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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Filosofia/Pedgogia’ Category

martedì
Dic 11,2012


 

Libri da mettere sotto l’albero

Natale si avvicina e, si sa, i libri figurano sempre tra i regali più apprezzati da grandi e piccini. Molte le proposte di Malvarosa Edizioni, dai ricettari ai libri di cake design, ai manuali di galateo, per un dono da sfogliare, un biscotto da mordere e una ricetta da sperimentare insieme (senza dimenticare le buone maniere!).
Cominciando dalla cucina, non può mancare sotto l’albero “Natale in cucina!”, di Claudia Ambu (in arte “Mon Petit Bistrot”), un manuale pratico e raffinato per prepararsi a trascorrere le feste insieme alla famiglia e ai propri cari. Arricchito da suggestive fotografie; questo volume fornisce idee per realizzare menù e decorazioni alla portata di tutti, create con ingredienti facili da recuperare e materiali d’uso comune. Pietanze per tutti i gusti, capaci di conquistare i cuochi più esigenti e i palati più raffinati, ricette studiate nei minimi particolari per la cena della vigilia, la colazione di Natale o il cenone di Capodanno.

Passando ora al cake design, in ogni cucina che si rispetti non può mancare il libro “Cookie Mania” di Sofia Moresco (www.cristallodizucchero.com), una selezione di dolcetti da gustare scambiandosi gli auguri, da regalare o da preparare in compagnia. Un volume contenente ricette illustrate per realizzare, farcire e decorare biscotti bellissimi, facili da preparare e con il buon sapore dei dolci fatti in casa. Le spiegazioni su come assemblare gli ingredienti sono affiancate da decine di immagini che illustrano passo passo cosa fare per realizzare buonissimi e coloratissimi biscotti. Un libro adatto a chi ama sperimentare in cucina tutte le ricette, a chi sogna di realizzare i biscotti per offrirli in dono, a chi è intenzionato a scoprire il pasticciere che è in ognuno di noi…

Per tutti i soggetti refrattari alle cotture Malvarosa ha pensato a un libro di non-cucina, ovvero “Invitare con stile. Il galateo di Madame Eleonora”, di Eleonora Miucci (www.ilgalateodimadameeleonora.com). Perché per una cena, un pranzo o un’occasione informale è indispensabile creare una cornice impeccabile, imparare l’arte della presentazione. Ci si faràricordare come perfette padrone di casa, anche senza aver praticamente prodotto nulla con le proprie mani, o solo un piatto semplice ma scenografico. Il libro perfetto per chi desidera imparare a ricevere con stile nella propria casa, una guida utile a vivere con equilibrio e garbo le occasioni di convivialità, ma anche il dono di Natale ideale, da regalarsi e da regalare agli amici che amano l’arte dell’ospitalità!

Maria Consiglia Izzo
www.malvarosedizioni.it
consiglia@malvarosaedizioni.it
Cell. 3358369290

mercoledì
Ott 31,2012

Jean-Jacques Rousseau

 

Considerato per certi aspetti un illuminista, e tuttavia in radicale controtendenza rispetto alla corrente del pensiero predominante nel suo secolo, Rousseau ebbe una influenza tale da determinare certi aspetti dell’ideologia egualitaria ed anti-assolutistica, che fu alla base della Révolution française del 1789. Anticipò, inoltre, molti degli elementi che, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, avrebbero caratterizzato il Romanticismo, e segnò profondamente tutta la riflessione politica, sociologica, morale, psicologica e pedagogica successiva, alcuni elementi della sua visione etica essendo stati ripresi in particolare da Immanuel Kant. Nato da un’umile famiglia calvinista ginevrina di origine francese, il 28 giugno del 1712, ebbe una gioventù difficile ed errabonda durante la quale si convertì al Cattolicesimo, visse e studiò a Torino e svolse diverse professioni, tra cui quella della copia di testi musicali e quella di istitutore. Trascorse alcuni anni di tranquillità presso la nobildonna Françoise-Louise de Warens; quindi, dopo alcuni vagabondaggi tra la Francia e la Svizzera, si trasferì a Parigi, dove conobbe e collaborò con gli enciclopedisti. Nello stesso periodo iniziò la sua relazione con Marie-Thérèse Levasseur, da cui avrebbe avuto cinque figli. Il suo primo testo filosofico importante, il Discorso sulle scienze e le arti, vinse il premio dell’Accademia di Digione nel 1750 e segnò l’inizio della sua fortuna. Dal primo Discours emergevano già i tratti salienti della filosofia rousseauiana: un’aspra critica della civiltà come causa di tutti i mali e le infelicità della vita dell’uomo, con il corrispondente elogio della natura come depositaria di tutte le qualità positive e buone. Questi temi sarebbero stati ulteriormente sviluppati dal Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini del 1754: da questo secondo Discours emergeva la concezione di Rousseau dell’uomo e dello stato di natura, la sua idea sull’origine del linguaggio, della proprietà, della società e dello Stato. Un altro testo, il Contratto sociale del 1762, conteneva la proposta politica di Rousseau per la rifondazione della società, sulla base di un patto equo – costitutivo del popolo come corpo sovrano, solo detentore del potere legislativo e suddito di sé stesso.
Questi e altri suoi scritti, massimamente l‘opera pedagogica l’Émile, vennero condannati e contribuirono a isolare Rousseau dall’ambiente culturale del suo tempo. Le sue relazioni con tutti gli intellettuali illuministi suoi contemporanei, oltre che con le istituzioni della Repubblica di Ginevra, finirono per deteriorarsi a causa di incomprensioni, sospetti e litigi, e Rousseau morì in isolamento quasi completo, ad Ermenonville, 2 luglio 1778. –

