Cancello ed Arnone News

Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Letteratitudini’ Category

mercoledì
Ago 6,2014

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto)  – Martedì  5 agosto u.s. componenti del gruppo di “Letteratitudini”, tra cui Laura Sciorio, Felicetta Montella, Matilde Maisto da Cancello ed Arnone e Raffaele Raimondo, Lella Esposito, Francesca Raimondo e Raffaele Petrillo da Grazzanise si sono dati appuntamento a Santa Maria Capua Vetere presso l’Anfiteatro campano per assistere allo spettacolo “Eneide – Ciascuno patisce la propria ombra” da Virgilio, Ovidio e Marlowe, con Viviana Altieri, Nadia Kibout, Giulia Innocenti, nella drammaturgia e la regia di Matteo Tarasco. Scene e luci a cura di Matteo Tarasco, costumi di Chiara Aversano.

 

A fare da sfondo allo spettacolo la splendida cornice dell’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, in affascinante conclusione della rassegna “Teatri di Pietra”.

L’originale allestimento, presentato da Arte e Spettacolo Domovoj in collaborazione con Teatro Argot Studio e Dominio Pubblico, chiude, infatti, il ciclo di appuntamenti programmati nei suggestivi siti archeologici partenopei, per la rassegna Teatri di Pietra in Campania 2014, rete culturale per la valorizzazione dei teatri antichi e dei siti monumentali attraverso lo spettacolo dal vivo, ideata da CapuaAntica Festival  con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici, sotto l’egida del Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Campania.

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Lo spettacolo inizia con una densa nuvola di fumo che traghetta il pubblico nell’opaco viaggio per l’Averno di Eneide – Ciascuno patisce la propria ombra. Nell’oscurità della nebbia spettrale appaiono tre figure sinuose, dalle linee morbide, i tratti femminili, vestite di lacrime di sangue essiccate in una ragnatela cremisi, che afferma la loro condanna al mondo dell’aldilà. Sono le tre anime guida dello spettacolo.

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Il  regista Matteo Tarasco, attraverso un dramma delle ambientazioni seducenti, i toni solenni, con scenografie e costumi semplici, prova a rievocare le sensazioni e le emozioni di un’epopea fantasmagorica. Riscopre i meandri più segreti che questa storia immortale offre, evidenziandone la figura del grande Enea, di cui, in questa nostra epoca priva di eroi, è rimasta l’ombra.

Lo spettacolo racconta il mito di Enea, dalla caduta di Troia sino allo sbarco sulle coste italiche, attraverso la testimonianza delle donne che lo hanno incontrato, amato e rinnegato: la moglie Creusa, l’amante Didone, la Sibilla Cumana e la madre Venere.

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Travolgenti le tre donne sul palco:

Creusa, detta Euridice nella tradizione più antica, era figlia di Priamo e di Ecuba, nonché sorella di Ettore, Paride, Laodice, Cassandra e Polissena. In seguito, Creusa sposò il cugino Enea, figlio di Anchise, da cui ebbe un figlio, Ascanio, e forse una figlia, Etia. Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempì di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorse il suo fantasma. L’eroe tacque per l’orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parlò ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l’ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento.

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Didone, sotto l’influenza della sorella Anna e di Venere e Giunone, Didone si innamora di Enea giunto naufrago a Cartagine con il suo popolo (I e IV libro dell’Eneide). È a lei che l’eroe troiano racconta le vicende vissute a partire dalla fine di Troia). La Fama diffonde fino a Iarba, re dei Getuli, notizie del loro amore, che era stato consumato in una grotta; Iarba invoca suo padre Giove Ammone, perché fermi il “Paride effeminato” che insidia la regina, o piuttosto le sue mire su Cartagine. Tramite Mercurio, Giove impone la nuova partenza all’eroe troiano, che lascia Didone dopo un ultimo terribile incontro, in cui lei lo maledice e prevede eterna inimicizia tra i popoli (inimicizia che infatti porterà secondo Virgilio alle Guerre Puniche tra Roma e Cartagine). Poi, sviata Anna e la nutrice Barce con delle scuse, disperata si uccide con la stessa spada che Enea le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale. Enea incontrerà poi di nuovo la regina nell’Ade, nel bosco del pianto (VI libro), e manifesterà sincero dolore per la sua repentina fine, non meno, forse, che immutata incapacità di comprenderne e ricambiarne l’amore e la dedizione; ma l’ombra di Didone non lo guarderà neppure negli occhi e resterà gelida, rifugiandosi poi dal marito Sicheo, con cui si era ricongiunta nell’oltretomba (…coniunx ubi pristinus illi / respondet curis aequatque Sychaeus amorem). Il silenzio finale di Didone è, secondo Eliot, un riflesso del senso di impossibilità di amare dello stesso Enea, schiavo del fato.

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Sibilla Cumana Il titolo di Sibilla Cumana era detenuto dalla somma sacerdotessa dell’oracolo di Apollo. Ella svolgeva la sua attività oracolare nei pressi del Lago d’Averno, in una caverna conosciuta come l'”Antro della Sibilla” dove la sacerdotessa, ispirata dalla divinità, trascriveva in esametri i suoi vaticini su foglie di palma le quali, alla fine della predizione, erano mischiate dai venti provenienti dalle cento aperture dell’antro, rendendo i vaticini “sibillini”. La sua importanza era nel mondo italico pari a quella del celebre oracolo di Apollo di Delfi in Grecia. Tali Sibille erano giovani vergini che svolgevano attività mantica in uno stato di trance. Nel libro VI dell’Eneide, la Sibilla Cumana ha la doppia funzione di veggente e di guida di Enea nell’oltretomba e la presentazione dell’oracoloè accompagnata dal cupo ritratto dei luoghi in cui vive e che formano un tutt’uno a suggerire un’immagine di paura ma allo stesso tempo di mistero.

Per concludere, uno spettacolo bello, interessante e culturalmente edificante. Letteratitudini anche in questa uscita estiva ha mantenuto inalterati i suoi canoni culturali e sociali.

Matilde Maisto

 

 

 

 

lunedì
Feb 24,2014

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La serata di Letteratitudini del 22 u.s. è stata come sempre molto piacevole, allegra, conviviale, ma, ovviamente, improntata sulla “cultura” in termini spirituali, materiali, intellettuali, emozionali.

L’esame di Isabel Allende ha portato ad una sorta di intervista tra il professore Raimondo (in veste di giornalista) e la nostra relatrice della serata Mirella Sciorio, che ha maggiormente fatto comprendere il vero spirito di questa grande scrittrice la quale afferma che le cose più importanti della sua vita sono accadute nelle stanze segrete del suo cuore, i risultati più significativi non stanno nei libri, ma nell’amore che la lega ad alcune persone, specialmente della sua famiglia, e nei modi in cui ha cercato di aiutare gli altri. Quando ero giovane – ella dice – spesso mi disperavo: c’era così tanto dolore nel mondo e io potevo fare tanto poco per alleviarlo! Ma ora guardo indietro alla mia vita e mi sento soddisfatta perché davvero sono stati pochi i giorni in cui non ho tentato di alleviare la sofferenza. Credo sia una reazione sana, il riaffermarsi della vita, del piacere e dell’amore dopo aver percorso per molto tempo i territori della morte.

