dei rapporti personali e professionali.
La pièce parte dall’appuntamento tra due ex amanti che, anni dopo la fine del loro affaire, s’incontrano in un pub. In nove rapide scene si riavvolge il nastro della storia clandestina dei due, fino al bacio che sigla l’inizio della relazione tra Emma, sposata con Robert, e
Jerry, miglior amico dell’uomo.
Tra viaggi all’estero e riferimenti al sofisticato mondo in cui si muovono i protagonisti, Tradimenti mette in scena personaggi poco amabili e profondamente egotici, le cui parole vengono smentite dai fatti, scena dopo scena, in un brutale viaggio nel tempo ma anche viaggio alla ricerca dell’identità di ciascuno, che sembra strutturarsi proprio partendo dai
ricordi.
“Restituire un’osservazione delle relazioni umane – spiega il regista in una nota – così esatta e pure sospesa, dolorosa, immutabile, a volte leggera e piena di umorismo, significa avere una occasione per mettere lo spettatore e la sua coscienza di fronte alla irriducibile complessità di ogni essere vivente e questo rappresenta una necessità dell’atto teatrale. Qui si consuma, nell’assoluta fedeltà al testo, un ulteriore ‘tradimento’, che spero spinga a interrogare le nostre relazioni umane, a misurare i confini tra reale e irreale, tra vero e falso.
Questa commedia racconta, semplicemente, una storia d’adulterio, perché nell’esistenza d’ogni individuo è l’accidente più normale. Ma la sostanza della nostra vita, il suo ‘rischio’ e la sua ‘avventura’ è, appunto, la difficile ricerca della propria identità.
Anche i protagonisti di Tradimenti, Emma, Jerry, Robert, come tanti altri antieroi pinteriani, ricordano, per ridare concretezza, saldezza di contorni alla propria immagine, astratta e labile. La civile accettazione dei rispettivi tradimenti insinua il dubbio sottile che tutti e tre i protagonisti siano, consapevolmente, complici nel loro labirinto di bugie.

Tradimenti, di Harold Pinter
Napoli, Nuovo Teatro Nuovo – dal 5 al 14 marzo 2010
Info e prenotazioni al numero 0814976267 email botteghino@nuovoteatronuovo.it
Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (feriali), ore 18.00 (domenica)

Da venerdì 5 a domenica 14 marzo 2010
Napoli, Nuovo Teatro Nuovo

Teatro Stabile di Torino e OTC Onorevole Teatro Casertano
presentano

Tradimenti
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra

con
Nicoletta Braschi, Enrico Ianniello, Tony Laudadio

e
Nicola Marchitiello

scene e costumi Lino Fiorito
luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini

regia Andrea Renzi

Tradimenti (Betrayal), commedia che Harold Pinter scrisse nel 1978, è stata celebrata fin dagli esordi come uno dei maggiori testi del premio Nobel inglese, grazie ai dialoghi stringati, alle ambigue emozioni che filtrano attraverso il fair play dei protagonisti, all’ipocrisia dei rapporti personali e professionali. La pièce parte dall’appuntamento tra due ex amanti che, anni dopo la fine del loro affaire, si incontrano in un pub.
In nove, rapide scene si riavvolge il nastro della storia clandestina dei due, fino al bacio che sigla l’inizio della relazione tra Emma, sposata con Robert, e Jerry, miglior amico dell’uomo.
Tra viaggi all’estero e riferimenti al mondo sofisticato in cui si muovono i protagonisti, Tradimenti mette in scena personaggi poco amabili e profondamente egotici, le cui parole vengono smentite dai fatti, scena dopo scena, in un brutale viaggio nel tempo ma anche viaggio alla ricerca dell’identità di ciascuno, che sembra strutturarsi proprio partendo dai ricordi. Jerry ed Emma si amano, e il loro amore fluttua in un labirinto di bugie, che avvolge ogni cosa e semina menzogna ovunque: Emma tradisce il marito, Jerry tradisce il miglior amico e la propria moglie Judith, ma anche Robert ha tradito Emma con altre donne. E c’è quasi una prospettiva interna al testo che riguarda il tradimento: Jerry, agente letterario, e Robert, editore, sono figure di successo, ma Pinter insinua che le loro carriere siano la mistificazione delle loro aspettative di un tempo.
La civile accettazione dei rispettivi tradimenti permea di una soffocante amarezza l’intera vicenda, insinuando nello spettatore il dubbio sottile che tutti e tre i protagonisti siano complici nelle loro menzogne.
In un’intervista rilasciata a Furio Colombo, Pinter spiegava la struttura drammaturgica in questi termini: «È solo il trucco della memoria, La memoria è così. Comincia tutto dall’ultimo istante, si riavvolge all’indietro. Solo che sopra c’è la testa o il cervello o
la logica o l’abitudine a pensare. Mettendo tutto alla rovescia, in Betrayal, io ho preso la memoria alla lettera, la memoria senza logica, che è una macchina stupida, come tutte le macchine».
E la crudeltà del testo non si ferma qui: Tradimenti è anche la storia del rapporto durato sette anni tra Harold Pinter e la giornalista televisiva Joan Bakewell, una relazione consumata dall’ombra dei matrimoni di entrambi, resa pubblica sulla scena da questa commedia e, infine, storicizzata da Michael Billington nella biografia del commediografo inglese a metà degli anni ’90.
E proprio Billington, a proposito di una ripresa del 2003 della commedia, commenta: «Questo è anche un testo che parla del potere della memoria e delle diverse aspettative di uomini e donne. Ogni incontro nel testo è oscurato dal passato: c’è un pranzo amaramente divertente tra i due uomini quando il ricordo di Jerry della sensualità di Emma è sovrastato dalla dolorosa scoperta di Robert del tradimento della moglie. Ma ciò che fa di questo testo più di un gioco ironico è la consapevolezza di Pinter della differenza tra i due sessi: non avevo capito quanto Emma consideri l’appartamento di Kilburn come un nido d’amore, mentre per Jerry si tratta di un semplice pied-àterre per il sesso.
C’è un momento mozzafiato nella scena a Venezia quando Emma fissa immobile la pagina di un romanzo, consapevole che Robert ha scoperto il suo segreto. E quando la commedia torna indietro nel tempo, lei emana colpevolezza e si torce come un serpente quando muta la pelle».

