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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Favole – Leggende – Racconti’ Category

venerdì
Lug 4,2014

2

 

Luigi Fiammata

LA CONVERSAZIONE

Liberamente ispirato ad una scena, magnifica, del film “ JFK “ di Oliver Stone.

Certe volte, la realtà, si incarica di avere pochissima fantasia.

 

di Luigi Fiammata

 

 

Esterno giorno.

E’ il Parco del Castello, a L’Aquila. Panoramica lungo le stradine interne, tra aiuole e fontanelle. E’ un giorno di sole.

 

La telecamera inquadra una panchina lontana; si vede un uomo seduto, con un cappello in testa. La panchina guarda verso via Castello. Passano automobili, altre sono parcheggiate sotto i puntellamenti delle case. Il rumore è attutito, come fosse distratto.

Si inizia a sentire lo scricchiolio di passi sulla ghiaia dei sentieri tra gli alberi. Prima da lontano, poi sempre più vicino.

La telecamera si accosta lentamente all’uomo seduto sulla panchina, fin quando questi, si volta, e viene inquadrato in primo piano, mentre guarda i passi arrivare. Non sorride.

 

Dovrebbe avere circa sessanta anni di età. Il cappello, a tesa stretta, color panna, gli nasconde parzialmente i capelli, corti, bianchi e folti. Porta occhiali tondi, ha gli occhi celesti, leggermente acquosi e sporgenti. Le labbra sono carnose, ben disegnate; ha una pronunciata fossetta sul mento, e dei baffi severi, ancora parzialmente neri. Indossa giacca e cravatta. La camicia è bianca.

Si sposta su un lato della panchina, per lasciar posto al nuovo arrivato; la telecamera si allontana, e li inquadra, di fronte.

 

E’ arrivato un altro uomo. Circa trenta anni di età. Capelli molto corti, rasati  sui lati, biondi.  Una barba rada e disordinata sul volto. Gli occhi scuri, febbrili. Indossa una maglietta di cotone, a maniche lunghe, sbottonata sul collo, color turchese scuro, e jeans.

 

  • Grazie, d’aver accettato di parlare con me. – Dice il più giovane.
  • Sia chiaro – risponde l’altro – che questo colloquio, non è mai avvenuto. –

Si guardano negli occhi. Il giovane stringe le mascelle.

 

  • Da dove iniziamo ? –
  • Iniziamo dal denaro. Il denaro è quello che muove tutto. Il denaro è la misura di ogni passo. E’ come il vento, il denaro. Non lo vedi, ma lo senti. Ed è capace di travolgere ogni cosa. Ogni casa. Ogni dignità.

Prende fiato, l’uomo dal cappello. Ha una voce profonda, espressiva.  Distoglie lo sguardo dal giovane, e  guarda di fronte a sé, sulla strada, ma senza vederla. E inizia a parlare senza fermarsi.

 

  • Gli ultimi soldi, realmente stanziati per l’Aquila, sono quelli della Delibera CIPE del dicembre 2012. Poi li hanno rimodulati, affettati, ma quelli sono. E non altri; e non ce ne sono ancora. E non si vede quale strumento possa esserci per stanziarne degli altri per l’Aquila.Quello che racconto è uno sfondo. Una scenografia. Lo sguardo che puoi avere quando giri un angolo e ti si apre davanti una piazza. Guardi tutto insieme, e, allo stesso tempo, non riesci a vedere nulla di preciso. Devi fermare lo sguardo su una colonna, sulle scale di una chiesa, per vederle davvero. E, ancor più, isolare una singola persona che cammina sulla strada, anche solo per sapere se è un uomo o una donna. E questo, bisognerà farlo .
  • Si dovrebbe indagare; riempire gli spazi vuoti con i nomi. Oppure provare a raccontare i movimenti, i nodi, le svolte. E i nomi li metterà ognuno di quelli che guarda.
  • Ma i soldi arrivati a L’Aquila sono tanti, davvero tanti, in questi ultimi anni. Anche se non bastano a ricostruire. E tutti concentrati su un unico territorio.

Ancora un attimo di pausa. Si toglie il cappello, lo tiene tra le mani. Riprende a parlare.

  • Facciamo che io sono una piccola impresa edile aquilana. All’inizio, dopo il terremoto, passata la fase dei puntellamenti, con l’avvio del lavoro per le case poco danneggiate, inizio ad acquisire contratti. La normativa, però, prevede che, prima io faccio i lavori, li finisco, li riconsegno, e, poi, alla fine di tutto, incasso. Però, se con l’andare avanti di questo processo, io mi ritrovo con qualche ritardo di pagamento, ad esempio perché il Comune non ha disponibilità economica, allora devo andare in banca, perché, nel frattempo, operai e fornitori (che, data la crisi, mi chiedono di saldare oltre il 50% di quello che ordino, prima ancora che loro carichino il materiale sui camion che devono poi scaricare da me), vanno comunque pagati. La banca è lieta di scontarmi la fattura, quindi io posso spendere i soldi che incasserò certamente. Però, il ritardo, continua. E allora, la banca, anche se sa che sto spendendo soldi coperti da una fattura derivante da finanziamenti dello Stato, mi chiede di rientrare perché sono andato molto oltre il fido che mi era stato concesso. Con la banca, quindi, accumulo un debito doppio.E se non pago, vengo segnalato alla Centrale Rischi. Divento una impresa non solvibile. Anche se ho qualche milione di euro di lavori in portafoglio.Io posso pure passare il tempo a chiedermi chi gli avesse raccontato della mia condizione. Intanto però, la banca mi ha segnalato alla Centrale Rischi. E quindi non posso più avere soldi per pagare i contributi dei Lavoratori. Quindi non posso più fare il DURC. Il Documento Unico di Regolarità Contributiva. E senza il DURC, il Comune non mi paga. E l’INPS, anche se faccio un accordo per rientrare a rate del debito, se non pago le rate, deve mandare il debito ad Equitalia. Ed Equitalia, mi deve pignorare. Tutto secondo Legge. E finisco così con il perdere anche i lavori che avevo in portafogli.
  • Improvvisamente, si materializza nel mio ufficio, un commercialista, con l’accento del nord. Ben vestito, con la macchina di lusso. E mi dice che mi può finanziare lui. Non gli devo mica vendere l’azienda. Anzi, è importante che io resti. E’ gentilissimo. Però, se gli dico che ci voglio pensare, non mi lascia un biglietto da visita, nulla. Nessun pezzetto di carta. Magari mi dice che mi ricontatta lui.
  • Il fido che avevo, più l’importo della fattura che mi hanno anticipato.

 

L’uomo più giovane, deglutisce. E chiede:

 

  • Scusi, ma la banca, forse si comporta così perché con la crisi ha tante situazioni critiche anche lei, no ?
  • Può darsi. Però, prima, i crediti delle banche erano garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, e poi, finito l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, il Comune ha fatto una convenzione con l’Associazione delle Banche Italiane, che frutta alle banche il 3,40% di interesse sul denaro che transita per le pratiche di finanziamento della ricostruzione. Quindi, se il denaro si ferma un po’, produce altro denaro. E produce anche per il Comune, che se ferma il denaro in cassa, percepisce un interesse e mette a posto il Bilancio.
  • E, in Comune, c’è un unico dirigente, che governa tutte le pratiche di ricostruzione, e c’è un unico geometra che provvede ai pagamenti, se i suoi impiegati gli preparano le pratiche però. Perché lui il computer non lo sa usare.

 

Lungo la stradina cammina una ragazza che porta un cagnolino al guinzaglio. I due restano silenziosi, finché non passa oltre.

 

  • Scusi, comunque, ad un certo punto, lo Stato paga, e le cose si mettono a posto…

Ribatte il giovane.

  • Può non andare proprio così. Può succedere che in una Assemblea Condominiale, che magari era già in parola con me, piccola impresa edile aquilana, per il lavoro della ricostruzione, uno dei condomini, debitamente istruito, cominci a seminare dubbi, sulla mia situazione. E l’Assemblea Condominiale, magari con il supporto di commercialisti che offrono consulenze ad hoc, può decidere di affidare formalmente ad altri, il lavoro.
  • Questa che mi racconta, però, mi appare una forzatura…
  • Potrebbe esserlo. Ma lei potrebbe verificare quali imprese, o gruppi di imprese, si aggiudichino prevalentemente il lavoro che è coordinato da importanti amministratori di condominio, o da certi studi tecnici. E potrebbe accorgersi che esistono precise cordate.
  • Ma anche questo, potrebbe non essere un problema. In fondo si lavora con chi ci si fida, no ?
  • Certo. Però, il punto delicato della questione, riguarda il “come” si forma una volontà assembleare, e quanto liberamente siano effettivamente affidati i lavori.
  • Va bene, ma, alla fine, l’importante è ricostruire la città no? E poi, per evitare che siano imprese disoneste a farlo, c’è la “ White List”…

L’uomo dal cappello accenna un sorriso tirato. Si sistema meglio sulla panchina.

  • La “White List” non esiste. Forse esisterà. Dopo.
  • Come?
  • Se lei va, ora, sul sito della Prefettura dell’Aquila, alla Sezione “ Amministrazione Trasparente “, trova un elenco di ditte, che, volontariamente, hanno chiesto di far parte di un elenco di fornitori che soddisfano una serie di requisiti antimafia etc.
  • Quindi la “White List” c’è.

Ribatte ad alta voce il giovane.

  • Sì, che c’è, ma per le ditte che fanno “fornitura di ferro lavorato”, o “noli a freddo di macchinari”, o la “guardiania ai cantieri”… Non c’è una “White List “, ad esempio per le aziende che abbattono e ricostruiscono case. O per aziende che fanno movimento terra. E’ proprio la Legge, che è così. E la Lista, riguarda comunque le Aziende che, volontariamente, decidono di proporsi. E non c’è obbligo alcuno, a servirsene. A oltre cinque anni dal sisma.
  • Ma, sul sito dell’Associazione Costruttori dell’Aquila, qualcosa ci sarà….
  • Si, materiale informativo relativo alla “White List”. Più o meno. Del 2010.
  • E peccato che manchi, nel sito, una sezione dedicata all’affiliazione massonica…
  • Che vuol dire ?
  • Ma nulla, ovviamente. Era solo una battuta. Non si definiscono tra loro i massoni come “liberi muratori “ ?

Il giovane guarda fisso l’uomo dal cappello. Un camion passa, con grande frastuono. Il giovane si allontana un po’ dall’uomo col cappello, come se volesse mettere una distanza, non solo fisica, dalle sue parole.

 

  • D’altra parte – incalza l’uomo col cappello – è noto che esiste una tariffa, variabile tra il 3 e il 10% del valore dei lavori da svolgere, che viene pagata come tangente da chi deve vedersi affidati quei lavori. E io, piccola impresa edile aquilana, non me lo voglio permettere, di pagare. Quindi, non lavoro.
  • Mi scusi, ma io mi rifiuto di accettare queste dicerie, come vere. Se io mettessi nella mia storia questa roba un po’ qualunquista e scontata, perderei di credibilità.
  • Può darsi. Però sarebbe interessante vedere quanti appartamenti in questo periodo sono venduti a prezzi reali da regalo, o quante consulenze costosissime si fanno. Le cose, non sempre hanno l’anima del nome che si dà loro. Certe volte, il nome è solo un lenzuolo che nasconde certi fantasmi.
  • Prendiamo per un attimo per buona la cosa che mi sta dicendo: adesso sono io, un’impresa, e per farmi affidare un lavoro, dovrei pagare una tangente. Ma, quello è un lavoro della ricostruzione. Il cui valore è costruito su un prezziario. I margini di guadagno sono ridottissimi. Da dove prendo i soldi per pagare tangenti ?

L’uomo dal cappello, si alza un istante dalla panchina. Si passa una mano tra i capelli, e accenna qualche movimento sulle gambe. Poi si piega e siede di nuovo. Sporgendosi in avanti. E inizia a parlare, a bassa voce. Con il viso rivolto a terra.

 

  • Tante imprese aquilane hanno usufruito dei servigi di imprenditori campani recentemente arrestati, con manodopera a 19 euro l’ora tutto compreso, e nessuno controlla, dove si deve controllare, o sindacalizza; se prendo finestre dalla Romania, posso giostrare bene con l’IVA che non pago; se assumo solo manovali comuni, risparmio parecchio; se faccio subappalto, guadagno, e posso subappaltare quasi tutto, e quando non posso, faccio figurare che alcuni dipendenti delle ditte subappaltatrici, sono in realtà miei dipendenti; e certe volte, se il subappaltatore non mi riconsegna tutto secondo i tempi stabiliti, è lui a pagare a me la penale, che se la stabilisco dall’inizio, e il subappaltatore, coscientemente ritarda la consegna, è una tangente per me. Se poi il subappalto lo faccio con una ditta estera che si porta i lavoratori direttamente dal loro paese, e li paga con i contratti del loro paese, anche così, ci guadagno.
  • Ma, in realtà, il guadagno vero, è quando prendo il lavoro, e metto in moto i soldi, e se serve, le fidejussioni: con i soldi che non ho io, ma che qualcun altro mi dà, e che porto in banca; perché se sono il titolare d’impresa, certe volte, puzzo di legno e qualcun altro comanda. Perché così, i soldi si lavano. Allora sì, che posso pagare tangenti per i prossimi lavori che voglio prendere. Perché il soldo lavato, vale di più, molto di più del soldo sporco.

 

Il giovane dai capelli biondi, si mette a sedere sul bordo della panchina, e poi stende la schiena all’indietro. Mette le mani dietro la testa, come a poggiarsi su un cuscino nell’aria.  Poi si rialza. Si prende la testa tra le mani, e guarda l’uomo col cappello.

 

  • Si rende conto che dopo tutto quello che mi ha detto, ci manca solo che mi racconti che gli appalti per la ricostruzione di edifici pubblici sono pure lottizzati dalla politica, e abbiamo concentrato tutto insieme sulla città il male degli ultimi secoli ? Chi ci crede ?
  • Che gli appalti pubblici della ricostruzione siano lottizzati dalla politica, io non glielo dico, però lo so. Come so che alcune importanti aziende edili aquilane hanno lavorato, parecchio, nel periodo della presenza e responsabilità unica della Protezione Civile, e poi, si sono un po’ fermate, ad attendere che di nuovo scatti il loro turno. Oppure che altre imprese, che prima del terremoto fatturavano qualche decina di migliaia di euro all’anno, ora viaggiano a milioni. E consiglierei anche di verificare quanti sono i Lavoratori che effettivamente sono assunti, e al lavoro, nei cantieri più o meno aperti, o fermi, lungo l’Asse Centrale della città, per capire come certe imprese si prestino a rendere quasi veri i desideri della politica. Il perché si prestino, forse fa parte di altre storie.Alza le mani, il giovane, a interrompere il discorso dell’altro.
  • Lei non mi ha fatto un nome. Lei getta ombre sulla buona fede di Istituzioni e Associazioni. Lei favoleggia di cupole segrete che si muovono nell’ombra cercando di ritagliarsi un posto alla tavola imbandita da una politica vorace o schiava. Ma guardi che a L’Aquila centinaia di imprese, cittadini, Lavoratori, sono persone oneste che si danno da fare per ridare vita alla loro città. E tanti, in Associazioni o Partiti, o nelle Istituzioni, seriamente e disinteressatamente si battono per L’Aquila. Magari anche facendo, semplicemente e silenziosamente il proprio dovere. Ma di loro nessuno parla perché non fanno notizia.
  • Vero. Verissimo.Vede, giovane amico. Lei potrebbe essere il primo a realizzare una sceneggiatura da film su queste storie. Non serve che ci sia qualcuno che tiri le fila. Qualcuno che dica esplicitamente quel che si vuole fare e come. I potenti, si annusano tra loro, e cercano accordi. Senza neanche parlare tra loro, come seguissero un galateo non scritto. O si fanno guerra, ma mai per distruggere del tutto il nemico. Solo per acquisire posizioni migliori. Tanto, la ruota gira. E c’è un parco di mucche da mungere sempre.La scriva questa sceneggiatura da film. E la realizzi questa sua opera. Magari non cambia nulla, ma sarà comunque un fatto importante. Magari tra venti anni i nostri nipoti capiranno di più.La telecamera si stacca. La panchina torna lontana.I rumori della città affievoliscono.
  • Silenzio.
  • La telecamera indugia sui raggi del sole che penetrano le foglie degli alberi.
  • Il punto è esattamente questo. E’ vero che ci sono tanti onesti e positivi. Ma sono proprio loro il mangime di quegli altri. E vanno conservati; proprio come il fieno per l’inverno.
  • Ma a L’Aquila, dal 6 aprile 2009 si svolge un gioco molto pesante. In cui molti attori vogliono semplicemente accumulare potere, ridefinire gerarchie e ricchezze. Consolidare influenze, ed elettorati. L’inquinamento è generalizzato: nella testa delle persone. Il vero nemico, paradossalmente, è il mercato dalla cui competizione tutelarsi in ogni modo lecito o criminale. Il vero nemico sono le regole e la democrazia, e il conflitto trasparente.
venerdì
Nov 9,2012