Isabel, già nota per le sue battaglie a favore delle donne in passato, aveva detto: “Il Cile è un paese maschilista: l’aria è talmente densa di testosterone che è un miracolo se alle donne non spuntano i peli in faccia. È forse l’unico paese della galassia dove non esiste il divorzio perché, nonostante il settantun per cento della popolazione lo reclami da anni, nessuno osa sfidare i preti, è il paese più cattolico del mondo, più dell’Irlanda e certamente molto più del Vaticano. Michelle Bachelet è stato il primo Presidente donna, madre separata di tre figli, un tranguardo impensabile fino al 2006. Io sono un animale politico. In ogni mio libro esce fuori il mio femminismo, il mio socialismo e il mio antimilitarismo. Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica.”

Per capire a fondo il pensiero di Isabel Allende, bisogna partire dal libro Paula, la storia della sua famiglia, ma in particolare della sua vita narrata dalla stella Allende al capezzale della figlia Paula affetta da porfiria che a 28 anni la portò alla morte. Ecco, Isabel nasce in una famiglia con forti contraddizioni e un senso del magico che già si intravede nel libro “La casa degli spiriti” e la prima parte della sua vita, quella che vive da quasi dissidente in Cile, con marito e due figli il suo ruolo è molto tradizionale. Con la fuga la separazione e l’incontro di quello che chiamerà ‘il marito americano’ la sua vita cambia radicalmente e prende coscienza del ruolo di donna nella società ma anche nella famiglia creando a questo punto una ‘famiglia matriarcale’.

Durante un’intervista, oggi, la Allende si ritrova ancora una volta a lanciare un messaggio per tutte le donne, dopo tanti anni, a favore di questa battaglia:

“Non invento donne forti, sono donne che già esistono. Non conosco donne deboli, tutte quelle che conosco sono forti e sono personaggi che potrei mettere in un romanzo. Non invento dei personaggi affinché le altre donne le copino, assolutamente. Io faccio parte alla prima generazione di donne cilene femministe organizzate. Ci sono sempre state in Cile le suffragette, ma un movimento organizzato con una propria rivista come era il caso di Paula, è un fenomeno della mia generazione, la ‘generazione di transizione’, tra il modo di vivere e di pensare delle donne come mia madre, mia nonna, a quello delle giovani donne di oggi. Noi facciamo parte di quel ponte. Quando ho cominciato a lottare per la battaglia femminista, la nostra idea era quella di ottenere per le donne gli stessi diritti degli uomini, soprattutto nel campo del lavoro e della cultura, che non ci fosse una doppia morale per uomini e donne. Questa era la cosa per la quale lottavamo. Quarant’anni dopo ci stiamo ancora battendo per le stesse cose. Oggi, nessuna di voi giovani donne dice di essere femminista perché non è sexy, tuttavia nessuna di voi rinuncerebbe a nessuno di quei diritti che le vostre madri hanno conquistato per voi. Io, come donna più grande, mi arrabbio molto quando le giovani donne di oggi dicono che non si interessano al femminismo perché non si rendono conto che loro hanno certi privilegi, ma l’80% delle donne del mondo vive ancora come nel Medioevo. Se non vi piacciono le parole femminismo o femminista, trovatene altre, cambiatele. Però la lotta per i diritti delle donne deve continuare e dovete portarla avanti voi.”

Sono i nostri pensieri che danno forma a ciò che noi supponiamo sia la realtà. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell’anima, quei rari momenti che mi segnano e mi distinguono. La scrittura è un tentativo disperato di preservare la memoria. I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l’abito della nostra personalità, e rischiamo di rimanere laceri, scoperti.

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Ed Ancora una volta Isabel Allende si ritrova a parlare di donne e femminismo con il suo nuovo libro “Il gioco di Ripper”: – Per Amanda e i suoi amici Ripper era solo un gioco. Ma quando San Francisco è scossa da una serie di misteriosi omicidi, Amanda sembra l’unica in grado di risolvere l’enigma.

Le donne della famiglia Jackson, Indiana e Amanda, madre e figlia, sono molto legate pur essendo diverse come il giorno e la notte. Indiana, guaritrice in una clinica olistica, è una donna libera e fiera della propria vita. Sposata e poi separatasi molto giovane dal padre di Amanda, è riluttante a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, che sia con Alan, ricco erede di una delle famiglie dell’alta borghesia di San Francisco, o con Ryan, enigmatico e affascinante ex navy seal, ferito durante la sua ultima missione. Mentre la madre vede soprattutto il lato buono delle persone, Amanda, come suo padre, ispettore capo della Sezione Omicidi della polizia di San Francisco, è affascinata dal lato oscuro della natura umana. Brillante e introversa, appassionata lettrice, dotata di un eccezionale talento per le indagini criminali, si diletta a giocare a Ripper, un gioco online ispirato a Jack the Ripper, Jack lo Squartatore, in cui bisogna risolvere casi misteriosi. Quando la città è scossa da una serie di efferati omicidi, Amanda si butta a capofitto nelle indagini, scoprendo, prima della polizia, che i delitti potrebbero avere un legame fra loro. Ma il caso diventa fin troppo personale quando sparisce Indiana. La scomparsa della madre è collegata al serial killer? Ora la giovane detective si ritrova ad affrontare il mistero più complesso che le sia mai capitato, e deve risolverlo prima che sia troppo tardi.

Possiamo concludere precisando che la serata di Letteratitudini si è rivelata, forse, addirittura migliore delle aspettative, per la qualità della grande protagonista esaminata e per la voce giovane che ha relazionato su di lei.

Ora l’appuntamento è stato fissato per Venerdì 28 Marzo p.v. e sarà dedicato alla “Vergine Maria” con i seguenti pezzi:

“Il pianto della Madonna” Jacopodi da Todi (relatrice Matilde Maisto)

Canto XXXIII: “La preghiera di San Bernardo alla Vergine” Dante Alighieri (relatrice Maria Sciorio)

“Il nome di Maria” Inni Sacri di Alessandro Manzoni (relatrice Felicetta Montella)

TUTTO IL MATERIALE CONSULTATO:

ISABEL ALLENDE

Isabel Allende nasce il giorno 2 agosto del 1942 a Lima (Perù). La famiglia si trova in questo periodo a Lima, in Perù, per motivi di lavoro. La madre, Francisca Llona Barros, divorzia dal padre, Tomás Allende, quando la scrittrice ha solo tre anni: Isabel non conoscerà mai suo padre, che dopo la dissoluzione del matrimonio sparirà nel nulla. Sola, con tre figli e senza alcuna esperienza lavorativa, la madre si trasferisce a Santiago del Cile, ospitata nella casa del nonno (rievocata poi ne “La casa degli spiriti” in quella di Esteban Trueba). Grazie all’aiuto dello zio Salvador Allende e grazie alla sua influenza, non mancheranno a lei e ai suoi fratelli borse di studio, vestiti e svaghi.