Attraversare le stanze
di Andrea Renzi

In Tradimenti è la struttura drammaturgica rivolta all’indietro che “ricorda” e crea attese e sospensioni. Pinter, modificando l’abituale “punto di vista”, costringe l’attenzione dello spettatore a ri-costruire il quadro d’insieme e la orienta più sul “come” che sul “cosa” è successo.
È una soluzione di montaggio che mette gli spettatori in condizione di osservare la vicenda da un punto di vista inedito. È la carrellata all’indietro degli eventi che accende una luce diversa sulle orditure degli inganni e delle omissioni. Consapevoli delle importanti esperienze di Pinter come sceneggiatore non può sfuggire il taglio cinematografico di questo testo. Siamo di fronte ad una commedia ovviamente priva di unità di tempo e di luogo. Le singole scene possono essere viste come istantanee, come scatti rubati agli snodi cruciali delle relazioni.
Discende da questa analisi della struttura drammaturgica l’intenzione di una ricostruzione “fotografica” degli scenari, delle “stanze” pinteriane. La foto trattiene un frammento di memoria, una scheggia di realtà che tradisce una realtà più ampia, evocata e irraggiungibile.
La foto congela, fissa per sempre qualcosa che la nostra memoria continua a modificare, a tradire. Ecco quindi un contesto che, a partire da immagini fotografiche, delinei gli ambienti in maniera più liquida e rarefatta di una ricostruzione scenografica tradizionale, mi è sembrato un percorso adatto alla specificità di questa “commedia della memoria”.
Una modalità che solleciti sul piano della visione la cristallina esattezza della scrittura e che crei un ambiente al tempo stesso concreto e sfuggente come i personaggi ritratti da Pinter.
E si giunge al fronte più interno della memoria quello che riguarda il rapporto che ciascuno dei tre protagonisti intrattiene con il ricordo, con la ricostruzione di quello che è accaduto. Questa è l’orditura che stiamo dipanando giorno per giorno con gli attori. Un lavoro di scavo che richiede capacità di immedesimazione, di stilizzazione, di messa in gioco del sé e del distacco.
Un lavoro di grande sottigliezza che per me rappresenta la vera sfida di questa messinscena. Restituire una osservazione delle relazioni umane così esatta e pure sospesa, dolorosa, immutabile, a volte leggera e piena di umorismo significa avere una occasione per mettere lo spettatore e la sua coscienza di fronte alla irriducibile complessità di ogni essere vivente e questo rappresenta una necessità dell’atto teatrale.
In questa complessità sono possibili vari livelli di lettura tutti legittimi. Pinter gioca con il consueto menage a tre e capovolge continuamente molti luoghi comuni con effetti spiazzanti – si pensi al doloroso sofferto e sarcastico autocontrollo di Robert.
È evidente che il tradimento verso se stessi è quello da cui derivano tutti gli altri. Ed è un tema forte anche il tradimento delle aspirazioni giovanili. Non a caso l’arco di tempo della vicenda va da una significativa, vorrei quasi dire simbolica, ultima festa della giovinezza,
nel ’68, a un incontro in un pub deserto dove tutto è passato, tutto è finito, come dice Emma, e siamo nel ’77. Se per i personaggi questo decennio rappresenta il passaggio di una linea d’ombra, per noi spettatori, a trent’anni dal debutto, quello stesso decennio diventa significativo storicamente, interagisce con il nostro immaginario.
Quegli anni oggettivati dagli abiti e dagli arredi suscitano ricordi o nostalgie, o rievocano speranze. E si consuma nella assoluta fedeltà al testo un ulteriore tradimento che spero spinga a interrogare le nostre relazioni umane, a misurare «i confini tra reale e irreale, tra vero e falso».