Una sera qualunque, in un luogo qualunque, con la compagnia di una persona qualunque, Elena si fermò un attimo e si mise a pensare su sé stessa: – ma che cos’era quell’astio, quel cuore duro come un sasso, che sentiva battere nel suo petto? Perché? Com’era possibile che fosse cambiata al punto da non riconoscersi più? – Troppe delusioni…troppi conti in sospeso…troppi bocconi amari…troppi rancori… avevano, alla fine, cambiato il dolce e docile carattere di una ragazza poco più che ventenne.
Ora si era chiusa in uno strano mutismo, non desiderava né parlare, né sfogarsi con alcuno, tanto meno con sua sorella, che la innervosiva, l’ angustiava ancora di più, perché ad ogni occasione lasciava intendere che Elena fosse cambiata per la sua inaspettata presenza in casa.
Non era così! E lei avrebbe dovuto saperlo, ma peggiorava il suo stato d’animo, giocando a far la vittima, la persona che chiedeva il permesso per fare qualsiasi cosa, chiedeva ora a questo ed ora a quello qualche commissione da farle, perché, secondo il suo parere, chiederlo ad Elena sarebbe stato un motivo di fastidio.
Non immaginava neppure che lei, non essendo il centro dell’universo, anzi dell’universo della ragazza, non fosse affatto la causa del suo mutismo, 14
del suo chiudersi nello studio dove poteva, finalmente, ritrovare sé stessa, i suoi sbalzi di umore, le sue tristezze, le sue angosce, la sua voglia di riscatto ed anche la sua voglia di umana vendetta.
Nel silenzio del suo angolo preferito, si faceva molto spesso degli esami di coscienza: come poteva desiderare la vendetta nei confronti di esseri umani, che sebbene avessero le sembianze di persone normali, in realtà erano delle persone rabbiose, cattive, vendicative, ma pur sempre il suo prossimo? No! – Si diceva – io non desidero alcuna vendetta, io sono diversa….io VOGLIO essere diversa!
Allora, come per incanto, il suo cuore si apriva al perdono, alla speranza per il futuro, si apriva alla Pace, a Dio con una semplice e dolce preghiera che sgorgava direttamente dalla sua anima e prendeva la forma di un bellissimo fiore che, ancora bagnato dalla rugiada notturna, si apriva al luminoso sole del mattino!
Ed allora, iniziava il suo bellissimo sogno: viaggiava su un magico tappeto volante in uno splendente cielo azzurro, toccava con le mani piccole nuvole che l’avvolgevano come un velo che magicamente si scioglieva come neve al sole.
Poi, stanca di volare, camminava a piedi nudi in un prato ricolmo di piccoli fiori profumati, che raccoglieva per farne un bel mazzo da mettere in casa, oppure correva libera sulla riva del mare, lasciando che si bagnasse leggermente i vestiti per poterli poi asciugare sotto i raggi del sole.
Ed era solo svegliandosi da questo incantevole sogno che pensava a quanto la vita fosse veramente meravigliosa e che valesse la pena di viverla comunque sarebbero andate le cose e qualunque cosa le avesse riservato il destino!
MERAVIGLIOSA…LA VITA!

venerdì
Nov 9,2012

 

C’era una volta una giovane ragazza che, per motivi di lavoro, si era trasferita nella città di Milano, ma era solita ritornare al suo paesello, alla sua famiglia, per il periodo delle ferie estive.

Quell’estate….: ero arrivata in mattinata, il lungo viaggio mi aveva stancata per cui avevo preferito restare con i miei familiari, seduta in giardino, alla leggera frescura della serata estiva.

Chiacchieravo allegramente con i miei nipoti e mi lasciavo coccolare da mio fratello che voleva farmi cenare di tutto e di più, ma soprattutto mi lasciavo coccolare dallo sguardo amorevole di mia madre, i cui occhi belli, luminosi, splendenti e ricolmi d’amore non si staccavano da me! Io facevo finta di niente, anzi facevo la preziosa, ma poi all’improvviso mi alzavo e l’abbracciavo con tutta la forza che avevo, le baciavo le guance e mi preparavo a ricevere tutte le coccole che solo lei ha saputo darmi in tutta la mia vita. Mi accovacciavo accanto a lei, le poggiavo la testa sul grembo e mi lasciavo carezzare i capelli, il collo, la schiena: era una carezza leggera, delicata, che mi dava un senso di immenso benessere…! Ero finalmente lì…ero con la mia mamma ed ero ancora la sua piccolina…! Che dolce sensazione, ancora oggi, al solo pensarci, sento dei brividi lungo la schiena che mi fanno desiderare la sua presenza.

Già…! La mia amata mamma, buona, onesta, caritatevole, bella, anzi bellissima: nonostante la sua età, ormai, avanzata, aveva una bellezza innata che non ha mai mutato il suo aspetto: mani lunghe e dita affusolate, come quelle di un pianista, pelle rosea e levigata come una preziosa porcellana, capelli lunghissimi, con qualche sfumatura grigia qua e là, che lei legava in una lunga treccia che poi arrotolava come uno chignon sulla nuca. Quante volte le ho disfatta quella treccia con la scusa di rimetterla in ordine, ma solo per il piacere di rifargliela a modo mio, per toccare quella lunga chioma che ai miei occhi somigliava a quella di una principessa! Ma lei, invece, era una donna umile ed era questa sua umiltà a renderla speciale, benvoluta da tutti.

Ancora oggi mi capita di incontrare delle persone che mi dicono tua mamma quanto era buona! Quante cose ha saputo insegnarmi! Tu le somigli molto, me la ricordi nel modo di parlare ed anche nel fisico! Per me queste sono parole magiche, stupende e non esiste un complimento migliore che io possa ricevere. Lo so, magari intendono dire che io sono molto rotonda, proprio come era diventata lei, ma io sono felice lo stesso, perché non era importante il suo fisico, ormai appesantito dall’età, ma la sua mente sempre giovane e brillante; il suo gusto raffinato e sobrio, la sua intelligenza sempre viva e soprattutto il suo grande cuore, capace di contenere l’amore per il mondo intero.

Ebbene si, ho avuto la fortuna di avere una grande mamma e la porto nel cuore, ove resterà finché avrò vita.

Non so se io sono capace di essere per i miei figli una mamma come lei è stata per me, ma spero proprio di si, così non mi dimenticheranno mai, proprio come io non dimentico la mia!

venerdì
Ago 24,2012
CANCELLO ED ARNONE – Vi presento il mio secondo libro dal titolo: “STORIE… TANTE STORIE”.
Una raccolta di favole che vi faranno rilassare, vi metteranno di buon umore, ma che vi faranno anche pensare.
Se volete potrete leggerlo o scaricarlo dal mio sito “IL CIGNO ROSA”.
Per darvi un’idea del suo contenuto vi riporto la prefazione, gentilmente scritta dalla prof.ssa Enrica Romano, che qui ringrazio pubblicamente per la sua cortesia e la sua bravura.
Matilde Maisto
PREFAZIONE
“Entrino, entrino, signore e signori, fanciulli e fanciulle nelle tante storie di Matilde che come un abile giocoliere offre a tutti un fiore. Storie come fiori, storie donate con cura per evitare che i teneri bulbi dei nostri cuori appassiscano.
Desideri anche tu vedere cosa c’è oltre la collina? Cosa aspetti a provare le tue ali! Le storie di Matilde si ergono come fiori raccolti che si sparpagliano intorno a noi, come una corona per festeggiare il ritorno a casa di mattoni rossi della figlia ribelle che si ritrova tra braccia amorevoli. Ti sei mai chiesto come fanno le rondini a tornare sempre nello stesso posto e a non sbagliare mai strada? Questo è un vero mistero. Ci vuole del tempo, sai? Le rondini si orientano con le stelle e con il sole. Provo a farlo anch’io; e tu? Vuoi volare come Luca che papà e mamma tengono per mano facendolo librare sull’onda del mare ogni qualvolta si avvicina? Entra nelle storie di Matilde: in primavera vedrai scivolare giù dallo scivolo un bisonte; in autunno la lumaca con il mal di schiena scorgerai. Incontrerai sogliole con facce intelligenti; in compagnia di gentili tritoni sul fondale marino oscillerai. Se sulla spiaggia in riva al mare una conchiglia particolare con dentro tutte le voci del mare tu vuoi scovare, sul tappeto volante di Matilde devi balzare. Ma l’animo di Matilde è profondo e conosce tutti i mari. Una sera qualunque, in un luogo qualunque, senza tempo né spazio a chi non è capitato di provare un astio nel cuore reso duro come un sasso per conti in sospeso, rancori, bocconi amari? Di sole Matilde vuole illuminare: come per incanto apre il suo cuore al perdono, alla pace, a Dio con l’immagine di un bellissimo fiore che ancora bagnato dalla rugiada notturna si apre al luminoso sole del mattino. Ancora con Matilde vogliamo viaggiare: piccole nuvole con le mani toccare, a piedi nudi in un prato passeggiare, liberi sulla riva del mare trotterellare per incontrare in un girotondo un bimbo biondo, una bambina dagli occhi di notte; bimbe dalla pelle color miele, bimbi color cioccolato. Dammi la mano: vieni anche tu nel girotondo per il mondo. Per andare dentro, oltre e dietro le cose nella foresta di storie ti devi inoltrare. Nelle storie di Matilde troverai amore nello sguardo amorevole, nel bacio, nella posa della testa sul grembo, nella carezza dei capelli, nell’umiltà della mamma che tesse grano nella danza tra fisico, mente, intelligenza e cuore, per serbare l’amore, per non dimenticare. Nelle sue storie scoprirai che le stelle non sono nate senza un motivo;come un bambino fissato dagli occhioni di un cagnolino infreddolito mai più solo ti sentirai. Un re che fa le capriole per tutte le stanze del castello ti stupirà grazie alla fulgida scia luminosa, a quell’attimo eterno, ai due desideri uguali, alle due figlioline gemelle. Ma avrò anch’io la “pollacchiuria”? Avrò anch’io quella paura? Quell’amore straripante, l’emozione consonante? Altro fare io non so se al tuo posto sto. Grazie Matilde che ci sussurri all’orecchio del cuore ciò che la tua mamma diceva: che non esiste nessuna notte così lunga ed infinita da non conoscere le luci dell’alba. Placa ancora con il tuo entusiasmo l’onda grande del respiro affannoso, la smania, la tristezza che fiacca il respiro. Le tue storie son segnali di fumo: “Perché Signore? Perché anche questo?” quante volte chiediamo. E quando tutto si incendia ecco il fumo che attira la nave, il salto fiducioso nelle braccia del Padre.
Ah Matilde cosa mi combini? Mio figlio Gennaro ha selezionato storie a unico soggetto: il cane. Eh sì. Ci dice di Buck : “di questa storia mi è piaciuto che la padrona del cane gli fa molti complimenti; gli dice che è bravo in molte cose” e si incanta con Nerina i suoi cuccioli. “Questa storia è stata molto bella soprattutto quando dice che l’arrivo di Nerina è stato un segno di Gesù Bambino; mi è piaciuto il fatto che aveva due cani, poi tre e alla fine sono arrivati altri tre cani: Carbone, Tito e Alice quindi in tutto ha cinque cani (ha sbagliato l’addizione Gennaro …erano sei; troppo emozionato) e la sua padrona ha molto, molto coraggio ad averli. Storie e cani. Sonno e viaggi: che binomi vincenti per Gennaro: “Elena sta con il suo Dodò e sta leggendo le storie con lui; all’improvviso si addormenta rapita dalla storia e Dodò scompare. Elena lo cerca ma non lo trova. Al suo risveglio si accorge che Dodò l’ha vegliata nel sonno. “ E sentite cosa scrive a commento di -Una giornata a pesca con papà- : “ in questa favola mi ha colpito che Luca non vuole andare con il suo papà a pescare e questa cosa è strana perché i figli vogliono uscire con il loro padre” firmato Gennaro.

Come dice Matilde “larga la mano stretta la via, dite la vostra che io ho detto la mia.”
Radioso viaggio allora, in mille giravolte affaccendati, da un aquilone di emozioni trasportati.
Un affettuoso “glu-glu”.
Enrica Romano e Gennaro Dell’Aversana

Prof.ssa Enrica Romano

Matilde Maisto
Enrica Romano
giovedì
Ago 2,2012

Il dolce Enrico

Il primo pensiero a prendere corpo fu che non avevo nessuna tua foto.
La linea telefonica era caduta ed io non mi ero preoccupata di richiamare chi sapeva di arrecarmi tanto dolore comunicandomi la notizia; sapendo che era necessario mettermi al corrente degli eventi.
L’incredulità nell’apprendere ciò di cui ero ancora all’oscuro si manifestò con una forte repentina vertigine, tale da lasciarmi frastornata per ore, per giorni, prima di affievolirsi. Sentivo la voce dall’altro lato dell’apparecchio telefonico rotta dall’emozione e da un accenno di pianto, ancora inebetita dall’ingrato compito che si era prefissa.
La comunicazione era stata interrotta inaspettatamente ed al mio mancato bisogno di apprendere di più corrispose la volontà altrui di non richiamare lasciandomi in tal modo –e gliene fui grata- sola, attonita, stordita dall’enorme irrealtà appena appresa. Avevo ancora nelle orecchie un inizio di voce rotta quando scappai letteralmente fuori di casa, quasi a volermi allontanare dal maledetto apparecchio che mi aveva gettato in un baratro in cui scivolavo senza riuscire a fermarmi, e senza alcuna determinazione a volerlo fare.
‘Perché?…’ Perché, era la domanda che mi assillava e mi tormentava una banale inutile considerazione: io ero qui… Già, io ero qui, sono sempre stata qui; per tutti! Ma forse mi ero spostata… non ti telefonavo da troppo… e forse non avrei intuito. Eri tu a capire dal tono della mia voce se e quando qualcosa non era a posto nella mia vita. Nonostante non ci frequentassimo. Nonostante ci fossero sporadiche telefonate. Però mi riconoscevi subito. Ed era piacevole annientare i mesi e gli anni con due semplici parole: ‘Pronto?’ – ‘Ciao!’
Pensavo che tutto sarebbe stato diverso dopo quella telefonata… ma la vita non è cambiata. Solo dentro di me c’è un angolino rimasto vuoto.
Fuori di casa, quel giorno, respiravo a fatica, come se l’aria non mi bastasse ed il primo pensiero venne fuori lasciandomi interdetta: non ho nemmeno una foto! Mi arrabbiai con me stessa per non avertene scattate. E cominciai a ricordare. Partendo proprio dall’immagine di una tua foto, che  avevi promesso di regalarmi. Ti ritraeva sulle montagne che ti hanno visto crescere. In tutti i sensi. E librarti alto come ‘Il gabbiano Jonathan Livingston’. Il nostro libro preferito. Te ne regalai una copia, ‘Vola alto’ ti avevo scritto e tu lo avevi fatto, fino a volare davvero. Perché? Forse una risposta l’abbiamo trovata o forse cerchiamo a tutti i costi una risposta per un qualcosa che non accettiamo. Ciò che resta è la tua assenza. I ricordi cominciano ad affiorare, tristemente, fin dal giorno che ti avvicinasti al tavolo, dove ero con gli altri, per chiederci di studiare con noi. L’ilarità che ci invase te la raccontammo in seguito ma fu quello il nostro modo di accettarti. Accettarti in tutte le accezioni che questo verbo può implicare.
I tuoi interessi, le tue conoscenze… la semplicità con cui scavalcavi gli ostacoli per noi insormontabili nello studio e che prediceva la tua luminosa carriera. Il più piccolo fra noi, fosti il primo a concludere il cammino e la tua ascesa nella carriera, le tue doti, la tua intelligenza ti hanno portato ben in ‘alto’. Eravamo orgogliosi di te, era come se con te ciascuno di noi avesse un piccolo posto nel tuo mondo, nel nostro mondo, un mondo a più dimensioni.  Il tuo fare garbato, la tua gentilezza, la tua dolcezza… ‘Il dolce Enrico’… L’espressione venne fuori per il tuo rifiuto ad una richiesta precisa, un rifiuto che doveva farci capire quale sarebbe stato il tuo stile di vita. Una vita intensa ma diversa da quella che s’intende ‘normale’; una vita che derivava da esperienze che nessuno di noi forse aveva mai vissuto.
Ogni volta rivederti era una gioia. Mi restano pochi momenti che mi accompagneranno lungo il cammino che mi rimane da percorrere arricchito dalla galanteria e dalla sensibilità che solo un animo grande e nobile può possedere. Tanto grande da avere il coraggio –o l’opposto, ma per questo non di certo meno grande- di spegnere da solo il lume che ci fa da guida in questa vita che diventa più misera quando qualcuno che sappiamo essere lì pronto a dirti ‘Ciao’ non c’è più.

