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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Cronaca’ Category

Vandali alla scuola media “Gravante”

martedì
Set 23,2014

http://www.cancelloedarnonenews.it/vandali-alla-scuola-media-gravante/

Marco Pantani. Aspettando giustizia

giovedì
Ago 7,2014

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Nel libro scritto da Antonio Giangrande “SPORTOPOLI”, un capitolo è dedicato alla vicenda giudiziaria sulla morte di Marco Pantani.

Su questo Antonio Giangrande, il noto saggista e sociologo storico che ha pubblicato la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” ha svolto una sua inchiesta indipendente. Giangrande sui vari aspetti dello sport in Italia ha pubblicato un volume “Sportopoli. L’Italia delle frodi sportive”.

MARCO PANTANI. ASPETTANDO GIUSTIZIA.

La solitudine, il residence e la coca. Quegli ultimi giorni del Pirata, scrive Alessandra Nanni su “Quotidiano Nazionale”. La  morte di Marco Pantani comincia il 9 febbraio del 2004, quando arriva a Rimini a bordo di un taxi. Sta scappando da Milano, dopo una lite furibonda con i genitori. Sarà l’ultima volta che vedranno quel figlio in fuga da se stesso, dal campione che era stato e di cui lui per primo non vede più che l’ombra. È l’inchiesta che ha portato al processo, a ricostruire i suoi ultimi giorni di vita. Il Pirata è sprofondato nella cocaina, e mentre il suo corpo tiene ancora il colpo di 15 grammi al giorno, il suo cuore batte di una rabbia smisurata. Come quando correva è di nuovo irraggiungibile, ma la sua ‘vetta’ ora è solo la coca, e in riviera c’è il suo fidato fornitore, Fabio Miradossa. Al processo riminese, testimoni, investigatori e imputati hanno messo insieme i pezzi di quei cinque giorni. Pantani si fa scaricare dall’autista lungo il viale, e va dritto a casa degli amici che ospitano lo spacciatore. Ma Miradossa non c’è, mamma Tonina ha minacciato di farlo arrestare se avesse continuato a vendere droga al figlio. Si è spaventato ed è tornato di corsa a Napoli. Per lui, per tutti, il campione è diventato un cliente che scotta. Ma Pantani non accetta un rifiuto, pianta una grana: devono trovare il napoletano. Capiscono che non mollerà, e fanno pressione su Miradossa: liberaci di Pantani. Lo spacciatore cede e incarica il suo galoppino di accontentare il campione. È Ciro Veneruso, quella stessa sera, a consegnare a Pantani i 30 grammi di cocaina che lo uccideranno il 14 febbraio.  Appartamento 5D, al quinto piano del residence Le Rose. Il Pirata ci arriva a mezzogiorno di quel lunedì, e da allora lo vedranno di rado. Racconteranno di un uomo rinchiuso in un mondo immaginario, frasi sconnesse, insofferenza. Scende solo a fare colazione, qualche incursione al bar per una pizzetta. Non mangia altro e tollera a malapena la donna delle pulizie. Come un animale braccato che si lecca le ferite dell’ingiustizia, sceglie il buio. Le tapparelle della stanza sono abbassate come in una grotta, sta macinando migliaia di chilometri solo con se stesso. «Si lamentava del rumore — racconteranno i clienti — bastava un passo per fargli spalancare la porta». «Chiamate i carabinieri» urla in un delirio che riempie di pena chi è testimone di tutto quel dolore. Alle 11,30 di sabato, Pantani chiama la portineria e chiede di non essere disturbato più, non gli interessa che la camera venga rifatta. Sono le 19, quando il portiere suona alla porta del 5D. Nessuna risposta, scende in cortile per cercare una luce al quinto piano, ma non riesce a vedere e il telefono della stanza dà sempre occupato. È preoccupato, decide di entrare con una pila di asciugamani. Usa il passepartout, ma la porta si apre solo di uno spiraglio, il mobile della tv e del telefono sono rovesciati. Dentro l’appartamento il caos, come un uragano. «Poi sono salito nel soppalco, era a terra adagiato su un fianco, non respirava più». Fine della corsa.

CHI HA UCCISO PANTANI ? A DIECI ANNI DALLA SUA MORTE, IL CASO RIAPRE E SI INDAGA………..

PANTANI, CASO RIAPERTO DOPO 10 ANNI: “FU UCCISO? DOBBIAMO APPROFONDIRE”, scrive Guglielmo Buccheri per “la Stampa”. Cinquemila pagine fotocopiate, decine di testimonianze e immagini. L’esposto voluto dalla famiglia di Marco Pantani è finito sul tavolo del procuratore di Rimini Paolo Giovagnoli ed ora l’indagine è aperta come riporta la Gazzetta dello Sport. «Non fu suicidio volontario, ma Pantani fu ucciso…», sostengono i familiari del campione romagnolo e, da ieri, è l’ipotesi a cui lavoreranno gli inquirenti. «Nessun commento, dobbiamo approfondire. Bisognerà fare delle valutazioni anche alla luce del risultato del processo che ci fu a suo tempo.  Quando – precisa il procuratore Giovagnoli – arriva un esposto-denuncia per omicidio volontario è sempre un atto dovuto aprire un’indagine…».  La svolta, clamorosa, è sul tavolo. E, in un attimo, i fatti della notte del 14 febbraio di dieci anni fa tornano sotto i riflettori. La procura di Rimini si metterà al lavoro, lo farà dopo l’estate e l’indagine appena aperta durerà almeno un anno prima di arrivare alle sue conclusioni.  La famiglia del Pirata, da sempre, ha sostenuto come non fossi possibile che il loro Marco avesse deciso di chiudersi nella stanza della pensione sul lungomare per dire basta. Ora, dopo un decennio di dubbi e perplessità, ecco il primo passo: l’esposto presentato in procura dall’avvocato Antonio De Rensis, e accompagnato da una perizia accurata, è stato giudicato fondato, ma dire oggi quale potrebbe essere il punto di arrivo è fin troppo prematuro. «Non fu suicidio, ma Pantani fu ucciso…», sostengono nella loro dettagliata ricostruzione i familiari del Pirata. «Ora esca la verità…», così gli ex colleghi, ma, soprattutto, amici del romagnolo, Claudio Chiappucci e Davide Cassani. «Non capisco perchè ci sia stato tutto questo ritardo, è giusto che si vada a fondo sulla tragica morte di Marco…», sottolinea Chiappucci. «Forse – così Cassani – si sono date per scontate troppe cose che non lo erano. Chi ha voluto bene a Marco vuole capire cosa realmente sia accaduto quella notte…». Il lavoro della procura di Rimini non sarà facile. Come detto dal procuratore Giovagnoli occorrerà ripartire nell’inchiesta tenendo conto degli sviluppi che hanno portato alle conclusioni del processo già celebrato. Da tempo la famiglia Pantani non perdeva occasione per chiedere la riapertura del caso che, adesso, riaccendere l’attenzione sugli attimi di vita del campione delle due ruote. Per presentare l’esposto c’è voluto un faticoso impegno, fra difficoltà nel reperire il materiale e riuscire nella visione di documenti e faldoni datati quasi dieci anni. Dopo l’estate, i pm si metteranno in azione.

AVEVA CHIESTO AIUTO E FORSE NON ERA SOLO NELLA STANZA MALEDETTA, scrive Giorgio Viberti per “la Stampa”.

Domande e risposte sui misteri di quella notte.

Perché Marco Pantani è uno dei campioni più amati e insieme discussi nella storia dello sport e non solo nel ciclismo?

«Perché si dimostrò pressoché imbattibile sulle montagne, dove fece entusiasmare i tifosi quasi come ai tempi di Bartali e Coppi, ma subì poi una sospensione dalle corse molto discussa e morì ancora giovane, a 34 anni, in circostanze quasi misteriose».

Per molti Pantani non fu soprattutto il simbolo di un ciclismo diventato ostaggio del doping?

«In quegli anni tanti corridori usarono farmaci vietati e alcuni in seguito lo confessarono, eppure Pantani in 12 anni di professionismo non risultò mai positivo all’antidoping».

Ma non morì per un eccesso di cocaina?

«È quanto asserì l’inchiesta dopo la sua morte, avvenuta il 14 febbraio 2004. E paradossalmente fu quella l’unica volta in cui Pantani risultò positivo a una sostanza dopante».

Pantani assumeva cocaina anche quando correva?

«Non venne mai rilevata nei tanti test ai quali si sottopose da corridore, ma è probabile che Pantani abbia cominciato ad assumere cocaina dopo lo choc per l’esclusione dal Giro d’Italia 1999, che aveva ormai quasi vinto, a due tappe dalla fine per ematocrito alto, cioè perché aveva il sangue troppo denso».

Perché si torna a indagare sulla morte del Pirata dopo dieci anni dalla sua morte?

«La mamma Tonina e il papà Paolo non hanno mai accettato la tesi del suicidio involontario per overdose di cocaina. Insieme con i loro legali hanno raccolto una serie di dati e testimonianze che hanno convinto i giudici a riaprire l’inchiesta».

Ma è lecito pensare che la prima inchiesta non sia riuscita a fare piena luce sulle cause della morte?

«Secondo molti ci sarebbero tante incongruenze e contraddizioni che quantomeno lascerebbero molti dubbi sulle conclusioni delle indagini di dieci anni fa. Di sicuro, se è stata riaperta l’inchiesta, devono essere emersi elementi nuovi e importanti di valutazione».

Per esempio?

«C’è l’ipotesi che Pantani non fosse solo nella stanza del residence in cui fu trovato senza vita. Lo farebbero pensare alcuni abiti che non dovevano essere lì, del cibo che il Pirata non amava e non avrebbe mai mangiato, il disordine troppo «ordinato» della stanza, una doppia ma vana richiesta di aiuto che il Pirata fece alla reception, l’enorme quantità di cocaina trovata nel suo organismo come se fosse stato costretto a ingerirla, le escoriazioni sul suo corpo, i segni sul pavimento come se il cadavere fosse stato trascinato… Incredibile poi che l’hotel nel quale morì Pantani sia stato ristrutturato pochissimo tempo dopo, come se fosse urgente cancellare ogni prova residua».

Chi è riuscito, dopo tanto tempo, a trovare tanti nuovi indizi?

«L’avvocato Antonio De Rensis, per conto dei signori Pantani, ha studiato i faldoni sia delle indagini di allora, sia quelli relativi al successivo processo. Ma non basta, perché sono stati sentiti di nuovo alcuni testimoni chiave di quella vicenda. È stata poi molto preziosa una perizia medico-legale eseguita dal professor Francesco Maria Avato, che ha aggiunto tantissimi elementi nuovi».

Ma perché queste cose non emersero subito?

«È quanto eventualmente stabilirà questa seconda inchiesta. Di sicuro la prima autopsia sul corpo di Pantani sbagliò a indicare l’ora presunta della morte e si rivelò molto superficiale anche nel valutare alcuni dati di medicina legale che avrebbero potuto aiutare a fare chiarezza sul caso».

Chi avrebbe avuto interesse a falsificare l’esito dell’inchiesta?

«Difficile dirlo, di sicuro Pantani era finito in un giro di droga che magari coinvolgeva anche persone molto importanti. Avrebbe potuto parlare e fare dei nomi».

Per questo potrebbe essere stato ucciso?

«È questa la tesi sostenuta dai legali dei genitori di Marco. Ed è quanto dovrà appurare questa seconda inchiesta. L’ipotesi di reato è addirittura di omicidio volontario a carico di ignoti e alterazione del cadavere e dei luoghi. Il procuratore capo di Rimini, Paolo Giovagnoli, ha affidato il fascicolo a Elisa Milocco, giovane sostituto procuratore. Toccherà a lei far luce su quanto avvenne quel giorno».

«LO SCRISSI GIÀ ALLORA: TROPPI PUNTI OSCURI», scrive ancora Giorgio Vibereti per “la Stampa”. Philippe Brunel, giornalista francese e inviato speciale del quotidiano parigino L’Équipe, l’aveva già scritto nel suo libro «Gli ultimi giorni di Marco Pantani»: la morte del Pirata ha molti lati oscuri.

Brunel, che ne pensa di questa nuova inchiesta?

«L’avevo già detto dieci anni fa. Nella morte di Pantani ci sono troppe incongruenze, troppi episodi inspiegabili per poter accreditare la tesi del suicidio involontario».

È quanto però emerse dalla prima inchiesta…

«Mi interesso da molti anni di ciclismo, soprattutto italiano, e fui incaricato da L’Équipe di indagare, cercare di capire, raccogliere testimonianze e prove sulla morte di Pantani. E le cose non quadravano».

Che cosa soprattutto la lasciò perplesso?

«Tante cose. Marco era una persona precisa, quadrata e amabile. Impossibile che si sia messo a urlare e spaccare tutto nella sua stanza d’albergo, come dissero invece gli inquirenti della prima inchiesta».

Tutto qui?

«No, certo. Nella camera del residence Le Rose era stato portato del cibo che Marco odiava e non avrebbe mai mangiato, e poi le escoriazioni sul suo corpo, la bottiglia d’acqua mai analizzata, certi indumenti che non avrebbero dovuto essere lì, quel disordine troppo ordinato, il mancato rilevamento delle impronte…».

Per lei Pantani non era solo in quella stanza, vero?