Su Pinter
di Guido Davico Bonino

Su questa Tradimenti (che è la penultima commedia di Pinter, del 1978: l’ultima (1980)
si intitola The Hothouse (La serra), ma è tratta da un giovanile copione incondito, addirittura del ’58) si sono scritte un sacco di inesattezze (anzi, en pinteresque, insensatezze) in occasione sia della prima americana, a Broadway (gennaio ’80), sia di quella parigina, al Théâtre Montparnasse (gennaio ’82).
Perché è sin troppo chiaro che questa non è una commedia sull’agiata borghesia intellettuale, quel genere di fauna prediletta dai nostri settimanali bene informati («perché, dunque, lui fa l’editore, l’altro l’agente letterario, e c’è, sullo sfondo, anche uno scrittore…»): e, meno che meno, è una commedia sull’amore.
In una delle rare interviste concessa, a New York, ad un osservatore italiano, Furio Colombo, Pinter ha spiegato Tradimenti, o almeno la sua singolare struttura drammaturgica, con queste parole: «Non è mica una furberia la mia. È solo il trucco della memoria. La memoria è cosi.
Comincia tutto dall’ultimo istante, si riavvolge all’indietro. Solo che sopra c’è la testa o il cervello o la logica o l’abitudine a pensare. Mettendo tutto alla rovescia, in Betrayal, io ho preso la memoria alla lettera, la memoria senza la logica, che è una macchina stupida, come tutte le macchine».
Dobbiamo semplicemente memorizzare il nostro passato, quasi decidessimo di metterlo sotto teca, come il relitto di un’età che non ci appartiene più (gli antichi chiamavano questa facoltà di archiviazione con un bell’aggettivo, un poco malinconico, ritentiva)? Oppure dobbiamo piuttosto ricordarlo, recuperarlo giorno dopo giorno al presente, nello
sforzo di sentirci più vivi, più forti, nei continui patteggiamenti con un incerto futuro? E, in questo sforzo, possiamo aiutarci l’un l’altro, possiamo ricordare, per così dire, collettivamente? Eccoci giunti all’altro tema della commedia, che non è quello d’amore (l’amore è, semmai, il suo plot, il suo intreccio esterno), ma, ancora una volta, il tema della ricerca difficile della nostra identità.
Questa commedia racconta una storia d’adulterio semplicemente perché nell’esistenza d’ogni individuo è l’accidente più normale. Ma la sostanza, invece, della nostra vita, il suo «rischio» e la sua «avventura» (come dicevano certi nostri maîtres à penser d’autrefois, migliori, in tutti i casi, di quegli indisponenti
scolaretti-prodigio balzati alla ribalta in anni recenti) è, appunto, la difficile ricerca della nostra identità.
Anche Emma, Jerry, Robert, come tanti altri antieroi pinteriani, ricordano (cercano cioè di riattivare quanto loro è accaduto, l’amore e il tradimento, la gelosia e il possesso, l’orgoglio e l’umiliazione, ad un tempo, d’essersi donati, per breve tratto, l’uno all’altra) per ridare concretezza, saldezza di contorni alla propria immagine astratta e labile.
Lasciamo stare che questa ricerca si svolga tra ristoranti molto riservati e salotti molto confortevoli, tra lussuose camere d’albergo veneziane e gentilhommières firmate, presumibilmente, da architetti di grido. Qui non è in gioco la rivisitazione, alla english fashion, della tradizione boulevardière, come hanno scritto, nel loro imperdonabile sciovinismo, certi recensori parigini. Perché semmai, se proprio si vuole cercare quale tradizione Pinter intenda, garbatamente, mettere in parodia, allora bisogna guardare alla scena inglese, al Teatro del c’ero già stato del (beneducato e soporifero) John Boyton Priestley e a quello del Tentiamo alfine un bilancio coniugale del (beneducato, ma, se non altro, spiritoso) Terence Rattigan.
Ma non sono l’ambiente né il clima, qui, a contare: ché, anzi, tutta quella eleganza indolente, quella raffinata ignavia (mai come in questa commedia pause e silenzi sono cosi sottilmente protratti) non fanno che sottolineare la crudeltà di un recupero esistenziale impossibile, la desolazione di un itinerario senza approdo verso il proprio «io».
«Spesso – ha detto in passato Pinter, nella sua franchezza quasi infantile, a Lawrence Benski – mi guardo nello specchio e penso: “Ma chi diavolo è quel tipo là?”» E, ancora, in un’altra intervista: «Nulla mi sembra esistere di più concreto e di più sfuggente di un essere umano».
Non sono battute «giuste» per Emma, Jerry, Robert? Non si celano, tra le righe, battute disarmanti come queste in quella chiusa, dura come un’inoppugnabile sentenza, della prima scena di Tradimenti (che, però, è l’ultima, a livello della vicenda): «Non importa. È tutto passato. Sì? Che cosa è passato? È tutto finito».