Ho aperto l’armadio per riporre un abito, un giubbotto di pelle mi è venuto incontro ed è stato come rivederti camminare tra i corridoi che ci hanno visti sorridenti preoccupati assorti nella comprensione degli assiomi che tu facilmente svelavi.
Quando si parlava di te era sempre forte il ricordo della tua personalità, della presenza che avevi lasciato in noi che ti abbiamo conosciuto nel breve spazio di tempo che ci ha accomunati durante gli anni di studio. Ho sempre detto che  quel periodo è stato per me molto intenso e che lo rivivrei senza ripensamenti, con tutti gli errori connessi, perché mi ha arricchita di conoscenze e di amicizie vere, leali, durature… è il caso di dirlo: fino alla morte. Pochi amici ma buoni, su cui sapevo di poter contare, che avrei trovato sempre pronti. Come i moschettieri ‘tutti per uno e uno per tutti’.
Tu però sei sempre stato più avanti di noi ed hai deciso di proseguire da solo.
Non te ne voglio, ti voglio bene.
Non volermene se non ti lascio, ho ancora bisogno del tuo affetto.
Non mi rassegno, aspetto le lacrime che tardano a venire ed ogni giorno rivivo i ricordi che mi legano a te, passeggio per le strade che ti hanno visto bimbo, giovane, adulto, tanto da ritrovarti brizzolato, forse un po’ smagrito… Le immagini di te e dei tuoi luoghi le ho negli occhi e nel cuore; quelle della tua ultima dimora le ho in mente. Dell’ultima tua ora le evito. Sono per te, ci hai lasciati tutti fuori, saranno solo tue.
Comprerò i tuoi libri…!? A che potrebbe giovarmi? Ho il tuo numero ancora in rubrica –ti ho inviato un messaggio quando ho saputo- e nessuna intenzione di cancellarlo ma non ho una tua foto se non quella della memoria, che sarà indelebile come il tuo sorriso ingenuo e disarmante, come il tuo sguardo attento a non ferire, cosa di cui non sei mai stato capace, caro ‘dolce Enrico’.

mercoledì
Ago 1,2012

 

La fiumana

Era piovuto. Tre giorni di pioggia fitta, incalzante e monotona, senza scrosci di acquazzoni, senza lampi o fulmini e tuoni. Fili sottili, tantissimi, e opprimenti. Più volte era andata al balcone, con la speranza di scorgere uno squarcio di azzurro e più volte non altro le era venuto di pensare, disordinatamente e frammentariamente, che quei versi del D’Annunzio, rimembranza dell’ultimo anno delle Superiori: “piove dalle nuvole sparse… piove sulle ginestre e sui mirti… sui nostri vestimenti leggeri… sui pini… piove sui nostri volti… sulle nostre mani ignude… piove sui nostri freschi pensieri… sulla favola bella che ieri mi illuse, che oggi ti illude, Ermione” (che strano nome per una donna!). E quando finalmente la pioggia cessò, come spinta da un impulso perentorio, Nella espresse il desiderio di andare a vedere di quanto fosse ingrossato il fiume, il “suo” magico fiume incantato e che sempre la incantava.
Luca si offrì di accompagnarla ma, come sempre, quando la seguiva in certe escursioni, le fece oltrepassare il ponte, a velocità ridotta, certo, ma non tanto lentamente da farle ‘catturare’ ciò che il suo animo cercava in quel momento. Era stato un errore, Luca non poteva capire, non poteva far parte della sua vita interiore. Era un estraneo, in fondo, e tale doveva rimanere.
Il fiume era pieno e la corrente non tanto forte ma si rischiava la tracimazione  se fosse continuato a piovere.
A casa riprese le sue occupazioni ma continuava a pensare al fiume, alla sua forza ma anche alla sua placida corsa. Per quanto potesse sembrare assurdo, il pensiero del fiume le portava sempre una emozione forte ma allo stesso tempo tale da calmarla, in qualunque situazione.
I ricordi della sua infanzia, quelli legati al fiume, erano i più gelosamente custoditi ed ora, d’improvviso, spingevano in su, prepotenti, e chiedevano di uscire fuori dall’angolino in cui erano stati conservati.
L’ultima volta che era straripato il fiume, Nella non era andata, come tanti compaesani, lungo le rive a “guardarlo”. Non ne aveva avuto modo; gli impegni e la certezza che Luca si sarebbe proposto di accompagnarla, l’avevano fatta desistere. Non le dispiacevano di certo né la compagnia né la premura del marito, sempre pronto ad accontentarla, ma aveva compreso che c’erano dei momenti e delle occasioni in cui ella avvertiva il bisogno di starsene da sola, di pensare, di sognare, di ricordare, di agire, da sola. Il contatto con il fiume rientrava fra queste sue esigenze. Come se si aspettasse che il fiume dovesse restituirle qualcosa che le apparteneva e che le era caro, quasi un tesoro rimasto prigioniero delle sue acque, quel giorno si era fermata a lungo ad osservarlo. Trasportate dalla corrente, vaghe immagini apparivano e scomparivano, si succedevano senza un filo logico, l’una sull’altra, l’una dietro l’altra; finché a poco a poco si erano ricomposte in una sequela ordinata di nitide fotografie, come in uno spezzone di film. Così si rivide seduta nella lignea imbarcazione, caratteristica della zona in cui viveva, piccola, ma proprio piccola, addetta a svuotarla dall’acqua che vi si infiltrava, durante la navigazione, con una pala di legno squadrata con un grosso manico, che a fatica, e con entrambe le manine, riusciva a sollevare. Era bello sentirsi utile, ‘grande’, dare il proprio contributo a quell’avvenimento reso unico dal lavoro sinergico, suo e del suo papà, che manovrava il remo, cioè una lunga pertica diritta cui era collegata una tavola, tagliata ad una estremità a V.
Sapeva riconoscere i punti in cui avevano sistemato le reti, fra le tante riconosceva le loro e che festa quando tirandole a bordo le si scoprivano piene di pesci! Era diventata brava nella preparazione delle reti, toccava a lei dosarne il quantitativo di esca da lasciare in acqua per attirare le vittime di questo ‘rito’. Ed era diventata brava anche a ripiegarle, le reti; erano ormai un duo più che affiatato, lei ed il suo papà. Ed erano lì i ricordi più felici e teneri della sua infanzia, tra quelle acque dove era cresciuta l’ammirazione e l’amore per un papà così diverso dal solito, un papà che il lavoro e la stanchezza rendevano rigido e severo. Era dolcissimo rincontrarsi così, attraverso un velo di acqua che non sai più se sia quella del fiume o quella dei tuoi occhi.
Per anni poi, non c’erano più state occasioni, né se le era cercate, di andare a pesca sul fiume. Fino a quando, ormai donna, le fu proposta una passeggiata in navigazione e Luca comprendendo il richiamo che attirava la sua compagna in quell’avventura, decise di rinunciare e di rimanere a terra, aspettandone il rientro e contento della contentezza della sua Nella.
Credeva di aver dimenticato tutto ma piano piano, con il lento sciabordio del remo nell’acqua, tutti i gesti appresi durante l’infanzia erano venuti fuori ed era stato semplice e naturale, per lei, accompagnare le movenze ed assecondare le richieste implicite, mute, del capitano di bordo. Anche se quella volta il fiume era in secca, tanto da costringerli a scendere dall’imbarcazione e spingerla a pelo d’acqua.
Negli anni il fiume assomigliava sempre più ad un ruscelletto; c’erano dei periodi in cui metteva tristezza osservare quel rivoletto di un colore indescrivibile. Non era affatto il fiume di cui aveva bevuto l’acqua con le mani a coppa, né lo si poteva associare alla forza che straripando aveva allagato le prime case del paese o che aveva inghiottito alcuni suoi compaesani, rei, d’estate, quando ancora l’inquinamento non lo aveva avvelenato e ci si poteva immergere, di essersi fidati delle proprie capacità natatorie ed ignari delle insidie delle infide acque così infide che all’improvviso scoprivano remoli profondi ed assassini.
L’amarezza, l’unione tra la gente del paese in quei tragici frangenti, risaliva in superficie, e Nella sentiva, ancora oggi, il dolore comunitario per tante assurde perdite umane.
Ora le acque si erano rigonfiate e si erano portate sotto il livello di guardia… che emozione rivederne il letto pieno! Come una casa che venga riaperta dopo lunga assenza e riprenda luce, così il fiume sembrava aver ripreso vigore. Nella si chiedeva quanti giovani avessero avuto la fortuna di navigare un tratto di fiume e ricordava con nostalgia l’ultima volta che vi era stata… La pace, il silenzio, il vento tra le foglie, il cinguettio degli uccelli, lo sciabordio del remo, i rami degli alberi ricurvi verso il centro del fiume, le loro radici fuori dell’acqua, le ombre e le luci a pelo d’acqua, i diversi intensi verdi della natura… Non era necessario andare oltre continente per vivere particolari spettacoli. Solo chi si arricchisce di certe sensazioni può amare il fiume, e se gli apri l’animo esso ti prende, ti entra dentro, ti fa suo, diventa tuo. E’ la tua ragione d’essere, di vivere ed è la palla al piede che ti ancora alle tue radici, al tuo paese che non ti offre nulla, non ti da nulla, ti chiede tanto, forse troppo, ma è qui che la tua linfa si fonde e si confonde con lo scorrere delle acque del fiume e su di esse riaffiorano, ed ogni tanto galleggiano, i momenti più preziosi della tua vita. I momenti in cui  abbandonate le lotte e le fatiche quotidiane, che logorano, e persino i rapporti umani; il contatto catartico con la quiete della natura ti appaga, ti trasforma, ti asseconda e ti fa sprofondare nel mistero della natura, nella profondità dell’essenza della vita, ti fa  ridiventare padrone di te stesso e del tuo essere. Il tuo spirito si unisce agli elementi naturali. Allora quel papà burbero e sfuggente, sempre preso dal lavoro e prigioniero della stanchezza, si trasforma nel Caronte che ti porta alla discoperta degli angoli più reconditi dove l’anima può distendersi serena e lasciarsi cullare da una nenia fresca e amorevole come le nenie della prima infanzia… E Nella rivedeva loro due soli, in silenzio e senza il bisogno di parole. Al cospetto della Natura, in quegli angoli di pace, essi si dicevano tutto, tutto ciò che avrebbero voluto, che non erano mai capaci di dirsi e che soltanto le tacite parole dell’anima possono comunicare.
Adesso riusciva ad interpretare il monito silenzioso, inciso sull’infinito foglio fluttuante; “con la piena viene su di tutto, ma resta a galla solo ciò che trova un appiglio cui ancorarsi”. Quanta roba inutile riemergeva dal fondo! Bisognava compiere un rapido ed accurato lavoro di cernita, di separazione, di scelta di ciò che, come ammoniva il fiume, trova un appiglio cui ancorarsi
Sentì allora che il suo cuore era l’unico porto pronto ad accogliere le cose buone e belle perché buone, le uniche  che desiderava trattenere. Le scelse, e lasciò che gettassero la loro ancora lì, e che lì, nel suo cuore, sostassero per sempre. Alla deriva, in balia dei flutti tutto il resto, incomprensioni e delusioni, promesse non mantenute, rancori ingoiati, malumori mal contenuti, sciocche ripicche, avventati giudizi… tutto un bagaglio di sensazioni e di emozioni forse anche importanti per il viaggio nella vita, ma che se non cominci ad  abbandonarlo in tempo rischia di diventare zavorra.
Tirò un bel respiro che le riempì i polmoni di aria nuova.
Vide Luca che la osservava, silenzioso e come sempre preoccupato per lei, Luca così discreto e disponibile, così generoso e paziente. Luca così solo… “Più tardi vorrei tornare al fiume. Con te”, gli disse.
E sentì che il suo bagaglio si era fatto più leggero.

mercoledì
Giu 20,2012

SDRAIATO

A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: i contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, e soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Di parole. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi bastonava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Intanto però, ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che faceva apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo, all’aperto sotto al pergolato, che sennò sporcavo, così diceva quella; insomma, a prima mattina scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi, così per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze di mio zio. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.

Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, quasi con atteggiamenti da delinquenti, questo anche perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, bere caffè alla macchinetta con Giovanna; ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche all’estero con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti. Ogni tanto vedo Giovanna la sera, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da dio. Entrambe siamo single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, e lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi abbiamo trovato il lavoro e ci siamo scordati di fare le cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato. Non ce la fanno, i farmaci finora hanno sempre vinto sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, non mi resta che chiacchierare con i pazienti. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta; l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi no, poiché non è ancora il momento giusto per fare di meglio.

 Racconto contenuto nell’antologia “quando la finisci di scrivere ‘ste cose?”. Editore impossibile. Collana “utopie necessarie”. roma 2012

domenica
Mag 13,2012

(Racconto di Magdalena Luca)

“Da 6 anni ho ripreso il mio lavoro come giornalista radio anche nella terra dove ho scelto di vivere. Da alcuni anni sto anche lavorando presso il centro per l’immigrazione della provincia di Trento, il Cinformi, attraverso una cooperativa di mediatori interculturali. Vengo dalla Romania e se non fosse troppo pesante la parola “straniera” e il pensiero che dovrò esserlo agli occhi degli altri, forse per tutta la vita, direi che il Trentino è davvero un’isola felice. Ho conosciuto Maria per caso. Mi hanno colpito numerosi aspetti del suo carattere e della sua vita. Nonostante abbia alle spalle un’istruzione modesta, ho avuto modo di capire la sua capacità di pensiero profondo e la sua forza di lottare sempre contro gli ostacoli per offrire ai sui cinque figli una vita migliore. Ho pensato che la sua storia di clandestina e il suo desiderio di vivere e di essere felice può dar coraggio ad altra altra gente che ha perso la speranza e che si affonda sempre più nell’oceano della tristezza. Ringrazio  tutti coloro che mi hanno sostenuto e incoraggiato tra cui amici, tanti colleghi del Cinformi e l’assessore alla solidarietà internazionale e alla convivenza della provincia autonoma di Trento Lia Beltrami. Un ringraziamento speciale lo devo a Maria stessa che ha avuto la pazienza per raccontarmi alcuni episodi della sua vita e anche ai suoi amici. Auguro a tutti molto coraggio per affrontare le asperità della vita e cercare sempre il meglio in tuttò ciò che faranno”

Magdalena Luca

 

 

 

LA BADANTE CLANDESTINA

Mai avrei pensato di trovare la forza per stare lontana dai miei figli per 5 lunghi anni. Se qualcuno me l’avesse detto prima gli avrei risposto che è impossibile. Ma ora credo che tutto è possibile nella vita di un essere umano.
Ero arrivata da poco e Tione mi appariva ancora come una sconosciuta piena di misteri. Il vento soffiava appena facendo cadere le foglie gialle dagli alberi. Volteggiavano leggere finché lentamente si posavano per terra. Seguivo il loro percorso con lo stesso stupore con cui osservavo il paese che stava davanti ai miei occhi in quel giorno d’autunno dell’anno 2004.
Ma cosa mancava di mistero nella mia nuova vita? Soltanto i miei pensieri e i miei sogni forse. Mi trovavo in macchina. Guardavo gli alberi che si perdevano alla mia vista e gli edifici che cambiavano molto velocemente. Mi sentivo a disagio per via dei miei vestiti eleganti, perchè non riuscivo a capire tutto ciò che sentivo dire intorno a me, per il confronto tra la mia vita trascorsa e la mia nuova vita.
In macchina oltre a me c’erano la signora Marcella e suo marito Dario. Mi avevano parlato il giorno prima della loro intenzione di portarmi al ristorante per mangiare la pizza. Ero da poche settimane la ‘badante’ della madre di Marcella. Una vecchia signora che parlava poco. Usava perlopiù i gesti come i sordomuti. Meglio per me che di italiano ne sapevo ben poco.
Nel ristorante notai subito il contrasto dei miei abiti con quelli della gente seduta ai tavoli con jeans, magliette comode e scarpe da ginnastica. Notai anche che la gente parlava e sorrideva poco. Il ristorante era carino, intimo, in contrasto con i nostri ristoranti moldavi spaziosi ma con pareti e tavoli austeri. La differenza era che da noi la gente scherzava, rideva molto e beveva ancor di più. Si andava al ristorante per dimenticare le giornate di lavoro pesante e le amarezze. Quei momenti trascorsi tra i camerieri che giravano con i piatti in mano e la nostra musica tradizionale diventavano speciali. Qualche coppia ballava. Si immergevano talmente nel ritmo della musica da far pensare solo al bello della vita.
Tornai con i pensieri al presente perché mi sentii chiamare:

Maria, mi diceva Marcella, che pizza vuoi mangiare e cosa vuoi bere?
La guardai smarrita per un po’ di tempo e poi decisi di chiederle aiuto.

Lei può aiutare me per scegliere?