Durante la Rivoluzione il pensiero politico rousseauiano in generale, e il Contratto sociale in particolare, divennero un importante punto di riferimento per gli oppositori dell’Ancien Régime. Il 14 aprile 1794, nell’ottica di rendere onore alla sua memoria, la Convenzione nazionale ordinò che i resti di Rousseau venissero traslati al Panthéon di Parigi. La salma fu spostata, con una solenne cerimonia, tra il 9 e l’11 ottobre; l’operazione venne accompagnata da veglie e processioni, l’ultima delle quali condusse i resti del ginevrino all’interno del Panthéon sulle note dell’Indovino del villaggio. Rousseau fu tra i primi (dopo Mirabeau, Voltaire, le Peletier de Saint-Fargeau e Marat) a essere inumato nel Panthéon, che era stato dedicato alla memoria dei grandi francesi dai rivolu-zionari nel 1791. Il testo filosofico d’esordio di Jean-Jacques Rousseau, il Discorso sulle scienze e le arti, costituiva la prima formalizzazione sistematica (resa possibile dall’epifania sulla via di Vincennes) delle idee che l’autore aveva maturato nel corso degli anni precedenti. Pur essendo un testo totalmente originale, nel primo discorso si scorge l’influenza di una tradizione moralistica che, partendo da Seneca e Plutarco, arriva fino a Montaigne, Fénelon e Montesquieu. L‘opera rappresenta un’aspra critica della civiltà contrapposta allo stato naturale, di assoluta felicità, dell’uomo. La seconda opera filosofica importante di Rousseau fu il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini. Esso, composto per l’edizione del 1754 del premio dell’Accademia di Digione, fu accolto con minore entusiasmo rispetto allo scritto precedente, più lungo, più rigoroso e più filosofi-camente profondo del primo. Rousseau intende qui operare una decostruzione storica dell’uomo sociale per risalire all’uomo naturale, cioè ricostruire “genealogi-camente” la storia dell’umanità dalla sua origine naturale alla società passando per il venir meno dell’isolamento e per l’istituzione del linguaggio e della proprietà. Se i primi due discorsi costituiscono una forte critica della civiltà e della società per come storicamente si sono date, il Discorso sull’economia politica e Il contratto sociale contengono le sue risposte filosofiche ai proble-mi da lui stesso sollevati. Essendo per lui impossibile un ritorno allo stato di natura, nel Contratto sociale egli si propone di esporre quale sia l’ordinamento sociale e politico che meglio consente di coniugare ciò che il diritto autorizza e ciò che l’interesse suggerisce, «in modo che la giustizia e l’utilità non si trovino separate ».

I GRANDI PENSATORI

venerdì
Giu 1,2012

(Antropos in the world)

Friedrich Nietzsche

FRIEDERICH NIETZSCHE: COSI’ PARLO’ ZARATHUSTRA

Così parlò Zarathustra è un’opera basilare del filosofo tedesco Friederich Nietzsche, il cui pensiero costituì uno spartiacque nella cultura occidentale, dalla fine dell’Otto-cento, per poi inoltrarsi nel Novecento. I temi che egli affrontò nella sua vasta produzione restano ancora oggi vivi e i quesiti da lui aperti in gran parte irrisolti.
Lo stesso autore considerò quest’opera incomprensi-bile; solo Nietzsche, reduce dei suoi vissuti, delle sue esperienze, possedeva la chiave necessaria alla sua più profonda analisi. L’evolversi del libro non fu uniforme, le quattro parti da cui è costituito risultano il frutto di una complessa evoluzione del suo essere (e, di riflesso, del suo pensare, come egli stesso avrebbe asserito). I temi affron-tati sono certamente numerosi; il principale, che accom-pagna l’opera nel suo significato, è l’aspirazione al Su-peruomo, il superamento di sé, descritto da Nietzsche come il progredire dell’umanità verso una nuova forma al di sopra della propria essenza. Il filosofo, inoltre, esorta gli uomini a liberarsi dall’idea di un mondo oltre il mondo, sostenuta dal Cristianesimo nonché dalla meta-fisica. Il sostanziale distacco dell’autore dalle considera-zioni della sua epoca si manifesta con la concezione di volontà di potenza dell’uomo, la quale apre le porte a un rivoluzionario metodo di pensiero, in contrasto con il nichilismo passivo di Schopenauer. Così, seguendo idee che fa proferire a Zarathustra, analizza il complesso della società e afferma che non esistono certezze, confutando in questo modo l’entità dello stato e della religione. Dice, infine, di parlare “a dei compagni, non a un gregge”, rifiutando cioè di essere venerato in quanto dux, bensì in qualità di essere umano con la propria volontà, in questo caso indipendente dal conformismo del sistema.
Così parlò Zarathustra rappresenta, per l’autore, l’elemento proprio della sua filosofia, in cui il pensiero si manifesta per mezzo di un profeta, che si rivela essere il messia di Nietzsche.
Il così parlò Zarathustra è certamente l’opera più ricca e complessa che Nietzsche abbia mai scritto e che, già per il suo stile, crea delle grandi difficoltà. Essa, infat-ti, si presenta sia come un grande poema sia come una grande opera filosofica. Tanti filosofi hanno scritto su quest’opera, sviluppando interpretazioni spesso assai distanti tra loro, che non indicano l’incoerenza dell’opera di Nietzsche, ma l’enorme ricchezza che questo testo porta con sé, una ricchezza che non si lascia imbrigliare in un’unica tesi interpretativa, lasciando aperta la strada per infinite altre interpretazioni.
I temi che questo testo affronta sono le vie portanti dell’intero pensiero di Nietzsche: la dottrina del superuo- mo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
Ma questi temi non sono affrontati da Nietzsche me-diante una sintassi filosofica, o con i consueti aforismi, come nelle opere precedenti, qui ci troviamo di fronte ad
un “nuovo testo”. Un testo che fa suo sia il rigore del discorso filosofico, che la proliferazione semantica del testo poetico, nel senso che i grandi temi del pensiero di Nietzsche sono “sciolti” in un tessuto poetico di grande impatto, fatte di visioni che mostrano lo strato profondo del suo discorso filosofico. Questo significa però che il linguaggio poetico non è semplicemente l’abito che Nietzsche sceglie per esporre i suo argomenti filosofici, questi argomenti sono un tutt’uno con le visioni poetiche, sono per così dire la carne di questi temi. Esporre ad esempio il tema dell’eterno ritorno mediante una visione enigmatica non è per Nietzsche una scelta secondaria, ma una necessità che inerisce lo stesso significato del tema, la visione è cioè un tutt’uno con il senso dell’eterno ritorno.
Un’ermeneutica dell’opera di Nietzsche richiede quindi questa premessa, in cui cioè forma e contenuto vengano ascoltati come un unicum. Questo unicum mo-stra il tramonto dell’Occidente e l’aurora di una nuova dimensione dell’uomo. Pars destruens e pars con-struens sono qui intimamente “inanellati”, e si incarnano in visioni straordinariamente significative.
Lo Zarathustra non è certamente un personaggio che Nietzsche si è inventato. Zarathustra è colui che deve annunciare una nuova dimensione del mondo e quindi dell’essere. Il titolo dell’opera è Così parlò Zarathustra. Questo significa che il compito di Zarathustra è quello di parlare: «Zarathustra è un parlatore» che porta un annuncio. Nella lingua tedesca la parola che indica il carattere orale dello Zarathustra è Fürsprecher, che significa sia portavoce che avvocato. Ed infatti nel brano Il convalescente Zarathustra dice «Io, Zarathustra, l’avvocato della vita, l’avvocato del dolore, l’avvocato del circolo».
Chiarisce Heidegger: «Zarathustra parla a favore della vita, della sofferenza, del circolo, e questo egli proclama. Questi tre termini; “vita – sofferenza – circolo” sono connessi, sono la stessa cosa». Dire che tutti e tre questi termini sono la stessa cosa vuol dire che si alimentano vicendevolmente. La vita per Nietzsche è sinonimo di volontà, di potenza, ma ogni cosa che vive soffre. Il mondo è un insieme di forze che si contra-stano, si urtano, tutte spinte dalla stessa tendenza, appunto la volontà di potenza.