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domenica
feb 28,2010

Klab Kestè Laboratories
presenta

Showcase live e Klab Kontest live
Kestè Napoli, Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli

Dioniso Folk Band showcase live
a seguire
R&FusiOn klab contest live

la serata avrà inizio alle ore 19.00, con aperitivo “San Ginger”

Il mercoledì al Kestè Napoli è interamente dedicato alla musica con gli show-case live e il Klab Kontest. Ogni settimana sarà presentato un nuovo lavoro discografico e poi, alle ore 22.30, il palco del Kestè Napoli ospiterà una band selezionata attraverso il bando del Klab Kontest.
L’appuntamento showcase live del 3 marzo è con la Dioniso Folk Band che presenterà il disco d’esordio “I testardi fiori della speranza”. Dodici brani (dieci inediti e due riadattamenti di brani tradizionali) che compongono un album dal colore sgargiante, luminoso, nel solco di un folk contaminato e impegnato, e che trova in Dylan, De Andrè, Manu Chao, Pogues, Musicanova, i suoi più illustri predecessori.
Un album carico di una “speranza testarda” in una società con più rispetto per l’ambiente e per le persone e con più memoria per il passato, secondo le parole di Luis Sepulveda citate nel libretto che accompagna il cd.
Formata da Massimo De Vita (voce, ukulele, oud, tin e low whistle, cornamusa, chitarra, diamonica, bodhran), Gianluca ‘Arpinta’ Rovinello (arpa celtica, armonica, voce), Alessandro Grossi (flauto traverso, bouzouki irlandese, ciaramella, flauti a becco, quena, organetto), Michelangelo ‘Banjo’ Bencivenga (chitarra acustica – elettrica, banjo e cori), Marco Gagliano (batteria e percussioni) e Pasquale Casoria (basso), la Dioniso Folk Band nasce nel 2005 nella periferia nord di Napoli, dall’incontro di persone dal diversissimo bagaglio musicale. Il nome vuole ricordare la spontaneità e l’impeto dei riti dionisiaci, nei quali inibizioni, ruoli sociali e divisioni cadevano per lasciare il posto alla musica, alla danza e all’ebrezza, ma anche ad autentiche manifestazioni di “uguaglianza” e naturale convivenza pacifica.
Il lavoro in studio ha visto le collaborazioni di artisti come Gino Evangelista e Pasquale Ziccardi della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Marzouk Mejri (Brigada Internazionale, nonchè collaboratore di Eugenio Bennato e Daniele Sepe), Mario Insenga dei Blue Stuff, oltre che di numerosi musicisti della scena napoletana. www.myspace.com/dionisofolkband
A seguire il Klab Kontest ospiterà la band R&FusiOn, un progetto musicale che ha nel nome l’idea fondante: Ricerca&Fusione. Il linguaggio è quello universale della musica, ma utilizza gli stilemi formali dell’italiano e del Napoletano. La loro performance live è un intrecciarsi di brani originali e di cover, che vanno dai CSI a Bryan Blade, da Fred Buscaglione ai Nirvana.
Gli R&FusiOn sono Emanuele Ammendola (contrabbasso e voce), Marco Fiorenzano (pianoforte), Luca Di Sieno (oboe, percussioni chitarra e voce), Pietro De Luca Bossa (batteria e voce). http://refusion.magmama.it
Mercoledì 3 marzo 2010
Kestè Napoli, Showcase live e Klab Kontest live
Inizio alle ore 19.00 con aperitivo “San Ginger”
Info ai numeri 0815513984, email media@keste.it

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domenica
feb 28,2010



Caserta
- Dopo la bella ed affollata serata trascorsa martedì scorso al Cucumber torna l’appuntamento con il “doposcuola”: originale appuntamento che seguirà  ogni  lezione di cinema. Rivolto a tutti coloro che, in maniera conviviale ed informale, vorranno continuare la serata in compagnia di Remigio Truocchio, del direttore artistico Francesco Massarelli e dello staff del Cineclub Vittoria di Casagiove, tra una pizza od un menu tipico, in un percorso gastronomico tra i locali della provincia di Caserta. Un simpatico pretesto per conoscersi meglio scambiando chiacchiere ed opinioni sui temi trattati in “aula” e per proseguire nella visione di brani tratti dai capolavori della cinematografia mondiale.