Bambina vivace ed inquieta, durante l’infanzia trascorsa nella casa dei nonni impara a leggere e a nutrire la propria fantasia con letture prelevate dalla biblioteca del nonno, ma anche con libri che la scrittrice racconta di aver trovato in un baule ereditato dal padre, contenente raccolte di Jules Verne o Emilio Salgari. L’immaginazione della piccola si alimenta anche di romanzi rosa, ascoltati alla radio, in cucina assieme alle inservienti e soprattutto di racconti narrati dal nonno o dalla nonna, quest’ultima caratterizzata da una propensione particolare verso i misteri dello spiritismo.

Questi anni fantasiosi e meravigliosi si interrompono nel 1956, quando la madre si sposa con un altro diplomatico. Data anche la natura particolare di quella professione, il diplomatico appunto, la coppia comincia a viaggiare e ad effettuare permanenze in vari paesi. Le esperienze in Bolivia, in Europa ed in Libano sveleranno alla piccola sognatrice un mondo diverso da quello in cui è cresciuta. Isabel Allende vivrà sulla propria pelle le prime esperienze della discriminazione sessuale. Anche se le letture cambiano: legge libri di filosofia, conosce Freud e le tragedie di Shakespeare. Frugando nella camera del patrigno, trova un “libro proibito” che resterà tra le sue maggiori influenze letterarie: nascosta in un armadio legge “Le mille e una notte”.

All’età di 15 anni, desiderosa di indipendenza, ritorna a Santiago ed a 17 anni inizia a lavorare come segretaria presso il “Dipartimento dell’informazione”, un ufficio della FAO. A 19 anni sposa con Miguel Frías (1962), con cui avrà due figli: Nicholás e Paula.

In questo periodo accede al mondo del giornalismo che insieme all’esperienza teatrale sarà il suo migliore elemento formativo. Prima entra nel campo della televisione, conducendo un programma di quindici minuti sulla tragedia della fame nel mondo; poi scrive per la rivista femminile Paula (1967-1974) e la rivista per bambini Mampato (1969-1974). In ambito televisivo s’impegna nella Channel 7 dal 1970 al 1974. Isabel Allende conquista la fama negli anni Sessanta, grazie alla rubrica “Los impertinentes” che la sua amica Delia Vergara le riserva all’interno della rivista Paula. Da allora la scrittrice non ha mai smesso di decantare il giornalismo come grande scuola di scrittura e di umiltà.

L’11 settembre 1973 il colpo di stato militare guidato dal Generale Augusto Pinochet termina un’altra fase della vita della Allende. L’evoluzione dei fatti la costringe ad inserirsi per la prima volta attivamente nella vita politica del suo paese: la scrittrice s’impegna a favore dei perseguitati dal regime trovando loro asilo politico, nascondigli sicuri e facendo filtrare notizie del paese. Il regime dittatoriale le permette di collaborare ancora con le televisioni nazionali, ma ben presto decide di abbandonare il lavoro, perché si rende conto che il governo militare la sta usando. Decide allora di emigrare e, seguita in breve dal marito e dai figli, si ferma per tredici anni in Venezuela, dove scrive su vari quotidiani.

Di fatto autoesiliatasi, comincia a scrivere per sfogare la propria rabbia e sofferenza. Nasce così il primo romanzo, rifiutato da tutte le case editrici latino-americane per il fatto di essere firmato da un nome non soltanto sconosciuto, ma addirittura femminile. Nell’autunno del 1982 “la casa degli spiriti”, una cronaca familiare sullo sfondo del mutamento politico ed economico nell’America latina, viene pubblicato a Barcellona da Plaza y Janés. Il successo divampa inizialmente in Europa e da lì passa negli Stati Uniti: le numerose traduzioni in varie lingue fanno conoscere la scrittrice in moltissime parti del mondo. Da quel momento in poi, inanellerà un successo dopo l’altro, a partire da “D’amore e ombra” fino a Paula, passando per “Eva Luna”.

A 45 anni Isabel Allende divorzia dal marito e nel 1988 si sposa in seconde nozze con William Gordon che conosce durante un viaggio a San José, negli Stati Uniti. La storia della vita del nuovo compagno della scrittrice ispira un nuovo romanzo che viene pubblicato nel 1991 col titolo “Il piano infinito”.

Molti critici hanno definito l’opera di Isabel Allende come un collage di idee e situazioni tratte dai suoi colleghi più famosi. Ma una delle critiche più persistenti è quella del paragone costante con Gabriel García Márquez e, in effetti, una certa influenza dello scrittore colombiano risulta essere innegabile, dal momento che viene tutt’ora considerato un punto di riferimento per le nuove generazioni di scrittori iberoamericani.

Non si può comunque tralasciare di citare il fatto che il libro-confessione “Paula” è il resoconto della tragedia che ha colpito l’Allende. Paula, infatti, non è altri che la figlia della scrittrice, morta il 6 dicembre del 1992 di una malattia rara e incurabile dopo aver passato un lungo periodo in stato comatoso.

Bibliografia:

La casa degli spiriti (1982)

D’amore e ombra (1984)

Eva Luna (1985)

Eva Luna racconta (1989)

Il piano infinito (1991)

Paula (1994)

Afrodita (1997)

La figlia della fortuna (1999)

Ritratto in seppia (2001)

La città delle bestie (2002)

Il mio paese inventato (2003)

Il regno del drago d’oro (2003)

La foresta dei pigmei (2004)

Zorro. L’inizio della leggenda (2005)

Inés dell’anima mia (2006)

La somma dei giorni (2008)

L’isola sotto il mare (2009)

Il quaderno di Maya (2011)

Le avventure di Aquila e Giaguaro (trilogia, 2012)

LA CASA DEGLI SPIRITI

La casa degli spiriti (titolo originale La casa de los espíritus) è il primo romanzo di Isabel Allende, scritto nel 1982 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Esso è anche considerato come il terzo volume di un’ideale trilogia formata da altri due romanzi di Isabel Allende, scritti però successivamente: La figlia della fortuna e Ritratto in seppia.

Da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film, con Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close, Antonio Banderas, Winona Ryder e Vanessa Redgrave.

LA TRAMA

Esteban Trueba si innamora della bella ed eterea Rosa del Valle: egli decide dunque di lavorare duramente allo scopo di accumulare la ricchezza necessaria per prenderla in sposa, ma la ragazza muore, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre, vanificando ogni sforzo compiuto da Esteban per avere una famiglia. L’uomo si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie”, che dopo anni di decadenza e di incuria riporta allo splendore, con sacrificio personale e modi dispotici e spietati, imponendosi come uno dei proprietari agricoli più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e cerca di ovviare a questa compiendo violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne.