«Ne sono sicuro. In quel residence si poteva entrare anche dal parcheggio sul retro, di sicuro Marco è stato raggiunto dal suo pusher ma credo anche da altre persone. Incredibile poi che quell’albergo, cioè la scena della morte di Pantani, sia stato completamente ristrutturato dopo pochissimo tempo, cancellando di fatto anche le eventuali possibili prove rimaste».

Ma chi e perché avrebbe voluto la morte di Pantani?

«Temo ci fossero sotto interessi molto grossi, che magari coinvolgevano anche persone importanti. Una storia di droga e prostituzione. Pantani era diventato un tossicodipendente, che frequentava gente senza scrupoli. A un certo punto non ha più saputo controllare la situazione, e ci ha rimesso la vita. Una morte oscura e irrisolta, però, come quelle di Tenco o Pasolini».

Brunel, che cosa si augura ora dalla nuova inchiesta?

«Marco era una persona sensibile e generosa che spesso si spingeva fino agli estremi, come faceva in bici. Per lui il ciclismo era finito e si sentiva smarrito, perduto. Ma era un uomo sincero e molto intelligente, che diceva sempre ciò che pensava e che sarebbe potuto diventare scomodo. Non può essere morto come un disperato, per un’overdose, da solo in una stanza d’albergo. Non è andata così. Marco merita giustizia».

«Verità lontana dagli atti ufficiali».Da una parte gli atti di un processo che non ha mai convinto fino in fondo. Dall’altra le indagini fatte dall’avvocato Antonio De Rensis. Sono questi i tasselli utilizzati dal professor Francesco…, scrive “Il Tempo”. Da una parte gli atti di un processo che non ha mai convinto fino in fondo. Dall’altra le indagini fatte dall’avvocato Antonio De Rensis. Sono questi i tasselli utilizzati dal professor Francesco Maria Avato per la sua perizia, il cuore dell’esposto che ha fatto riaprire il caso Pantani con l’ipotesi di reato, per ora a carico di ignoti, di omicidio volontario. Il medico legale – perito, tra l’altro, del caso Bergamini – per definirsi usa lessico da ciclista: «Ho solo aggiunto un tassello da umile gregario al lavoro del legale», commenta. «La mia esperienza mi ha portato a conclusioni diverse sulla morte di Marco Pantani. Si è trattato di rivedere gli atti di causa e non solo, ma anche informazioni recuperate dalle indagini difensive mettendo insieme i frammenti come in un puzzle. È stato un lavoro di equipe con De Rensis». Il lavoro del professor Avato si è basato sull’autopsia del campione morto a Rimini il 14 febbraio 2004 e sull’analisi di foto e video delle indagini, giungendo a conclusioni differenti rispetto alla prima perizia e all’esame autoptico effettuato quasi 48 ore dopo il ritrovamento del cadavere di Marco Pantani. «Sono questioni di pertinenza dell’autorità giudiziaria – aggiunge il medico legale – non posso esprimermi al di là del fatto che il quantitativo di cocaina rinvenuta suggeriva modalità di assunzione diverse da quelle classiche. Sono indagini molto delicate e complesse. Non vogliamo creare confusione o disagio». La parola adesso è ai magistrati. «Il mio lavoro finito? – risponde Avato – Dipende dalle informazioni ulteriori che possono giungere, tutto è perfettibile nella vita».

«Pantani non è stato ucciso».Parla Fortuni, il medico della prima perizia sulla morte del campione. «Overdose al termine di un delirio da cocaina. Lo provano i suoi scritti», scrive Davide Di Santo su “Il Tempo”. «Non ci sono veri nuovi elementi oggettivi» che facciano pensare a «una overdose “omicidiaria”». A parlare è Giuseppe Fortuni, il medico legale nominato dalla Procura di Rimini per eseguire la perizia sul corpo di Marco Pantani ai tempi del processo ai suoi pusher. È l’uomo «famoso» per essersi portato il cuore del Pirata a casa, dopo l’autopsia terminata nella notte del 16 febbraio 2004. Pensava di essere seguito da auto sospette – più tardi si apprese che si trattava di giornalisti – mentre tornava al laboratorio per depositare i tessuti. Le sue conclusioni di allora sono messe oggi in discussione dall’esposto presentato dal nuovo legale della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, secondo il quale il campione cesenate, quel giorno di San Valentino di dieci anni fa, nel residence Le Rose di Rimini nel quale si era barricato, in realtà sarebbe stato ucciso. La ricostruzione si basa sulle indagini del legale e sulla nuova perizia di parte del professor Francesco Maria Avato. Pantani avrebbe ricevuto la visita di uno o più uomini che dopo un diverbio lo avrebbero aggredito e immobilizzato, costringendolo a bere un cocktail letale di acqua e cocaina. Per Fortuni, però, il Pirata è morto da solo e in preda ad allucinazioni. «Nessuno parla degli scritti deliranti di Pantani che furono ritrovati nel residence – le sue parole – prova certa del suo delirio e in alcun modo causabili da un overdose “omicidiaria” ma solo da un uso continuo e crescente della cocaina». Il riferimento è a quanto scritto dal campione nelle sue ultime ore. Pensieri affidati a fogli e quaderni, ma anche scritti sul muri del bagno del bilocale riminese. Si va da accuse inquietanti, cariche di astio («Hanno voluto colpire solo me», forse un riferimento alla vicenda del doping) alle composizioni nonsense («Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata». E ancora: «Con tutti Marte e Venere segnano per sentire»). Prove certe di un «delirio da cocaina», per il perito della Procura. Eppure molti amici di Marco sostengono che anche quando era lucido il campione scrivera poesiole e pensieri dello stesso tipo. La madre, la signora Tonina, conserva ancora fogli e quaderni con quelle strane poesie. L’altro elemento sottolineato nella prima perizia è la morte sopraggiunta dopo l’assunzione prolungata di droga, circostanza che si scontra con l’ingestione coatta, in un solo atto. Nell’organismo c’era una quantità sei volte superiore a quella considerata la dose letale minima, ma nel sangue «periferico» la concentrazione era addirittura tredici volte più alta, mentre l’esame del midollo ha mostrato una compatibilità con un uso cronico della sostanza. Il tutto in un quadro in cui omissioni e incongruenze sono superiori alle certezze.

Morte Pantani, professor Avato: “Provinciale l’approccio alle indagini”.“Ogni ricostruzione di un delitto dovrebbe partire dalla medicina legale” afferma il professor Francesco Maria Avato sul caso Pantani. La sua perizia ha contribuito all’indagine sulla morte del Pirata. “Un cold case è sempre il segno di una primitiva sconfitta”, scrive Alessandro Mastroluca su “Fan Page”. Pantani è stato costretto ad assumere un enorme quantitativo di droga. È questa la conclusione principale della nuova perizia medica completata dal professor Francesco Maria Avato, incaricato dalla famiglia del Pirata e dall’avvocato De Rensis. Il suo esame, insieme ai risultati delle prime indagini di De Rensis, ha convinto Paolo Giovagnoli a riaprire il caso per omicidio. Avato, coordinatore della sezione di Medicina Legale e delle Assicurazioni dell’Università di Ferrara, ha eseguito la prima autopsia sul corpo di Denis Bergamini, il “calciatore suicidato”. È il perito incaricato dalla difesa di Alberto Stasi, accusato di aver ucciso la fidanzata, Chiara Poggi, a Garlasco. Nel febbraio 2011, poi, insieme a Giuseppe Micieli della Neurologia dell’Università di Pavia e a Francesco Montorsi dell’Urologia del San Raffaele di Milano, incontra Bernardo Provenzano, per valutarne i problemi di salute che lo avevano indotto a chiedere il permesso di poter uscire dal supercarcere di Novara. Il suo esame sul corpo di Pantani si è basato sull’autopsia del professor Fortuni e sull’analisi di quasi 200 foto a colori e del video della Scientifica, ed è giunto a conclusioni diverse dal primo esame autoptico effettuato quasi 2 giorni dopo il ritrovamento del cadavere. Avato accerta la presenza nel corpo di un quantitativo di cocaina sei volte superiore alla dose letale. La droga, ci spiega il professor Avato che abbiamo raggiunto telefonicamente, “era in quantità tale da lasciar intuire un’assunzione in forme diverse da quella classica. Il conteggio però è complicato, eviterei le semplificazioni”, aggiunge. “Se poi l’abbia bevuta disciolta nell’acqua o l’abbia mangiata, attiene alla ricostruzione di competenza dell’autorità giudiziaria”. Fatto sta che nella stanza D5 del residence Le Rose c’erano molliche di pane rigurgitate, con presenza di polvere bianca, e una bottiglietta d’acqua mai esaminata dalla scientifica. Avato sposta l’ora della morte tra le 10.45 e le 11.45 della mattina di San Valentino del 2004 e conclude che il cadavere sia stato spostato, probabilmente nel pomeriggio, perché anche nel video della polizia si notano segni di trascinamento spiegabili solo se il sangue fuoruscito non si era ancora rappreso. “Il corpo era poggiato sul fianco sinistro” sottolinea Avato, “con la parte destra più alta. Rimanendo così per molte ore, a causa dell’emorragia il sangue sarebbe defluito maggiormente nel polmone sinistro”. Invece è il destro a pesare di più, circa 200 grammi. Come nel caso della morte di Denis Bergamini, anche la gestione delle prime ore dopo il ritrovamento del cadavere “aprirebbe un discorso davvero molto ampio sulle indagini investigative, sulle modalità di approccio al delitto che definirei un po’ ‘provinciale‘” spiega Avato. “La medicina legale dovrebbe essere la genitrice prima di ogni ricostruzione. Noi avevamo un sistema di indagine che è stato un modello per tutto il mondo, ma l’abbiamo trascurato e abbiamo sviluppato un approccio inglese, alla Scotland Yard, che è antico”. Ogni vicenda delittuosa, prosegue Avato, “ogni episodio che richieda competenze medico-legali è sempre diverso”. Nelle inchieste sulla morte di Bergamini e di Pantani, tuttavia, c’è uno schema ricorrente: un’indagine frettolosa, una tesi accettata dal primo momento come vera, sopralluoghi tutt’altro che da manuale sulla scena. “Qui si tratterebbe di considerare dall’inizio tutti i passaggi, le decisioni che hanno portato alla formulazione iniziale. Il punto sostanziale è che le competenze richieste in situazioni del genere devono sempre essere intese come competenze di altissimo livello”. Ma così non è stato, come dimostra lo stesso video della Scientifica in cui si vedono addetti che perlustrano la stanza senza protezioni, senza guanti e non prendono le impronte digitali. Per questo, conclude Avato, “il cold case non va inteso come un’occasione per mettere in rilievo le capacità tecniche. Possiamo discutere se l’insufficienza originaria dipenda da un’impostazione organizzativa o da altre cause. Ma la riapertura di un cold case è sempre il marchio di una primitiva sconfitta”.

Marco Pantani non aveva più controllo sul proprio patrimonio economico e immobiliare, scrive “Il Tempo”. È quanto filtra da ambienti investigativi di polizia, secondo cui il Pirata di fatto aveva un vitalizio che gestiva con la carta di credito trovatagli nel portafoglio messo sotto sequestro l’altro ieri, come tutta la stanza del residence Le Rose dove ha trovato la morte nel giorno di San Valentino. Questo spiegherebbe anche i rapporti tesi con la famiglia, di cui si è parlato nelle ultime ore, e l’ allontanamento del campione da Cesenatico, dove non si faceva vedere da parecchio tempo. Non ci sarebbero però accuse ai parenti fra i biglietti trovati nella stanza del residence, affermano fonti investigative. Le stesse fonti smentiscono categoricamente le indiscrezioni sul contenuto dei foglietti riportate da alcuni giornali, in realtà una sorta di testamento di una persona molto provata psicologicamente che si è sfogata devastando la camera dell’albergo dove aveva preso alloggio e affidando i propri pensieri a parole e frasi sconnesse, non riconducibili una all’altra, di interpretazione impossibile. L’unico riferimento al mondo del ciclismo che Pantani avrebbe fatto su un pezzo di carta dell’albergo è quello alla sua bicicletta, una sconclusionata dichiarazione d’amore. Il ciclista nella sua carriera aveva accumulato una fortuna: si parla di sei milioni di euro che erano stati investiti in varie società, soprattutto immobiliari a Cesenatico e in Romagna. Di queste società il campionissimo risultava essere l’amministratore unico. Amministratore unico insieme al padre Ferdinando. Questo già nel 2003, e forse da prima. Dopo il ciclone Marco continuava a seguire le vicende delle sue aziende partecipando alle assemblee ordinarie. Lo testimonierebbe, ad esempio, il verbale dell’assemblea della società immobiliare «Sotero» del 30 maggio 2003 che aveva come ordine del giorno la presentazione del bilancio 2002. All’incontro erano presenti Marco Pantani e Ferdinando Pantani in qualità di amministratore unico. La precaria situazione psicofisica del figlio aveva spinto il genitore a subentrargli nelle vicende finanziarie. Marco avrebbe reagito male. In un momento delicato della sua vita, segnata dalla fine della carriera sportiva, dallo scandalo mal digerito e dall’accentuarsi dei problemi psicologici, forse l’ingerenza del padre è suonata come una prova ulteriore del suo fallimento. È anche vero che negli ultimi tempi la deresponsabilizzazione di Marco era diventata un fardello pesante. Vita notturna sfrenata, serate in discoteca che si prolungavano fino all’alba, amicizie discutibili. Quelle vecchie che appartenevano a un mondo passato, cancellate. «Non mi cercate più» aveva detto a tutti quelli che avevano cercato di ributtarlo nel mondo delle due ruote. Poi quel lungo viaggio a Cuba in novembre. Una fuga, la precisa volontà di allontanarsi dalla famiglia, da casa. La rottura coi genitori, nella quale ha un peso determinante anche la molla economica, sembrerebbe pure il motivo per cui Pantani a un certo punto era andato a vivere nella casa di un amico a Predappio. Michel, l’amico che lo ha ospitato e che non ha nulla a che fare con il mondo del ciclismo, in questo momento è chiuso nel suo dolore e non vuole parlare. Sembra però che durante un colloquio informale si sia lasciato andare affermando che nella scelta di Marco di allontanarsi dalla famiglia c’era pure il suo zampino.