Il “doposcuola” di martedì 2 marzo è previsto al Live Livingroom in via S.Gennaro (100 mt dopo l’Ufficio Postale di Falciano), a Caserta.

Menù fisso: Aperitivo, Buffet con pizze rustiche, fritturine, bocconcini di mozzarella e formaggi, Dolce e Bevanda (birra/coppa di vino/acqua/ bibita)  – 10 euro

E’ necessario prenotarsi inviando una mail all’indirizzo frmassarelli@alice.it entro le ore 17.00 di martedì

Posti limitati

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lunedì
feb 22,2010

Da giovedì 25 febbraio 2010, Teatro Elicantropo di Napoli
Intrecci paralleli. Storia di… spettacolo di teatro-danza
In scena un viaggio nell’animo femminile, la riscoperta dell’essere nel  ritrovato equilibrio, tra fantasmi e paure nascoste, desideri e il mutare infinito della vita

La stagione teatrale del Teatro Elicantropo di Napoli ospiterà, giovedì 25 febbraio 2010 alle ore 21.00 (in replica fino a domenica 28), Intrecci paralleli. Storia di…, un originale spettacolo di teatro-danza con la coreografia di Elena e Sabrina D’Aguanno e la regia di Rosario Liguoro.
L’allestimento è proposto dall’Associazione culturale Akerusia Danza, presente sul territorio regionale dal 1994, anno in cui nasce come naturale evoluzione del Gruppo Artistico Danza (fondato nel 1984 da Elena D’Aguanno) e rappresenta l’attuale forma espressiva di un lavoro iniziato sin dal 1982. La compagine coreutica, da qualche tempo attiva in importanti corsi di formazione, ha ricevuto numerosi premi, fino a potersi esprimere con la messinscena di una propria rappresentazione.
Intrecci paralleli. Storia di… è il frutto dell’incontro tra due sensibilità e dimensioni artistiche, che, già in precedenza, hanno collaborato a progetti congiunti di ricerca: la danza di Elena e Sabrina D’Aguanno e il teatro-danza di Rosario Liguoro.
L’incontro rappresenta una contaminazione di stili e linguaggi, che vanno dalla danza contemporanea al mimo corporeo. Le due compagini artistiche si sono, inoltre, avvalse dell’apporto del video artista Enrico Grieco, unitamente alle musiche di Mimmo Napolitano e Giuseppe Di Colandrea. Ne saranno interpreti in scena Sabrina D’Aguanno e Ina Colizza, Viviana Di Napoli, Laura Ferraro, Mayra Garcia, Daniela Mancini, Irene Scamardella, Guglielmo Schettino.
Il tessuto narrativo dello spettacolo verte sulla figura di una donna senza nome, che vaga in uno spazio/tempo indefinito alla ricerca della propria identità perduta. Le sue anime interiori si manifestano all’esterno grazie alle immagini corporee dei sogni e delle memorie, distillate e rifratte attraverso i corpi delle danzatrici e dei danzatori, nonchè attraverso le immagini proiettate.
L’intreccio tra sogni, incubi, racconti e ricordi del passato, trova la sua concretezza poetica in una collocazione spazio-temporale definita e, al tempo stesso, indefinibile scenario possibile del quotidiano.
La storia si snoda tra astrazioni, spunti onirici, metaforici e riferimenti realistici, assolutamente chiari e leggibili a ogni livello senza significati reconditi e, spesso, senza riferimenti drammaturgici.
Un allestimento di grande qualità che, come ogni anno, contraddistingue la stagione teatrale del Teatro Elicantropo, che offre i suoi spazi scenici ad allestimenti di teatro-danza, molto apprezzati dal pubblico dello spazio-eventi nel Cento Storico di Napoli.

Intrecci paralleli. Storia di…, di Elena e Sabrina D’Aguanno
Napoli, Teatro Elicantropo, dal 25 al 28 febbraio  2010
Info e prenotazioni al numero 081296640, email teatroelicantropo@iol.it
Inizio delle rappresentazioni ore 21.00 (feriali), ore 18.30 (domenica)

Da giovedì 25 a domenica 28 febbraio 2010
Napoli, Teatro Elicantropo

Akerusia Danza
presenta

“ Intrecci Paralleli. Storia di………”
spettacolo di teatro-danza

coreografia Elena D’Aguanno e Sabrina D’Aguanno

interpreti
Sabrina D’Aguanno

e

Ina Colizza, Viviana Di Napoli, Laura Ferraro
Mayra Garcia, Daniela Mancini, Irene Scamardella
Guglielmo Schettino

video artista Enrico Grieco
musiche Mimmo Napolitano e Giuseppe Di Colandrea

regia Rosario Liguoro

Durata della rappresentazione 60’ circa, senza intervallo

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venerdì
feb 19,2010

Cineclub Vittoria, programmazione

Casagiove – Da Venerdì 19 a Lunedì 22 LOURDES di Jessica Hausner – ore 16.00 – 18.30 – 21.15