Pizza Margherita, capricciosa, prosciutto e funghi, diavola….
Guardai ancora Marcella e poi il menù e infine indicai con la punta del dito quella con prosciutto e funghi. Avevo sentito la signora anziana dire a Marcella di comprarle del prosciutto al supermercato. Lo avevo assaggiato anch’io e mi era piaciuto. Mangiammo in silenzio, senza la musica, senza allegria, ciascuno assorto nei propri pensieri. Io pensavo alla vita lasciata di recente e a quella che dovevo affrontare, loro probabilmente al loro presente e al loro futuro.
Mi sentivo catapultata da un mondo all’altro. Dalla pianura moldava ai monti del Trentino. Dalla vita dell’est Europa alla vita occidentale. Dal passato al presente.
Mi chiamo Maria. Vengo dalla Moldavia e vivo in Trentino da 5 anni. Ho fatto e faccio tuttora la ‘badante’ o per meglio dire nel linguaggio moderno l’assistente agli anziani. Non ho mai avuto dei documenti legali. Non ho mai toccato un permesso di soggiorno su cui fosse scritto il mio nome. Per fortuna non sono mai stata fermata dalle forze dell’ordine nei miei spostamenti in paese o nei miei tragitti da Tione a Trento o a Bolzano.
La mia vita in Italia è segnata dal dolore continuo provocato dalla lontananza dei miei figli. I miei pensieri viaggiano senza sosta tra la vita dei miei figli e quella che devo affrontare giorno per giorno qui. La mia mente si dibatte tra ricordi e realtà, tra emozioni e sofferenze. Mi sembra di vivere due vite parallele, una virtuale a distanza e l’altra qui dove sono fisicamente.
I ricordi del passato li tengo chiusi nel mio cuore come in uno scrigno. Belli e brutti. Quelli che mi fanno male con furia li sospingo indietro, lasciando emergere soltanto quelli dei figli.
Ho 5 figli in Moldavia. Il più piccolo si chiama Catalin e ora ha 7 anni. Frequenta la prima elementare. La scuola si trova a 2 km da casa. La percorre solitamente con la bici che gli ho mandato qualche tempo fa. Di lui si occupano i fratelli più grandi. E’ venuto al mondo, infatti, dopo 10 anni dalla nascita di Alina, seguita da Dimitrie, Victoria e Mihai.
I miei figli oggi li vedo nelle foto o nei video ripresi dalla fotocamera che ho regalato loro. Ma più che aver fatto un regalo a loro, ho fatto un regalo a me stessa. Le foto li mostravano immobili e io volevo sentirli parlare, vederli muovere…
Catalin aveva solo tre anni quando l’ho visto per l’ultima volta. L’ho salutato mentre dormiva dolcemente. Da allora sono passati 5 anni e mi sorprende a volte che riesca ancora a chiamarmi mamma al telefono.

Mamma, ci sono degli aerei in Italia?

Certo che ci sono Catalin.

E perché non ne prendi uno per venire a casa, solo per vederti e portarmi qualcosa e poi tornare.

Se io venissi a casa non potrei assicurarvi ciò che avete oggi.

Avremo pazienza mamma, non ti preoccupare…dice allegramente Catalin.
Sentendolo mi si stringe il cuore fino a farmi male. Anche lui è diventato grande, mi dico, ma senza convinzione, in quanto per me è rimasto sempre piccolo.

Catalin, ora non posso ancora venire a casa…
E’ l’unica risposta che al momento ho per i miei figli.

Quando Catalin è andato a scuola gli ho comprato e mandato da qui lo zaino, i vestiti, quasi tutto insomma. Lo hanno accompagnato i miei figli più grandi, Victoria e Dimitrie. Mancavano sia la mamma che il papà. Il primo giorno di scuola è indimenticabile per tutti e anche per lui credo sia stato bello. Era tutto orgoglioso e camminava con fierezza accanto ai suoi fratelli. L’ho visto nel video che mi hanno mandato. Mentre lo guardavo lacrime di tristezza e di gioia bagnavano le mie guance. Il dolore martellava il mio cuore, ma cercavo di negarlo. Davanti agli altri volevo mostrarmi fiera e forte. Forte come quando per la prima volta ho camminato per le vie di Trento e affrontato tutte le novità di vita nuova in un paese straniero.
A quell’epoca tutti i miei pensieri giravano intorno alla ricerca di un lavoro per guadagnare soldi e mandarli ai miei figli rimasti soli.
Oggi i giorni e le notti continuano ad andare e venire così come le speranze e le paure.
Mi sento chiusa come in una botte senza via d’uscita. Dopo 5 anni sono ancora senza documenti e senza la possibilità di rivedere i miei figli. Mi sembra incredibile di aver resistito così a lungo. Non sapevo di essere così forte. Capisco sempre più che solo mettendoci alla prova riusciamo a scoprire i lati nascosti del nostro carattere. Sto cambiando. Sto imparando da questa gente che niente si può lasciare al caso. Mi sono affezionata alle montagne. Mi piace l’ordine e mi piace mantenere la parola data. Mi incanta in generale l’organizzazione. Tutte cose che da noi spesso mancano. Ho scoperto che dietro la diffidenza di tante persone si nasconde un carattere generoso e un animo sensibile. Non a tutti facciamo pena per il nostro destino. Spero anzi che anche da noi si possa imparare qualcosa.
Ho nostalgia della mia casa, del mio paese, della pianura che fila liscia fin dove in lontananza riesci ad intravedere l’orizzonte, qui mascherato dalle montagne.

Se penso alla mia vita, mi pare ch’essa corra narrata lievemente da un’estranea bocca, non fosse mia quasi, quasi io non fossi stato. ’Mihai Eminescu-Malinconia’

In Moldavia vivevo in un piccolo paese di campagna. Avevo frequentato la scuola di 8 classi nel nostro paese e altre due del liceo in un paese vicino. Mi sarebbe piaciuto proseguire con la scuola per infermieri ma il mio percorso scolastico si è fermato a 10 classi. Ho iniziato a lavorare prima come operaia in una fabbrica, poi come ausiliaria in una scuola materna. Ho fatto perfino il muratore per due anni e ho venduto biglietti sull’autobus. Ero una ragazza carina, bassa di statura e snella. Nei miei occhi azzurri e profondi penso brillasse l’innocenza di una adolescente con tanti sogni per la sua vita. Quando avevo circa 16 anni i ragazzi del paese cominciarono a corteggiarmi. Mi sono sposata molto giovane, così com’è tradizione in Moldavia. Il ragazzo scelto si chiamava Mircea. Era più o meno della mia stessa statura, e quando lo guardavo negli occhi sentivo come un formicolio in tutto il corpo. Mi ero innamorata ma poi con gli anni l’amore se n’è andato lasciando al suo posto l’amarezza per un matrimonio che affondava sempre più nel pantano della violenza del mio consorte. Mio marito è stato per tanti anni presidente della cooperativa del paese nell’epoca comunista. Quasi tutta la terra apparteneva allo stato e la gente si doveva accontentare di piccole particelle di terreno dove coltivare un po’ di patate, cipolle, verdure, etc. Il futuro di una ragazza a quei tempi comprendeva per forza il matrimonio e il crearsi una famiglia. Faceva parte della tradizione e della mentalità ereditata dalla generazione precedente. Raggiunta la maggiore età, a volte anche prima, la ragazza doveva scegliere il ragazzo che più le piaceva e sistemarsi.
Io mi ero sposata dopo tre anni di fidanzamento. Un’eccezione alla regola forse, ma di sicuro abbiamo lasciato che le cose andassero da sé. La festa di matrimonio è durata un giorno e una notte, secondo la tradizione. La mattina del sabato siamo andati in Comune per il rito civile, nel pomeriggio in Chiesa per sposarci davanti a Dio. La sera è seguito la grande festa nel tendone costruito nel recinto di casa di mio marito. La grande parte della gente è venuta solo la sera, quando si mangia, si beve e si balla, e alla fine si regalano dei soldi, ciascuno secondo le proprie possibilità. Qui interveniva anche l’orgoglio delle famiglie, soprattutto quelle dei parenti, una specie di concorrenza tra chi regalava più denaro. C’era nei nostri paesi, e credo si mantenga tuttora, un orgoglio smisurato in tutte le cose che si facevano. Di fronte agli altri dovevi essere come loro o superiore a loro, altrimenti facevi parte del mondo delle persone a-normali.

Il ricordo della mia partenza per l’Italia è ancora vivo.
Erano tante le donne che se ne andavano in uno dei paesi dell’Occidente. Lo scopo era sempre quello di cercare un lavoro per poter offrire ai propri figli una vita migliore. Molte donne specie se separate o divorziate vivevano in povertà e non potevano offrire ai loro figli la possibilità di vestirsi normalmente, di mangiare cose buone, di proseguire gli studi oltre a quelli dell’obbligo. Così decidevano di partire e andar lontano a cercare fortuna. Alla sofferenza per la mancanza dei mezzi di sostentamento per i figli si sostituiva quella affettiva con cui dovevano convivere giorno per giorno.
Seguivano l’esempio delle altre donne che avevano già imboccato la strada verso l’Occidente, dove si sentiva che si poteva fare il lavoro come badante presso le famiglie ricche e guadagnare dei bei soldini. L’ostacolo più alto da superare era il pagamento del viaggio. Si ricorreva solitamente alle agenzie di turismo o alle persone accompagnatrici che si facevano pagare un sacco di soldi. Il denaro veniva preso in prestito con interessi enormi. La somma addebitata aumentava ogni due mesi del 15%. Il viaggio in Italia giungeva a costare anche 3000 euro.
Il sogno di guadagnare qualche centinaia di euro al mese le spingeva a sfidare la paura di ciò che dovevano affrontare. Il timore si trasformava in coraggio, forza e speranza. L’ostacolo delle difficoltà iniziali sembrava insormontabile ma lasciava intravedere lo spiraglio di un futuro diverso. La maggioranza di queste donne metteva la loro fiducia in Dio, soprattutto perchè i sacrifici per intraprendere questa strada erano non solo per aiutare se stesse ma i loro cari.
Per quanto riguarda il viaggio io sono stata fortunata. Mi aveva aiutato uno dei miei due fratelli che girava spesso all’estero con i gruppi folcloristici moldavi. In uno di questi viaggi aveva portato in Italia anche me.

La mia partenza per l’Italia è stata decisa assieme ai miei figli riuniti intorno al tavolo. Mi avevano incoraggiato a partire promettendomi che avrebbero fatto i bravi e che si sarebbero presi cura di casa e del piccolo Catalin.
Partii verso l’Italia in una notte stellata dell’estate del 2004. Di giorno andai a salutare mia madre che abitava poco lontano di noi.

E così te ne vai anche tu come tante altre, abbandonando i figli disse mia madre.

Mamma, mi venne da urlare, non gli abbandono, voglio solo fare il meglio per loro.

Si, ma sai cosa vuole dire crescere senza una madre…lo sai vero?

Si, mamma, le risposi, può essere crudele da parte mia, ma sai che abbiamo sempre vissuto senza aver abbastanza soldi per vivere decentemente, per finire tutti i lavori alla casa. Poi i figli grandi hanno bisogno di denaro anche per la scuola. Io sono stufa di questa vita di sofferenza, ti prego di capirmi. E se ho questa possibilità perchè non afferrarla e cambiare qualcosa?

Tu non sai a che cosa vai incontro, affermò mia madre. Sarai sola tra estranei…e più che altro mi fanno pensare questi tuoi figli. Come faranno?

I miei figli si prenderanno cura uno dell’altro. Poi chiedo anche a te di andare a trovargli ogni tanto. Inoltre ci sono i miei due fratelli, in particolare Oleg mi ha assicurato che li veglierà. E ti ricordo che hanno anche un padre.

Si, un padre che sta perlopiù nella capitale e si gode la sua vita.

Che Dio ti benedica figlia mia, disse afflitta mia madre.
Riuscì infine a farmi piangere e non vedevo l’ora di scappare. La baciai sulle guance e tornai a casa sulle vie polverose e piene di buche del paese. Incontrai alcuni uomini anziani e dei bambini che si giocavano davanti all’entrata del cortile. Salutai Catalin mentre dormiva, salutai la casa, la terra, i due gatti, il cane che abbaiava nel cortile. I figli più grandi, tranne Mihai, mi accompagnarono alla macchina con cui mio fratello Oleg venisse a prendermi per portarmi a Chisinau, da dove si partiva per l’Italia la mattina presto del giorno dopo con l’autobus messo a disposizione del gruppo folcloristico.

Lasciavo alle spalle il mio mondo per andare in un altro totalmente nuovo e sconosciuto. Un vuoto cominciava a formarsi dentro lo stomaco. Era il vuoto che ogni giorno degli anni trascorsi lontana di casa si riempì un po’ alla volta di solitudine e nostalgia.

Arrivai a Trento dopo una sosta a Bologna da una mia cognata. Lì era difficile trovare un lavoro perché il mercato era quasi tutto occupato dalle donne venute prima di me. Così ho preso il treno e sono venuta a Trento tra le montagne per cercare fortuna. Quasi tutto mi sembrava strano. Nella mia testa si mescolavano speranze e paure, tristezza e gioia. Era un giorno di domenica e al parco di fronte alla stazione dei treni di Trento si trovava un mucchio di gente, per la maggior parte immigrati. Chiacchieravano tra loro, mangiavano e bevevano. Solo qualche donna stava per conto suo oppure insieme ad altre donne. Feci un giro sperando di sentire qualcuno che parlava il romeno o il russo, lingue che conoscevo. Identificai abbastanza in fretta un gruppo di donne e uomini. Erano moldavi. Mentre la mia mente si stupiva della presenza di tutta quella gente in quel posto, li salutai e chiesi loro se potevano indicarmi come raggiungere la casa della giovane. Mi risposero con gentilezza che la casa era vicina alla stazione. Rimasi a chiacchierare con loro ancora un po’, raccontai del mio viaggio, della mia speranza di trovare un posto per dormire ma soprattutto di trovare lavoro in una famiglia. Guardai il parco pieno del chiasso della gente e le persone italiane di passaggio. Osservando il loro sguardi non riuscivo a distinguere se era di compassione, di indifferenza o di odio. L’avrei scoperto dopo, negli anni… Decisi infine di andare alla ricerca della casa dove speravo di poter alloggiare per qualche giorno. Mi feci capire grazie all’aiuto di una persona romena che si trovava per caso nell’atrio della casa. Mi aspettava un’attesa di qualche giorno finché non si liberava un posto letto. Tornai angosciata al parco. Non facevo altro che domandarmi dove avrei appoggiato la testa durante la notte che stava per avvicinarsi. In lontananza sentii ancora il chiasso allegro dei moldavi con cui avevo parlato prima. Una scintilla di speranza si accese nella mia testa. Avevo ancora in tasca un po’ di denaro. Mi avvicinai a loro e chiesi se conoscevano qualcuno che offrisse ospitalità per alcune notti. Fui fortunata.

Ecco, se per te va bene puoi venire dove alloggiamo noi. Mi disse una giovane coppia di moldavi. Noi abitiamo lì e paghiamo un affitto mensile ma ci sono anche dei letti disponibili per qualche notte. Il costo è di 7 euro a notte.
Per mangiare puoi andare a mezzogiorno al Punto d’incontro e la sera dai Frati Cappuccini. La mattina puoi andare a prendere un panino che distribuiscono alla chiesa vicino alla stazione dei treni.

Grazie, dissi solo.
Accettai l’offerta e così andai a casa loro. L’appartamento non era lontano dalla stazione. Rimasi colpita da ciò che vidi. Mi aspettavo un appartamento lussuoso come immaginavo fossero nell’occidente, invece….mi sembrò che non ci fosse tanta differenza con gli appartamenti abitati dai poveri nella capitale della Moldavia. Quella casa sembrava avere come mobilio solo dei letti. Stanca com’ero smisi però di pensare ancora e mi accontentai di un letto in una stanza che condivisi per le notti che restai con altre due donne moldave. Volevo solo scacciare tutti i pensieri e riposare fino al giorno dopo, quando mi aspettava fuori un nuovo mondo da affrontare. Pregai per i miei figli…pregai a lungo per la mia vita e mi addormentai così. Mi svegliai il giorno dopo e proprio quando stavo per chiamare Catalin mi resi conto che non ero a casa mia, che tutto era diverso, che mi trovavo in una stanza piccola con un altro letto di fronte al mio su cui dormiva una persona. Cominciai ad avere paura. Dov’ero finita? si chiedeva una vocina dentro la mia mente. Dov’era la mia casa con i tappeti per terra, le foto e le icone appese sui muri, con i galli che mi svegliavano la mattina con il loro canto? Mi sentii sola e persa. Compresi che non avevo nessun caro vicino, che i miei figli erano rimasti da soli in quella casa. E la mia paura aumentava pensando a quello che mi aspettava fuori da quella stanza. Ero innanzitutto una clandestina. Una persona quasi senza identità in questo paese. Nonostante tutte le mie speranze e tutti i miei sogni di uscire dalla povertà, di far studiare i miei figli.
Dovevo trovare un lavoro e subito. Questo pensiero mi faceva venire i brividi più di tutto. Che famiglia avrei trovato?… Si può essere fortunati ed essere chiamati da una famiglia brava e buona ma poteva essere anche il contrario. Mi aveva detto qualcosa in merito mia cognata che lavorava a Bologna come badante. Aveva già cambiato due famiglie in due anni.