LO ZARATUSTRA DI NIETZSCH

sabato
Gen 21,2012

F.Nietzsch

 

CRITICA LETTERARIA
di Carl Gustave Jung

Tantissimi autorevoli filosofi hanno scritto a iosa
su “Così parlò Zaratustra”, sviluppando interpretazioni
spesso piuttosto distanti tra loro, che ovviamente non
indicano l’incoerenza dell’opera di Nietzsche, tutto al più
l’enorme ricchezza che questo testo porta con sé, una
ricchezza che non si lascia imbrigliare in un’unica tesi
interpretativa, lasciando aperta la strada per illimitate
altre interpretazioni.
I temi, che questo testo affronta, sono le vie portanti
dell’intero pensiero di Nietzsche, dalla dottrina del superuomo,
alla volontà di potenza e l’eterno ritorno. Tali
temi non vengono affrontati da Nietzsche mediante una
sintassi filosofica, o con i consueti aforismi, come nelle
opere precedenti, qui ci troviamo di fronte ad un “nuovo
testo”, che fa suo sia il rigore del discorso filosofico che
la proliferazione semantica del testo poetico, nel senso
che i grandi temi del pensiero di Nietzsche sono per così
dire sciolti in un tessuto poetico di grande impatto, fatte
di visioni che mostrano lo strato profondo del suo discorso
filosofico. Tuttavia, ciò significa che il linguaggio
poetico non è semplicemente l’abito scelto da Nietzsche
per presentare i suo argomenti filosofici, ma questi
ultimi sono un tutt’uno con le visioni poetiche. Esporre,
ad esempio, il tema dell’eterno ritorno attraverso una
visione enigmatica, per Nietzsche è una necessità che
inerisce lo stesso significato del tema e la visione è un
tutt’uno con il senso dell’eterno ritorno.
Il dottor Jung, nel Club psicologico di Zurigo, il 2
maggio del 1934, apre il seminario su “Così parlò Zarathustra”.
È il suo uditorio – un’ottantina di uomini e
donne di varia nazionalità e professione, tra cui medici,
analisti praticanti, allievi in training – a chiedergli di
mettere a tema proprio quell’autore e quell’opera, in un
momento della storia europea che volge al tragico. Fino
al 15 febbraio 1939 continueranno a misurarsi con il
filosofo che, appena oltrefrontiera, il nazismo trionfante
va spacciando come profeta del superuomo. Tenuto in
inglese, stenografato e trascritto inizialmente per un uso
interno, il seminario vedrà la luce in un’edizione a stampa
solo nel 1988, senza perdere nulla della viva oralità che
modula il pensiero mentre prende forma. Attraverso la
voce di Jung il registro colloquiale preserva gli indugi,
gli scandagli, ma anche i proficui erramenti di un commento
allo “Zarathustra” che agisce sull’elaborazione
stessa della psicologia analitica e diventa una tappa
ineludibile della ricezione di Nietzsche.
” È straordinariamente complesso, e vi regna un caos
infernale. Certi problemi sono stati per me un vero rompicapo
e sarà molto dura riuscire a chiarire quest’opera
quest’opera
da un punto di vista psicologico”, esordisce Jung.
La lunga, corale discesa agli inferi sarà decisiva per
comprendere “fino a che punto lo Zarathustra fosse
connesso con l’inconscio e dunque con il destino della
Europa in generale”. [A cura di Andropos]
Carl Gustav Jung, nacque il 26 luglio 1875, da
Paul Achilles Jung, un teologo oltre che pastore
protestante, e da Emilie Preiswerk a Kesswil, nel
cantone svizzero di Turgovia. Dopo pochi mesi la
famiglia si trasferisce a Sciaffusa e nel 1879 a Klein
Hüningen, dove il padre diventa rettore della pieve
esercitando in seguito anche la funzione di cappellano
nel manicomio della città.
Nel 1895 si iscrisse alla facoltà di medicina
dell’Università di Basilea e nel 1900 si laureò in
medicina con la tesi Psicologia e patologia dei
cosiddetti fenomeni occulti, una trattazione sui
fenomeni medianici della cugina, Hélène Preiswerk
detta “Helly” (1880-1911), che pubblicò nel 1902.
Ė stato uno psichiatra, psicoanalista e antropologo
svizzero. La sua tecnica e teoria di derivazione
psicoanalitica è chiamata “psicologia analitica” o,
più raramente, “psicologia complessa”.
Inizialmente vicino alle concezioni di Sigmund
Freud se ne allontanò definitivamente nel 1913,
dopo un processo di differenziazione concettuale
culminato con la pubblicazione, nel 1912, di La
libido: simboli e trasformazioni. In questo libro egli
esponeva il suo orientamento, ampliando la ricerca
analitica dalla storia personale del singolo alla storia
della collettività umana. L’inconscio non è più solo
quello individuale, ma nell’individuo esiste anche un
inconscio collettivo che si esprime negli archetipi.
Disse di sé: « La mia vita è la storia di un’autorealizzazione
dell’inconscio »