Martedì 23 LEZIONI DI CINEMA – ore 20.30

Mercoledì 24 e Giovedì 25 A SINGLE MAN di Tom Ford – ore 16.00 – 18.30 – 21.15

In allegato il calendario modificato delle Lezioni di Cinema – Secondo appuntamento Martedì 23 Febbraio ore 20.30

.

SOUL KITCHEN

Un film di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 99 min. – Germania 2009.
Ad Amburgo, un cuoco di origine greca, Zinos, gestisce un infimo ristorante denominato Soul Kitchen. La clientela abituale sono i rozzi abitanti della periferia, interessati solo a tracannare birra e ingurgitare piatti surgelati o preconfezionati. Dentro e fuori dal Soul Kitchen ruota tutto il microuniverso di Zinos e relativi problemi: l’ambiziosa e viziata fidanzata Nadine è una giornalista rampante in partenza per la Cina, il fratello Illias un ladruncolo in libertà vigilata con il vizio del gioco, la cameriera Lucia è aspirante artista che vive in un appartamento occupato abusivamente e un vecchio compagno di scuola, Neumann, è disposto a tutto pur di comprare il locale e rilevarne il terreno. Un’ernia al disco improvvisa impone a Zinos delle sedute di fisioterapia e gli inibisce l’uso cucina, così che viene assunto un nuovo cuoco esperto di haute cuisine che, dopo uno scetticismo iniziale, trasforma il ristorante in un locale molto in voga capace di offrire buon cibo e musica soul. Fatih Akin è un abile deejay del mondo del cinema, un giovane autore che ha saputo costruire un suo linguaggio melodico a partire da un’antologia di stili della New Hollywood di Scorsese, Schlesinger e Bob Rafelson. Questa eredità del cinema americano moderno, con la quale aveva finora raccontato i margini di una società multiculturale in pieno dissidio, pervade anche nell’atmosfera conviviale e disinvolta di Soul Kitchen. Cimentandosi con una vera commedia edificante, il giovane regista turco-tedesco mette da parte il tema del viaggio e delega il percorso di emancipazione sociale e di ricerca delle origini, alla musica (come nel documentario Crossing the Bridge) e all’elogio dell’edonismo. Akin pone attenzione ai corpi e ai loro bisogni primari: dal cibo al sesso, dall’alcool alla danza (passando per il mal di schiena), così che i suoi personaggi, liberati dalla necessità di affrancarsi dal proprio retaggio culturale, agiscono nel nome di un puro principio di piacere. Allo stesso modo, punta all’occhio e al ventre dello spettatore: costruisce il suo film come un piatto sofisticato di nouvelle cuisine, o meglio, come una playlist di musica accattivante, facendo molta attenzione a creare mediante una serie di gag fisiche una sinergia fra movimenti dei personaggi, movimenti di macchina e ritmo dei brani della colonna sonora. È una strategia molto furba e molto ricercata, elaborata da un regista che ha già compreso le tendenze del nuovo cinema della post-globalizzazione (vedi The Millionaire): le storie che intrecciano società multietniche, una regia dinamica, buona musica e un lieto fine sono destinate a vendere (e incassare) in tutto il mondo.