La morte di Pantani è iniziata a Campiglio, scrive Xavier Jacobelli su “La Provincia di Varese”. Marco era un ragazzo generoso, trasparente. Gli hanno teso un tranello perché dava fastidio. La gente era tutta per lui e per il ciclismo; il calcio e la Formula Uno perdevano seguito e milioni di euro: per questo lo hanno fatto fuori». Col du Galibier, 2.301 metri di altitudine, Alta Savoia, Francia, 19 giugno 2011. Paolo Pantani ha gli occhi lucidi. Come Tonina, sua moglie. Lui e lei hanno appena assistito all’inaugurazione del monumento dedicato a Marco, voluto con tutte le proprie forze da Sergio Piumetto, piemontese di Cherasco trapiantato a Les Deux Alpes dove il 27 luglio 1998 il Pirata firmò una delle imprese più memorabili della sua straordinaria carriera. Quella che lo lanciò al trionfo nel Tour, due mesi dopo avere vinto il Giro. Quel giorno di giugno sono sul Galibier, accanto a Paolo e a Tonina. Dirigo quotidiano.net, l’edizione on line dei giornali della Poligrafici Editoriale (Il Resto del Carlino, La Nazione, il Giorno, Quotidiano Nazionale). Piumetto era venuto a trovarmi un anno prima, a Bologna, per raccontarmi il suo sogno. Erigere un monumento al Pirata lassù, sulle montagne francesi. E siccome chi sogna non si arrende mai, sino a quando la vita che s’immagina diventa realtà, noi di quotidiano.net avevano deciso di accompagnare passo dopo passo la costruzione di quel sogno. Le parole di Paolo Pantani mi sono tornate alla memoria in queste ore in cui ha fatto il giro del mondo la notizia della riapertura delle indagini sulla fine di Marco, trovato morto nel bilocale D5 del residence Le Rose di Rimini. L’ipotesi di reato è: «omicidio e alterazione di cadavere e dei luoghi». La magistratura si è mossa dopo avere ricevuto l’esposto dall’avvocato Antonio De Rensis, legale dei Pantani. Né Paolo né Tonina hanno mai accettato la tesi che Marco fosse morto per overdose lui spontaneamente assunta. Mai. Ecco perché, adesso, Tonina ripete le parole che aveva pronunciato quel giorno sul Galibier, che i due genitori hanno pronunciato sempre da quando Marco se n’è andato: «Da una parte sono contenta, finalmente non sto più urlando al vento. Ma dentro di me c’è anche rabbia, rabbia e ancora rabbia: perché tutto questo tempo? Perché nel 2004 diverse cose non erano al loro posto e nessuno ha fatto nulla per darmi delle risposte?». Tonina e Paolo hanno sempre difeso strenuamente la memoria di Marco. E lo avevano sempre difeso anche prima della notte di San Valentino in cui se ne andò. Lo avevano difeso dalle accuse di doping, lui che non era mai stato positivo a un controllo; avevano chiesto invano di sapere che cosa fosse esattamente successo a Campiglio, quando il 5 giugno del ’99, mentre stava vincendo il Giro, venne squalificato per un valore dell’ematocrito alterato di un punto. Ai cialtroni e ai mentecatti che da quel giorno hanno sputato solo veleno addosso a Marco, spingendolo nel tunnel senza ritorno della depressione, bisogna ricordare le parole del campione: «Ero già stato controllato due volte, avevo già la maglia rosa e il mio ematocrito era del 46 per cento. Ora invece mi sveglio con questa sorpresa: c’è qualcosa di strano». Pantani lascia Madonna di Campiglio alle 13.05. A Imola, nel pomeriggio, si sottopone a un esame del sangue in un laboratorio accreditato dall’Uci: nei due test il suo ematocrito risulta pari a 47,8 e 48,1. Regolare. Ma dal Giro l’hanno fatto fuori per sempre. La mattina di Campiglio un giornale aveva titolato: Marco pedala nella leggenda. Il giorno dopo l’ha scaricato come un pacco postale. Paolo e Tonina non hanno mai dimenticato. Ora hanno il diritto di sapere la verità anche su Campiglio. Mentre le jene sono andate a nascondersi.

Pantani, un uomo sempre solo quando vinceva e quando sbandava. Non era un angelo né un diavolo: arrivava da un ciclismo antico, parlava una lingua diversa, sulla canna della sua bici c’era l’Italia. Dieci anni fa la morte misteriosa, scrive Gianni Mura su “La Repubblica”. Dieci anni, di già. Ma siete ancora qui a esaltare un drogato? Oppure: ma non avete ancora capito che era l’agnello sacrificale? Dieci anni dopo la morte, Marco Pantani continua a dividere, come dieci giorni dopo. Solo quando correva e vinceva tutti lo sentivano loro. Io non mi riconosco in nessuna delle due fazioni, quella del diavolo e quella dell’angelo. Troppo estreme, in un certo senso troppo comode. Sarebbe meglio conciliare: anche i diavoli hanno slanci positivi, anche gli angeli non resistono alle tentazioni. E, comunque, Pantani era un uomo. Un uomo solo al comando quando staccava tutti in salita. Un uomo solo allo sbando dopo Madonna di Campiglio. La lunga, sofferta discesa in fondo alla quale non sapeva più distinguere gli amici veri dai finti, quelli che si preoccupano della tua infelicità e quelli che la rivestono di polveri bianche e donne a pagamento. Mi riconosco pure in un libro appena uscito: «Pantani era un dio». L’ha scritto Marco Pastonesi, collega della Gazzetta che ha per primo amore il rugby ma che nel ciclismo tiene bene la ruota dei grandi suiveurs sui fogli rosa. È uno che sa osservare e sa ascoltare, Pastonesi. E anche onesto. Prime righe della prefazione: «Pantani non era uno dei miei. Nessun campione, nessun capitano, nessun vincitore né vincente né vittorioso è uno dei miei. I miei sono i corridori che, da professionisti, non ne hanno vinta neanche una». Dunque non Pantani. In questi dieci anni sono usciti molti libri sulla vita e la morte di Pantani, scritti da giornalisti italiani e stranieri, dalla manager, dalla madre Tonina. Più un film per la tv e un lungo, doloroso e umanissimo spettacolo del Teatro delle Albe di Ravenna (romagnoli come lui) e una decina di canzoni, dai Nomadi ai Litfiba, da Lolli agli Stadio. Più le processioni: sui blog, al cimitero di Cesenatico, sulle salite di Pantani. Quelle domestiche, l’amato Carpegna, il Centoforche, il Fumaiolo. Quelle più famose. Mortirolo, Alpe d’Huez, Galibier, Ventoux. Per come correva, posso dire che tutte le salite erano di Pantani. Erano il suo pascolo naturale, il suo mare verticale, erano croce e delizia. La croce era quella che chiamava agonia, la fatica più dura. La delizia era quel suo attaccarle stando in coda al gruppo e poi un po’ alla volta sorpassare tutti gli altri guardandoli in faccia. Lo faceva apposta, non era un caso. Non era un caso l’alleggerirsi in vista dell’attacco, era un segnale per gli avversari, un avvertimento, come il drin di un campanello: tra un po’ comincio a darci dentro, mi venga dietro chi può. Non a caso, ancora, Pastonesi dilata il quadro, dà voce a tutti i gregari di Pantani, a chi s’è allenato con lui e ha corso con lui, anzi per lui, perché la Mercatone Uno prevedeva un solo capitano, Pantani, e tutti gli altri al servizio della causa, Se vinceva lui, vincevano tutti. E se perdeva, tutti perdevano. Nella dilatazione del quadro ci sono i grandi ciclisti romagnoli del passato, e i grandi scalatori come Gaul, Bahamontes, Massignan. Come il primo dei grandi scalatori, René Pottier, vincitore del Tour 1906, che s’impiccò a una trave delle officine Peugeot il 25 gennaio del 1907. Delusione d’amore, dissero ai tempi. Nessun biglietto lasciato, un’altra morte misteriosa. Come quella di Pantani. Che ha due grandi punti interrogativi su due stanze d’albergo. Una è quella di Madonna di Campiglio, 5 giugno 1999, l’inizio della fine. Come mai, trattandosi di una visita annunciata, non a sorpresa, il sangue di Pantani presentava un ematocrito a 52? E cosa accadde veramente nella stanza D5 del residence Le Rose, a Rimini, la fine della fine? Un libro di Philippe Brunel dell’Equipe ha documentato quante smagliature e lacune ci fossero nell’inchiesta. I dubbi restano e quel residence non c’è più, è stato demolito in tempi brevi, sorprendenti per la burocrazia nostrana. I dubbi non restano in chi parla di Pantani solo come di un drogato, in bici e giù dalla bici, o solo come di un angelo innocente tirato giù dal cielo. Rivivere quegli anni, tra la fine degli ’80 e poco oltre il 2000, è come seguire le piste dell’Epo. Pantani ne ha fatto uso? Sì, come tutti. In che misura? Pastonesi cita livelli alquanto alti. Avrebbe vinto ugualmente? Sì, a parità di carburante. Ma, a Pantani morto, è saltato fuori che su qualcuno (Armstrong) l’Uci teneva aperto un larghissimo ombrello. Per onestà, come Pastonesi ha scritto che Pantani non era uno dei suoi, devo scrivere che Pantani è stato uno dei miei. Perché, come i vecchi ciclisti, in corsa faceva di testa sua, non usava il cardiofrequenzimetro e quando s’allenava dalle sue parti beveva alle fontane e mangiava pane e pecorino. Perché, più ancora delle vittorie, ricordo l’attesa delle vittorie, o comunque dell’attacco in salita. E l’entusiasmo della gente, come un ascensore sonoro fra tornante e tornante. E l’Italia sulla canna di quella bicicletta, e i francesi che s’incazzavano, ma neanche tanto. Perché gli piaceva ascoltare Charlie Parker. Perché dipingeva. Perché era piccolino. Perché parlava una lingua diversa. Pontani (Aligi, quasi un omonimo) mi chiamò dalla redazione quel 14 febbraio 2004. Ero in ferie, stavo cenando a Firenze. È morto Pantani. Non si sa di preciso, in un residence. Serve un coccodrillo, di corsa. Taxi, albergo, speciale Tg, dettare. Trovo ancora lettori che mi dicono che quel pezzo a caldo, in morte di Pantani, è tra i più belli che ho scritto. Non avrei mai voluto scriverlo e non l’ho scritto, è venuto fuori così. Come aprire un rubinetto, o una vena.