Convinto di doversi sposare, chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accettando la proposta, rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Per Esteban, che si dice profondamente innamorato della moglie, è un’altra forma del possesso di cose e persone che ha sempre perseguito e praticato. Trasferitisi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban, la quale instaura una solida amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, ossessionato dalle cure e dall’adorazione nei confronti di sua moglie dimostrata da Férula, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata.

Intanto, Clara aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione consona al suo status sociale; i rapporti con le due donne subiscono un declino nel momento in cui Trueba, preso dall’ira, colpisce selvaggiamente al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città, nella “Casa dell’Angolo”. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa dove sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García dal quale sin da bambina era stata inseparabile.

Dai loro rapporti clandestini Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata come figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca: ma la giovane presto fugge dal proprio marito, nel momento in cui di questi scopre gusti libertini non compatibili con il matrimonio e che le erano costate, nel via vai di ombre ben diverse da quelle degli spiriti cui era abituata nella casa dei genitori, umiliazioni inflittele del marito e dai domestici coinvolti. Il dispotico Esteban Trueba è quindi nuovamente deluso dal comportamento di sua figlia, tornata a casa a partorire, ma accetta di farla restare in casa.

La sua amarezza, però, si risolleva parzialmente quando Blanca dà alla luce Alba che, specie dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio e sempre più selvatico Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime, medico socialista che spende la propria abnegazione in soccorso dei poveri, e Nicolás, spiritista superficiale e balzano come il prozio materno. Esteban frattanto è sceso in politica, schierandosi con la destra, e dacché quella che doveva essere una vittoria certa per il suo partito si trasforma in una clamorosa sconfitta, a causa della vittoria della sinistra, è il primo a dare l’impulso ai conservatori per architettare un golpe affinché siano rovesciati i nuovi governanti, che stanno minando gli interessi dei conservatori, mentre una crisi economica generale comincia a dilagare spaventosamente.

La destra si allea con i militari per il colpo di stato, ma le alte cariche dell’esercito una volta al potere estromettono i politici conservatori da cui avevano ricevuto impulso e finanziamenti ed esautorano il governo. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico intimo, e viene ucciso, non senza prima essere sottoposto ad atroci torture. Trueba riesce a far espatriare al sicuro in Canada Blanca e Pedro Terzo García, che ritrova ancora innamorati dopo mezzo secolo.

Alba intanto si prodiga offrendo rifugio temporaneo ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la Casa dell’Angolo – confusi da Esteban tra le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara così come quelle dei movimenti clandestini di Miguel e Alba in alcove nascoste nei sotterranei – : ma, a causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata e ripetutamente torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo in sé il rancore della nonna Pancha, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina.

Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre, salvati dal rogo della biblioteca, i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricuce la storia della sua famiglia e del suo paese e la trama di consequenzialità e contrappesi, in amore e odio, in colpa e vendetta, in iniquità e giustizia, che l’hanno caratterizzata. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà infine salutato dal fantasma di Clara.

ANALISI DEL TESTO

Quello in questione è un esempio di roman à clef, che si occupa di descrivere eventi effettivamente accaduti nella storia, celandoli dietro una facciata di finzione: esiste uno sfondo, geografico ma soprattutto storico, ben definito, chiaro e preciso, dinanzi al quale si sviluppano gli eventi della fabula nell’ordine dell’intreccio. Se si crede che ogni evento della fabula corrisponda ad un evento della storia reale, allora è possibile far corrispondere a quei personaggi del romanzo rimasti innominati, vale a dire il Poeta e il Presidente, figure che ricordano rispettivamente Pablo Neruda e Salvador Allende. Notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo.

Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana; il libro è una commistione tra realtà e fantasia, tra esoterismo e razionalità; la prosaicità di alcuni tra i personaggi principali, come Esteban Trueba, non ha nulla a che vedere con la chiaroveggenza di Clara Del Valle, immersa in un mondo parallelo, di figure luminose, di mutismi, di spiriti, di visioni. Clara emana una luce che va al di là dell’umana comprensione, una luce che bagna chi le sta intorno con il lume della coscienza, e si propaga anche fuori dalla carta, la quale rappresenta solamente un veicolo tra la storia, la Storia, e il lettore, tra il mondo reale e la casa degli spiriti, popolata dalle ombre del passato e della storia/Storia, da silenzi magici e silenzi estorti o forzati dalle persecuzioni, tra silenzi della coscienza e silenti – ammutolite e raggelate – prese di coscienza, tra i silenzi della narrazione e silenzi che tramandano e affidano la parola alla carta scritta.

È indubbiamente un romanzo di importante peso politico che riesce a descrivere, attraverso un linguaggio semplice che a volte potrebbe apparire crudo, la realtà del genere umano, analizzando sia gli angoli più sensibili dell’animo, che quelli più spietati, descrivendo il dolore, le passioni, il male, la dittatura, come un vortice travolgente, che spinge il lettore a proiettarsi in un altro mondo, il mondo di Clara, di Alba, della grande Casa dell’angolo e delle meravigliose figure femminili che ne fanno da cornice. Con assoluta fermezza l’autrice vuol sottolineare come il Cile sia stato piegato in due dalla pericolosa piaga che fino a poco tempo fa lo affliggeva; che la Storia di esso, data dai rapporti intercorrenti tra le persone, è scritta da una serie di azioni e scelte e contraccolpi, in cui da ingiustizia nascono violenza e iniquità e solo dalla reazione a queste, divenute perciò imprescindibili, la giustizia e il bene. Colpisce il modo in cui viene raccontata la realtà senza giri di parole né contorni felici.

RELAZIONE LIBRO:

“LA CASA DEGLI SPIRITI” di Isabel Allende

Trama:

Il romanzo “La casa degli spiriti” è il primo romanzo dell’autrice cilena Isabel Allende.

La storia si svolge in un paese dell’America Latina e riporta le vicende travagliate di quattro generazioni di una stessa famiglia che vivono gli eventi storici che caratterizzarono l’inizio del secolo in Sud America, in un Paese mai nominato ma probabilmente identificato con il Cile, vista la provenienza dell’autrice e gli eventi narrati.

La saga si apre sulla famiglia del Valle ed i loro capostipiti Nivea e Severo, unici e principali punti di riferimento dei numerosi figli.

Tra le figlie in casa del Valle si distingueva per la sua straordinaria bellezza Rosa, la maggiore, innamorata di un giovane, Esteban Trueba, che non poté però mai amarla come entrambi avrebbero desiderato perché era costretto a lavorare distante da lei, nelle miniere del Nord.

Ma l’attenzione della famiglia era più o meno piacevolmente rivolta alla minore: Clara.

Era sempre stata una bambina particolare, in grado di parlare con spiriti, di spostare gli oggetti con il pensiero, di predir 141j91b e il futuro.

Queste sue peculiarità avevano causato alla famiglia spiacevoli episodi di contrasto con la loro società che vedeva in lei la presenza del demonio; perciò la bambina era sempre cresciuta lontano dai suoi coetanei, nella solitudine, a cui si era abituata e che combatteva scrivendo numerosissimi diari per annotare tutto ciò che succedeva che fosse positivo o negativo, abitudine che mantenne per tutta la sua vita.