Alcune ti trattano come una della famiglia, mi disse Valeria, ma ci sono anche quelle che ti vedono come una serva di altri tempi.

L’importante è lavorare, le rispondevo io…I miei figli hanno bisogno di essere aiutati, di sentirsi come tutti gli altri.
Tornai ogni giorno alla casa della giovane sperando di trovare belle notizie. Dopo 4 giorni mi trasferii nella mia nuova stanza che era piccola ma pulita.

“Nella mente vanno a stuoli dolci inganni. E ricordi stridono lievi, come grilli tra annosi neri muri.”
poeta romeno Mihai Eminescu – “Solitudine”

I ricordi di quei giorni inondano la mia mente oggi rabbuiata per la partenza di Victoria. E’ andata via all’inizio di marzo. Stava troppo male ed è tornata in Moldavia. Qui sarebbe rimasta clandestina come me. I tre mesi con i documenti in regola, ovvero con un’identità visibile in Italia sono volati in fretta. Ha abitato presso la stessa famiglia per cui io lavoro. Una famiglia meravigliosa, simpatica. Sarebbe la settima e la più brava famiglia presso cui svolgo il mio servizio come badante.
La prima famiglia dove ho lavorato era di Tione. Dovevo curare una signora anziana, madre di Marcella. A trovarla era stata una mia conoscente moldava. Avevo accettato perché non avevo un’altra possibilità. Erano tante le donne come me che ogni giorno aspettavano alla Casa della giovane qualche famiglia che cercasse una badante. Mi ero rivolta anch’io alla Caritas ma con il mio scarso italiano ricevevo sempre riposte del tipo: non abbiamo bisogno o abbiamo già trovato una donna. Sono stati dei giorni duri e non so nemmeno io come riuscivo a sorridere mentre chiacchieravo con le altre donne. Alcune di loro lavoravano e ci raccontavano le loro avventure nelle famiglie.

Difficile accontentare i figli degli anziani! Quasi sempre si fanno vedere in casa tesi e freddi. Mai un sorriso. E intanto io mi do da fare: pulisco, ho imparato a fare la pasta, la minestrina… Se mi sentono parlare nella mia lingua con i figli mi guardano come fossi un’extraterrestre. Mi contano ogni centesimo e pensare che sono imprenditori e hanno una casa da sogno! Che vita arida di gioie devono avere!
Questo è quanto mi raccontava una donna di nome Svetlana. Anche lei aveva i figli lasciati nelle mani dei genitori perché il marito se n’era andato con un’altra. Come mio marito, d’altronde. Non siamo divorziati ma vive con un’altra e va ogni tanto a trovare i 5 figli rimasti a casa. Non posso più fidarmi di una simile persona con cui avevo scelto di condividere la mia vita. Non voglio neanche pensare perché, tra i ricordi, rifioriscono in fretta quelli delle botte ricevute, della violenza che manifestava in casa senza preoccuparsi della presenza dei bambini.
Nadia, un’altra donna moldava, invece era più serena. Nella casa dove lavorava con contratto di lavoro in regola, c’era solo l’anziana vecchia di 94 anni.

È buona e molto dolce, disse di lei. Mi ha raccontato che anche suo marito era stato emigrato in Argentina per alcuni anni e dunque capisce meglio quelli che vanno altrove per cercare una vita migliore, soprattutto per aiutare gli altri. Rispetta gli orari e anche tutti i diritti previsti dal contratto stipulato attraverso la Promocare. Non so esattamente cosa sia, cooperativa o consorzio, ma so che è molto utile sia alle famiglie che a noi, che svolgiamo il nostro lavoro in casa.
Ogni dubbio mi viene poi chiarito allo sportello del Promocare presso il Cinformi.
Una gran cosa questo centro Cinformi per tutti noi immigrati, spiega lei.
Ho trovato delle persone gentili anche quando ho fatto le pratiche per il permesso di soggiorno. E poi tutto viene offerto gratis dalla Provincia di Trento.
Noi, le altre badanti ancora clandestine, ascoltiamo Nadia con gli occhi sbarrati e sogniamo il giorno in cui pure noi potremo accedere a questi servizi.

L’immagine di quando ho salutato i miei figli è sempre fresca rivivo l’inizio della mia vita in Italia come fosse successo ieri, cosa mi sta succedendo?

Nei pochi giorni in cui ero rimasta alla Casa della giovane a Trento ero riuscita ad entrare nell’universo del lavoro domestico. Ma quello che avevo saputo non mi bastava. Non potevo fare a meno di chiedermi in che tipo di famiglia sarei finita io. Mi incoraggiavo da sola dicendomi che avrei sopportato tutto, purchè mi pagassero. Ma tra il dire e il fare la strada è lunga, dice un nostro proverbio. Già dalla prima famiglia in cui ho lavorato non so quante volte mi era venuta la voglia di scappare via. Mi sentivo spaesata, estranea, esclusa dalla loro vita. Io servivo solo per alzare e lavare gli anziani, preparare la colazione, il pranzo e la cena, poi fare la spesa e le pulizie in casa. La casa era semplice e conservava ancora qualcosa delle vecchie usanze dei miei genitori anziani. Anche la mia stanza era semplice ma era il mio rifugio dove ritornavo con la mente alla vita di prima. Mi immergevo nei ricordi a tal punto che mi sembrava di riportarli nel presente. Mi immaginavo come si muovono i miei figli, come parla e mi fa ridere Catalin il piccolo. Mi mancavano da morire però dovevo aver pazienza, tanta pazienza perché non si trattava di un giorno o due senza di loro ma di anni.
Nelle ore pomeridiane in cui ero libera avevo cominciato a uscire e a conoscere un po’ alla volta Tione. A volte mi fermavo al parco, a volte passeggiavo. Mi piaceva però di più il parco perché incontravo altre donne moldave o ucraine con cui mi sfogavo liberando un po’ il peso della nostalgia che portavo dentro. Parlavamo tanto anche del lavoro, delle famiglie dove svolgevamo il nostro servizio. Il parco era piccolissimo; qualche panchina e al centro dei giochi per bambini che non sempre era riempito dai rumori e dalle risate dei ragazzi. E allora sentivo il mio cuore deserto e la tristezza scendere e riempire il mio interiore con la sua feroce freddezza. Ero furiosa contro il mondo intero, ma soprattutto contro la politica e la situazione nel mio paese d’origine che sono state le principali cause della mia partenza. Io con quel poco che ottenevo coltivando la terra riuscivo appena a dar da mangiare ai miei figli. Ma a loro servivano anche vestiti, quaderni, libri, etc. Ero furiosa anche contro mio marito che aveva cercato di soddisfare il suo piacere con un’altra donna.
Le donne che incontravo avevano alle spalle una storia simile alla mia. Solo una che si chiama Tatiana sembrava più fortunata. Con due figli e un marito che amava la famiglia riusciva a restare tranquilla nonostante fosse anche lei clandestina come tante di noi. Tatiana aveva poco più di 40 anni ma il lavoro di contadina l’aveva invecchiata e mostrava più dei suoi anni. I capelli di colore castano erano tagliati corti per comodità. Gli occhi circondati dalle rughe della fatica conservavano ancora un po’ di lucentezza e si accendevano quando raccontava con orgoglio dei risultati scolastici dei figli, di come crescevano senza creare problemi perché, come diceva lei, l’educazione ricevuta nei primi sette anni di vita ora dava i suoi frutti. Sulla vita in famiglia a Tione era più contenuta nei racconti. Badava a un’anziana a cui sembrava affezionata come a una madre. Lei le insegnava l’italiano e la cucina trentina con amore, senza alzare la voce.

Era stata maestra, ci raccontò Tatiana, e credo che le sia rimasto qualcosa del modo in cui si comportava con i bambini.
La famiglia per cui lavoravo io era diversa. Lei aveva fatto la casalinga e lui aveva lavorato come operaio. Non avevano problemi con i soldi ma non erano così attenti con me, anzi ero io che dovevo avere tutte le attenzioni per loro. I quattro figli erano diversi fra loro. Una, Marcella, era più brava e cercava di farmi entrare nel nuovo mondo e mi capiva di più. Gli altri mi trattavano con una fredda indifferenza, come una vera serva dei loro genitori. Succedeva tra l’altro che mi portassero la loro biancheria da stirare o che dovessi cucinare anche per loro. Ma tacevo e lo facevo soprattutto perché mi avevano promesso che mi avrebbero messo in regola, appena usciva il decreto flussi. Era questa la mia speranza che leniva l’amarezza lasciata dalla nostalgia di casa nel mio cuore. Cominciai a credere che la mia assenza, il vuoto rimasto intorno ai miei figli dopo la mia partenza, potessi compensarla con i regali che riuscivo a mandare loro. Già con la prima paga acquistai vestiti, dolci e poi presi qualcosa anche dalla Caritas e li inviai attraverso i pulmini che ogni domenica partono dal parcheggio Baldo a Trento. Il viaggio a Trento, la domenica, mi faceva sempre piacere. Ammiravo il paesaggio lungo la strada, incontravo gente del mio paese, andavo in chiesa, conoscevo persone nuove. Seppi così che sempre più donne moldave avevano scelto la via dell’emigrazione per poter far fronte alle spese della casa e in particolare per allevare i figli. Dopo la caduta del comunismo e dopo esser diventato stato indipendente, in Moldavia si cominciava a trovare di tutto ma a prezzi esorbitanti. Gli stipendi bastavano a malapena a vivere qualche settimana pur possedendo quasi tutti un pezzo di terra che coltivavano a patate, cipolle, etc. Nei recinti che circondano le case c’è quasi ovunque una stalla per le mucche, un porcile per i maiali e poi galline, etc.
E’ così trascorrevo un po’ di tempo con le altre donne. Alcune erano rimaste umili e ringraziavano Dio ogni giorno per l’accoglienza trovata. Grazie al lavoro offerto dalle famiglie trentine potevano mandare delle cose buone ai figli e ai loro cari a casa. C’erano però anche quelle che pur avendo poca scuola alle spalle diventavano arroganti e piene di sé, come se il fatto che fossero in Italia le avesse innalzate ad un livello superiore. Anche queste tuttavia meritavano un po’ di comprensione. Qui in Italia siamo tutte nella stessa padella, come si suole dire, nonostante qualcuna sia stata prima insegnante o ingegnere o impiegata d’ufficio. Qui facciamo lo stesso lavoro di assistenza alle famiglie e tutte veniamo chiamate badanti.
Ci riunivamo in gruppi e facevamo un sacco di risate. Mi ricordo una domenica in cui Svetlana, un’ex maestra del mio paese, ci raccontò quello che combinavano i figli in sua assenza. Povera mamma doveva lottare quasi tutti i santi giorni con i suoi marmocchi che erano diventati ‘moderni’ e si sentivano superiori agli altri! E sapete perché?…perché, come dicevano a tutti, si tenevano al passo con la moda italiana, mangiavano il panettone e un giorno verranno qui per mangiare la vera pizza.

Io provo ad insegnar loro l’umiltà, spiegando loro che sono gli stessi anche se indossano vestiti italiani.
Una ragazza giovane di nome Marinela ci disse dei versi che girano in Moldavia. Li aveva trovati su internet in un sito che parla del soggiorno dei moldavi in Italia.
“Paradiso è: avere uno stipendio italiano, avere una casa inglese, avere del cibo cinese, Inferno è: avere uno stipendio moldavo, avere una casa cinese, avere del cibo inglese”

Il sogno di Marinela era di riuscire a ottenere il permesso di soggiorno e poi abbandonare il lavoro come badante e trovare qualcosa da fare a ore come colf. In questa maniera poteva affittare un appartamento e richiedere il ricongiungimento familiare per suo marito e per i due figli ancora piccoli.
La vita è piena di sorprese. Ti capita spesso di vivere dei momenti portati dal destino che non hai mai pensato potessero accadere per poter prepararti prima.

L’incontro con mia figlia Victoria è avvenuto nell’autunno del 2008, cioè dopo più di 4 anni da quando ero partita da casa.
Quando è arrivata all’aeroporto di Bergamo sono rimasta come bloccata e impassibile. Avevo sognato quel momento per mesi. Il pensiero che l’avrei abbracciata e accarezzata mi riempiva il cuore di una vera gioia. L’impatto con la realtà si è rivelato invece crudele. L’abbraccio mancava di slancio e le lacrime mi pungevano gli occhi. Non capivo più niente, non capivo dove sparisse quel desiderio che poco tempo prima vibrava con un’intensità così forte che avevo paura che potesse esplodere. Era bella Victoria, ancor più bella di quanto me l’ero immaginata. Ero orgogliosa di lei, ma volevo sentire quel calore inondarmi il cuore, l’amore di una mamma per i suoi figli. Invece tutto si scontrava con una vertigine di pensieri, di emozioni che non riuscivo a esprimere.

Mamma, finalmente mi puoi abbracciare in realtà!
Anche sulle guance di Victoria erano sorte delle lacrime. I quattro anni senza la mamma vicino erano stati difficili anche per lei. Le nostre chiacchiere al telefono non avevano potuto coprire il vuoto creato dalla lontananza fisica.
Victoria mi guardava e io provocai il silenzio presentando il mio amico Valentin che mi aveva accompagnata all’aeroporto. Lei non fece nessuna domanda. Era timida e spaventata come me. Ma di che cosa? La troppa attesa si era trasformata in un turbinio di emozioni accumulate lungo gli anni di lontananza trascorsi. E’ stato Valentin a darci una mano. Il mio vero amico che mi è stato spesso vicino e non mi ha permesso di annegare nell’oceano triste della nostalgia dei figli e dei problemi della vita come badante, inoltre senza documenti. Gli sono grata per tante cose, innanzitutto perché nei giorni liberi di domenica sapeva farmi ridere e dimenticare le amarezze della mia vita passata e presente.

Hai fatto buon viaggio? Chiese Valentin a lei, dopo averla baciata sulle guance timide e rosse d’emozione e di stanchezza.

Si, anche se prima avevo un po’ di paura è andato tutto bene ed eccomi qui. Sono in viaggio da ieri sera perché da Chisinau sono dovuta andare a Bucarest per prendere l’aereo. Mi ha aiutato una signora romena spiegandomi cosa dovevo fare. Poi facevo anch’io quello che vedevo fare agli altri. Se andavano a prendere un caffè, andavo anch’io… l’importante è che sono arrivata.
Sorridiamo tutti e tre del racconto allegro di Victoria. Era la prima volta che andava lontano di casa. Era una brava ragazza. Si era presa cura della casa e mi aveva sostituita come mamma per tanto tempo. Aveva frequentato anche un anno all’università. La bocciatura all’esame di fisica l’ha spinta a mollare gli studi e a cercare un lavoro. Io ero già in Italia e questo fatto mi ha fatto tanta rabbia. Per un anno siamo rimaste nel silenzio dei sentimenti provati, delle parole mai dette. Era carina Victoria e della stessa mia statura. Aveva un bel corpo sinuoso ed era vestita e truccata alla moda. I cappelli biondi e lunghi metteva in rilievo il suo visetto dolce con i tratti quasi perfetti. Nella profondità dei suoi occhi azzurri leggevo però la tristezza che ha segnato la sua gioventù trascorsa in parte senza la vicinanza della madre. Non sapevo se sentirmi in colpa o meno. Mi giustificavo da sola a volte, parlando tra me e me, e dicevo che se non fossi venuta in Italia i miei figli avrebbero sofferto per sempre per la mancanza di vestiti, di buon cibo, della possibilità di andare a scuola.

Piango di giorno, piango di notte Sto con gli estranei a tavola e penso sempre a casa. Sento un grande peso dentro il cuore ma lo faccio per i miei cari e per la mia casa
“Versi di una canzone moldava”

Sono passati quasi 5 anni da quando ho lasciato la mia casa e i miei figli. Victoria è tornata a casa perché aveva bisogno di cure per la sua malattia. Porto il dolore dentro di me con grande dignità. Lo blocco ogni volta che trova qualche canale per uscire fuori. Lo inganno con il sorriso e faccio finta che tutto vada bene. La famiglia presso la quale lavoro è sempre carina con me, nonostante abbia perso la moglie, la madre, la nonna. Il cancro le ha tolto la vita a soli 64 anni. Era una donna molto buona. Mi regalava sempre qualcosa e ogni giorno mi chiedeva di comprare dei gratta e vinci: due per lei, due per me. Grande le fu la mia gioia quando un giorno vinsi 500 euro. Non so chi ha affermato che Dio vuole che vadano a lui le persone buone, mentre lascia quelle cattive sulla terra. Questa frase mi ha consolato un po’ nel momento triste della perdita della signora.
Ora mi prendo cura del signore anziano e di sua figlia. Sono sempre senza documenti. Questi maledetti documenti!