lunedì
Set 12,2011

giovedì
Giu 2,2011


(Aldo Masullo)

La Libertà e le Occasioni: a Napoli
quattro incontri con Aldo Masullo


Napoli
– Si intitola “La Libertà e le Occasioni” il ciclo di incontri che Aldo Masullo (Università di Napoli “Federico II”) terrà all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Palazzo Serra di Cassano, via Monte di Dio 14) dal 6 al 9 giugno 2011.
Si tratta di quattro appuntamenti che approfondiscono i diversi aspetti dell’argomento: lunedì 6 “G.B. Vico: la libertà rivelata dall’occasione”, martedì 7 “M. Heidegger: l’inganno battuto dalla libertà”, mercoledì 8 “La ‘società stretta’ di Leopardi e il ‘sistema tecnico’ di Ellul”, giovedì 9 “La tecnicizzazione della libertà”.
Tutti gli incontri, a partire dalle ore 16.00, si svolgono nella sede dell’Istituto e sono aperti al pubblico.

martedì
Apr 5,2011

(Aldo Masullo – Filosofo)

“Napoli Siccome Immobile”

L’autore definisce il suo libro “un grido di dolore e di indignazione”, più che l’ennesimo lamento o richiesta di protezione, la sua vuole essere una spinta al cambiamento, un cambiamento radicale che deve nascere nel singolo individuo prima di poter manifestare i suoi effetti nella collettività. «Il fallimento di Napoli deriva dalla frammentazione dei napoletani», afferma il filosofo, che poi continua: «Siamo una società dissociata,composta da piccole comunità e basata sul familiarismo; il cambiamento nasce, al contrario, quando tutte le forze decidono di superare i limiti della separatezza e cooperare». Per riscattare i nostri sentimenti offesi e tornare ad essere liberi ed indipendenti, occorre – secondo Aldo Masullo – avere coraggio, ribellarsi e muoversi in prima persona, non tollerando più i soprusi e le illegalità e trovando la forza di rischiare.

Uno spunto di riflessione per quanti operano nel sociale della città di mare, ancor di più per quanti si impegnano per un recupero della legalità e della giustizia..

Napoli sempre al centro della discussione mediatica per arretratezza e ritardi, è questa volta esaminata attraverso l`analisi rigorosa e approfondita del filosofo Aldo Masullo. L`occasione è data dalla presentazione del libro-intervista di Claudio Scamardella, redattore capo del quotidiano Il Mattino dal titolo “Napoli siccome immobile”. L`incontro surreale tratta da un`analisi approfondita un possibile rilancio della città partenopea, un  “da fare” tra le righe, lasciato al lettore e ancor di più al cittadino.

Uno spunto di riflessione per quanti operano nel sociale della città di mare, ancor di più per quanti si impegnano per un recupero della legalità e della giustizia..

Napoli..è sempre Napoli. In ogni luogo ed in ogni senso. Scivola da un  anno all`altro.

“Nelle antiche civiltà la figura del -saggio- era tra le più eminenti della piramide sociale. C`erano momenti nella storia di una comunità in cui si avvertiva la necessità di rivolgersi a chi ne sapeva di più per capire e, magari, anticipare la direzione del tempo ..capace di leggere ed interpretare..distaccato ormai dai giochi di potere..capace di indicare i pericoli e di consigliare le scelte giuste..Napoli, invece, è sempre Napoli in ogni luogo ed in ogni caso..”

Una piacevole intervista che viaggia per 250 pagine in un senza-tempo, dialogo amichevole tra un gornalista ed un filosofo napoletani entrambi, entrambi legati ad una città-donna che sà farsi amare nel turbinio dei propri vicoli oltre i secoli…


N.B. Ho avuto il piacere di ascoltare il Filoso Aldo Masullo nel corso del convegno “Il senso della relazione oggi”, e, posso affermare, in tutta sincerità, di non aver perso neppure una parola dei temi  da lui trattati, purtroppo, in modo abbastanza limitati, a causa degli orari da rispettare.