La famiglia venne però scossa dalla morte della sorella Rosa, avvenuta accidentalmente a causa di una dose di veleno destinata in origine al padre. In seguito a questo episodio la sorellina, duramente colpita si chiuse in un silenzio che la abbandonò solo nove anni dopo.

Infatti dopo l’immenso dolore provato per la morte della sua amata, Esteban Trueba aveva voluto esaudire le ultime volontà di sua madre, anch’essa morta che gli intimò di sposarsi. Esteban così scelse una persona della famiglia della sua amata, scegliendo Clara, l’ultima sorella rimasta sebbene nemmeno la conoscesse.

Clara interruppe così il suo silenzio accettando il matrimonio senza averne mai grande trasporto e propensione. Accettò la vita del nuovo marito, andando a vivere nella sua vecchia tenuta in campagna, le Tre Marie.

Esteban si dimostrò di grande abilità nel risollevare la tenuta e renderla la più fiorente e redditizia della zona. Clara non poté mai ricambiare l’amore del marito, poiché vedevano in due modi completamente diversi sia la vita matrimoniale sia quella terrena in generale.

Infatti viste i suoi poteri Clara era spesso immersa nelle sue comunicazioni con gli spiriti e sempre disinteressata alla vita terrena che conduceva il marito. Egli era infatti rabbioso, violento, passionale e bramoso di amarla e di avere un amore che lei non voleva e non poteva dargli.

Dopo anni di matrimonio Clara diede alla luce due gemelli Jaime e Nicolas e in seguito la figlia Blanca, mentre Esteban Trueba, datosi alla politica, era diventato senatore del partito di destra al governo.

Protagonista della parte successiva è Blanca; crebbe tra la residenza di città e le Tre Marie, dove conobbe la sua prima e una vera storia d’amore. Infatti fin dall’adolescenza fu travolta dalla passione di Pedro Terzo Garcia, figlio di uno dei mezzadri alle dipendenze di suo padre. Inziò come una storia segreta e così rimase perché il padre non avrebbe mai sopportato che sua figlia sposasse un poveraccio di quel tipo.

Giunta in età da marito un nobile francese prese a frequentare la loro residenza manifestando la sua volontà di sposare la ragazza, appoggiato in pieno dal padre. Fu proprio costui, il cui nome era Jean de Satigny, che, scoperta la relazione tra i due giovani, la confessò immediatamente al padrone.

Le conseguenze furono terribili: Esteban picchiò pesantemente la figlia Blanca e sua moglia Clara, che aveva cercato di calmarlo, causando loro grandi ferite e sofferenze e si mise all’inseguimento e alla ricerca di Pedro Terzo.

Dopo questo fatto le due donne lasciarono le Tre Marie alla volta della città. Dopo un periodo di permanenza in cui cercarono di ricostruirsi una vita, giunse la notizia che Blanca era incinta. Dopo un periodo non poterono più nasconderlo al padre che, saputo ciò, si precipitò in città obbligando la figlia a sposare Jean de Satigny, perché non si venisse a sapere che in realtà il vero padre era Pedro Terzo.

Così Blanca subì questo matrimonio per diversi anni, fino al momento in cui venne a conoscenza di attività illecite a scopo sessuale di cui suo marito si occupava a sua insaputa. Non potendo reggere la terribile situazione fece ritorno alla casa materna, dove fu accolta senza scandalo né domande.

Nel frattempo riprese segreti contatti con Pedro Terzo, infiammato dalla lotta politica che stava prendendo piede in quel periodo contro il governo al potere e contro il Presidente.

Nove mesi dopo il concepimento Blanca diede alla luce sua figlia: Alba.

La bambina crebbe nella credenza che suo padre fosse morto, al fianco della madre, della nonna Clara, degli zii Jaime, medico incline ad aiutare i poveri ed i bisognosi, e Nicolas, viaggiatore, e infine del nonno Esteban, poiché era la sola in famiglia ad avere un buon rapporto con lui.

Quando Alba era poco più che una bambina, ricevette la visita di Esteban Garcia, un ragazzo, che viveva nella proprietà delle “Tre Marie” e che, senza che nessuno lo sapesse era figlio illegittimo del padrone, risalente ad una delle tante violenze che si accollava il diritto di compiere sulle contadine della sua proprietà.

Alba rimase turbata dalla prepotenza del ragazzo che la trattò male, la obbligò a baciarlo e pretese di parlare con il padrone stesso.

Con il tempo Alba si scordò di lui, per poi doverlo ricordare e incontrare nuovamente verso la fine della vicenda.

Una volta maturata Alba si innamorò di Miguel, un giovane estremista di sinistra, sostenitore della ribellione armata che si vociferava in quel periodo teso.

Miguel, fratello minore di Amanda, che era stata fidanzata con Nicolas senza sapere mai dell’amore che il fratello Jaime provava per lei, aprì ad Alba l’orizzonte politico, mettendole in testa le sue idee rivoluzionarie che lei seguì ed apprezzò all’inizio più per amore che per convinzione.

Mentre Alba conosceva le gioie e le passioni del suo amore, la situazione sociale e politica precipitava vertiginosamente.

Dopo un lungo periodo di lotta diplomatica e politica giunse infatti il giorno del colpo di stato. I sovversivi come prima azione incendiarono il Palazzo presidenziale costringendo alla fuga molti dei funzionari e dei politici. Dopo un primo momento in cui sembrarono prevalere i ribelli, il governo ebbe il tempo di organizzarsi e, grazie all’aiuto della marina militare, riuscì a sventare il colpo di stato.

Gli esponenti del partito vincitore ebbero tempo di festeggiare questa apparente vittoria prima di realizzare che la situazione stava sfuggendo nuovamente dalle loro mani.

Infatti i militari non avevano la minima intenzione di riconsegnare il potere al senatore Trueba ed agli altri esponenti del partito, soprattutto dopo la confusione che seguì la morte del Presidente durante il golpe.

Infatti presero ad esercitare il potere senza riconoscere l’autorità di chi prima lo deteneva.

Nel frattempo Alba aveva salutato Miguel, che non voleva obbligarla a seguirlo e, per mantenere fede a quella che era diventata la sua ideologia, iniziò a mettere a disposizione la sua casa e la sua protezione per tutti i fuggiaschi che la necessitassero.

Fu proprio questa sua attività e la scoperta del fatto che fosse legata sentimentalmente ad un sovversivo, a causare i tragici avvenimenti di una notte.

Infatti accadde che i militari una notte fecero un assalto nella casa in cui dormivano Alba e suo nonno Esteban e la portarono via, tra grandi violenze e prepotenze.

Giunta a destinazione capì chi era il mandante della spedizione: Esteban Garcia. Stette  nelle mani dei militari di Garcia per diversi giorni in cui venne torturata in molteplici modi affinchè confessasse dove si trovava Miguel.

In seguito venne poi portata in un campo di concentramento dove conobbe altre donne nella sua situazione, come Ana Diaz, che la aiutarono a superare quel terribile momento in cui spesso desiderò la morte.