Pantani, dopo quella morte speculazione infinita, scrive Eugenio Capodacqua su “La Repubblica”. Avevo fatto un patto con me stesso, in nome dell’amicizia che mi ha legato per  breve tempo a Marco Pantani, e cioè che non avrei più scritto un rigo su di lui e sulle sue tragiche vicende. Pur conoscendo la sua storia nei minimi particolari non ritenevo di dover puntualizzare fatti e situazioni; proprio per rispetto di un uomo che ha comunque pagato il prezzo più alto. Ma evidentemente non c ‘è pace sotto gli ulivi. E, con la riapertura d’ufficio dell’inchiesta sulla morte, riecco Pantani pronto ad essere di nuovo  immolato sull’altare della cronaca. Quella più bieca e nera che allunga un triste velo di grigio sull’ immagine dell’uomo e dell’atleta, comunque rimasto profondamente nel cuore di molti appassionati e tifosi. Un atto dovuto da parte dei magistrati dopo l’esposto dei genitori e l’accurata perizia dell’avvocato di parte che ipotizza l’omicidio. Diciamo subito che se ci sono dubbi (e ce ne sono) sulle circostanze di questa tragedia è doveroso andare fino in fondo. Anche se il cammino delle indagini, a dieci anni di distanza dai fatti, risulta piuttosto difficile. Ma, più in generale, sembra arrivato il momento di fare un minimo di chiarezza. Per lunghissimi dieci anni l’informazione (specie la tv di stato) ha contribuito a mistificare un dramma che è e resta umano prima ancora che sportivo. Pantani trasformato in un eroe. Pantani campione, esempio da seguire e imitare. Pantani vittima di chissà quale complotto. Pantani “capro espiatorio” di una realtà che invece tutti conosciamo, purtroppo. E cioè la realtà di un ciclismo all’epoca stradopato che ha tradito la passione degli spettatori propinando uno “spettacolo” al di fuori e al di sopra di ogni umana credibilità. Pantani faceva sognare e del sogno in questa dannata società c’è fame come dell’aria, dell’acqua, del pane. Lui incarnava l’attacco, il successo, la botta vincente. Quello che tanti “travet” covano nell’intimo. Il “come” poco importava. Quanti erano in grado di capire, o volevano capire il “come”? E forse poco importa, adesso. Da questo punto di vista Pantani è stato un grande. Ha toccato nel più profondo l’animo degli appassionati.  Ancorché alle prese con un problema esistenziale che tormenta spesso, troppo spesso, la vita di tanti protagonisti. Un problema che Madonna di Campiglio ha acuito e fatto esplodere. Mettendo in risalto tutta la fragilità dell’uomo, ma anche l’insensibilità, l’egoismo e l’ignoranza di qualcuno che gli è stato accanto. Vediamo di ragionare con un minimo di freddezza. Pantani è stato un eccellente ciclista. Un eccellente scalatore che, doping o meno, probabilmente avrebbe inebriato ugualmente le folle con le sue gesta in salita, con il suo carattere e la sua personalità. Perché comunque il ciclismo si fa e si esalta in salita. Ma che facesse come tutti gli altri lo ammette anche la stessa madre che – è comprensibile: è la mamma – continua una sua battaglia infinita. La capisco: la mia, di mamma, è andata fuori di testa alla morte del figlio 25enne in un incidente aereo di cui non si è mai data ragione. E comunque si vuole restituire dignità. Ma quale dignità? Quella del “così fan (hanno fatto) tutti”? Ben magra consolazione…  Perché che facesse come tutti i ciclisti della sua epoca è ormai chiarissimo. E adesso, dopo l’indagine del Senato francese sul Tour 1998, è addirittura comprovato al di là di ogni sospetto. Niente da aggiungere. Niente da chiedere al mondo ipocrita del ciclismo. La dignità  a Pantani la si restituisce non arzigogolando attorno a presunti complotti, ma spiegando come la vita possa mettere trappole mortali anche sulla strada degli uomini di più grande successo. Insegnando a diffidare della notorietà, della gloria effimera (un giorno sugli altari, il giorno dopo nella polvere); ad essere guardinghi e mai esagerati. La breve vita del Pirata è un paradigma dove c’è tutto: dall’esaltazione nel momento della gloria, alla più profonda depressione quando un mondo costruito con cura crolla davanti al test di Campiglio. Pantani come gli altri. Tanti altri. L’osservatore un minimo distaccato tocca con mano la profondità del baratro quando si finisce nei meandri della droga. Vede come sia facile scivolare, cadere definitivamente. Eppure cosa era è successo, in fondo, a Madonna di Campiglio? Nient’altro che quello che è successo a decine di altri corridori. Uno stop (di soli 15 giorni, neppure una squalifica…) per essere fuori dalle regole stabilite in quel momento. Scontata quella pena che all’epoca non aveva neppure il marchio del doping (“sospensione a tutela della salute”) tutto era finito. Ma paradossalmente  è stata proprio la sensibilità particolarissima dell’uomo, la coscienza e il sentimento di vergogna per essere stato scoperto e messo a nudo, a perderlo. Non ha retto, dicono, e si è rifugiato nella droga, trascinato in un mondo che gli turbinava attorno da tempo. In un mondo di cinici si è comportato come l’ultimo dei romantici. Ciò che lo rende umano, umanissimo. Tutt’altro che un dio: umanissimo uomo. Per questo ancora più apprezzabile. Per questo, a me non danno fastidio le celebrazioni e i ricordi. Men che meno che si scavi per chiarire i dubbi sulla morte. Mi da fastidio il sentimento peloso che trasuda interesse economico attorno a tutta la vicenda. Mi da fastidio chi su quella morte ci ha guadagnato e continua a guadagnarci, speculando sull’emozione. Pantani è stato un business milionario da vivo e ancora di più da morto. I libri basati sulla sua tragica epopea sono andati a ruba. Al ritmo di 25-27 mila copie vendute. Fra il 2003 e il 2005, raggranellando cifre di gadget, dvd, bandane, donazioni, libri, poster, foto e tutto il merchandising connesso sono arrivato a calcolare quasi un milione di euro. Una cifra che si può tranquillamente moltiplicare per 3, per 5 arrivando ai nostri giorni. Chiaro che a questo mercato serva l’eroe. Anche se eroe non è. Pace all’anima sua. Il sistema che in qualche modo lo ha messo in un angolo, continua a succhiarne la linfa. Come? Raccontando la favola dell’eroe tragico. Della vittima predestinata. Del campione che suscita invidia e viene eliminato. Emozione, sentimento, partecipazione. Sul piano umano è tutto più che comprensibile, dopo la grande tragedia. Ma se vogliamo dare un esempio ai giovani non possiamo continuare a proporre tesi senza fondamento. Complotto? E chi mai avrebbe avuto interesse a complottare contro il Pirata? La Fiat perché lui aveva scelto la Citroen come sponsor? Ma, andiamo! Chi lo voleva in squadra ottenendo il rifiuto? E come si sarebbe realizzato il complotto? Corrompendo i medici prelevatori? Quello che si è letto negli anni e di recente appare chiaramente strumentale. E a mio avviso infondato. Oggi c’è di mezzo la giustizia ordinaria e un’indagine ufficiale, ma se ne sono viste e lette in passato… Soprattutto per assecondare la tesi della trappola. Qualcuno ha tirato fuori perfino la provetta di quel tragico prelievo ematico a Campiglio che sarebbe stata scaldata per alzare l’ematocrito. Ma – è addirittura banale – scaldando il sangue si scalda e aumenta di volume anche la parte liquida non solo quella corpuscolare e il rapporto in percentuale dell’ematocrito resta inalterato. Insostenibile scientificamente, eppure c’è chi ne ha fatto un elemento saliente della tesi complottistica. E poi: chi l’avrebbe scaldata? Il medico prelevatore? I medici dell’ospedale di Parma che nella serata di quel 5 giugno 1999 hanno ripetuto i test su ordine del pm di Trento Giardina trovando gli stessi valori dei medici Uci? Si può sostenere un’accusa così grave, che sfiora la calunnia, in modo così generico? Chi fa riferimento al complotto deve anche spiegare chi, come e dove può aver complottato. Per questo dico che sono solo speculazioni per suscitare emotività e vendere copie (o altro) al tifoso. Pantani era la gallina dalle uova d’oro per il ciclismo di quel tempo. E non solo. L’atleta che era riuscito a riportare milioni di tifosi sulle strade del Giro e con loro gli sponsor, cioè il potere economico. Cioè il dio denaro. Tanto e disponibile per tanti. Su Campiglio ha indagato la Procura di Trento. Il verdetto è stato univoco: nessuna truffa, nessuna sostituzione di provette (il sangue era di Pantani, come hanno provato i test del DNA), nessun complotto, nessuna manomissione. Resta solo l’ombra delle scommesse. Ma le indagini fin qui fatte non hanno portato a nulla. E ad anni di distanza il nome di quell’ “amico” di Vallanzasca che gli avrebbe consigliato di non scommettere su Pantani perché non sarebbe arrivato a Milano nonostante la maglia rosa sulle spalle e la classifica ormai blindata dai risultati, ancora non viene fuori. Su Pantani si specula. Come definire altrimenti il sottolineare l’irregolarità della procedura punto centrale in una delle ultime pubblicazioni? La provetta sarebbe stata scelta da uno dei medici prelevatori e non dall’atleta come vuole il regolamento. Un vizio di forma ininfluente ai fini del test. A meno di non chiamare in causa la stessa ditta produttrice delle provette, che sono sigillate e sottovuoto. Tutte. E anche qui senza prove si sfiora la calunnia. Ma a cosa può servire tirare fuori un vizio di forma di fronte al quale oggi non si può fare nulla se non instillare senza motivo il dubbio generico che qualcosa di irregolare sia accaduto? Facile rispondere: è una mossa furba per accalappiare ancora di più il tifoso. Ma dire, 14 anni dopo, che si sarebbe potuto fare ricorso contro le modalità di quel test, non toglie nulla alla realtà storica: l’ematocrito fuori norma per le regole del tempo. Controllato otto volte sul sangue del Pirata. Valori fiori norma. Non per la prima volta, come del resto provano i dati emersi nel processo Conconi alle cui cure Pantani si era affidato già dal ‘94. E baggianate come “il prelevatore ha messo la provetta in tasca alzando la temperatura, ecc. ecc.” dicono sopratutto dell’ignoranza se non della malafede di chi sostiene tale ridicola tesi. Basta pensare alla temperatura corporea: 38 gradi circa. Ci sono 38 gradi in una tasca? Difficile. Dunque caso mai la provetta si sarà raffreddata non riscaldata. Ma tant’è. Lo dico chiaro: queste “spiegazioni postume” non mi convincono. Come quella che la macchina da analisi (Coulter Act) avrebbe “visto” un ematocrito alto per via del raggrumarsi delle piastrine. Ma gli esperti sono chiarissimi: “E’ impossibile – sostiene Benedetto Ronci ematologo di fama dell’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, consulente dei pm nella inchieste doping più clamorose – anche se le piastrine hanno tendenza ad aggregarsi non incidono  sul volume corpuscolare; non possono modificare in alcun modo l’ematocrito”. Piuttosto al medico che avrebbe fatto l’ematocrito a tutta la squadra in quei giorni andrebbe posta una semplice domanda. Perché? Si sa che con lo sforzo prolungato per settimane l’ematocrito cala. Che bisogno c’era di controllare? Altro discorso è la morte nel residence. Ma qui la scelta è ancora più netta. O si sposa la tesi dell’esagerata ingestione di cocaina (sette volte la dose mortale), overdose accidentale, come dice il referto di morte e dunque si spiega così il delirio la gran baraonda trovata in quella tristissima camera n.5 del Residence Le Rose, che è poi la tesi ufficiale di chi ha indagato. Oppure si allineano una serie di elementi di dubbio. Particolari incerti che dall’ora della morte, al cibo cinese (odiato dal Pirata), trovato in camera, alle ferite sul corpo, ai boxer che farebbero sospettare un trascinamento, al particolare del cuore portato via dal medico che eseguì l’autopsia timoroso che venisse rubato (da chi?); alimentano dubbi concreti. Cui dovrà rispondere l’indagine. Si continua a confondere il piano umano che merita il massimo della comprensione per una morte assurda con quello sportivo sfruttando la mozione degli affetti. Cosa dobbiamo fare? Giustificare tutto in nome della tragedia? E cosa raccontiamo ai nostri figli? Segui quell’esempio e sarai felice?

Protagonisti e comparse. Ecco il dizionario del mistero Pantani. Chi poteva volere morto il campione? L’inchiesta della Procura di Rimini parte da nomi e ruoli dei personaggi dell’affaire, scrive Pier Augusto Stagi su “Il Giornale”. «Pantani è stato ucciso». Questo è il titolo del «romanzo noir» di questa estate italiana poco assolata e calda. A gridarlo da anni mamma Tonina. A raccogliere il suo grido di dolore e le prove per presentare un fascicolo presso la Procura di Rimini che ha competenza sull’accaduto è l’avvocato De Rensis. La richiesta: riaprire il caso sulla base dei molti fatti nuovi contenuti nelle pagine (120) dell’istanza. Un romanzo che ha una storia buia, molti protagonisti e qualche comparsa. Ecco un dizionario per orientarsi, mentre la Procura rinvia a settembre la decisione su chi assegnare la delega a indagare, carabinieri o polizia.

A come avvocato. Antonio De Rensis è l’avvocato della famiglia Pantani, che in nove mesi di lavoro ha raccolto una serie impressionante di contraddizioni e anomalie. È a lui che si deve l’esposto per la riapertura del caso.

D come dubbi. Il lavoro del professor Avato si discosta di molto dalle conclusioni prospettate all’epoca dal collega Giuseppe Fortuni, che aveva eseguito l’autopsia su incarico della Procura. Quali sono i rilievi di Avato? Molti. A partire dall’ora della morte: posizionata tra le 10.45 e le 11.45. La quantità di droga trovata su Pantani equivarrebbe a diverse decine di grammi, tale da essere paragonabile ai pacchetti ingeriti dai corrieri per eludere i controlli. Impossibile per qualunque persona mangiare o inalare una dose simile. L’unico modo per farlo è diluirla nell’acqua e farla bere a forza (la bottiglia trovata nella stanza, non viene nemmeno analizzata). Le numerose ferite sul corpo di Pantani sono compatibili con opera di terzi, con evidenti segni di trascinamento del cadavere. Il corpo di Pantani è poggiato sul fianco sinistro ma per Avato è il polmone destro a pesare 200 grammi di più: quindi, il corpo di Marco è stato spostato dalla posizione originaria della morte. E poi c’è la stanza, con il suo «disordine ordinato». L’ipotesi è fin troppo chiara: far passare Pantani in preda al delirio per celare altro. Nessuna impronta fu presa e non sarà più possibile farlo neppure 10 anni dopo.

E come esperto. Francesco Maria Avato è il perito di parte, il medico-legale (lo stesso che ha contribuito a far riaprire dopo 23 anni il caso Bergamini, il calciatore «suicidato») che ha fornito un contributo fondamentale per completare e avvalorare l’esposto preparato da De Rensis.