-Aldo Masullo, filosofo. Professore emerito di filosofia morale presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Autore di numerose pubblicazioni sul tema dell’intersoggettività. E’ stato insignito della medaglia d’oro dal Ministero per la Pubblica Istruzione. Già senatore della Repubblica e Parlamentare europeo.


lunedì
Mar 28,2011

Prof. Raffaele Raimondo

cronista free lance

Via A.Diaz, 33

81046 GRAZZANISE (Caserta)

tel 0823-96.42.12340-500.67.64

e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it

COMUNICATO-STAMPA 280311 BIS

Interventi di Gennaro Iorio, Aldo Masullo e Salvatore Ventriglia

Conferito al filosofo Aldo Masullo il Premio “Amico del Dialogo”

SANTA MARIA CAPUA VETERE – (Letteralmente elettrizzata la giornalista e scrittrice Matilde Maisto da un’esperienza di partecipazione profondamente coinvolgente. Quando l’animo è alle stelle, la penna scorre rapida, incisiva. Infatti ha scritto un articolo da cui emerge un pathos quasi irresistibile. Lo proponiamo ai lettori nella versione integrale, per i notevoli spunti di meditazione che offre e per la forte spinta di trasformazione comportamentale che esprime. Raffaele Raimondo)

< Molto interessante il convegno che sabato 26 marzo u.s. si è svolto a Santa Maria Capua Vetere presso il Teatro Garibaldi – Salone degli Specchi.

L’incontro, organizzato da Dià-logos, un’Associazione senza scopo di lucro, nata nel 2009 dalla spinta aggregativa di professionisti e famiglie accomunati dalla condivisione della filosofia dell’Analisi transazionale e del Movimento scientifico internazionale Psicologia e comunione, il cui principio basilare è quello di guardare ad ogni persona nella sua unicità e nel suo valore.

L’Associazione è attiva sul territorio provinciale e regionale per promuovere servizi sociali, psicologici ed educativi in grado di favorire il benessere della persona, delle famiglie e delle organizzazioni, e di incoraggiarne lo sviluppo e la crescita integrale, sostenendo la piena integrazione dell’Uomo all’interno dei diversi contesti di appartenenza e potenziando le sue competenze relazionali.

Quindi, perfettamente in linea con i principi ispiratori dell’associazione, il convegno ha voluto rappresentare un momento di incontro tra cittadini, rappresentanti delle istituzioni locali, non sono mancati, infatti, i saluti del Consigliere provinciale e  sindaco del Comune di Castel Morrone, Pietro Riello, operatori e professionisti dell’aiuto, per confrontarsi e riflettere sul tema della relazione costruttiva, concetto cardine della convivenza sociale e premessa al benessere di ogni persona, famiglia o gruppo sociale.

Ne hanno discusso:

-Gennaio Iorio, sociologo. Ricercatore presso il Dipartimento di sociologia e scienza della politica dell’Università degli studi di Salerno. Membro della commissione di studi internazionale Social-One, in cui collabora al Progetto di ricerca sul paradigma dell’Homo Agapicus.

-Aldo Masullo, filosofo. Professore emerito di filosofia morale presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Autore di numerose pubblicazioni sul tema dell’intersoggettività. E’ stato insignito della medaglia d’oro dal Ministero per la Pubblica Istruzione. Già senatore della Repubblica e Parlamentare europeo.

-Salvatore Ventriglia, psicoterapeuta. Direttore del Centro Logos, scuola di specializzazione in psicoterapia analitico-transazionale ad orientamento psicodinamico. Docente di Psicologia della relazione presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale. Membro della Commissione internazionale di studi Psicologia e comunione.

Il programma dell’incontro è stato molto accattivante e coinvolgente. Dopo l’accoglienza e la registrazione dei partecipanti, nonché il saluto delle Autorità, abbiamo potuto applaudire i signori Davide Russo e Teresa Di Rauso che hanno ballato al ritmo di un tango, molto appassionato e caliente: già questo un primo momento di chiara intesa e comunicazione tra due individui.

Conclusosi questo momento artistico, è iniziata la tavola rotonda vera e propria sul tema: “Il senso della relazione oggi”.

Nella sua riflessione Masullo ha inteso proporre la centralità del tema dell’intersoggettività come fondamento non metafisico dell’antropologia e dell’etica. Infatti, da Fichte sino ad Husserl, il problema dell’intersoggettività e della comunità non ha cessato di sollecitare indagini rilevanti, tanto più significative in quanto la questione del rapporto tra gli uomini è problema di fondo del nostro tempo, lacerato tra il bisogno, spesso inespresso, di manifestare il proprio mondo interiore e l’imperativo, talora fortemente inibente, a non coinvolgersi eccessivamente nel vissuto altrui. Tuttavia, notiamolo subito, la crisi etica e antropologica attuale non è ricondotta alla tesi che le scelte etiche, in quanto personali, sono demandate all’individuo consapevole e responsabile delle sue azioni, quasi che si possa sostenere che sussista una dimensione morale appagante senza una personale consapevolezza. Infatti, non si tratta di proporre, come salvaguardia dall’angoscia del decidere, dei denominatori comuni imposti senza condivisione. Il problema è, piuttosto, liberare se stessi per poter essere capaci di ascoltare quel fondo, talora oscuro o anche senza fondo, che è dentro ciascuno e che, pur personalissimo, non può essere demandato alla semplice dimensione del privato. Infatti, avrebbe poco senso la fondazione molto rarefatta dell’io senza quella relazione io-tu che è stata oggetto di ampia tematizzazione nella filosofia contemporanea.

Invece Iorio ha precisato che l’obiettivo è quello di introdurre una riflessione sull’agire agapico al fine di interrogare noi stessi, proponendo l’inizio di un work in progress. Si parte dalla osservazione che nella realtà empirica coesistono molteplici forme dell’agire sociale e che la letteratura sociologica ha più volte evidenziato tramite la tipizzazione, per definire alcuni tratti dell’Homo Agapicus, rappresentativo, non tanto di un tipo ideale quanto di un agire sociale cioè di un agire di Ego il cui senso è caratterizzato dall’atteggiamento di donazione, incondizionatamente verso Alter e dal ricercare il bene e la felicità di quest’ultimo, indipendentemente dalla volontà e l’effettiva restituzione del controdono.