Nel frattempo Esteban Trueba capì che a nulla gli sarebbero servite le conoscenze che aveva da senatore perciò si vide costretto a chiedere aiuto ad una persona che negli anni era diventata molto influente: Transito Soto.

Era una prostituta che aveva conosciuto da giovane in uno dei bordelli che frequentava e che negli anni aveva fatto strada in quel campo, arrivando ad essere padrona dell’attività, più che mai fiorente. Per farlo si era servita di alcuni soldi prestatile da Esteban e fu proprio con la scusa del debito che egli le domandò il suo aiuto.

E così successe: grazie al potere della donna Alba venne liberata e potè fare ritorno a casa dal nonno, che ormai anziano si pentì di non aver mai amato a dovere la sua famiglia e scoprì che in realtà era Alba l’unica cosa che davvero gli premeva.

L’epilogo contiene il ritrovo dei due protagonisti della parte finale, con il senatore che per la prima volta concede ad Alba il suo amore per Miguel, accettandolo anche se da sempre si era opposto a causa delle sue idee politiche e che con lei attende impaziente il suo arrivo; contiene inoltre la descrizione della tranquilla morte di Esteban tra le braccia dell’amata nipote che infine spiga come sia stata spinta a scrivere, con l’aiuto del nonno, la loro storia, rivivendo una per una tutte le vicende e le persone che avevano composto la loro vita. Con lo scrivere questa storia Alba poté vincere il suo odio verso molte persone, primo fra tutti Esteban Garcia, giungendo a considerare la loro presenza fondamentale per il giusto compimento della storia e del loro destino, senza i quali sarebbe non sarebbe stato compiuto correttamente.

Personaggi principali:

ESTEBAN TRUEBA: è il protagonista maschile del romanzo, il filo conduttore, colui che conosce e interagisce con tutte le altre protagoniste donne. È infatti fidanzato di Rosa, poi marito di Clara, padre di Blanca e nonno di Alba.

È un uomo rude, violento, passionale, rabbioso per carattere, superiore alle vicende che riguardano le donne: è pronto sempre a giudicarle e punirle senza sentire ragioni e senza cercare di capirle a findo. Le uniche che instaureranno un rapporto con lui saranno Clara perché poco prima della sua morte si pone come sua giuda spirituale, lo capisce, lo compatisce, non riesce ad amarlo ma non lo abbandona; non lo abbandona nemmeno dopo la sua morte, continuando ad apparirgli in forma spiritica per rassicurarlo.

L’altra è Alba, che è l’unica che riesce a farlo cambiare, nella parte terminale della sua vita, a fargli comprendere gli errori compiuti nella sua vita, non ponendo la sua famiglia tra le sue priorità e preoccupazioni. Alla fine infatti Trueba è profondamente diverso dall’inizio, è in pace, ha capito e finalmente per la prima volta ha l’animo in pace, in grado di affrontare nel modo migliore la sua morte.

CLARA: è forse il personaggio più particolare della narrazione, forse a causa delle peculiarità e dei poteri già descritti. Durante la narrazione si dimostra una donna forte, abile, dalla grande umanità, in grado di instaurare buoni rapporti con tutti i suoi familiari. Soprattutto alla fine, dopo la sua morte, il fatto che lei continui ad essere presente con le sue apparizioni nelle vite di Alba e Esteban, per sorreggerli, consigliarli e aiutarli, dimostra il suo grande ruolo umano nella storia e la grandezza del personaggio. È anche grazie a lei ad alla sua abitudine di tenere numerosissimi diari che permette ad Alba di raccontare questa stupenda storia.

BLANCA: è una donna per così dire ribelle che ha avuto incomprensioni e contrasti con il padre per tutta la sua vita. È stata infatti costretta a nascondere sempre il suo amore per Pedro Terzo, perfino dopo la scoperta del padre. Solo alla fine è il padre stesso a permetterle di scappare all’estero con lui per coronare finalmente il suo sogno d’amore. Anche nel matrimonio obbligato con Jean de Satigny gioca il ruolo della vittima della situazione ma è ancora il bel rapporto con la madre che la sorregge e la accoglie sempre ad aiutarla ad andare avanti e vivere la sua vita.

ALBA: è l’ultima donna della saga familiare, a cui è dedicata tutta la parte finale del libro. Come la madre anche lei fu costretta a nascondere il suo amore per Miguel e a viverlo di segreto, a causa del nonno e della situazione politica. Come sua madre Blanca è disposta a tutto per amore del suo uomo, per il quale infatti subisce inimmaginabili torture. Nella narrazione si dimostra una persona molto bella e umana che riesce per prima a domare lo spirito violento del nonno Esteban rendendolo capace di amore verso di lei e di ritrovare una pace ormai perduta.

PEDRO TERZO GARCIA: fin da giovane si dimostra un ragazzo molto coraggioso e tenace nel portare avanti la rischiosa relazione con Blanca, che poi capirà essere l’unico amore della sua vita.

Si ritrova ad amarla sempre più anche quando subisce le violenze da parte del padrone e quando deve stare separato da lei degli anni.

ESTEBAN GARCIA: è un figlio illegittimo del padrone Trueba, l’unico dei tanti che non accettò mai la situazione in cui i figli legittimi godevano di tutti i privilegi della loro condizione mentre a lui non spettava nemmeno il riconoscimento del padre. Infatti probabilmente è più per vendetta che per convinzione politica che alla fine del romanzo fa catturare Alba e la tortura per estorcere informazioni su Miguel. È essenzialmente un personaggio negativo, in tutte le azioni che compie.

MIGUEL: è l’uomo amato da Alba, un estremista di sinistra, uno dei fautori del golpe contro il governo di destra. È la causa della grande sofferenza di Alba durante la cattura ma lei non gliene farà mai una colpa poiché entrambi erano stati spinti dall’amore. Tante sofferenze porteranno poi, presumibilmente, ad un periodo di felice riconciliazione perché persino Esteban Trueba accetta la loro relazione e permette loro una vita insieme.

ROSA: sorella di Clara, è una delle figlie dei coniugi del Valle. Nota per la sua bellezza, è la prima donna amata da Esteban che però dovrà patire per la sua morte. Muore infatti prematuramente causando un trauma nella sorellina Clara da cui guarirà solo dopo nove anni.

JAIME E NICOLAS: sono i fratelli gemelli di Blanca, la prima parte della loro vita la trascorrono in un collegio, diventando più presenti con la nascita di Clara. È soprattutto Jaime a farle da padre fino alla sua tragica morte durante il colpo di stato. Nicolas vive anche l’amore con Amanda, sorella di Miguel senza mai comprendere il vero e autentico sentimento che prova Jaime per lei, e che però non sarà mai ricambiato.

Mi ha colpito molto la figura di Jaime, molto altruista e determinato nel diventare medico per mettersi al servizio degli altri

NIVEA E SEVERO: sono i capostipiti della famiglia di cui sono narrate le vicende. Genitori di Rosa e Clara e modelli per tutti i figli.