LOURDES
Un film di Jessica Hausner. Con Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn. Drammatico, durata 99 min. – Austria, Francia, Germania 2009.
Christine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla. Rassegnata alla sua condizione di ‘ferma’, partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes, con la speranza di riacquistare un po’ di fiducia nella vita. Sorride sempre, cerca la conversazione con i piacenti giovani volontari dell’organizzazione, si appiglia all’espressività del volto, l’unica parte del corpo che riesce a muovere. Alla gita spirituale partecipano malati nel fisico e nella mente, tutti parte di un micro mondo abituato alla solitudine e scivolato nell’individualismo. Quando i giorni di vacanza stanno per concludersi, accade il miracolo: Christine, piano piano, riacquista sensibilità alle dita, poi alle braccia e alle gambe, fino ad appoggiare i piedi a terra e cominciare a camminare. La guarigione improvvisa sorprende tutti e inaugura crudeli invidie tra i compagni. Nel frattempo Christine si gode il piccolo momento di felicità, ancora incerta sul suo precario futuro. Christine si fa volere bene da tutti. È dolce, buffa e curiosa, ma anche delicata e riservata, laconica, come se il suo blocco fisico le avesse rubato anche le parole. Sembra non pretendere nulla da nessuno, prega molto meno rispetto agli altri compagni di viaggio, si lascia vivere disperata. Lo sfogo dell’inquietudine che la divora avviene solo davanti a dio, in confessionale, dove si dichiara colpevole di invidia per le persone ‘normali’. Ma cosa vuol dire essere normali? Affidarsi alla casualità di un miracolo? La ricerca di felicità e integrazione passa attraverso la sofferenza, sempre. La Chiesa tentenna, abbozza delle risposte semplicistiche, inconsapevolmente esilaranti. Colpevolizza l’animo peccaminoso e si toglie il pensiero. La controparte laica (i volontari dell’Ordine di Malta) sembra aver smesso di credere ai miracoli da lungo tempo; così si lascia andare a barzellette che prendono in giro la Madonna, o a sguardi accusatori e perplessi che mettono in grave difficoltà le prediche del sacerdote. La normalità, per loro, è solo uno specchio dove riflettere se stessi: tutti sono regolari ed eccentrici allo stesso tempo. La forza dissacrante del dubbio travolge Lourdes, il luogo della speranza per eccellenza, trasformandola in un angolo di mondo straniante dove l’illusione del miglioramento, spirituale e fisico, si vende al prezzo di pacchiane statuette souvenir, e il misticismo si offre a colazione, assieme al caffè caldo. Lo stile minimalista della regista mette in luce il paradosso della sacralità, soffermandosi sugli aspetti profani. Per farlo, tocca ambienti e toni conosciuti, omaggiando lo scetticismo di Kaurismäki e l’ironia sottile del francese Jacques Tati. Ogni scena corrisponde ad un quadro fisso (tra le più belle, la sequenza iniziale della silenziosa e apatica preparazione della sala da pranzo), ogni azione è inserita sapientemente in un’armonia di geometrie e colori che gioca su contrasto e opposizione. Il processo narrativo si costruisce così sul susseguirsi di piccole sequenze che si muovono al ritmo di un’altalena perpetua. Christine va avanti, riacquista l’uso delle gambe, sfiora la felicità (si innamora, balla e canta come un’adolescente) ma poi ritorna un po’ indietro, cade di nuovo nell’assurdità della vita quotidiana, imprigionata, come tutti, in una condizione di dubbi e continui assetti di volo.

A SINGLE MAN

Un film di Tom Ford. Con Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Jon Kortajarena. Drammatico, durata 95 min. – USA 2009.
os Angeles, 1962. George Falconer è un uomo solo. Professore inglese di letteratura all’università, George ha perso in un incidente il compagno amato da sedici anni. Incapace di reagire al lutto e all’afflizione, riordina carte, oggetti e sentimenti e decide di togliersi la vita con un colpo di pistola. Proveranno a “ripararlo” e a trattenerlo sul baratro, Charley, una vecchia amica delusa e disillusa, e Kenny, uno studente disponibile e sensibile. Spiegati i missili nucleari a Cuba e puntata l’arma alla tempia, la “crisi” pubblica e privata è destinata a esplodere o a rientrare. Una cravatta, un paio di gemelli, un paio di scarpe, una lettera, due lettere, un vestito regalato e poi indossato, un libro mai chiuso, un disco ascoltato: oggetti scoperti dalla macchina da presa di Tom Ford, abbandonati nelle inquadrature come indizi, tracce, segni, impronte del destino. Quello di un uomo rimasto solo con ciò che resta di ogni storia e di ogni amore, non il corpo di chi li ha vissuti e consumati ma le cose che lo hanno messo in comunione con l’altro da sè. Lo stilista statunitense che ha rilanciato le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent debutta alla regia, impeccabile come un paio di Oxford lucidate a specchio. Trasposizione del romanzo omonimo di Christopher Isherwood, A single man è un film di oggetti, colori, spazi, suoni, che funzionano come “luoghi” in cui le vite si incrociano e si separano, in cui il desiderio ha lavorato e continua a lavorare, raccontando dentro un frammento tutte le storie (d’amore) possibili, tutte le storie del mondo. Sospeso dentro l’ultimo giorno di un uomo e dentro la perfezione formale del suo décor, A single man è un mélo intessuto di atti mancati e infiniti (rim)pianti. Fermamente agganciato a un presente che non ha alternative, nel (melo)dramma di Ford la dialettica dei sentimenti resta prigioniera di malinconiche allucinazioni retrò o di fughe in avanti verso un tempo scaduto. Il professore di Colin Firth, portatore di un dolore universale, vive (e muore) nell’attesa del ricongiungimento all’amato. I due amanti sono corpi a distanza destinati a riunirsi in un bacio e dentro una fotografia che riesce a scolpire i colori anche nel buio e nel fuori fuoco. Il lutto è allora lo spirito della scena, espresso in termini di dolore e obbediente all’imperativo melodrammatico della dismisura, degli eccessi e delle ferite. Senza esaurire i contenuti nel glamour di superficie, A single man si sottrae alle polarizzazioni manichee del melodramma, riuscendo emotivamente ancora più insostenibile. La “guerra fredda” che ossessionava gli americani negli anni Sessanta è sgelata e infiammata dalla fotografia di Eduard Grau e dalla musica (addizionale) di Shigeru Umebayashi (In the Mood for Love), sublimi orchestratori di note e luci, ossessionati, come il protagonista, dalla bellezza e dall’armonia perduta. Colin Firth, lubrificato dalle lacrime, è un corpo assediato da un sentimento di resa e agitato da pulsioni di morte, che si rivela parlando e patendo dentro gli abiti di Tom Ford. È l’uomo solo che non rifiuta mai la gioia e neppure la sofferenza. L’attore inglese lascia magnificamente affiorare la verità del personaggio, abbandonando la pesantezza della corporeità e facendosi assolutezza del sentire, offrendosi come frontiera dell’amore e aspettando la morte sazio di vita.