Rimpiango ancora la prima possibilità nel 2006 di mettermi in regola. La famiglia mi aveva preparato la busta da spedire e la figlia Marcella era andata all’ufficio di Storo per spedirla. Diceva che probabilmente c’era meno gente e che sarebbe riuscita a inviarla tra le prime. La mia inquietudine era al massimo. Non riuscivo a star ferma. Il giorno prima della data dell’invio delle richieste andai nel pomeriggio all’ufficio postale di Tione e aggiunsi alla lista due amiche mie connazionali. La notte aspettai con il cuore in gola e dormii poco. Il giorno fatidico fui avvertita da Marcella che la mia busta riportava sul timbro le ore 8.40 del mattino.
Non mi rimaneva altro da fare che pregare e aspettare la risposta dal Servizio lavoro di Trento. Quando arrivò l’effetto su di me fu quello di un forte colpo! Il mio nome e cognome erano sulla lista dei fuori-quota.

Ma com’è possibile? chiesi ad un’amica.
Le donne iscritte da me nella lista della posta di Tione erano state ammesse, avevano cioè l’autorizzazione al lavoro per cui potevano tornare a casa e richiedere il visto per lavoro. Più di tutto potevano rivedere i figli, i genitori, i fratelli…
Dunque loro tornavano a casa e io no.
Il mio rancore e il mio odio contro il mondo intero stavano per esplodere. Piansi fino all’esasperazione. Non sapevo nemmeno come comunicare una simile notizia ai miei figli, a Catalin, che mi chiedeva spesso quando sarei tornata. E’ stato dura anche per me. Per loro doveva essere ancor più dura. Sognavo a occhi aperti il viaggio di ritorno a casa, gli abbracci dei miei figli cari, la loro gioia nello sguardo… Poi la dura notizia: fuori quota o fuori del mondo e il sequestro in uno stato di irregolarità e di rabbia.

Cominciai ad abituarmi all’idea che non potevo fare altro che aspettare un’altra possibilità. Nel frattempo però l’anziano se ne andò e la signora fu portata nella casa di riposo. Io fui mandata via, non servivo più in quella casa. Persi ancora un’altra opportunità di avere i documenti per il permesso. Il governo emanò, infatti, un decreto secondo la quale coloro che comparivano nella graduatoria del 2006, anche fuori quota, potevano ottenere il nulla osta al lavoro se i datori di lavoro confermavano il bisogno del servizio di quelle persone. Io mi trovavo nella provincia di Bolzano, dove una mia cugina mi aveva trovato lavoro presso una famiglia la cui badante era andata a casa per richiedere il visto per lavoro. In realtà si trattava di una sostituzione di due mesi, tempo in cui ho conosciuto parzialmente la vita silenziosa di un paese di montagna dove quasi tutti parlavano tedesco. Anche nella famiglia si comunicava in tedesco. La signora anziana che io accudivo sapeva solo qualche parola in italiano, mentre i figli molte di più. Nonostante ciò mi sono trovata bene tra quella gente che ha manifestato bontà verso di me. Passati i due mesi sono dovuta tornare in Trentino. Non avevo un lavoro e per qualche settimana ho abitato nella casa dell’amico Valentin che si trovava dai suoi in Romania per i due mesi invernali.
Con l’aiuto di un’amica ho individuato un’altra famiglia bisognosa di una badante. Abitava vicino a Ponte Arche, in un paesino carino. La vita però era dura. Abitavo nell’appartamento con l’anziana da accudire ma nella casa viveva anche un figlio della signora. Erano lui e un’altra figlia a seguirmi passo passo senza lasciarmi un attimo di tempo per respirare. Appena finito il lavoro per la signora mi chiamavano a casa loro per lavare, stirare e pulire. Poi mi sgridavano per ogni cosa fatta al di fuori delle loro regole.

Quando uscivo la domenica, annusavo la libertà, cui cominciai a dare un vero significato.
Non so se ho mai conosciuto realmente la libertà nel corso della mia vita. Dovevo quasi sempre dare conto a qualcuno di ogni cosa che mi succedeva o che volevo fare. E non potevo fare tutto ciò che desideravo. Prima eravamo limitati dal comunismo e tener dentro di sè desideri, pensieri, emozioni faceva parte della mentalità. In un certo modo eravamo quasi tutti attori in una società che ci imponeva di muoverci e di vivere secondo delle regole create da menti annebbiate dalla rabbia e dal rancore. Dopo la caduta del comunismo diventammo invece le marionette di coloro che si arricchivano sulle nostre spalle. Se prima non potevamo parlare, dopo il problema fu che non ti ascoltava nessuno. Abitare in campagna, lavorare la terra e fare qualche lavoretto significava avere solo il necessario per mangiare. Vendere i prodotti coltivati non rendeva perché c’era sempre qualcuno pronto a sfruttare i contadini da cui comprava ciò che producevano a basso costo mentre i prezzi sul mercato aumentavano ad una velocità incredibile. Dunque venivamo ‘manipolati’, e questo non mi sembra nemmeno lontanamente che fosse libertà.
In Italia ancor di più ho cominciato a sentirmi manipolata dagli altri per cui lavoravo, e non solo per via del lavoro quanto per il modo in cui lavoravo. O almeno questa è stata la mia sfortuna. Venivo ingaggiata per accudire gli anziani o l’anziano della famiglia ma in seguito diventavo il tuttofare dell’intera famiglia. Così è stato per la famiglia presso cui sono rimasta solo per un mese. Mi arrabbiai molto sentendo dire in giro che la signora anziana che accudivo era dimagrita da quando ero arrivata io, nonostante mangiasse tutto ciò che io le cucinavo. Nonostante sgobbassi tutti i santi giorni a lavare, pulire e stirare per il figlio, fui da lui accusata di avergli rubato il vino dalla cantina. Questo fu il fatto scatenante. Afferrai la valigia e partii. Ritornai nella casa dell’amico Valentin. Se non ci fosse stato lui non so neanche oggi come avrei fatto ad andare avanti.

Dura è la vita tra gli estranei. Sei lontano dai figli e lavori giorno e notte pensando ai soldi risparmiati. Quando hai soldi hai di tutto.
“Versi di una canzone moldava”

Mamma, è vero che stai risparmiando tanti soldi? mi chiese Catalin al telefono, perché quando sarò grande vorrei costruire la casa e sposarmi.
Il pensiero delle parole di mio figlio Catalin mi svegliarono. Dentro di me bruciava una nostalgia difficile da spegnere. Dovetti fare uno sforzo immenso per alzarmi dal letto. Mi aspettava una giornata pesante. Non diversa da quella di ieri o da quella di domani. Tutte le mattine preparavo la colazione. Seguivano le pulizie e la preparazione del pranzo. Non solo per me e per la figlia. Venivano di solito anche gli altri figli assieme alle loro famiglie. Prima che morisse la signora, l’atmosfera era allegra. Si scherzava e si rideva tanto.

Dina cos’hai preparato di buono? chiedeva la nuora del signore appena entrata in casa.
Cercavo sempre di accontentarli preparando dei piatti speciali come le polpette col sugo, placinte moldovenesti, un tipo di strudel ripieno con formaggio, etc. In quei momenti mi sentivo un’altra, ma tutto durava finché i ricordi provenienti da lontano non sfioravano la mia mente. Passavo così da uno stato d’animo all’altro con gran velocità. Dentro di me ribolliva una rabbia che con fatica riuscivo a tener dentro. Ma nessuno riesce a nascondere il proprio stato d’animo veramente. La rabbia si leggeva con facilità sulla mia faccia. La voce mi diventava tremante e acida. Ma questo lo sentivo solo io dentro di me. Mi mancava il coraggio di dire qualcosa. Avevo bisogno di quel lavoro. Penso che la rabbia quando viene espressa possa avere delle brutte conseguenze. Soprattutto quando l’altro non ti comprende e ti giudica e ti ferisce.

I giorni passavano. I più attesi erano quelli della domenica. Erano anche i più belli. Ero indifferente a quello che stavo facendo. Nelle prime settimane trascorse a Tione uscivo al parco e poi mi univo alle altre donne, badanti come me. Talvolta ci rifugiavamo nello spazio dell’oratorio messo a disposizione del parroco della chiesa. Cucinavamo e la cosa che più amavo era che riuscivamo a sfogarci e a raccontare in libertà le nostre nostalgie di casa. Ognuna si vantava dei suoi figli. Quanto erano bravi, buoni, ubbidienti. Sembrava che da lontano nessuna avesse dei problemi con loro. Spettegolavamo molto anche sulle famiglie presso cui lavoravamo. Cose brutte e cose belle. Signore e signori gentili o capricciosi.
Condividevamo anche molte curiosità sui paesi d’origine. Io raccontai alle donne dell’Ecuador il legame della Moldavia con la Romania, del perché il moldavo che parliamo sia molto simile al romeno.
Fino al 1812, quando entrò a far parte dell’impero russo, la Moldavia fu terra del principato della Moldavia. In seguito alla dissoluzione dell’impero russo, nel 1918 entrò a far parte della Romania andando a riunirsi nuovamente alla Moldavia storica. Venne nuovamente annessa dall’Unione Sovietica nel 1940 subendo diverse traversie durante la seconda guerra mondiale. Dal 1944 al 1991 fu una Repubblica Socialista Sovietica. Il 27 agosto 1991 dichiarò l’indipendenza dall’Unione Sovietica.
La lingua moldava è una variante del romeno, di ceppo neolatino. Quasi tutti i moldavi parlano anche il russo, lingua che viene studiata nella scuola dell’obbligo.
La nostra parlata romena è quindi colorato da accenti russi, normali per noi ma strani e quasi comici per i romeni. A volte ridono sentendo la mia pronuncia. Ma non sento la rabbia sfociarmi dentro. Non succede come quando qualcuno rifiuta di comprendermi. Come quando sono presa in giro. O quando mi si manca di rispetto, o ancora quando sento sparlare di me. So essere umile e vorrei essere rispettata per quello che sono. Un essere umano, con i suoi difetti e i suoi pregi.
La prima romena conosciuta a Tione fu Laura. Una giovane romena che viveva assieme alla figlia e al marito a Roncone. Lei era in cerca di lavoro. Il marito lavorava presso una ditta di carpentieri e la figlia frequentava la scuola alberghiera a Tione. Una domenica mi invitò a casa sua. Festeggiava il suo compleanno. Mi vestii elegante ma sentii un’inquietudine irrompere dentro di me. Arrivai prima degli altri perché trovai a casa Laura con Costi, il marito e Veronica, la figlia. Ebbi una bella accoglienza e tutti cercarono di mettermi a mio agio. Non potei fare a meno di confrontare la bella famiglia di Laura con la mia.
Parlai a Laura della mia ansia.

Mi sento un po’ strana, le dissi.

Ma non hai nessun motivo, rispose lei sorridendo. Vedrai che tutti i miei amici sono simpatici e ti divertirai un sacco.
Intanto beviamo qualcosa e così riuscirai a liberarti di un po’ d’ansia. Ecco un po’ di grappa romena! Era carina questa donna e sempre pronta a incoraggiare ed aiutare gli altri. E’ stato infatti facile per me conoscerla. Le avevo raccontato in breve la mia storia un giorno che ci incontrammo per caso a Tione. Non so poi se le avevo fatto pena, oppure se le ero anch’io simpatica, ma diventammo amiche e accolsi con gioia il suo invito quella domenica.
Non aveva tutti i torti Laura. I suoi ospiti cominciarono ad arrivare e fu facile far conoscenza con loro. Erano in maggioranza romeni, in coppia e anche single. Più difficoltà ebbi a memorizzare tutti i nomi: Valentin, Magda, Florin, Mariana, Mitica. Poi arrivarono anche i suoi coinquilini. Una coppia di trentini assieme alle loro due figlie passate da poco all’adolescenza. Parlavano il dialetto del posto, un po’ difficile da comprendere per me, meno per la famiglia di Laura. Sentire Costi parlar in italiano mi sembrò buffo: “mi ti porterò la legna presto” stava infatti dicendo al suo vicino di casa, nonché amico. Sembrava che si fosse creato un bel rapporto tra le due famiglie. Come succede dalle nostri parti. Si scambiavano delle cose, si aiutavano nelle difficoltà, si divertivano insieme. Qui sembrava una cosa un po’ insolita anche tra vicini trentini, figurarsi tra gente di due culture diverse! Diverse però solo in apparenza. In profondità penso siano tanti i punti in comune. In fin dei conti siamo tutti esseri umani. Luciano, questo il nome del coinquilino di Costi, si avvicinò a me e iniziò a curiosare.

Sei da tanto tempo in Italia, mi chiese

da qualche mese, gli risposi in un italiano stentato

e come ti trovi a Tione?

Bene, dissi.
Il discorso fini li. Non mento se dico che rimasi un po’ sorpresa. Pensavo che intendesse scavare di più nella mia vita, saperne di più. Ma non era ancora arrivato per me il tempo di capire la vita e il modo di essere della gente trentina.
I romeni come carattere sono all’opposto. Dovetti far fronte a una pioggia di domande sulla mia vita, sul mio viaggio in Italia, sul lavoro qui. Il più simpatico mi sembrò Valentin, il mio più caro amico ancora oggi. Mostrò da subito uno stile particolare anche nel modo di fare le domande. Nè invadente nè distante. Sempre col sorriso sulle labbra.
Il tempo volò ed Adriana cominciò a portare sulla tavola un sacco di antipasti. Tutti preparati secondo lo stile romeno. Formaggi di più tipi, salami, uova ripiene strizzavano l’occhiolino allo stomaco di tutti i presenti. Mangiai con appetito. Il buon umore tornò e dimenticai tutto il resto della mia vita, come se tutto ciò che faceva parte di essa fosse lì, nel soggiorno di Laura, pieno delle risate della gente romena e trentina. Le bottiglie di vino trentino e di grappa romena erano appoggiate su di un angolo della tavola. Tante altre bottiglie con etichette scritte in romeno erano esposte nella vetrina dell’armadio che copriva un intero muro. Metà di un altro muro era coperto da una credenza su cui poggiavano delle fotografie e delle suppellettili.
La tavola rotonda attorno a cui sedevamo noi era sistemata al centro. Dal soggiorno si passava direttamente in cucina e dalla porta si usciva su un corridoio lungo il quale erano poste le altre stanze da letto.
Finiti gli antipasti, sulla tavola furono portate altre pietanze. Involtini con la carne che si scioglievano in bocca. Poi la frittura e i dolci. La mia pancia cominciò a lamentarsi ma non ci fu modo di smettere di mangiare. Sarà stato un segno di mancanza di rispetto, sarà stato un segno di generosità. Non so. So che fa parte dell’ospitalità del romeno e del moldavo che è contento solo se ti vede mangiare fin che ti viene il mal di pancia. Se si pensasse un po’ anche alle conseguenze sugli altri!
Costi mi guardò proprio mentre pensavo a tutte queste cose.

Cosa succede Dina?

Non ti stai divertendo molto, mi sa…

Ma no, anzi, credo che non mi sia mai divertita tanto come oggi in Italia. Sono riuscita a dimenticare anche la vita di tutti i giorni. La solita routine, le solite manie dei vecchiotti e dei figli.

Mi sembra che non sia una vita facile la tua! Aggiunse Costi.
Quest’ultima domanda fu come una freccia la cui punta era entrata nel profondo e aveva toccato un dolore assopito per un giorno. Una lacrima insistente cercava di uscire sulla guancia. La fermai e cominciai a sorridere guardando la gente che aveva iniziato a riscaldarsi e a scatenarsi. Si ballò come in Romania, i nostri balli tradizionali sullo sfondo della nostra musica folcloristica. Valentin mi invitò a ballare. Ritornai a ridere come in passato. Mi sussurrava all’orecchio battute romene. Avrei voluto che non finisse mai quella giornata. Ma il tempo va avanti e noi con lui. Fu comunque la più bella giornata da quando ero in Italia. Tornai nella casa, luogo di vita, luogo di lavoro, luogo di sequestro dei miei momenti più belli, quelli di veder crescere i miei figli.