I come imputati. Dieci anni fa l’indagine sulla morte di Pantani viene svolta dal sostituto procuratore romagnolo Paolo Gengarelli, con la Squadra mobile di Rimini e la Polizia di Napoli. Tre mesi dopo la morte del Pirata, il 14 maggio 2004 vengono arrestati Fabio Miradossa (il fornitore napoletano di cocaina del romagnolo già dal dicembre 2003), Elena Korovina (la cubista russa che ebbe una relazione con il corridore), Fabio Carlino (leccese, titolare di un’agenzia di immagine) e Ciro Veneruso (il corriere napoletano che portò la dose letale a Pantani). Viene rinviato a giudizio anche il barista peruviano Alfonso Ramirez Cueva. Il processo di primo grado inizia il 12 aprile 2005 davanti al Gup di Rimini. Vengono in seguito accettati i patteggiamenti di Miradossa (4 anni e 10 mesi) e di Veneruso (3 anni e 10 mesi) e Cueva (1 anno e 11 mesi). Gli altri accettano di affrontare il dibattimento. La russa viene assolta. Fabio Carlino viene condannato in primo grado e in appello, ma poi prosciolto in Cassazione.

M come manager. Manuela Ronchi è la manager del campione romagnolo. La sua è una figura non marginale in tutta questa vicenda, anche perché è una delle ultime a vedere Marco vivo. Doveva andare a sciare con suo marito, per questo Marco passa il 26 gennaio da Cesenatico per prendere tre giacconi che porta su a Milano. Il 31 gennaio Marco ha una lite con la manager davanti agli occhi di mamma Tonina e papà Paolo, chiamati per l’occasione dalla Ronchi. Il 9 febbrario Marco decide di andare a Rimini. La Ronchi gli fa recapitare una «sportina» di effetti personali (non ha valige) ad un hotel in piazza della Repubblica. Marco qualche giorno dopo parte per Rimini. Uno dei grandi misteri di questa vicenda è: come ci sono arrivati i tre giubbotti al residence Le Rose?

P come procuratore. Paolo Giovagnoli è il procuratore capo di Rimini al quale è stato consegnato il fascicolo, il quale a sua volta l’ha assegnato ad Elisa Milocco, giovane sostituto procuratore, arrivato a Rimini da pochi mesi. Toccherà a lei far sul luce su quella sera del 14 febbraio 2004.

Pantani, il legale accusa: “Inchiesta piena di buchi”. Nove mesi di indagini private e una perizia medica hanno messo in forse la tesi del suicidio. L’avvocato di famiglia contro il pm che archiviò: “Troppi silenzi”, scrive Pier Augusto Stagi su “Il Giornale”. Quando facciamo suonare il suo cellulare l’avvocato Antonio De Rensis è alla buca 18. Cerca, dopo mesi duri e difficili, di rilassarsi un po’, di liberare la mente dalle tossine accumulate durante la preparazione di un’indagine difensiva molto delicata. «In verità forse mi conveniva restare a casa, perché sono riuscito a giocare pochissimo». Per dirla con un linguaggio molto caro al nostro presidente del Consiglio, l’avvocato De Rensis per certi versi assomiglia a un «rottamatore»: non vuole mandare a casa nessuno ma smontare teorie e ricostruzioni fatte dieci anni fa, quello sì. E grazie ai suoi nove mesi di lavoro, di indagini e alla perizia di parte effettuata dal medico-legale, il professor Francesco Maria Avato, la ricostruzione originaria sulla fine tragica di Marco Pantani è stata smontata pezzo per pezzo. Ci vorranno mesi, per arrivare ad una nuova fase di questa storia che in dieci anni non ha finora trovato la vera parola fine. E una verità. Al momento il bandolo della matassa è nelle mani del procuratore Capo di Rimini Paolo Giovagnoli e in quelle della pm Elisa Milocco. «È esattamente così – spiega l’avvocato De Rensis -, ci vorranno mesi di lavoro, anche perché ovviamente sono tantissime le cose che la dottoressa Milocco dovrà esaminare. Bisognerà solo avere pazienza». Si parte dalle accuse di mamma Tonina, che non ha mai creduto al suicidio del figlio, ai nove mesi di indagini condotte dall’avvocato Rensis, trascorsi a recuperare carte e materiale di ogni tipo e studiandole successivamente con assoluta minuzia e passione. «Il tutto è concentrato in centodieci pagine, dense di dati e osservazioni», puntualizza il legale. Lui, però, non se la sente di stilare una graduatoria tra le tante incongruenze che nella sua inchiesta ha portato alla luce. «Mi creda, non voglio apparire per quello che vuole eludere ad una legittima curiosità o a una domanda, ma si fa fatica a dire quali di queste incongruenze possa essere più decisiva rispetto ad altre. Vedrà, sono e saranno tutte decisive perché concatenate l’una all’altra». Paolo Gengarelli, il pubblico ministero della prima inchiesta, non si è soffermato molto su questo nuovo capitolo della storia tragica di Marco Pantani, limitandosi a dire stizzito che «non sono abituato a commentare le notizie, come del resto dovrebbero fare in tanti». L’avvocato De Rensis, non esita a rispondergli: «Anche noi cerchiamo di parlare con i fatti. Anche noi cerchiamo di rispettare le indagini. Ma soprattutto noi vogliamo raccontare che all’epoca dei fatti non sono state prese le impronte digitali; che il video dei carabinieri dura 51 minuti mentre il girato è di due ore e cinquantasei minuti e via elencando. Non mi sembra di parlare di atti dell’indagine. Mi sembra solo di evidenziare cosa è stato fatto o meglio, non è stato fatto all’epoca. Anche noi staremo zitti nel momento in cui si tratterà di affrontare le cose da fare, ma queste sono fatti accaduti in passato ed è giusto portarli alla luce. Se il silenzio è luminoso ha un senso, i silenzi con le ombre a me non piacciono neanche un po’». L’avvocato De Rensis è capace di attaccare, ma si dimostra abile anche in fase difensiva. Quando gli chi chiede se ha un’idea di chi abbia ucciso Marco, si chiude a riccio. «Se sia stata una persona o più persone che fanno sempre parte del giro dei pusher? Se si tratta di persone fuori da questi giri? La prego, non mi chieda nulla. Sui nomi non mi esprimo. Non posso e non voglio». Più morbido all’ultima domanda: ma se la pm Milocco, alla fine dovesse decidere di chiudere il tutto con un nulla di fatto, quale sarebbe la sua reazione. Si griderebbe al complotto? «È una eventualità che non voglio nemmeno prendere in considerazione. Ho grande fiducia nel procuratore Capo Paolo Giovagnoli e nella dottoressa Elisa Milocco. Il procuratore capo è un galantuomo e la dottoressa Milocco – che ho conosciuto da poco – mi ha dato l’idea di essere una persona molto rigorosa. Quindi…».

Pantani, l’avvocato di famiglia: «Leggendo le carte la strada s’illuminerà da sola», scrive “Giornalettismo”. Antonio De Renzis, legale della famiglia del Pirata, parla della perizia che potrebbe far emergere una nuova verità sulla morte del ciclista romagnolo. Intanto, il ristoratore che consegnò l’ultima cena ricorda: «Non aveva la faccia di uno che volesse suicidarsi». Ufficialmente per la giustizia italiana Marco Pantani, trovato morto in una stanza d’albergo il 14 febbraio del 2004, è deceduto «come conseguenza accidentale di overdose». Per la famiglia del campione romagnolo, invece, la verità è un altra. Il Pirata sarebbe stato ucciso da una o più persone che lo avrebbero raggiunto quella sera al Residence Le Rose di Rimini, forse dopo essere stato costretto a bere cocaina disciolta nell’acqua. A parlare dopo la riapertura del caso è innnanzitutto la mamma di Pantani, Tonina Belletti, che ha provveduto a presentare un esposto-denuncia per omicidio volontario in Procura. Ma ad esporsi è anche l’avvocato della famiglia del ciclista, Antonio De Renzis, che alle telecamere di Sky racconta oggi di «mancanze», «lacune», «incongruenze», «anomalie», «accertamenti non fatti», che avrebbero condizionato la prima inchiesta sulla morte del Pirata che risale a 10 anni fa e che fu chiusa a tempo di record, in soli 55 giorni. Il legale, descrivendo la segnalazione alla Procura, parla di «rilettura» di quegli «atti d’indagine e processuali» che avrebbero determinato una verità giudiziaria a suo parere lontana dalla realtà, di una rilettura che contiene «elementi che convergono e vanno in una direzione precisa» e opposta rispetto a quanto emerso finora. Secondo De Renzis, in sostanza, la tesi seguita poche ore dopo la scoperta del corpo di Pantani, e «mai più abbandonata», andrebbe dunque «assolutamente rivisitata», ed è possibile che fancendo luce sulle «mancanze» della prima inchiesta emergerà un’altra verità. «Le carte e il video parlano molto», ha detto l’avvocato parlando della «corposa e approfondita consulenza» (perizia medico-legale) realizzata da professor Francesco Maria Avato. E ha aggiunto: «Credo che leggendo bene le carte sia possibile colmare queste lacune», «la strada si illuminerà da sola». Molto chiara è stata la signora Tonina, la prima ad annunciare, su Facebook, la riapertura del caso Pantani. «Me l’hanno ammazzato. La mia sensazione, sin da subito, è che avesse scoperto qualcosa e gli abbiano tappato la bocca», ha dichiarato nei giorni scorsi la madre del Pirata. «Non vedo altre ragioni – ha spiegato a TgCom24 -. Non mi sono mai sbagliata su Marco. Così come non credo siano stati gli spacciatori». «Sono dieci anni – ha aggiunto – che lotto e non mollerò, fino alla fine. Voglio la verità, voglio sapere cosa è successo a mio figlio. Da subito ho detto che me l’hanno ammazzato e, infatti, me l’hanno ammazzato». La signora Tonina ha poi parlato anche di una richiesta di aiuto del Pirata nelle ultime ore di vita: «Ha chiamato i carabinieri, parlando di ‘persone che gli davano fastidio’». E infine: «Marco aveva pestato i piedi a qualcuno, perché lui quello che pensava diceva: parlava di doping, diceva che il doping esiste».

Morte di Marco Pantani, legale: “Realtà è molto diversa da quella ufficiale”. Per l’avvocato Antonio De Rensis le indagini che vennero condotte dieci anni fa “presentano lacune e contraddizioni”. Il legale ha ottenuto la riapertura delle indagini da parte della procura di Rimini che indaga per “omicidio volontario a carico di ignoti”. La tesi della famiglia e della difesa è che il campione non morì di overdose ma venne ucciso, scrive  “Il Fatto Quotidiano”. La realtà che emerse dieci anni fa sulla morte di Marco Pantani è “molto diversa” da quello che è accaduto realmente la mattina del 14 febbraio 2004, nel bilocale del residence Le Rose di Rimini. Ne è convinto l’avvocato dei familiari del Pirata, Antonio De Rensis, che spinto dalla tenacia della madre del campione, Tonina, ha riletto e analizzato migliaia di pagine che compongono le indagini e il processo. Per il legale le conclusioni a cui gli inquirenti giunsero dieci anni fa sono piene di “lacune e contraddizioni”. Pantani non morì per un’overdose, ma venne ucciso da una o più persone che il campione romagnolo conosceva e a cui lui stesso aprì la porta. Nella stanza scoppiò una lite. Il Pirata ebbe la peggio. L’aggressore (o gli aggressori) fecero bere al ciclista una dose letale di cocaina diluita in acqua. In sostanza, gli investigatori condussero le indagini su una messa in scena. Quelle certezze sono state messe nero su bianco dall’avvocato De Rensis che ha presentato un esposto alla procura di Rimini. “Accolto”. Il fascicolo accantonato per dieci anni è stato riaperto per “omicidio volontario a carico di ignoti”. “Mi limito a dire – ha dichiarato all’Ansa il legale – che è già importante comprendere tutti che la realtà fattuale è molto diversa. E già questo è tanto, perché porta poi in direzioni molto precise. Intanto facciamo emergere le enormi lacune e contraddizioni, facciamo emergere ciò che si poteva comprendere facilmente all’epoca e poi partiamo tutti insieme da qui per arrivare a ristabilire una verità. È un’indagine nuova che si apre con una ipotesi di reato grave. Sarà un’indagine che durerà molto, perché comunque è complessa. Gli elementi che dovrà valutare la procura sono tantissimi, però il nostro intendimento è di evidenziare in modo chiaro che la verità ufficiale è piuttosto lontano da quella fattuale”. De Rensis, avvocato del foro di Bologna, è un legale abituato alle battaglie che legano lo sport alla giustizia: ha assistito Antonio Conte nella vicenda del calcio scommesse. Il lavoro dell’avvocato su carte e riscontri investigativi è suffragato dalla perizia medico scientifica del prof. Francesco Maria Avato, che con un suo lavoro aveva portato alla riapertura del caso di Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza morto il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico (Cosenza). Un caso che per anni è stato considerato un suicidio poi è stato riaperto per omicidio. “Un lavoro faticoso e impegnativo – dice De Rensis – anche di rilettura. Gli atti non è stato nemmeno semplice acquisirli. Questi faldoni sono negli archivi, sono migliaia e migliaia di pagine che sono state analizzate, sezionate, studiate, confrontate. Poi il lavoro scientifico del prof. Avato, che si è andato a confrontare e intrecciare continuativamente con le analisi degli atti di indagine e processuali, a confronto reciproco e intreccio reciproco. Quindi le indagini difensive che sicuramente, seppure assolutamente riservate, hanno evidenziato elementi importantissimi”. “Io nutro un grande rispetto per la magistratura – precisa De Rensis – Noi abbiamo lavorato pensando che dovevamo aprire una pagina nuova sulla base di enormi lacune e enormi contraddizioni“. “Queste lacune e incongruenze per noi possono essere colmate – conclude – possono essere riviste e credo che questo sia un dovere morale, oltre che giudiziario, da parte di tutti. Dobbiamo lavorare insieme per riscrivere la pagina di quella dolorosissima vicenda il più possibile vicino alla realtà”. Un ricordo di Pantani lo offre in queste ore anche Oliver Laghi, il ristoratore di Rimini che in albergo consegnò al campione romagnolo la sua ultima cena, un’omelette di prosciutto e formaggio. Il Piarata appariva stanco , ma sereno. «Ricordo – ha detto Laghi al Corriere della Sera – come ieri il volto di Marco: stanco, le occhiaie profonde, la barba un po’ lunga, ma ho pensato che fosse colpa del viaggio e che una bella dormita avrebbe rimesso tutto a posto, tanto che prima di andarmene gli chiesi se potevo tornare il giorno dopo con mio figlio piccolo per un autografo e lui mi rispose con un sorriso timido e una pacca sulla spalla: ‘Va bene, a domani’». E ancora: «Il Marco con cui ho parlato quella sera non aveva la faccia di uno che volesse suicidarsi». Ora gli occhi sono tutti puntati sulla procura di Rimini che dovrà esprimersi sulla perizia del dottor Aveta (secondo la quale le ferite presenti sul corpo di Pantani «non sono autoprocurate, ma opera di terzi») e che dovrà esprimersi relativamente alla nuova ipotesi«omicidio con alterazione del cadavere e dei luoghi». Il lavoro spetta innanzitutto al pm Elisa Milocco, cui è stato affidato il fascicolo dell’indagine bis, e comincia senza che alcuna persona risulti indagata. Va ricordato che tre anni fa la corte di Cassazione aveva assolto il presunto pusher di Pantani, accusato di aver provocato la morte del campione vendendogli cocaina purissima, «perché il fatto non costituisce reato».