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martedì
feb 16,2010

(Da sinistra Serena Ruggieri e Ilaria Delli Paoli)

(Ilaria Delli Paoli)

Dal 19 al 21 febbraio 2010
Al Teatro Civico 14 | Vicolo F. Della Ratta – Caserta

Uno spettacolo tratto da Acido Solforico di Amelie Nothomb
Scritto e diretto da Roberto Solofria
Con Ilaria Delli Paoli, Antimo Navarra, Olimpia Pisanti, Serena Ruggiero e Roberto Solofria
Scenografia Antonio Buonocore
Costumi Carla Ghidelli e Anna di Laora
Disegno luci e foto di scena Marco Ghidelli

Sarà in scena sul palco di Teatro Civico 14, venerdì 19 e sabato 20 febbraio alle ore 21.00 e domenica 21 febbraio alle ore 19.00, Concentramento, l’ultimo spettacolo firmato da Roberto Solofria. La pièce è tratta dal libro scandalo Acido Solforico dell’autrice francese Amelie Nothomb, che per l’intero 2010 ha affidato alla compagnia Mutamenti l’esclusiva nazionale  per la messa in scena dell’opera, ed è interpretata da Ilaria Delli Paoli, Antimo Navarra, Olimpia Pisanti, Serena Ruggiero e dallo stesso Roberto Solofria. Le scenografie sono di Antonio Buonocore, i costumi di Carla Ghidelli e Anna di Laora. Il  disegno luci e le foto di scena portano la firma di Marco Ghidelli.

In città si aggira una troupe televisiva inviata a reclutare i concorrenti da caricare su vagoni piombati e internare in un campo, che sarà il set della trasmissione ma soprattutto un lager a tutti gli effetti. All’interno del campo i neo-reclutati incontreranno coloro che gli contenderanno la sopravvivenza e che, all’interno dell’inusuale reality show, rivestiranno il ruolo di kapò. Concentramento, l’ultimo ritrovato di una televisione malata, si svolgerà davanti l’occhio attento della telecamera e con la complicità degli spettatori, che decideranno di volta in volta l’eliminazione/esecuzione dei detenuti che vivono all’interno del campo/set televisivo. L’inevitabile momento è anche quello di massimo audience che la trasmissione riceve. Trasmissione specchio di una società in cui la sofferenza diventa spettacolo.

“Ciò che più mi interessava fare con Concentramento era una disamina dell’attuale sistema televisivo. Cosa che in fin dei conti ha voluto fare la stessa autrice Amelie Nothomb nelle pagine del suo libro”. Ad affermarlo è Roberto Solofria, che firma la regia dello spettacolo in scena da venerdì 19 a domenica 21 febbraio. “Nostra intenzione era quella di portare in scena il ‘paradosso’ televisivo, attraversare il limite dopo il quale la decenza non si può chiamare più tale. Ecco allora Acido Solforico, il libro della Nothomb, per noi diventato Concentramento. Un reality show a tutti gli effetti dove prima i kapò e poi gli spettatori da casa decidono chi eliminare, in tutti i sensi. Credo fermamente che la televisione di oggi si stia indirizzando verso questo traguardo, lo spettacolo a tutti i costi, non importano i contenuti, ma solo le immagini. Proprio per questo, come nostra prerogativa, abbiamo deciso di non creare solo immagini, non creare eventi che nascono e muoiono in un fine settimana, ma eccoci a realizzare uno spettacolo con semplicità per sfruttare al meglio la possibilità di proporlo anche in spazi non convenzionali come scuole, atri e sale attrezzate”.

Informazioni | 348.2209530
Biglietteria Teatro Civico 14 | tel. 0823.1902686

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