Poi è stata la volta di Ventriglia che nelle sue riflessioni iniziali ha precisato che quando pensiamo alla nostra vita entriamo in contatto con vissuti emotivi profondi e ambivalenti: paura, gioia, tristezza, inquietudine.. Vissuti che traggono origine dalla consapevolezza dei limiti della condizione umana: l’irreversibilità degli eventi, l’imprevedibilità, l’incertezza del futuro, la certezza della morte che non sappiamo quando, ma sappiamo che verrà. Un pensiero al quale si può cercare di sfuggire (e tante persone lo fanno), ma con il quale bisogna fare i conti prima o poi. E allora le domande: “Che senso ha la vita?”, “Che senso ha l’uomo?”, “Che senso ha la sua storia?” non hanno una risposta oggettiva; richiedono la risposta di ogni individuo perché ognuno è chiamato a dare una risposta personale al perché della propria esistenza. Ogni individuo è unico, irripetibile, diverso da qualsiasi altro uomo; ogni storia è unica! Questa unicità fa riflettere sulla preziosità di ogni esistenza, di ogni gesto, di ogni comportamento, di ogni sentimento, di ogni anelito, di ogni cosa che appartiene a lui. Dunque, due concetti emergono dallo sfondo: libertà e responsabilità.

Molti e molti altri argomentazioni sono state affrontate da questi tre illustri relatori, ma io devo, purtroppo, fermarmi qui, essendomi già dilungata troppo, ma non prima di aver accennato all’altro momento artistico offertoci da Rosario Cantone e Giovanni Longobardi che ci hanno fatto sognare sulle note di  alcuni brani di George Gershwin.

In conclusione dell’incontro, il presidente dell’Associazione Dià-logos ha consegnato al filosofo Aldo Masullo il Premio “Amico del dialogo” 2011, (Prima edizione), ha cordialmente ringraziato ogni singolo collaboratore, precisando che nell’organizzare questo evento tutti sono stati in grado di attuare quel “senso della relazione” di cui si era discusso >.

A cura di Matilde Maisto

lunedì
Mar 28,2011

Molto interessante il convegno che sabato 26 marzo u.s. si è svolto a Santa Maria Capua Vetere presso il Teatro Garibaldi – Salone degli specchi.
L’incontro, organizzato da Dià-logos, un’associazione senza scopo di lucro, nata nel 2009 dalla spinta aggregativa di professionisti e famiglie accomunati dalla condivisione della filosofia dell’Analisi transazionale e del Movimento scientifico internazionale Psicologia e comunione, il cui principio basilare è quello di guardare ad ogni persona nella sua unicità e nel suo valore.
L’Associazione è attiva sul territorio provinciale e regionale per promuovere servizi sociali, psicologici ed educativi in grado di favorire il benessere della persona, delle famiglie e delle organizzazioni, e di incoraggiarne lo sviluppo e la crescita integrale, sostenendo la piena integrazione dell’Uomo all’interno dei diversi contesti di appartenenza e potenziando le sue competenze relazionali.
Quindi, perfettamente in linea con i principi ispiratori dell’associazione, il convegno ha voluto rappresentare un momento di incontro tra cittadini, rappresentanti delle istituzioni locali, non sono mancati, infatti, i saluti del Consigliere Provinciale e  Sindaco del Comune di Castel Morrone, Pietro Riello, operatori e professionisti dell’aiuto, per confrontarsi e riflettere sul tema della relazione costruttiva, concetto cardine della convivenza sociale e premessa al benessere di ogni persona, famiglia o gruppo sociale.
Ne hanno discusso:
Gennaio Iorio, sociologo. Ricercatore presso il Dipartimento di sociologia e scienza della politica dell’Università degli studi di Salerno. Membro della commissione di studi internazionale Social-one, dove collabora al progetto di ricerca sul paradigma dell’Homo Agapicus.
Aldo Masullo, filosofo. Professore emerito di filosofia morale presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. Autore di numerose pubblicazioni sul tema dell’intersoggettività. E’ stato insignito della medaglia d’oro dal Ministero per la Pubblica Istruzione. Già senatore della Repubblica e Parlamentare europeo.
Salvatore Ventriglia, psicoterapeuta. Direttore del Centro Logos, scuola di specializzazione in psicoterapia analitico-transazionale ad orientamento psicodinamico. Docente di Psicologia della relazione presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Membro della commissione di studi internazionale Psicologia e comunione.

Il programma dell’incontro è stato molto accattivante e coinvolgente, dopo l’accoglienza e la registrazione dei partecipanti, nonchè il saluto delle Autorità, abbiamo potuto applaudire i Signor Davide Russo e Teresa Di Rauso che hanno ballato al ritmo di un tango, molto appassionato e caliente, già questo un primo momento di chiara intesa e comunicazione tra due individui.