Il timer fissa la durata del girato in due ore e 56 minuti, ma ne restano solo 51. Caso Pantani, un buco di 125 minuti nel video della polizia scientifica. Per i pm cinque nuovi testimoni che potrebbero raccontare una verità diversa sulla morte del Pirata. Tutti i punti oscuri del caso, scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Un «buco» di 125 minuti nel video della Polizia scientifica e almeno cinque nuovi testimoni che potrebbero raccontare una diversa verità sulla morte di Marco Pantani. Riparte da qui la nuova indagine avviata dalla procura di Rimini e si concentra su almeno sei anomalie denunciate dalla famiglia del «Pirata» con l’esposto presentato dall’avvocato Antonio De Rensis. Ricomincia da un’imputazione di omicidio volontario che non sarà facile dimostrare a oltre dieci anni di distanza da quel San Valentino che il ciclista trascorse nell’appartamento D5 del Residence «Le Rose». Anche perché la struttura alberghiera è stata completamente modificata, ma soprattutto perché l’ipotesi più probabile è che se davvero qualcuno è entrato in quel bilocale e ha picchiato Pantani, è possibile che lo abbia fatto per fargli pagare uno «sgarro», non per ucciderlo. E che la situazione gli sia poi sfuggita di mano. Il campione era un uomo disperato, preda dei suoi demoni e della sua totale dipendenza dalla droga. Ma – questo dicono alcune nuove testimonianze – non sembrava affatto «fuori di testa» come qualcuno ha voluto far credere. «L’ho trovato stanco ma lucido – ha raccontato Oliver Laghi, il ristoratore che la sera del 13 febbraio 2004 gli portò un’omelette al prosciutto e formaggio -, mi disse di tornare il giorno dopo con mio figlio che voleva l’autografo». Secondo l’inchiesta svolta dieci anni fa e chiusa avvalorando la tesi del suicidio, Laghi è stato l’ultimo a vedere Pantani vivo. Il procuratore Paolo Giovagnoli e il sostituto Elisa Milocco dovranno stabilire se è davvero così. Ma la convinzione è che qualcuno sia comunque entrato in quella stanza prima delle 20,30 del 14 febbraio, quando i soccorritori accertarono che per Pantani non c’era ormai più nulla da fare. Agli atti del processo contro i due spacciatori Fabio Miradossa e Ciro Veneruso – hanno patteggiato condanne rispettivamente a 4 anni e 10 mesi e 3 anni e 10 mesi – c’è un video girato dai poliziotti della Scientifica che comincia alle 22,45 del 14 febbraio e termina all’1.01 del 15 febbraio. Il timer fissa dunque la durata in due ore e 56 minuti ma il «girato» è di soli 51 minuti e termina prima dalla fine dell’ispezione. Chi ha effettuato i «tagli»? Perché ci sono dei «salti» tra una scena e l’altra? Eppure è proprio il filmato a fornire le tracce più evidenti di una ricostruzione diversa da quella ufficiale mostrando indizi evidenti per accreditare l’ipotesi che, almeno in un certo lasso di tempo di quel giorno, Pantani non sia stato da solo. Ma anche per dimostrare quelle che appaiono alcune «lacune» nelle indagini. L’avvocato della famiglia ha infatti denunciato come nel fascicolo processuale non risulta la rilevazione di alcuna impronta digitale durante il lungo sopralluogo. E questo nonostante ci fossero molti mobili spostati, alcuni rotti, un filo dell’antenna tv legato come un cappio e pendente dal soppalco, una confusione pressoché totale. Lo stesso filmato mostra svariate dosi di cocaina. Secondo quanto accertato al processo, Pantani aveva acquistato 20 grammi di droga. La nuova relazione medico-legale, firmata dal professor Francesco Maria Avato e basata sulla rilettura delle analisi effettuate dieci anni fa, assicura invece che Pantani aveva assunto cocaina in quantità sei volte maggiore di quanto una persona possa sopportare e altra sia rimasta inutilizzata. Proprio questo accredita l’ipotesi che qualcuno l’abbia portata durante la giornata. Nella denuncia si parla di «costrizione a bere cocaina sciolta nell’acqua», una circostanza difficile da dimostrare e che probabilmente costituirà uno dei punti più controversi della nuova inchiesta. Strano anche quanto accertato riguardo ai pasti consumati da Pantani. Secondo la versione ufficiale l’ultimo cibo ingerito è l’omelette portata da Laghi. Per l’autopsia Pantani ha invece fatto colazione, i resti vengono rinvenuti nello stomaco. I dipendenti del residence hanno sempre dichiarato che il Pirata non ha mai lasciato l’appartamento e che nessuno è entrato. E allora come ha fatto a procurarsela? In realtà rileggendo quanto verbalizzato all’epoca, il legale ha scoperto il racconto di un custode che ha spiegato come fino alle 21 fosse «possibile entrare passando dal garage». E dunque potrebbe essere proprio questa la strada percorsa da chi voleva incontrare il campione senza essere visto. E che potrebbe aver lasciato almeno due indizi: nel bilocale non c’era il frigobar, ma è stata trovata la carta di un cornetto Algida; Pantani era arrivato con un piccolissimo bagaglio, «una sporta», ma lì c’erano tre giubbotti pesanti. Un quadro indiziario nuovo, lo definiscono gli stessi inquirenti che prima di riaprire il fascicolo, sia pur come «atto dovuto», hanno avuto un lungo incontro con il legale della famiglia. E adesso dovranno concentrarsi sulla visione del filmato incrociata con la relazione medico-legale che evidenzia due punti: il corpo trascinato sulle tracce di sangue e dunque spostato dopo il decesso; lesioni ed ecchimosi incompatibili con l’autolesionismo, sia pure in una persona completamente stravolta dalla cocaina.

Caso Pantani, depistaggi e buchi nell’indagine. “Quando lo trovammo non c’era sangue”. I racconti dei primi soccorritori contraddicono la perizia fatta all’epoca dal medico legale. E le testimonianze di chi lo vide nelle sue ultime ore si smentiscono a vicenda, scrivono Marco Mensurati e Matteo Pinci su La Repubblica”. Testimonianze stridenti, perizie divergenti e protagonisti dimenticati s’intrecciano intorno alle ultime ore di vita di Marco Pantani. E con il passare dei giorni i dettagli inquietanti sembrano quasi sommarsi, alimentarsi uno con l’altro, accentuando i depistaggi, le lacune nella versione ufficiale, ma anche nei racconti di chi per primo intervenne sul corpo dell’atleta, fino a quelli dei testimoni della primissima ora. “Non c’erano tracce di sangue”. Così lo raccontano i medici del 118, i primi a intervenire dopo la segnalazione del portiere del residence Le Rose. Eppure, i filmati della polizia dimostrano come Pantani sia stato trovato riverso a terra in una pozza di sangue, il viso una maschera rossa. La lettura dell’esame autoptico rivela poi anche una serie di ferite sul corpo, sulla fronte, sul naso, intorno al capo. Eppure, chi arriva per primo nella stanza D5 di viale Regina Elena, a Rimini, proprio non riesce a ricordarle: “Marco non aveva alcuna ferita sul viso”. Incongruenze curiose, come le divergenze sulle macchie di sangue presenti nella stanza. Quegli schizzi secondo la perizia del professor Avato allegata alle indagini condotte dal legale della famiglia, Antonio De Rensis, non possono essere frutto della caduta. Non la pensava così però il dottor Fortuni, il medico legale che condusse l’autopsia, seppur 48 ore dopo il ritrovamento del corpo: volevano lui, anche a costo di doverlo aspettare due giorni. E pensare che Fortuni e Avato hanno sostenuto tesi opposte anche sul caso Aldrovandi, controverso almeno quanto la morte del Pirata: il primo consulente della difesa dei poliziotti sotto accusa, l’altro per la famiglia del giovane. Ma incollato come un’ombra al nome di Fortuni è rimasto soprattutto il dettaglio macabro del cuore del Pirata portato via dal laboratorio e custodito in casa per una notte, per evitare furti. Un pezzo del cuore del campione di Cesenatico che rappresentava “un corpo di reato, sotto la mia custodia in qualità di perito, che ovviamente non poteva andare né perso né distrutto”. Procedura non inconsueta, eppure oggetto di attenzioni quasi morbose. Il cuore di un uomo farneticante: così almeno lo raccontavano le indagini dell’epoca. Un ritratto che nasce dalle dichiarazioni notturne di tre ragazzi, giovani, 27 anni appena: si presentano spontaneamente alle 23.30 della notte di San Valentino per consegnare la loro verità sul campione scomparso a un ispettore mentre nella stanza D5 del residence Le Rose si muovono ancora inquirenti al lavoro e civili, filmati impietosamente dall’occhio delle telecamere della polizia. Avevano incontrato Pantani, dicono, la sera prima, sul pianerottolo, intorno alle 22.15. Avevano impiegato un po’ a riconoscerlo, poco curato, una barba sciatta. Lo avevano sentito dire cose surreali, lo avevano salutato con un generico “a domani”, salvo sorprendersi nel sentirlo rispondere in dialetto “non so se ci sarà un domani per me”. Visibilmente turbato, poco lucido e tragicamente inquieto, quasi consapevole del proprio destino irreversibile. Testimonianza ritenuta credibile al punto da essere inserita nella consulenza medico legale. Quella testimonianza diventa l’elemento per dare coerenza alla tesi di un Pantani in preda al delirio, quello che avrebbe potuto demolire la stanza del residence o barricarsi in camera e drogarsi fino a morire. Apparentemente affermazioni utili a raccontare lo sviluppo delle ultime ore del campione caduto. Eppure, nessuno sentirà la necessità di ascoltarli ancora: né durante le indagini, né durante il procedimento giudiziario. Curioso, almeno. Viene da chiedersi perché, al contrario, durante la pur fugace indagine non sia venuto in mente a nessuno di ascoltare se avesse qualcosa dire l’ultima persona che, con certezza, ebbe occasione di incontrare Pantani vivo. Eppure era proprio lì, a pochi metri dalle stanze ormai demolite e rivoluzionate del Le Rose. Oliver Laghi è il ristoratore a cui viene ordinata l’ultima cena del Pirata, un’omelette prosciutto e formaggio, qualche succo di frutta che prende dal concierge dove scopre che il cliente da servire, stavolta, è il suo idolo. Tra le 21 e le 21.30, Pantani gli apre la porta: se qualcuno lo avesse sentito all’epoca, Laghi avrebbe detto quello che dice soltanto ora. “Non aveva la faccia di chi voleva suicidarsi”, dice. Racconta che emozionato per quell’incontro inatteso gli chiese di poter tornare con il figlio, che sarebbe impazzito per un suo autografo. Marco gli diede una pacca sulla spalla e rispose “va bene, ci vediamo domani”. L’esatto opposto di quello che solo un’ora dopo, un Pantani sconvolto e delirante avrebbe detto ai tre ragazzi. Almeno stridente, se non inquietante. In un’ora scarsa, Pantani avrebbe dovuto mangiare la cena ricevuta per poi imbottirsi di cocaina e uscire dalla stanza per apparire instabile, in preda a manie persecutorie, perso in discorsi surreali ai giovani che lo incontrano sul pianerottolo. Rimini parla, racconta, aspetta. La pm Elisa Milocco dalle vacanze genovesi inizia a cercare risposte.