AMANDA:è la fidanzata di Nicolas quando fa la sua comparsa nel romanzo. Era una donna molto bella, che portava sempre moltissimi gioielli e grandi vesti che le stavano larghe rispetto alla sua esile corporatura. Rimasta incinta chiese a Jaime, che stava specializzandosi in medicina, di aiutarla ad abortire. Questo fatto generò la divisione da Nicolas ed un approfondimento del rapporto con Jaime, che poi si scoprì innamorato di lei. Morirà dopo il colpo di stato.

FERULA:è la sorella di Esteban Garcia. Una donna dalla bellezza particolare ma non curata, che aveva passato tutta la sua vita da nubile per assistere la madre, donna Ester, gravemente malata di artrite. Era sempre stata molto autoritaria anche con il fratello con cui però ebbe sempre un rapporto conflittuale. Instaurò un bel rapporto invece con Clara, diventando, dopo un periodo di odio, persino gelosa del marito che poteva averla con sé sempre.

Luoghi:

La vicenda è ambientata in Sud America e si può supporre che di preciso si tratti del Cile. Gli eventi si svolgono principalmente alle Tre Marie, nella residenza dei del Valle, nella casa di Esteban e Clara.

Tempi:

La vicenda si svolge nel nostro secolo ed occupa un arco temporale di circa un secolo o poco meno.

Sono ricorrenti le anticipazioni durante tutta la vicenda.

Narratore:

Nella parte iniziale del racconto il narratore è esterno, come il punto di vista.

Poi subentra un narratore interno, ossia Esteban Trueba, e quindi il punto di vista diventa interno.

Commento:

Credo che sia il libro più bello letto durante il biennio. È proprio perfetto perché sa unire il sentimentalismo con l’avventura, la tensione, i momenti malinconici; la fantasia e la realtà fuse insieme. A prescindere dal fatto che trovo che il modo di scrivere della Allende sia semplicemente stupendo nella sua semplicità non banale, credo che i personaggi creati siano ognuno per qualcosa di particolare molto significativi e soprattutto vivi, grazie proprio alle sue capacità descrittive.

Era un libro di una certa lunghezza che però non mi è stato di difficile lettura proprio perché mi ha appassionato e tenuta alta la tensione fino all’ultimo.

Mi hanno positivamente colpito i personaggi di Clara e Alba, nonna e nipote, molto simili se si pensa a come hanno lottato per farcela da sole in ogni occasione, senza mostrare segni di debolezza e restando salde ai loro principi e valori.

PAULA

Paula è un romanzo della scrittrice cilena Isabel Allende, pubblicato nel 1995.

TRAMA

L’opera scaturisce dal desiderio dell’autrice di entrare in contatto con la figlia ventottenne Paula, ammalatasi di porfiria, una malattia rara e gravissima, che l’ha condotta in un coma irreversibile. La vicenda si svolge dal giorno del ricovero di Paula in un ospedale a Madrid, città dove da poco viveva con il marito Ernesto, avvenuto il 6 dicembre 1991, fino alla sua morte, giunta esattamente un anno dopo, il 6 dicembre 1992, nella casa di Allende a San Francisco. La madre le resta a fianco tutto il tempo, durante il ricovero nella capitale spagnola, alloggiando in un misero motel, dove, di sera, scriveva il romanzo. Le sorti di Paula, però, peggiorano sempre di più, e la sua degenza in ospedale diviene inutile, tanto che viene trasferita a casa di Allende, a San Francisco, in modo che possa essere circondata da amici e parenti. E alla fine se ne andrà, circondata dalle persone che ha amato, che l’hanno amata e che l’ameranno per sempre.

ANALISI DEL TESTO

Il romanzo si presenta come un “diario” che Allende dedica alla figlia, dove l’autrice narra della sua vita, creando così una sorta di autobiografia. I temi che emergono sono molteplici: dolore, sofferenza, tristezza, amore, gioia di vivere e voglia di vivere; l’amore materno è il sentimento predominante. Non a caso, a volte il lettore può sentirsi estromesso, come se questa storia d’amore e dolore riguardasse solo due persone, Isabel e Paula. Allo stesso tempo, però, il lettore è coinvolto, e la vita di Allende diventa la sua vita e la vita di Paula. Allende scrive senza veli, si espone al lettore, dà sfogo ai suoi dolori, ai suoi pensieri, alle sue preoccupazioni, e per questo il lettore condivide il sentimento di dolore che ella prova. Un dolore lancinante, immenso, il dolore di una madre che vede sua figlia morire fra le braccia, mentre lei, impotente, piange lacrime di vita. È un romanzo di una vita, che narra della vita, della morte, di tutti gli uomini e di tutte le donne; un romanzo diretto al cuore, che riempie l’animo.

L’ISOLA SOTTO IL MARE

L’isola sotto il mare (titolo originale La isla bajo el mar) è un romanzo di Isabel Allende pubblicato nel 2009.

Il romanzo, ambientato nei Caraibi e nella Louisiana di fine Settecento, narra le vicende della schiava nera Zarité Sedella, soprannominata Teté che, attraverso parecchie vicissitudini, soprusi e violenze, riesce alla fine a conquistare la propria libertà.

LA TRAMA

Zarité Sedella, piccola mulatta congolese, all’età di nove anni viene venduta al ricco latifondista Toulouse Valmorain, che la impiega come schiava nelle faccende domestiche nella sua tenuta di Santo Domingo, risparmiandole così il duro lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero. La sua bontà naturale, forza di spirito e grande senso della dignità la portano a condividere segreti e spiritualità con gli altri schiavi e a riconoscere le miserie dei padroni bianchi, fino a farla diventare il centro di un microcosmo che riflette tutte le contraddizioni del mondo coloniale: i padroni bianchi con le loro fragilità familiari; i militari e le cortigiane; gli schiavi e le angherie che subiscono che portano a progetti di ribellione. Zarité si innamora dello schiavo Gambo, che è uno dei più accesi sostenitori della necessità di una ribellione. Quando Valmorain decide di spostarsi a New Orleans, all’epoca ancora colonia francese in suolo americano, porta con sé anche Zarité, che però si batte per ottenere la libertà per sé e per la sua famiglia, mentre alle vicende familiari si intrecciano gli avvenimenti che porteranno alla ribellione degli schiavi caraibici e alla costituzione della prima repubblica nera indipendente al mondo, Haiti.