Laura ha comprato la propria casa. I suoi sogni sono diventati realtà. Ha smesso di fumare. E’ più sicura nella guida della macchina. Non ci sentiamo più così spesso ma sono contenta per quanto ha realizzato. La mia realtà è diversa e la vivo sia dentro la mente che nel cuore. Una realtà virtuale. Sogno e mi sveglio con la sensazione che stia abbracciando Catalin. Vorrei restare immersa in quella realtà, vorrei non aprire più gli occhi. Mi serve tanto coraggio per farlo. E lo faccio per loro, per i miei figli. Quel giorno che speravo fosse vicino si allontana sempre più. Attendo qualcosa, un miracolo. Ma anche Dio mi sembra lontano. Tutto è lontano. La cosa più vicina, anzi l’unica cosa che sento è questa terra maledetta e insieme amata su cui cammino. E’ bella ma mi fa male. Sono un essere umano invisibile. Non figuro registrata da nessuna parte. I maledetti documenti, sono pezzi di carta che ti possano togliere le paure, ti possano far rivedere i tuoi figli e farti camminare sulla strada con dignità e non con la testa piegata come per una colpa. La colpa di aver avuto il coraggio di imboccare una strada che ti potesse far felice e insieme potesse far felici i tuoi cari.
Fuori è di nuovo primavera. La quinta primavera che mi capita di vivere in questa terra. Nella casa in cui lavoro mi sembra sia tornata un po’ di allegria dopo la morte della signora. I figli, le figlie, le nuore, i generi, i nipoti si presentano ancora al pranzo o a cena e fanno un grande chiasso. A volte mi piace, a volte mi danno sui nervi. Nonostante cerchino di farmi sentire parte di loro, io sento che sono solo una serva. E mi verrebbe da urlare merda…o meglio vita di merda.
I giorni e le notti vanno e vengono.
Il mio tempo libero lo passo sempre meno con le donne nella mia stessa condizione, ovvero quelle che fanno assistenza agli anziani. Le domeniche le trascorro quasi sempre con Valentin. Abita in un appartamento di proprietà dei genitori dei suoi due datori di lavoro. E’ collocato in una vecchia casa di pietra. Sopra l’arco di ingresso c’è la scritta 1850. Una volta entrati si deve percorrere qualche metro lungo un corridoio che a me sembra una galleria. C’è sempre buio e sempre aria gelida, pure in estate. La luce non la raggiunge perché non c’è nemmeno un minuscolo buco per lasciar entrare i raggi del sole. Come nelle anime fredde le quali, per evitare le sofferenze, chiudono ogni spiraglio che lasci passare le gioie ed i dolori della vita. L’appartamento in cui abita Valentin si trova sulla destra. In fondo e sulla sinistra si trovano altri appartamenti. In uno abitava fino a qualche anno fa una coppia di signori anziani. Erano diventati molto amici di Valentin, cui lasciava spesso delle piccole cose da mangiare davanti alla porta. Piccoli gesti che dentro le montagne solitarie si apprezzano più del solito. Talvolta la sera il signore faceva anche compagnia a Valentin con un bicchiere di vino. Valentin mi raccontò che questo signore era stato immigrato per 9 anni in Argentina. Lo sentii infatti anch’io, quando ebbi occasione di conoscerlo, vantarsi delle lavatrici prodotte e vendute nella terra sudamericana.

Quanti anni sono passati, raccontava il signor Filippo, ero giovane e coraggioso quando andai in Argentina. Bastava il passaporto per il viaggio e per trovare lavoro fui aiutato dai miei connazionali. Mi trovai bene con la gente sia fuori dal lavoro sia nella fabbrica di lavatrici. Ma non volli restare là per sempre. Già 9 anni sono tanti. In Italia mi aspettava il mio amore. A causa del lavoro lei viveva a Milano assieme alla sua famiglia. Qui nella zona delle Giudicarie non c’era lavoro. Era dura la vita.

dopo il mio rimpatrio però sono tornato con la moglie nella mia terra e ho trovato lavoro nell’ufficio postale. Siamo stati e siamo tuttora felici insieme nonostante abbiamo ancora il rammarico che non sono arrivati dei figli.
Da due anni il signore se n’è andato assieme alla sua signora in una casa di riposo. E’ stato un dispiacere per Valentin. Quella galleria è diventata ancora più silenziosa di prima. Non risuonano più i passi del vecchio quando usciva a fare i suoi soliti giri al bar o al supermercato di Creto. Quel signore era tra i pochi trentini che entravano nella casa di Valentin. Con gli altri vicini i rapporti si limitavano a un saluto e a qualche scambio di parole sul lavoro o sulla solitudine di alcuni di loro, che Valentin riusciva invece ad ingannare almeno la domenica.
L’appartamento che Valentin occupava manteneva ancora vive le tracce di una vecchia casa di contadini. Sul soffitto della cucina, che fungeva anche da soggiorno, c’erano dei ganci appesi ed i mobili erano vecchi. Nella sua stanza da letto la muffa si attaccava ai muri ed emanava un cattivo odore. Ma lui ormai si era abituato. Sono già 5 anni che vive tra quelle mure. Ha tutto il necessario e spera a breve di tornare a casa, in Romania. Un pensiero che mi fa star male e mi rabbuia la mente senza intravedere qualche scintilla di speranza per un futuro qui senza la sua presenza, perchè è con lui che condivido quasi tutte le mie domeniche libere, tranne quelle dei mesi di gennaio e febbraio, mesi di cassa integrazione che lui trascorre in Romania con la sua famiglia.

Con Valentin parlo di tutto, cuciniamo, andiamo in giro. Sfogo le mie ansie e le mie nostalgie. I miei dolori e le mie gioie. Niente pettegolezzi sugli altri. E se mi metto a raccontargli cosa hanno fatto uno o l’altro mi guarda strano e mi stizzisce subito. Però mi chiede quasi sempre come stanno i miei figli.
Catalin sta bene ma ha rotto la bicicletta e attende che suo fratello la ripari. E’ pesante per lui portar lo zaino sulla schiena percorrendo 2 chilometri la mattina per raggiungere la scuola.
Mio figlio più grande si è un po’ allontanato dalla famiglia. Torna sempre più di raro a casa. Non parlo di mio marito che sembra non avere più una famiglia. Ma quando gli chiedo di chiedere il divorzio risponde che non ha una moglie da lasciare. Quanto mi fa arrabbiare! Si sta godendo la vita con quella donnaccia di un paese vicino al nostro in Moldavia e pretende anche di aver una famiglia. E pensare che anche lei ha dei figli che ha quasi abbandonato.
Valentin alza le spalle ma il suo sguardo resta imperterrito. Quasi, quasi anche lui mi fa rabbia. Mi aspettavo una sua reazione diversa alle mie parole nei confronti di mio marito. Proseguo comunque con il mio racconto.
Per fortuna che l’altro figlio è fatto di un’altra pasta. Questo Valentin l’ha sentito anche in altre occasioni. Ma ora che è primavera ed è il tempo di preparare i tre ettari di terra per coltivare patate, cipolle, fagioli, mais, etc, mi viene ancora la voglia di lodarlo.
Dimitriu, non solo si è preso cura della casa, ma sta anche studiando a distanza alla facoltà di giurisprudenza. E’ lui il pilastro della casa. Lui che mi informa su come vanno le cose a casa e anche nel paese.
Victoria è sempre in terapia per la malattia che l’ha colpita tempo fa. Alloggia da mio fratello a Chisinau. Una volta è svenuta a casa sua. Ha perso i sensi. Maledetta malattia, le ha attaccato il cervello. E’ troppo giovane, troppo bella.
La figlia di 17 anni fa la mamma al posto mio per Catalin.
Anche Valentin racconta dei suoi due figli. Il figlio Costin, abita a Cluj in Romania ha già progetti di matrimonio. E’ fiero di lui perché in banca, dove lavora, è stimato ed apprezzato. Sempre in banca lavora anche la sua futura moglie.

Loro non dovranno sgobbare come me di sicuro sudando dalla mattina alla sera, dice con orgoglio.

Mia figlia Gabriela è meno fortunata, dice mentre nei suoi occhi sorge l’amarezza.
Lavora in un ristorante ad Ancona, e viene sfruttata al massimo. Ma lei è una ragazza umile e modesta. Accetta tutto ciò che viene senza lagnarsi molto. Sembra addirittura più forte del suo fidanzato. Un romeno che non mi è piaciuto all’inizio. Ma col tempo ho imparato a volergli bene visto che ciò fa felice mia figlia. Ho imparato che amare veramente una persona non vuol dire imporgli di essere come tu vorresti che fosse. Amare veramente vuol dire lasciar libera una persona di essere come si sente. A noi genitori spetta il compito di dar qualche dritta ai figli ma senza soffocarli.
Non ha tanti amici Valentin. E’ un bravo muratore e non ha mai dato motivo di lamentarsi ai suoi datori di lavoro. Dal 2000 lavora in Italia. Prima a Trento per 4 anni e poi nelle Giudicarie, dove abita anche.
Sgobba per offrire una vita migliore ai suoi famigliari. Quasi tutti i suoi soldi prendevano il volo verso la Romania o a volte per Ancona. Questo fino a due anni fa quando ha deciso che era il momento di tagliare qualcosa delle somme destinate alla moglie o ai figli per potersi comprare una macchina.
Valentin ha delle doti che non si incontrano spesso nelle persone. E’ corretto e puntuale. E’ simpatico e gentile. E’ di una generosità rara. Spesso fa il buffo, fa parte del suo carattere. Niente da fare. Non manca certo di difetti ma comunque sono meno rispetto ai suoi pregi.

Passano i giorni, i mesi, gli anni e io attendo. Vivo con la speranza che rinasce e che muore. Dio è lontano. Dio è vicino. Tutto dipende dal mio stato d’animo o da un qualcosa di irriconoscibile di tipo divino.
Ritorno spesso con la mente al momento in cui fu emanato un decreto flussi per ripescare le domande per i nulla osta al lavoro inviate nel 2006. Serviva la conferma da parte del datore di lavoro che aveva inoltrato la richiesta. Ma proprio in quel periodo io ero rimasta senza datore di lavoro. Abitavo nella sua casa, ma l’anziano era all’ospedale ed i figli non hanno firmato la lettera di conferma. Soffrii parecchio, sentii che non avevo più un cuore, che il dolore mi l’aveva anestetizzato. Ancora clandestina, ancora tempi d’attesa che si allungano sempre più. Sentii il mondo che si spezzava davanti agli occhi. Nella mia mente chiamai Dio. Lo pregai di starmi vicino e di infondermi ancora un po’ di forza. Non potevo mollare. I miei figli, la mia casa, la mia terra mi aspettavano.
Camminai quei giorni sulle strade e pensai alla vita qua, alla vita là, nel mio paese di campagna, paragonandola all’ordine e al benessere che rispecchia la città di Tione, pur essendo piccola. Se mi dovessi chiedere di fare una scelta sul luogo dove mi sarebbe piaciuto di più vivere, non avrei avuto una risposta in quel momento. Non riuscivo più pensare al futuro, ma solo a quello che mi sarebbe successo il giorno dopo. L’unica mia attesa era quella che riguardava i documenti.
La speranza cominciò a rinascere nel 2007. Un nuovo decreto flussi si annunciava all’orizzonte. In quel periodo mi trovavo ad accudire un signore anziano, padre di due figlie, di cui una viveva nella stessa casa con lui. Io e il signore occupavamo l’appartamento del primo piano, mentre la signora Francesca, quello del secondo. A 60 anni gestiva un negozio di vestiti nel centro città. Era sola ma sapeva vivere questa sua solitudine con grande dignità. E’ stata lei infatti a prendere la decisione di assumermi. Fu una donna moldava che andò via a parlarmi di lei e così andai a trovarla nel suo negozio. Osservai in silenzio come mi scrutava da capo a piedi. D’altra parte anch’io la guardai con attenzione. Cercai addirittura di infiltrarmi con i pensieri dritto nel suo cuore. Anche se difficile da riconoscere miravo sempre alla sensibilità della persona. Era difficile arrivarne al cuore, difficile comprendere lo stato d’animo della gente di qua. Da noi riuscivi quasi leggere il cuore di una persona guardandola bene diritto negli occhi. Provavo comunque con tutte le mie forze di mostrare ciò che possedevo in cambio di un lavoro. Innanzitutto l’umiltà che avevo capito può diventare una forza. E non poteva essere altrimenti nella mia condizione. Tante volte mi risuonavano nelle orecchie le parole di una donna ucraina.
Dobbiamo essere grate che queste famiglie ci accolgono e ci danno un lavoro. Dobbiamo piegare la testa con umiltà come di fronte a Dio, che ci ha aperto una porta per uscire fuori dalla povertà, nonché aiutare i nostri figli cari per costruire un futuro migliore del nostro.
Il colloquio fu breve. La signora Francesca si era già informata sul mio passato come badante da una figlia della famiglia per cui avevo lavorato due anni. Decise dunque di assumermi e mi invitò la stessa sera ad andare a casa sua per preparare la cena. Il giorno dopo portai anche le valige.
Quando arrivò la notizia della pubblicazione sulla gazzetta ufficiale del decreto flussi 2007 ritrovai dentro di me un’allegria che ormai pensassi fosse persa.

Uffa…sbottava Natasa…beate voi che avete beccato delle persone che possono farvi un contratto di lavoro.

La mia datrice di lavoro è da sola e non può permettersi di pagare più di quanto mi offre ora, ovvero 800 euro. Non sa nemmeno come si potrebbe fare dei documenti e credo che neanche vorrebbe seguire tutto l’iter pesante per vedermi qui con contratto di lavoro.

Cosa posso fare? Mi lascio nelle mani di Dio.
Io mi interessai su tutto, a partire dal numero di quote destinate ai moldavi fino alla modalità di invio delle domande. Passai il mio tempo libero nel pomeriggio a chiedere dettagli sia alla Caritas sia alla Cgil. Alla Caritas c’era un signore, di nome Mariano, che tutte noi chiamavano avvocato anche se avvocato non era.
Gli ponevamo i quesiti più svariati e non solo sulla nostra possibile regolarizzazione ma anche sulle notizie lette sui giornali e non capite bene. Un volta comparve una notizia con un gran titolo: “sanatoria per chi ha alle dipendenze un lavoratore in nero”. Piena di speranza mi recai anch’io da lui, così come tante altre donne.

C’è la sanatoria? Come si fa per far i documenti?
Io non ne so ancora niente. Ma avete con voi una copia del giornale? Si metteva a leggere e diceva che secondo lui non si trattava di una sanatoria per gli immigrati irregolari. Alzava lo sguardo verso di noi e con fatica cercava di spiegarci che quella sanatoria era per coloro che erano in regola con i documenti o anche per gli italiani che svolgevano un lavoro in nero.
Per quanto riguardava quel decreto tutto era vero. Importante era di avere un datore di lavoro disponibile a fare un contratto di lavoro. Perchè c’era anche la sfortuna di non lavorare per persone che vogliano pagare le tasse, oltre al compenso offerto per i servizi.
Mariano era bombardato di domande formulate in un italiano stentato.

Quanti contratti ci sono?

Come si fa per mandare la domanda?

Che documenti servono?
Lui cercava di rispondere con pazienza a ciascuna nonostante si rendesse conto che i dati che riguardavano i datori di lavoro non erano facili da spiegare a delle signore, che tra l’altro, non possedevano nemmeno le conoscenze dell’italiano.
Io riuscii a capire invece che il datore di lavoro doveva andare alla Cgil con tutti i dati necessari e loro poi dovevano preparare il modulo della domanda per inviarla alle ore 8 della mattina del 15 dicembre, giorno stabilito per l’invio delle domande per le assistenti agli anziani. La mia datrice Francesca andò però tardi, nonostante le avessi richiesto ogni giorno di trovarsi un po’ di tempo per farlo. Andò dunque appena il giorno prima all’invio, cioè il venerdì, e questo fece sì che io fossi il numero 110 circa sulla lista della Cgil. E il sabato arrivò tra angoscia e speranza. I computer dell’ufficio del sindacato si intasassero e la mia domanda fu inviata appena alle ore 15 del pomeriggio. Di tanta speranza restò solo un goccio. Sufficiente per sorridere a natale e a capodanno. Le risposta arrivò mesi dopo. Fu chiara. Maria A. – fuori quota. Il dolore saliva fuori e piansi per un intero giorno. Non riuscivo più a contenerlo.
Dio, dove ho sbagliato? Perchè mi merito di essere punita io e i miei figli così aspramente? Facevo la spesa, le pulizie, accudivo il papà di Francesca come un automa. Mi prendeva una furia incontrollabile quando anche la sorella della mia patrona mi chiedeva di stirarle o di andare a fare le pulizie a casa sua. Fino ad allora facevo tutto questo più volentieri. Dopo la risposta negativa tutto dentro di me si rifiutava a farlo ancora. Mi sentii ancora più sfruttata. In cambio di 800 euro io dovevo non solo accudire l’anziano ma anche fare la colf. Per cosa devo subire tutto ciò?
Quante domande restarono senza risposta. Il mio figlio Dimitrie rimase senza parole. Gli avevo comunicato la notizia facendomi forza per non piangere. Penso che per Dimitrie che aspettava con gioia la notizia positiva del mio ritorno a casa, l’impatto con la notizia comunicata è stato terribile anche questa volta. Un conflitto tra la gioia e la verità crudele può distruggere il cuore facendolo a pezzi.