Pantani, il giallo dei pusher. Contatti frenetici al telefono mentre Marco era già morto. L’indagine per omicidio: cellulari impazziti tra le 13 e le 20. Il gelo del magistrato che archiviò: per me parlano gli atti. Si riparte da zero: il fascicolo affidato a una giovane pm, l’ultima arrivata nella procura. Dall’esame dei tabulati l’ultimo mistero sulla fine del Pirata nel motel Le Rose di Rimini.Il legale della famiglia: “Possibile colmare le lacune”, scrivono Marco Mensurati e Matteo Pinci su “La Repubblica”.La nuova indagine sulla morte del Pirata ripartirà da una serie di tabulati telefonici. Numeri che si incrociano in maniera convulsa nelle ore immediatamente successive all’omicidio di Marco Pantani, in quel tragico pomeriggio del 14 febbraio 2004, e che disegnano una strana, fittissima triangolazione tra Fabio Miradossa, Ciro Veneruso – vale a dire il fornitore e lo spacciatore del ciclista (successivamente per questo condannati) – e altri numeri per il momento non meglio identificati. Cosa c’era all’origine di quel febbrile giro di chiamate rimbalzato nell’etere tra le 13 e le 20 di quel giorno? Chi sapeva cosa? Per quale motivo, di punto in bianco, due “pesci piccoli” dello spaccio in Riviera cominciano ad agitarsi in maniera scomposta? Ci vorranno mesi per saperlo. Le indagini penali, si sa, hanno tempi lunghi, specialmente quando diventano tecniche. Ma ormai la macchina si è messa in moto, e comunque vada, alla fine, una risposta definitiva sulla morte di uno dei campioni più amati di sempre dovrà pur venire fuori. Almeno questo è l’intento del procuratore di Rimini Paolo Giovagnoli. “Abbiamo appena ricevuto le carte presentate dai familiari e aperto un’indagine. È un atto dovuto quando arriva un esposto-denuncia per omicidio volontario. Leggeremo le carte, se ci sarà l’esigenza di indagini chiederemo al giudice”. Le carte, in realtà, Giovagnoli le aveva già lette la scorsa settimana facendo in tempo ad aprire il fascicolo “contro ignoti” e ad affidare l’inchiesta a una giovane fidata collega, il pm Elisa Milocco. In procura – dove tutti si nascondono dietro il più assoluto segreto istruttorio – nessuno sottovaluta la difficoltà di un cold case del genere, con una vittima tanto famosa e amata, uno scenario alternativo così suggestivo, e con dieci anni di distanza a rendere tutto, se possibile, ancor più complicato. Basti pensare che il luogo del delitto, semplicemente, non c’è più: il residence Le Rose, nella cui stanza D5 venne ritrovato, il 14 febbraio 2004, il cadavere di Marco Pantani, è stato demolito. E non è un dettaglio da poco. Molto, nella ricostruzione originaria, quella fatta a pezzi dalle indagini difensive condotte dall’avvocato Antonio De Rensis, ruotava attorno al fatto che nessuno fosse entrato o uscito in quei giorni dalla stanza di Pantani, visto che nessuno era passato per la portineria chiedendo di lui. In realtà, si è scoperto, quella stanza, così come tutte le altre in quel residence, poteva essere raggiunta comodamente e con la massima discrezione dal garage (non c’era nemmeno una telecamera di controllo). Insomma, in quei giorni chiunque potrebbe essere entrato e uscito dalla stanza di Pantani, spacciatori, vecchi amici del posto, gente venuta da Milano. Chiunque, insomma, oltre allo stesso Pantani e ai suoi eventuali assassini. Purtroppo però non sarà possibile effettuare alcun sopralluogo. Ciononostante la voglia di fare luce su un caso che da anni avvelena le acque di questa piccola procura è tanta. Ancora ieri Paolo Gengarelli, il pm della prima inchiesta, quella oggi sotto tiro ha rilasciato una dichiarazione non proprio amichevole: “Io non commento la notizia, sono un magistrato con l’abitudine di non parlare come dovrebbero fare in tanti, lascio che siano gli atti a farlo”. La scelta di affidare l’incartamento a un magistrato “nuovo” dell’ambiente, lontano per definizione da ogni possibile pressione locale non appare casuale. La strada dell’indagine a questo punto è abbastanza scontata. La dottoressa Milocco al ritorno dalle vacanze (ha chiuso ieri l’ufficio portando con sé il fascicolo) avvierà i primi accertamenti, delegando la polizia giudiziaria. Poi disporrà una nuova perizia. Il cuore delle accurate indagini effettuate da De Rensis e il suo staff è infatti la perizia medico legale del professor Francesco Maria Avato che ha parlato di “ferite non autoprodotte, ma inferte da terzi” sul corpo di Pantani, di “evidenti segni di trascinamento del cadavere”, e della “probabile ingestione della cocaina da una bottiglia di acqua” ritrovata sulla scena e “mai repertata”. Elementi che, se confermati, non lascerebbero più dubbi sull’omicidio di Pantani. Resterebbe a quel punto da rispondere alle altre domande: chi e perché ha ucciso Pantani, e chi e perché ha coperto l’assassino? Nell’istanza presentata da Rensis ci sono numerosi altri elementi che potrebbero aiutare a rispondere anche a queste domande. E i tabulati telefonici sono uno di questi. “Quando i genitori di Marco mi hanno contattato, mi sono riservato prima di capire perchè non volevo creare false illusioni ma non c’è voluto molto per comprendere che c’era molto lavoro da fare – racconta l’avvocato De Rensis ai microfoni di Sky -. La stessa consulenza scientifica è stata inizialmente un percorso esplorativo ma abbiamo capito subito che dovevamo buttarci a capofitto con una rilettura della vicenda. Sono stati mesi molto faticosi, dolorosi, pieni di tensione e speranza. Adesso sappiamo che abbiamo molto lavoro da fare insieme e mi concentro sul fatto che inizia un nuovo percorso faticoso, lungo, ma che affronteremo con determinazione massima. La prima indagine? Penso al passato soltanto in proiezione futura, sono molto concentrato su quello che dobbiamo fare”. L’esposto presentato, spiega De Rensis, “è una rilettura, un esame degli atti di indagine e processuali, c’è una corposa e approfondita consulenza scientifica, tutti elementi che convergono verso una direzione molto precisa. Ci sono state molte mancanze, molte lacune, accertamenti non fatti e una tesi seguita poche ore dopo la scoperta del corpo di Marco mai più abbandonata e che credo vada invece assolutamente rivisitata”. Ancora nessuna pronuncia su possibili sospetti: “Iniziando a fare luce sulle mancanze, sulle lacune, sulle incongruenze, sulle anomalie, credo che la strada si illuminerà da sola, il percorso sarà molto chiaro e preciso. Il perchè certe cose sono venute meno non lo devo dire io, chi fa le indagini avrà molti punti da chiarificare e credo che questo sia assolutamente possibile. Colmare le lacune credo sia possibile, le carte parlano molto, il video parla molto, leggendo le carte nel modo giusto, leggendo il video e altri dati credo che sia possibile colmare queste lacune”. “Credo che adesso inizierà un’indagine molto faticosa – conclude De Rensis – ma il procuratore capo di Rimini è un galantuomo, la dottoressa Milocco mi ha dato l’impressione di una persona molto rigorosa. C’è grandissima fiducia nell’opera della magistratura e daremo il nostro piccolo supporto perchè i fatti vengano chiarificati e la verità fattuale prevalga su quella ufficiale che penso sia molto lontana dalla verità dei fatti”.

Dr Antonio Giangrande

Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia

www.controtuttelemafie.it e www.telewebitalia.eu

mercoledì
Gen 9,2013

Ten.Col. me. Pierpaolo Della Valle

Ten. Col. me. Pierpaolo Della Valle

Il Colonnello Della Valle del Rua ha soccorso un giovane rumeno
(Raffaele Raimondo) CELLOLE – Indubbiamente ha suscitato scalpore misto ad ammirazione il soccorso prestato dal col. Pierpaolo Della Valle al giovane rumeno vittima di un micidiale “investimento da Tir” sulla Domiziana prima dell’alba di lunedì 7 gennaio. Scalpore, perché altri automobilisti di passaggio, dopo il tremendo sinistro costato la vita alla giovane compagna del ferito grave, non avevano avuto il…tempo di fermarsi. Ammirazione, in quanto la solidarietà prontamente scattata nel cuore dell’ufficiale in forza al Raggruppamento unità addestrative (Rua) di Capua ha fatto sì che partissero le dovute e rapide operazioni di ricovero ospedaliero, con immediato intervento chirurgico presso l’ospedale di Sessa Aurunca. Pertanto, mentre si materializzava, nel giro di alcuni frenetici istanti, da un lato l’ennesima manifestazione del freddo egoismo dei più e dall’altro l’umanità fraterna dei pochi, veniva a configurarsi ancora una volta la contraddizione di fondo che caratterizza il vivere delle persone di qualunque longitudine e latitudine: male e bene, spietata violenza e spirito di servizio che s’incrociano, senza sosta, in ogni contrada del mondo. Oltre la secca cronaca dei fatti, va detto che l’uno e l’altro versante non si manifestano a caso o senza motivi. Se quanti hanno visto l’incidente ed il camionista fuggire e non si son fermati, meriterebbero denunce per omissioni di soccorso e rappresentano il peggio della civiltà contemporanea ubriaca di corse e di opportunismi, non si può nemmeno sottovalutare che il gesto “da buon samaritano” di Della Valle è venuto, per converso, da lontano, cioè da una “forma mentis” e da un costume che fanno il paio con il grado, l’attività professionale e la formazione di fondo del colonnello del Rua sl comando del generale di Divisione Antonio Zambuco. Basti dare un’occhiata volante al suo curriculum militare: “Arruolato il 25 settembre 1992, ha frequentato il 25° corso del N.E.A.S.M.I. in Firenze; ha frequentato dal 1998 al 2000 il reparto di Chirugia Plastica del Policlinico Militare “CELIO”; nel primo semestre 2000, il 69° CTA presso la Scuola di Sanità in Cecchignola; trasferito di autorità il 30 Luglio 2000 al 45° Btg “Vulture” di Nocera Inferiore ove ha ricoperto l’incarico di DSS fino al Settembre 2005; da settembre 2005 al febbraio 2006 ha frequentato il 121° corso di Stato Maggiore presso la Scuola di Applicazione di Torino; da marzo 2006 al novembre 2007 ha ricoperto l’incarico di Capo Sezione Logistica e Capo Gestione Materiale presso il 45° Btg “Vulture” di Nocera Inferiore da cui è trasferito al RUA di Capua dal 27.11.2007 ove ricopre l’incarico di Ufficiale Medico con il grado di Tenente Colonnello con anzianità 30.06.2010”. E, soprattutto, al curriculum professionale: “Laureato con il massimo dei voti nel 1998 in Medicina e Chirurgia ed abilitato all’esercizio della professione presso l’Università degli Studi di Firenze; specializzato con il massimo dei voti e lode nel 2003 in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica presso l’Università di Tor Vergata di Roma .
Perfezionato in “Chirurgia Plastica ed Estetica Generale”, “Trattamento dei grandi ustionati” presso il Policlinico Militare “Celio” di Roma per un periodo di cinque anni. Ha frequentato corsi specialistici presso la Clinica Chirurgica Estetica Planas di Barcellona nel 2000, il Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale “Percy” di Clamart (Parigi) nel 2001 ed il Centro Ustioni Pediatrico del Meyer di Firenze nel 2002, maturando competenze in Chirurgia Plastica ed Estetica, Medicina Estetica, utilizzo di Laser in Chirurgia Estetica e Medicina Estetica, trattamento dell’ustione e del paziente ustionato”. Di qui una domanda cocente: bisogna rintracciare persone che abbiano queste esperienze alle spalle per aspettarsi aiuto quando si resta moribondi su una strada d’Italia?

mercoledì
Gen 9,2013

Ten.Col. me.         Pierpaolo        Della Valle

Ten.Col.me. Pierpaolo Della Valle

Nunzio De Pinto

CAPUA – Bilancio tragico lunedì scorso sulla statale Domiziana: un morto e un ferito grave. È la conseguenza di un investimento avvenuto a Cellole da parte di un automezzo pesante. Vittima una coppia romena, falciata da un tir il cui conducente non si è fermato ed è ricercato dalla polstrada di Caserta. I due corpi sono rimasti sull’asfalto nell’indifferenza degli automobilisti di passaggio fino all’intervento di un ufficiale medico dell’Esercito, in servizio presso il R.U.A. sito nella Caserma “Oreste Salomone” di via Brezza, che ha allertato il 118. La donna, di soli 19 anni, è morta sul colpo mentre il compagno, di 20, si trova ricoverato in gravi condizioni. E’ possibile che il conducente del tir non si sia nemmeno accorto di averli investiti. Secondo una prima ricostruzione l’automezzo, per cause in corso di accertamento, avrebbe investito i pedoni sbalzandoli all’esterno della carreggiata ed ha proseguito senza fermarsi. Il Tenente Colonnello dell’Esercito, Pierpaolo Della Valle, che viaggiava, in compagnia di un collega di lavoro, non ci ha pensato due volte a soccorrere i due malcapitati mettendo a rischio la propria vita a causa della scarsa visibilità (buio) e dell’alta velocità con cui transitavano gli altri automezzi. L’Ufficiale medico, raggiunti i due pedoni, ha constatato che la ragazza non mostrava più segni vitali, al contrario il giovane di sesso maschile sebbene non fosse vigile respirava in modo irregolare ma spontaneamente, pertanto ha provveduto a posizionarlo in sicurezza in attesa dell’arrivo delle autorità preposte ai rilievi del sinistro e dei mezzi di soccorso. Sono intervenuti la Polizia Stradale di Cellole e uomini del comando provinciale di Caserta. Il cadavere della giovane deceduta è stata trasportato alla medicina legale dell’O.C. di Caserta, mentre l’altro  giovane gravemente ferito è stato invece accompagnato al nosocomio civile di Sessa Aurunca dove poi si è appreso essere stato prontamente sottoposto ad intervento chirurgico. L’intervento dell’Ufficiale è stato provvidenziale in quanto lo stesso svolge la professione di medico presso la Caserma “O. SALOMONE” sede del Raggruppamento Unità Addestrative dell’Esercito in Capua.

giovedì
Gen 3,2013

 
CASERTA:  “Abbiamo appreso con sconcerto del grave atto intimidatorio commesso nei
confronti della N.c.o di San Cipriano D’Aversa contro il cui portone sono
stati esplosi la scorsa notte diversi colpi di arma da fuoco. Un vile attentato”,
lo definisce Ludovico Feole, Segretario
ad interim del Pd provinciale che esprime a nome dell’intero Partito
casertano “la piena solidarietà e vicinanza a Peppe Pagano ed ai volontari
impegnati in questa difficile battaglia contro la malavita”.