Dopo questo momento artistico è iniziata la tavola rotonda vera e propria dal tema: “il senso della relazione oggi”.
Nella sua riflessione Masullo ha inteso proporre la centralità del tema dell’intersoggettività come fondamento non metafisico dell’antropologia e dell’etica. Infatti, da Fichte sino ad Husserl, il problema dell’intersoggettività e della comunità non ha cessato di sollecitare indagini rilevanti, tanto più significative in quanto la questione del rapporto tra gli uomini è problema di fondo del nostro tempo, lacerato tra il bisogno, spesso inespresso, di manifestare il proprio mondo interiore e l’imperativo, talora fortemente inibente, a non coinvolgersi eccessivamente nel vissuto altrui. Tuttavia – precisa Masullo – la crisi etica e antropologica attuale non è ricondotta alla tesi che le scelte etiche, in quanto personali, sono demandate all’individuo consapevole e responsabile delle sue azioni, quasi che si possa sostenere che sussista una dimensione morale appagante senza una personale consapevolezza. Infatti, non si tratta di proporre, come salvaguardia dall’angoscia del decidere, dei denominatori comuni imposti senza condivisione. Il problema è, piuttosto, liberare se stessi per poter essere capaci di ascoltare quel fondo, talora oscuro o anche senza fondo, che è dentro ciascuno e che, pur personalissimo, non può essere demandato alla semplice dimensione del privato. Infatti, avrebbe poco senso la fondazione molto rarefatta dell’io senza quella relazione io-tu che è stata oggetto di ampia tematizzazione nella filosofia contemporanea.
Invece Iorio ha precisato che l’obiettivo è quello di introdurre una riflessione sull’agire agapico al fine di interrogare noi stessi, proponendo l’inizio di un work in progress. Si parte dalla osservazione che nella realtà empirica coesistono molteplici forme dell’agire sociale e che la letteratura sociologica ha più volte evidenziato tramite la tipizzazione, per definire alcuni tratti dell’Homo Agapicus, rappresentativo, non tanto di un tipo ideale quanto di un agire sociale cioè di un agire di Ego il cui senso è caratterizzato dall’atteggiamento di donazione, incondizionatamente verso Alter e dal ricercare il bene e la felicità di quest’ultimo, indipendentemente dalla volontà e l’effettiva restituzione del controdono.
Poi è stata la volta di Ventriglia che nelle sue riflessioni iniziali ha precisato che quando pensiamo alla nostra vita entriamo in contatto con vissuti emotivi profondi e ambivalenti: paura, gioia, tristezza, inquietudine.. Vissuti che traggono origine dalla consapevolezza dei limiti della condizione umana: l’irreversibilità degli eventi, l’imprevedibilità, l’incertezza del futuro, la certezza della morte che non sappiamo quando, ma sappiamo che verrà. Un pensiero al quale si può cercare di sfuggire (e tante persone lo fanno), ma con il quale bisogna fare i conti prima o poi. E allora le domande: “Che senso ha la vita?”, “Che senso ha l’uomo?”, “Che senso ha la sua storia?” non hanno una risposta oggettiva; richiedono la risposta di ogni individuo perché ognuno è chiamato a dare una risposta personale al perché della propria esistenza. Ogni individuo è unico, irripetibile, diverso da qualsiasi altro uomo; ogni storia è unica! Questa unicità fa riflettere sulla preziosità di ogni esistenza, di ogni gesto, di ogni comportamento, di ogni sentimento, di ogni anelito, di ogni cosa che appartiene a lui. Dunque, due concetti emergono dallo sfondo: libertà e responsabilità.

Molti e molti altri argomentazioni sono state affrontate da questi tre illustri relatori, ma io devo, purtroppo, fermarmi qui, essendomi già dilungata troppo, ma non prima di aver accennato all’altro momento artistico offertoci da Rosario Cantone e Giovanni Longobardi che ci hanno fatto sognare sulle note di  alcuni brani di George Gershwin.

In conclusione dell’incontro, il Presidente dell’Associazione Dià-logos ha consegnato al filosofo Aldo Masullo il premio “Amico del dialogo” 2011, (Prima edizione), ha cordialmente ringraziato ogni singolo collaboratore, precisando che nell’organizzare questo evento tutti sono stati in grado di attuare quel “senso della relazione” di cui si era discusso.

A cura di Matilde Maisto

mercoledì
Feb 23,2011

«Magnus es, Domine, et laudabilis valde: magna virtus tua et sapientiae tuae non est numerus. Et laudare te vult homo, aliqua portio creaturae tuae, et homo circumferens mortalitatem suam, circumferens testimonium peccati sui et testimonium, quia superbis resistis »    (IT)

« Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi »
(Incipit delle Confessioni)


Le Confessioni
(in latino Confessionum libri o Confessiones) sono un’opera autobiografica in XIII libri di Agostino d’Ippona, padre della Chiesa, scritta intorno al 400. E’ unanimemente ritenuta tra i massimi capolavori della letteratura cristiana. In essa, Sant’agostino, rivolgendosi a Dio, narra la sua vita e in particolare la storia della sua conversione al Cristianesimo

Contenuto
L’opera è costituita da un continuo discorso che Agostino rivolge a Dio (da qui il termine confessione) e inizia con una Invocatio Dei (“invocazione di Dio”).
Successivamente (capitoli I-IX) l’autore incomincia con la narrazione, interrotta frequentemente da ampie e profonde riflessioni, della sua infanzia, vissuta a Tagaste, e degli anni dei suoi studi e poi di professione come rettore nella città di Cartagine. Durante questo periodo Agostino vive una vita dissoluta e corrotta, fino a quando a 19 anni la lettura dell’Hortensius di Cicerone (opera andata perduta) lo indirizza sulla via della filosofia che lo porta all’adesione al Manicheismo. Il suo lavoro lo porta quindi a Roma e poi a Milano, dove avviene la sua conversione al Cristianesimo e viene battezzato dall’allora vescovo di Milano, Sant’Ambrogio. La narrazione autobiografica si conclude con il ritorno in Africa e la nomina a vescovo di Ippona, carica che ricopre a partire dal 395.
Negli ultimi 4 capitoli l’autore rivolge la sua attenzione ad una serie di considerazioni sull’essenza del tempo, sul suo ruolo nella vita dell’uomo, e sulla sua origine (risalente alla Creazione), effettuando un commento dei relativi passi della Genesi.
Nella sua opera Agostino svela quindi i tre significati del termine confessio:
•    Il primo è quello di “confessio peccatorum” (confessione dei peccati), in cui un’anima umilmente riconosce i propri peccati; tale significato è sviluppato nella prima parte della narrazione, incentrata sulle dissolutezze e sugli errori degli anni precedenti alla conversione.
•    Il secondo è quello di “laus dei” (lode a Dio), in cui un’ anima loda la maestà e la misericordia di Dio; questo si verifica dopo la conversione.
•    Il terzo è la “confessio fidei” (professione di fede) in cui un’ anima spiega sinceramente le ragioni della propria fede, come ad esempio viene fatto negli ultimi quattro capitoli.