Mamma non può essere vero, mi diceva Dimitrie
Catalin è entusiasta da molto tempo perchè sperava di poterti rivedere.
Diventerai un fantasma per lui, e non solo per lui. Sappiamo che esisti perchè ti sentiamo e ti vediamo nelle foto. Ma è così difficile mamma. A casa va tutto bene. Non preoccuparti, però… Ce la faremo ancora.
Mio figlio cercava di incoraggiarmi. Sapevo che mi voleva bene e alla sua età di 21 anni comprendeva i miei sacrifici e anche la mia sofferenza mascherata da sorrisi. Mi sentivo falsa con me stessa, perchè ingannavo innanzitutto me stessa. La paura che i miei figli non riconosceranno l’affetto così tanto sognato aumentava giorno per giorno. Avevo già vissuto l’esperienza con Victoria. Mi preoccupava più Catalin. Cos’ero diventata io per il mio piccolo? Si rende conto ancora di quanto lo amo? Si dice da noi che la lontananza lascia un vuoto dentro il cuore in cui si infiltra la freddezza o peggio il rancore. Un rancore mischiato forse con l’amore per la mamma. Un altro strato di dolore e di rancore si aggiunse a quelli già esistenti in stato latente dentro la scatola del mio cuore.

Con passi veloci arrivò anche la pasqua 2009. Prima quella cattolica e una settimana dopo la mia pasqua ortodossa. Non mi fermai a festeggiare la pasqua cattolica con la famiglia presso lavoravo. Andai col mio amico Valentin a Trento a trovare un’amica e a confessarci nella chiesa ortodossa. Per noi era la domenica delle Palme. La chiesa era affollata di gente romena e moldava. Noi arrivammo in ritardo. Prima ero andata al parcheggio dei bus per mandare dei pacchi ai miei figli. Avevo comprato loro uova di cioccolato, colombe, vestiti… Tanta altra gente mandava in patria più o meno le stesse cose. Alcuni invece ricevevano dei pacchi con il cibo tradizionale: la carne di agnello, cozonac, etc. C’era più gioia di solito. Come se in quei pacchi fosse contenuta anche qualcosa dell’anima dell’altro. Incontrai anche tante mie connazionale con cui scambiai due chiacchiere.

I miei cari figli mi hanno mandato di tutto, disse Svetlana, carne d’agnello, vino moldavo…
Ma loro mi mancano. Purtroppo sono grandi e non posso farli venire. A me piace la vita nel Trentino ma vorrei restare il meno possibile. Un giorno tornerò a casa. La nostalgia della mia casa è più grande della mia vita comoda qui.
Svetlana abitava in un paese vicino al mio. Ci conoscevamo da quando eravamo bambine, ma mentre io mi ero fermata a 10 classi, lei aveva proseguito con gli studi. Per tanti anni aveva lavorato come insegnante al liceo. I pochi spiccioli ricevuti come stipendio erano insufficienti a sostenere gli studi universitari dei due figli e così ha preso anche lei la strada dell’emigrazione. Fa anche lei la badante come tante di noi che siamo qui senza la famiglia. E mi viene in mente che oltre al lavoro in casa, la vita qui è più comoda e più facile vivere. Nel nostro paese, in Moldavia, fino a pochi anni fa avevamo la toilette fuori nel cortile e ci lavavamo nel lavandino, riscaldando prima l’acqua. Ora qualcuno, tra cui anch’io, ha sistemato il bagno in casa con tutto ciò che è necessario. In casa abbiamo delle stufe ma dobbiamo comprare la legna che costa un mucchio di soldi.
Avevamo invece una grande gioia di vivere. La vita là è dura sotto vari punti di vista ma quando c’è l’abitudine e quando sei nato in queste condizioni è diverso. Le feste soprattutto erano meravigliose. Si andava a trovare i parenti o i vicini di casa. I giovani andavano in paese per ballare. C’era un movimento incredibile.
In occasione della Pasqua c’era un clima e un fermento che coinvolgeva tutto il paese. La settimana santa chi poteva andava in chiesa la sera alle messe. Il venerdì santo era un giorno speciale. Triste per la morte di Gesù ma speciale perché tanta gente andava in chiesa. Si passava anche a sistemare le tombe in cui riposavano i cari morti di ciascuno e tutto il cimitero rifioriva. Il sabato sera, poi, durante la messa di resurrezione, la luce delle candele lo trasformava in un pezzo di giorno dentro una piena notte.
Tornai con i pensieri nel presente. Al parcheggio arrivarono sempre più persone che cercavano il bus giusto per far arrivare a destinazione il proprio pacco e poi si mettevano in fila. Tanti poi si fermavano per fare due chiacchiere, gli uomini con un bicchiere di vino in mano, le donne scricchiolando tra i denti semi di girasole.
I giorni volarono in fretta e arrivò Pasqua in un batter d’occhio, portando con sè prima gioia e poi tristezza. Andai con i miei amici alla messa della resurrezione e mi riempii l’anima di pace. La pioggia non fermò la marea di romeni che venivano ad accendere la candela con la luce della speranza e della rinascita ad una nuova vita. Pregai per i miei figli e pregai per me. Chiesi che si avvicini il giorno in cui potrò finalmente rivederli.
La domenica di Pasqua la passai sulla sponde di un lago a mangiare carne alla griglia. Ci divertimmo parecchio. Non avvertii nessun segnale della tristezza che il giorno dopo avrebbe sostituito l’allegria… Il mio amico Valentin cambiò atteggiamento con me. Diventò aggressivo e mi mandò via. Non capi bene il perché. Mi inflisse un dolore che si aggiunse a quello che c’era già nella mia vita.

Vorrei scappare, ma non posso. Sono bloccata sia dentro che fuori di me. Tutto mi gira attorno e non riesco più a pensare a niente. So solo che esisto, ma sento di aver perso il senso della mia vita. Da casa vengo avvisata che Victoria sta sempre peggio. I brividi e i giramenti di testa le capitano sempre più spesso. Gli altri stanno bene ma mi mancano. Mi sento smarrita e piango. Chiamo un’amica che mi ascolta in silenzio. Difficile trovare parole di conforto per il mio cuore.

Perchè mi succede tutto questo? Le chiedo…

Perchè la vita segue una strada diversa per ciascuno. Più facile per alcuni, più spinosa per gli altri. Difficile dare una spiegazione, disse la mia amica.

So che sei una donna coraggiosa e che non vuoi dipendere da nessuno. Questo è la cosa più importante. Valentin era diventato per te un punto di riferimento in questo mondo freddo, un rifugio di fronte all’asperità di centinaia di giorni vissuti tra estranei. Ma tu sei forte e non ti lascerai abbattere. Hai i tuoi figli. Hai una casa che ti aspetta…

Povera me. Ho una casa e dei figli che mi aspettano e per 5 anni ho accettato di essere invisibile, di dare il mio affetto ad altri. Sento che non dovrò attendere a lungo per riabbracciare i miei figli…
La mia amica ascoltava il mio sfogo e non riusciva a replicare. Il suo respiro affannoso mi diceva che il mio racconto l’aveva toccata nel profondo. Che neanche lei riusciva ad infilarsi la pelle di elefante. La salutai e sprofondai ancora nel mio mondo, pensando ai 5 anni di vita trascorsi come una meteora in questa terra trentina. Senza documenti, senza figli, sperando sempre in un miracolo che mai si avverava.
Le ore, i giorni, i mesi vanno e vengono.

In 5 anni le cose della vita hanno cominciato ad avere un altro significato per me . Non so esattamente cosa abbia contribuito a questo cambiamento. Se la vita mia, o quella altrui. Di sicuro non ho smesso di pensare di più agli altri che a me stessa. A offrire loro ciò di cui avevano bisogno per essere felici.
Nel weekend che seguì alla Pasqua decisi di andare a Trento. Prima andai dalla parrucchiera per sistemarmi un po’ i capelli. Mi bombardò di domande sulla mia vita. Altre due signore ascoltavano e si meravigliavano di ciò che sentivano.
Sentii una diceva all’altra: -poverina, quanti sacrifici deve fare per assicurare ai suoi figli una vita migliore!
A Trento sono andata a trovare una mia amica. Si chiama Mariana e abita in un appartamento da sola. Abbiamo chiacchierato molto. Le ho raccontato del mio piccolo che mi dice al telefono:

Mamma sei senza passaporto? Sono stufo d’aspettare, perchè non torni a casa?….
Con lei riesco a sfogarmi piangendo senza preoccuparmi di come verrò giudicata.
Mi rammentai inoltre che tutti i problemi legati alla casa in Moldavia, ai figli, alle controversie tra loro cadono sulla mia testa. Telefono ogni giorno. Ma il mio punto di riferimento è sempre Dimitrie. Non una volta gli altri figli hanno manifestato la loro invidia. E io li tranquillizzo dicendo loro che voglio bene a tutti nella stessa misura. Di problemi ne ho abbastanza anch’io qui. Questo dico loro quando continuano a lamentarsi.
Dimitrie si è occupato della terra anche questa primavera. Ha coltivato di tutto.
I soldi li mando a ciascuno secondo le loro necessità. Grazie a Dio non sono viziati. Quando mi chiedono dei soldi per un qualche bisogno o glieli mando io o dico a mio fratello di darglieli. Sistemo le cose come meglio posso. Ho tanta rabbia anche nei confronti di mio marito. Sta con un’altra ma vuole anche me. Non lo capisco più. Dei figli si è quasi dimenticato.
Ho tanta nostalgia della mia casa e del mio paese. Di sicuro non mi fermerò qui per sempre. Mi piacerebbe avere i documenti e venire solo qualche mese all’anno, dando il cambio a qualche altra badante. Sono riuscita a risparmiare un bel gruzzoletto. Ogni mese alla somma depositata in banca aggiungo altri 300 euro. Sarebbero sufficienti per vivere decentemente. Ma io sono ancora indecisa. Aspetto i documenti. Aspetto di vivere libera anche in Italia. Di non rivivere più come quel momento in cui sono dovuta fuggire a gambe levate dalla stazione perchè si era avvicinata una macchina di carabinieri. Non mi hanno fermata, per fortuna. Ma che paura!
Penso che, per quanto bene tu venga accolta in famiglia, resti sempre una serva. O almeno ti senti tale. D’altra parte penso anche al coraggio di queste famiglie che accolgono le badanti in casa senza conoscerle molto bene. Siamo delle estranee in fin dei conti. E loro ci affidano la casa, le chiavi… Siamo tutte grate per questa fiducia e ci sentiamo in qualche modo orgogliose. Molte tra noi sono senza documenti. Sia noi che le famiglie non vogliamo un lavoro in nero. Ma è troppo lunga l’attesa, troppo complicato l’iter per chiedere l’autorizzazione, il visto e poi il permesso. Sarebbe più facile poter fare un contratto di lavoro e avere subito il permesso di soggiorno senza aspettare mesi o addirittura anni, magari invano. Come noi abbiamo paura così c’è paura anche in chi ci ospita qui, anche se non riesco a capire bene di che cosa. Forse hanno paura che ci sia un’invasione di stranieri. Si potrebbero fare maggiori controlli sulla famiglia e sulla persona, evitando così un sacco di sofferenze e di timori.
Io ho conservato un rapporto positivo con quasi tutte le famiglie da cui sono passata. Non salto mai una festa di Natale o di Pasqua senza inviare loro almeno un messaggio con gli auguri.
Il più bel ricordo è quello legato al tempo trascorso in una famiglia di Tione. Avevo sostituito per pochi mesi una donna ucraina che era tornata a casa per le ferie. La signora e tutta la famiglia mi accolsero come un essere umano.
Anche nella famiglia attuale mi trovo bene. Il signore brontola a volte, ma ormai ho imparato a non dargli retta in quei momenti. Lascio che si sfoghi e poi eventualmente gli parlo.
Ho anche raccontato a Mariana che tre delle mie amiche di Tione sono andate a visitare Venezia. Loro hanno i documenti e dunque non hanno paura di viaggiare tranquille.
Al telefono mi hanno detto che merita andare a vederla, sono dei luoghi meravigliosi.
Quando hai i documenti vai con la testa alta dappertutto. Non vivi come un pulcino impaurito quando vedi qualche carabiniere….
Oggi sono tornata con il cuore un po’ più leggero nella casa dove trascorro gran parte della mia vita.
L’attesa prolungata fa male e il male penetra nel cuore. Aspetto una bella notizia circa i miei documenti e la possibilità del ritorno a casa….La rabbia e il dolore sono perennemente presenti. Convivo con questi sentimenti ma vorrei anche scacciarli via. Spero ancora in un miracolo che potrà avvenire solo grazie a persone che comprendono che siamo delle persone per bene. Spero che ci sarà anche per me una soluzione che metta fine alla lunga attesa di rivedere i miei figli, la mia casa, la mia terra.

mercoledì
Mag 2,2012

 Come ogni giorno mi ritrovo  su questo promontorio e straziato nel cuore piango; continuamente guardo il mare e scrivo dei giorni che passano inesorabili.
Posso sentire  l’odore del cedro che Calipso brucia nel focolare nella grande spelonca e ascoltare il bel canto mentre tesse con la spola d’oro.
Intorno a me un bosco lussureggiante: ontani, pioppi e cipressi odorosi.

 

Sono finito in quest’isola a causa di Zeus  che con un fulmine ha scagliato la mia nave contro le coste dell’isola. Tutti i miei compagni sono morti, solo io mi sono salvato, trasportato dalla corrente e dal vento fino alla riva. Mi ha  accolto Calipso, mi ha  nutrito e mi ha promesso  l’immortalità.
Ora  però il mio desiderio più grande è di ritornare in patria e di riabbracciare la mia sposa e mio figlio.

 

Ho cominciato a costruire una zattera: ho tagliato grossi tronchi, li ho levigati  e  ho unito  con chiodi e ramponi  un saldo e alto castello, ho fatto  anche un  timone, per poterla guidare.
Intanto Calipso mi ha fornito  pane, acqua e vino rosso,  perché non soffra la fame, mi ha vestito  e poi ha mandato  un vento propizio e piacevole.

venerdì
Apr 27,2012

“ LA CICALA E LA FORMICA “
La Cicala che imprudente, tutta estate al sol cantò,
provveduta di niente nell’inverno si trovò,
senza più un granello e senza una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa, qualche cosa in cortesia
per poter fino alla prossima primavera tirar via:
promettendo per l’agosto, in coscienza l’animale, interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto: – Che hai tu fatto fino a ieri?
– Cara amica, a dire il giusto non ho fatto che cantare tutto il tempo.
– Brava, ho gusto; balla adesso, se ti pare.

 

(Favola Jean de La Fontaine)

Ebbra di sole, la cicala cantò tutta l’estate. Le formiche, invece, resistendo alla tentazione del buon tempo, andavano e venivano senza posa, ammassando quanto più potavano nel loro formicaio. Venne l’inverno nevoso e gelido…, non più goccia di linfa negli alberi scheletriti. E la cicala vide le formiche, a un po’ di sole, far asciugare il grano che sottoterra si era inumidito.
Affamata ne chiese qualche chicco in prestito. “Te le renderò prima dell’agosto, parola d’onore d’insetto”… promise.
Una delle parsimoniose formiche s’infuriò… “Ma nella buona stagione che cosa hai fatto? Non hai accumulato provviste?
“Non ho tempo – rispose la cicala – Dovevo cantare. Ho empito del mio canto cielo e terra”.
“Hai cantato? – replicò la formica – Ma benone! Ora, danza.

L’antica favoletta la conosciamo tutti: la formichina laboriosa e la cicala oziosa.

Morale: chi niente fa, niente ottiene.

E’ giusto pensarla in questo modo?

Vi sembra bello l’insegnamento che ci offre questa favola? Anzitutto si potrebbe osservare che nel racconto ci sono errori di carattere scientifico. Infatti la cicala durante l’inverno non si trova nella condizione della formica perché la natura provvede per lei come per tutti gli altri animali. Ma la cosa più importante è l’insegnamento che la favola vuol dare. Esso è contrario sia alla morale cristiana che a una più larga morale sociale. Infatti ci hanno sempre insegnato ad amare il prossimo nostro come noi stessi e soprattutto e soprattutto predisporre il nostro animo alla carità, virtù fondamentale dell’uomo. E se anche non avessimo avuto questi insegnamenti, vi sentireste voi tranquilli al calduccio della vostra casa, se sapeste che fuori della vostra porta un altro essere vivente sta morendo di fame e di freddo, mentre avreste la possibilità di salvarlo? Vi prego, non seguite l’esempio della formica. L’insegnamento di questa favola io lo trovo assurdo. Bisogna abituarsi a ragionare e a comprendere bene il significato di tutto quello che si legge. Non bisogna credere che tutto quello che è scritto sia buono. E’ vero che bisogna essere previdenti e pensare all’avvenire, ma è altrettanto vero che, chi ha, ha il dovere di dare, anche se il suo patrimonio è l’intelligenza. Bisogna abituarsi ad aiutare il nostro prossimo…, non negare al nostro vicino l’aiuto della nostra intelligenza e del nostro lavoro.
Ogni nostra azione avrà la sua ricompensa, magari lontana nel tempo, ma sicura.
Non è per una ricompensa materiale che si deve donare… la ricompensa sicura è la gioia che il donare procura a chi sa dare.

Qual è il vostro parere? 

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