“Non ci rassegneremo a vivere in un territorio dove le leggi vengono dettati
dai criminali più violenti in barba al rispetto delle regole e della
convivenza civile e la Politica tutta ha il dovere di schierarsi senza ombra
di indecisione al fianco dei tanti cittadini onesti. Il Partito
Democratico è al fianco della Nuova Cucina Organizzata, dei volontari e dei cittadini
per testimoniare la propria presenza contro ogni attacco criminale commesso da
delinquenti senza scrupoli”.

Milena Taddia
Resp. Ufficio Stampa
PD prov. CASERTA
Mob.: 347 44 17 972
Email: ufficio.stampa@pdcaserta.it

venerdì
Dic 21,2012

 

PD CASERTA, CASELLA NO ISCRITTO AL PARTITO

CASERTA: “Non risulta iscritto nelle liste dei tesserati del Partito democratico casertano l’assessore di Casagiovese, Girolamo Casella,
arrestato questa mattina nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Napoli” lo fa sapere il segretario provinciale del Partito, Dario Abbate sottolineando che: “All’assessore coinvolto non era stata rinnovata l’adesione al Pd già dal momento in cui si era appreso, dai mezzi di informazione, il sospetto di un’attività non corretta e di un comportamento non in linea con le esigenze di un partito che ha fatto della lotta alla criminalità organizzata uno dei suoi principi cardini”.
“In modo preventivo e in assenza di qualunque provvedimento giudiziario, il Pd di Caserta ha ritenuto di non rinnovare l’adesione di Casella che non risulta più dal dicembre 2011 negli elenchi dei tesserati”.
“Il partito – continua la nota di Abbate – è da sempre in prima linea nell’azione di contrasto ad ogni forma di delinquenza e criminalità e
ritiene con convinzione che tutte le forze politiche abbiano il dovere di alzare barriere invalicabili contro i legami tra politica e camorra”.
Un situazione di lontananza dal Pd, quella di Casella, confermata anche dal gruppo dirigente del partito di Casagiove che in una nota
spiega: Il Coordinamento del Circolo Casagiovese eletto lo scorso mese di aprile, sulla base di una mozione dal contenuto nettamente
alternativo alle logiche che avevano portato alla costituzione dell’Amministrazione “milazzista” in Comune, più volte e con quanti
potevano e dovevano assumere decisioni in proposito, ha sostenuto l’assoluta e totale inopportunità, lette le inquietanti notizie pubblicate da autorevoli quotidiani, che l’Avv. Casella svolgesse funzioni di rilievo nell’Amministrazione Comunale. Funzioni svolte da non iscritto al PD per l’anno in corso e senza che mai durante un anno e mezzo di mandato si fossero registrate interazioni di sorta con la dirigenza locale e provinciale del Pd”.

Milena Taddia
Resp. Ufficio Stampa
PD prov. CASERTA
Mob.: 347 44 17 972
Email: ufficio.stampa@pdcaserta.it

GRAZZANISE: COLPACCIO IN OREFICERIA

mercoledì
Dic 19,2012

GRAZZANISE Al centro il campanile della chiesa madre

 

Prof. Raffaele Raimondo
cronista free lance
Via A.Diaz, 33
81046 GRAZZANISE (Caserta)
tel 0823-96.42.12 – 340-500.67.64
e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it 

                                      

COMUNICATO-STAMPA bis del 19 dicembre 2012

                             Una donna-battistrada. Portati via da abili rapinatori tutti i preziosi

                                              Tremenda operazione delinquenziale sviluppatasi in due giorni

GRAZZANISE (Raffaele Raimondo) – Ha suscitato forte scalpore in paese la diabolica rapina messa a segno quest’oggi  in un’oreficeria del centro antico. Portati via da abilissimi ladri tutti i preziosi: ancora incalcolato l’enorme danno. Teatro dell’operazione la zona vecchia del nucleo urbano, quella che si raccoglie intorno al campanile della chiesa madre dedicata a San Giovanni Battista; esattamente a Via Giovanni Parente nel negozio gestito dalla signora T.P. che, affranta, avrebbe dichiarato di aver perduto, in un attimo, i sudori di quindici anni di lavoro. L’orario del colpaccio? Poco prima di mezzogiorno. Un’incursione architettata veramente a mestiere, tremenda per la dinamica sopraggiunta, con un antefatto verificatosi ieri, martedì 18 dicembre, quando una donna, forestiera ovviamente, s’è introdotta nell’oreficeria, dicendo di voler comprare una collana. La titolare, con la gentilezza che la distingue, s’è messa subito a disposizione, ignara di trovarsi di fronte ad un’esploratrice-ladra incallita che, dopo aver girato e rigirato fra le mani varie costose catenine, ha sussurrato con sussiego di volerci ripensare e magari di tornar presto per comprarne una. La perversa base è stata così accortamente costruita. Infatti, verso le 11,30 di oggi, la rapinatrice “travestita da cliente” s’è ripresentata in oreficeria, dove la madre della signora T.P. sostituiva la figlia in compagnia di un bambino. Però, dalla porta blindata appena aperta, la balorda ha detto all’anziana di voler mostrare anche al “marito” l’oggetto del finto acquisto e, per giunta, ad un “amico di famiglia”. Allorché i tre hanno invaso la stanza, non c’è stato più scampo. Atterrita la madre di T.P., ha cominciato ad urlare a squarciagola quando s’è resa conto del terribile inganno in cui era sprofondata. Ma gli spietati, incuranti e freddi come il ghiaccio, hanno attaccato del cerotto sulla bocca del piccolo, chiudendolo nel wc, procurando, a voce infernale, la ferita più grande alla terrorizzata: “Se non stai zitta, ci portiamo via anche il bambino!”. Da quel momento è cominciata la frenetica “man bassa” dei “mariuoli”, arraffando bracciali, orecchini, brillanti, diamanti e quant’altro han potuto saccheggiare. Indi la fuga, lasciando nel più feroce abbattimento nonna e bambino. I carabinieri della locale stazione, agli ordini del maresciallo Luigi De Santis, indagano.
Non molto tempo dopo, la raggelante notizia s’è diffusa per strade e piazzette. Sul posto si son ercati vari stupefatti curiosi, commentando il fatto coi soliti “luoghi comuni”. Il Natale, che poteva essere trascorso serenamente dalla famiglia di T.P. come del resto tutti stanno desiderando in questi giorni prefestivi, sarà molto amaro. In questi durissimi tempi di crisi, purtroppo s’intensificano aggressioni e rapine: quanti nulla fanno per vivere onestamente si muovono come volpi per riempire di denaro ed altri oggetti di valore i sacchi, come se fosse un diritto. Che umanità…!

lunedì
Dic 17,2012

Stefano Giaquinto

CAIAZZO – Bussano alle porte degli ignari utenti spacciandosi per funzionari, sostengono di essere incaricati per informare circa il Microcredito e tentano il raggiro chiedendo di farsi consegnare del denaro, in alcuni casi hanno chiesto anche 1500 euro per inoltrare la richiesta di finanziamento. “Si tratta di truffe, false promesse da parte di furbetti di turno”, lancia l’allerta, invita a stare attenti e a non farsi abbindolare il sindaco del comune di Caiazzo Stefano Giaquinto. “La richiesta va fatta online – spiega il primo cittadino – ed e facilissimo poter accedere alla piattaforma, tra l’altro senza alcuna spesa economica”. “ln Municipio ragionieri e commercialisti caiatini hanno messo a disposizione gratis i propri uffici per l’inoltro delle pratiche, quindi  – continua la fascia tricolore – gli utenti  interessati possono usufruire di questa opportunità e non della disponibilità apparente di fantomatici impiegati della Regione”. No a delusioni e allo sperpero di denaro, il sindaco e assessore all’Agricoltura della Provincia di Caserta invita alla prudenza e a non far entrare in casa estranei. “Sono molte le tecniche che i truffatori mettono in atto per spillare soldi alla gente, specialmente alle persone anziane e in prossimità delle festività natalizie – conclude – ecco perchè mi faccio portavoce per questo avvertimento”. Giaquinto dà ai cittadini la possibilità di difendersi dagli imbroglioni.

giovedì
Nov 22,2012


 

di Daniele Palazzo


MIGNANO MONTELUNGO-Ennesimo colpo di contrasto al commercio prodotti e materiali di contrabbando lungo l’asse Napoli-Cassino. Ad operarlo, sul tratto dell’Autostrada del Sole ricadente in territorio del Comune di Mignano Montelungo, una pattuglia di agenti della Sottostazione di Polizia di Cassino, competenti anche per l’area mignanese. A bordo di una Peugeot Focus, sono stati intercettati due senegalesi(N.M, 49enne, proprietario e conducente della Focus, ed N.I., di 30 anni), il cui fare, alla vista degli uomini in divisa, ha destato più che un sospetto. La coppia tradisce un certo nervosismo che, ahioro, non sfugge ai poliziotti. Scattano immediatamente  le procedure per bloccare l’auto sospetta e la perquisizione della vettura e quella personale dei suoi occupanti. All’interno di un gran numero di buste di cellophane(erano state soprattutto quelle a suscitare le attenzioni degli agenti intervenuti), è stato ritrovato un ingente quantitativo di merce recante marchi di conosciutissime griffes dell’alta moda. 132 paia di scarpe marca “Hogan”, 45 portafogli, 20 porta telefono, 39 cinture, 10 borse della “LOUIS VUITTON” e 10 cinture “DOLCE & GABBANA”.  Nessuna documentazione a comprovare di acquisto di tutto questo ben di Dio, che, la coppia di africani hanno dichiarato di aver acquistato in una struttura commerciale di Napoli, di cui si sono rifiutati di fornire ulteriori notizie. Trasporto e commercializzazione di prodotti falsi con l’aggravante della ricettazione, queste le accuse nei confronti dei due “neri”(di essi, il più anziano ha stabilito la propria residenza a Genova, mentre l’altro è uno dei tanti senza fissa dimora che popolano le nostre contrade) che, espletate le formalità di rito, sono stati denunciati alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cassino. Intanto, proseguono le indagini onde cercare di risalire ai vertici di un cartello criminoso molto attivo, quale è, appunto, quello della contraffazione di firme dell’alta moda mondiale, di cui il capoluogo partenopeo, con picchi di introiti davvero notevoli, è sicuramente la capitale.

venerdì
Nov 16,2012

 

CASERTA – Dallo scorso anno, si sta parlando – in giro nel territorio casertano – dell’effettuazione di corsi finalizzati all’assunzione presso la Società Treni Ntv (Nuovo Trasporto Viaggiatori), Società sino a pochi giorni fa presieduta da Luca Cordero di Montezemolo. Dalle voci pervenute alla Segreteria della Confederazione Cisas, si evince che alcuni faccendieri-truffatori andrebbero in giro promettendo la partecipazione ai corsi con sicuro posto di lavoro sul famoso treno veloce, cosiddetto Italo, chiedendo un compenso economico, oscillante dai 3 mila ai 5 mila euro, a secondo i soggetti che riescono a far cadere nella loro rete. Le zone, ove maggiormente si registrerebbero questi contatti, sarebbero quelle aversana ed Arienzo –San Felice a Cancello, mentre i faccendieri-truffatori sarebbero personaggi del napoletano e del casertano. Questi ruoterebbero intorno al mondo dei corsi professionali, ove si sperperano grosse risorse economiche senza creare alcuna qualifica utile per il vero lavoro ove necessitano proprio quelle qualifiche professionali, che la Regione ed i tanti Enti di Formazione dovrebbero fare. Non a caso, il treno veloce Italo è già entrato in funzione sin dallo scorso Aprile mentre nessun giovane, pur avendo pagato tangenti, è stato ammesso ai corsi, tanto meno è stato assunto presso la società Ntv, che sembra all’oscuro di tutto. La Segreteria della Confederazione Cisas ritiene urgente sia fatta luce sulla questione al più presto, anche perché i tanti giovani truffati sicuri non parlano sperando sempre nel posto, pur essendo stati evidentemente raggirati. Sembra, secondo la Cisas, che si stia creando una nuova corsopoli, grazie ai soldi della Regione, che sta cercando – proprio in questi giorni – di avviare i vari cassaintegrati a corsi di formazione, al fine di creare nuove qualifiche di lavoro, corsi che in realtà sarebbero fatti solo sulla carta.

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