Struttura e stile
Una caratteristica formale che contraddistingue l’opera è lo stile vocativo, il rivolgersi continuo e diretto a Dio, che diventa intenzionalmente un colloquio informale, che cede ora alla preghiera, ora al ringraziamento, ora alla supplica.
Lo stile delle confessioni è inoltre elevato: nell’opera Agostino esibisce tutte le sue abilità di retore e di grande conoscitore delle Sacre Scritture.
L’autore inoltre alterna espressioni concise e rapide ad un periodare articolato e complesso, ricco di figure retoriche, lasciandoci spesso un’impressione di artificio, che riflette indubbiamente la sua abilità di retore consumato e una consuetudine contratta dalla predicazione religiosa. Nelle “Confessiones” è infatti facile rilevare influssi ed echi delle scritture Bibliche e lo stesso testo è estremamente ricco di citazioni dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Ne risulta uno stile disuguale, vivo, drammatico, perfettamente aderente al tessuto narrativo.

Temi
Tematica centrale dell’opera è il rapporto tra Dio e l’uomo e in particolare di come l’uomo, che cerca la felicità e dunque (secondo quanto insegnato dalla filosofia greca) la verità, per conoscere Dio non possa ricorrere alla sola ragione ma abbia bisogno anche del sostegno della Grazia divina e, quindi, della fede.

La modernità dell’opera
L’opera, grazie alla sua forte concentrazione sull’io dell’autore, svela una sua sorprendente modernità, non solo nel senso di “attualità”: pur non essendo infatti la prosa dell’interiorità una novità assoluta nell’ambito delle letterature classiche, è assolutamente nuova la forza dell’ispirazione e soprattutto il fatto che l’autore narri diffusamente e, almeno per quel che ne sappiamo, in modo totalmente sincero, della propria vita, facendo di essa il vero fulcro dell’opera; tanto che, tra i tanti generi letterari presenti in diversa misura nelle Confessioni (tra cui appunto quello dottrinale), quello più evidente e universalmente noto è proprio il loro essere “autobiografia”.
Un altro punto di modernità è rappresentato dal fatto che la dimensione autobiografica principale sia quella interiore, dell’anima; inoltre, gli avvenimenti esteriori, pur non assenti, sono rivissuti con l’atteggiamento severo del peccatore pentito: si vedano gli episodi del furto di pere (II, 9-18), dell’adolescenza e dei primi segni della pubertà, dell’attrazione irresistibile per il sesso femminile, del figlio illegittimo avuto da una concubina. Difficilmente le opere biografiche o autobiografiche dell’antichità si erano permesse una tale a-storicità e un tale ripiegamento introspettivo.

Finalità dell’opera
Stabilire lo scopo che ha indotto Agostino a scrivere l’opera non è semplice.
Naturalmente fra i motivi della nascita delle Confessioni va considerata anche la necessità, in un periodo difficile per il Cristianesimo, di controbattere ad alcune eresie e di risolvere questioni inerenti alla fede sollevate dalle recenti persecuzioni in alcune zone del bacino del Mediterraneo. Ma sarebbe limitativo considerare l’opera come semplice esempio del filone apologetico, dottrinale o anti-eretico.
In mancanza di dati oggettivi, si sono avanzate diverse ipotesi che mirano non tanto a spiegare la genesi dell’opera, quanto ad individuarne la causa occasionale: alcuni hanno ipotizzato che Agostino abbia voluto giustificarsi con i Donatisti, che gli rinfacciavano le intemperanze giovanili per screditarlo, altri studiosi hanno visto nell’opera una confessione pubblica come quella dei catecumeni. La tesi più appropriata è quella che egli abbia voluto esemplificare agli altri, attraverso la propria esperienza personale, il faticoso ascendere della sua anima verso il Padre celeste, per celebrarne la grandezza e la misericordia.
Per tale motivo “le confessioni” sono considerate la storia di una “peregrinatio animae” (“pellegrinaggio dell’anima”), in cui lettori di epoche e culture diverse possono trovare conforto e stimolo per la meditazione sugli eterni e immutabili problemi esistenziali.

Diffusione e influssi
La fortuna delle Confessioni fu grandissima: se nel De civitate Dei Agostino è più ispirato e nel De Trinitate più profondo, solo qui raggiunge una sintesi di fede, arte e cultura che nei secoli ispirerà grandissimi artisti e letterati come Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Botticelli.
Le Confessioni furono subito oggetto di commento e di studio per esempio dal vescovo di Calama, Possidio, che conobbe di persona Agostino:
(LA)
« In suis Confessionum libris de se ipso, qualis ante perceptam gratiam fuerit, qualisque iam sumpta viveret designavit. »    (IT)
« Nelle sue Confessioni racconta di se stesso, quale fu prima di ricevere la grazia e come visse dopo averla ottenuta. »
(Possidio, vescovo di Calama)

Furono inoltre influenzati dalle “Confessiones” letterati come Petrarca (che ne fece modello del “Secretum”), per arrivare a Rousseau, che ne adottò il titolo per la sua opera autobiografica, giustificando la scelta con ragioni ovviamente diverse da quelle di Agostino.

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