 

domenica
Feb 2,2014

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ALLORA COME ORA: A LETTERATITUDINI “LA TRADUZIONE POETICA DELLA SOFFERENZA POLITICA DI DANTE”

CANCELLO ED ARNONE – Proseguendo con l’itinerario dantesco (che ha segnato i coinvolgenti approdi nel tragico destino di Francesca da Rimini e nell’indelebile monito “culturale ed etico” – “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza!”, del re di Itaca, l’astuto Ulisse), il gruppo che si identifica nella “bella avventura” chiamata Letteratitudini ha voluto tornare sui versi della Divina Commedia dedicati ad una problematica che, vista la tremenda stagione politica attuale, in Italia e nel mondo, farebbero dire: sì, allora come ora, cioè ai tempi di Dante come in questa fase storica dello spurio abbraccio Renzi-Berlusconi. E quale titolo per un’opzione simile? Questo: “La traduzione poetica della ‘sofferenza politica’ di Dante”. Se, infatti, all’uomo comune le lotte fratricide e le spregiudicatezze dei potenti fanno senso, nel profondo dell’animo d’un poeta vibrano lacerazioni inguaribili. Forse non avvenne questo nel vortice delle vicende che portarono il più grande genio letterario italiano all’amarissimo esilio? Eppure, elaborando e rielaborando le sue pene, egli seppe sublimarle, lasciandoci in eredità una “traduzione lirico-didascalica” che sa parlare all’umanità contemporanea e a quella d’ogni tempo e luogo. Rigenerante, dunque, il bagno del primo incontro-2014 di Letteratitudini nel singolare “pathos” dantesco intriso della sua finale sconfitta. Tutto ciò è avvenuto, come sempre, nell’accoglientissimo “salotto buono” della fondatrice Tilde Maisto e, per vivificante aggiunta, con alcune new entry una delle quali ha risposto al nome della giovane Mirella Sciorio. Ne è venuta fuori una serata appassionante, con comparazioni e approfondimenti a iosa. Un componente del gruppo ha assunto il compito dell’introduzione e di una prima lettura di terzine tratte dal 6° Canto dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso; poi, a tutti i presenti la libertà di sviluppare, in ampiezza e in profondità, il dibattito, qui e là attingendo ad altri testi (Inferno – Canto X di Farinata degli Uberti -, De Monarchia…), ma anche introducendo ipotesi interpretative favorite, su più versanti, proprio dal desiderio di cogliere quanto di universale e di imperituro esprime la grande arte della poesia sulle pochezze umane o del vivere civile o, ancora, sulle contraddizioni che ciclicamente s’individuano nel governo della res publica. Vieppiù catturante – e facile da prevedere – la strofa che Dante riservò alla celebre invettiva: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello…” (Purgatorio, Canto di Sordello). Versi perennemente disarmanti e purtroppo “indovinati” per i secoli che vanno dalla Caduta dell’Impero Romano d’Occidente ai nostri tristi giorni nei quali il disorientamento è vastissimo, le catastrofi (in senso proprio e figurate) innumerevoli e la deriva quasi sempre all’orizzonte. Eppure la tenacia dantesca e la sua visione politica lasciano comunque aperti, pure all’ italiano d’oggi, i varchi della speranza. E su questa tastiera Letteratitudini, alla scuola delle “grandi penne”, ha inseguito fin dalla sua costituzione esegue legge sua migliore musica ed insegue il sogno, la sperimentazione di un riscatto umano e sociale in un territorio difficile qual è il Basso Volturno. Qui, per l’appunto, stanno le ragioni più autentiche dell’assiduità e dell’entusiasmo, anche conviviale, con cui il gruppo va avanti e si consolida. E dunque non a caso, nell’intervallo “non dantesco” dell’imminente incontro di febbraio, si innesterà il contributo, sicuramente avvincente, della new entry Mirella Sciorio.

      Raffaele Raimondo

MATERIALE VISIONATO:

 

 

VI canti politici della Divina Commedia

 

VI CANTO POLITICO:

INFERNO

Il VI canto dell’intera Divina Commedia è dedicato alla politica.
Nell’Inferno, vi è un’invettiva contro Firenze; nel Purgatorio vi è un’invettiva contro l’Italia e nel Paradiso vi è un’invettiva contro tutto l’Impero.

Nei tre canti Dante incontra tre personaggi che si differenziano l’uno dall’altro sia per il ruolo svolto (o non svolto) in politica, sia per le colpe e le pene subite nell’aldilà.

Nel VI canto dell’Inferno, Dante e Virgilio si trovano nel terzo cerchio, in cui si situano le anime dei golosi. Esse, che in vita hanno ceduto ai peccati di gola e hanno vissuto attorniati da cibi raffinati, nel mondo dell’aldilà devono scontare la loro colpa stando in mezzo al fango puzzolente e ricevendo una pioggia pesante e fredda che non muta mai il suo ritmo, ma è sempre uguale e continua. Il guardiano di questo cerchio è Cerbero, un mostro a tre teste e tre gole “carinamente latra”, con enormi fauci, con la barba unta e atra che con le sue unghiate mani graffia, scuoia e squarta le sue anime. Quando Cerbero scorge i due visitatori, mostra loro le sue orrende bocche cosicché Virgilio getta al loro interno un mucchio di terra, come un cane che si acquieta dopo aver ricevuto del cibo. Tutte le anime stavano a terra prostrate nel fango, tranne una, che al veder passare i due, si levò in piedi e rivolse la parola a Dante. L’anima gli chiese se si ricordasse di lui, ma Dante gli negò la memoria perché il suo aspetto era stato profondamente cambiato dalla sofferenza. Essa è l’anima di Ciacco, un fiorentino, parassita di corte che fu soprannominato “maiale” a causa del suo peccato di gola. Egli viveva nelle corti, non si interessava di politica ma sapeva molto circa la storia di Firenze… dante pone a Ciacco tre domande: dove giungeranno gli uomini della città divisa?; se v’è alcun giusto?; qual è la cagione che ha alimentato tante discordie?
Ciacco risponde facendo riferimento alla continua 1) lotta tra guelfi bianchi e guelfi neri. Inizialmente, i primi prevarranno sui secondi e li perseguiteranno; poi in seguito entro tre anni (dalla profezia) i bianchi saranno sottomessi dai neri aiutati in segreto da un uomo, Bonifacio VIII, il quale proprio in quel periodo non sa da che parte stare, ma intanto opera in segreto. 2) “Giusti son due”: le persone giuste sono pochissime…e 3) “superbia,invidia e avarizia sono le tre faville ch’hanno i cuori acceso”. Dante s’informa anche sul destino che ebbero alcuni suoi amici (Farinata,Tegghiao,Arrigo) che in vita operarono per il bene, ma ne rimane deluso dalla risposta,infatti, Ciacco risponde che si trovano tra le anime più colpevoli e che si scenderà nei cerchi più stretti li incontrerà. Dopo aver risposto e soddisfatto la curiosità di Dante,chinò la testa e cadde.

PURGATORIO

Nel VI canto del Purgatorio, Dante e Virgilio si trovano nella spiaggia dell’ antipurgatorio, in cui si situano le anime dei negligenti, morti per violenza. Come alla fine di una partita, i giocatori della zara si dividono, il perdente si sofferma ancora e riprova e impara come avrebbe potuto fare meglio, il vincitore si libera a fatica dalla ressa che lo acclama, lo tira a destra e a sinistra e solo con promesse riesce a liberarsi…così era Dante. All’improvviso il poeta viene colto da un dubbio e chiede spiegazione al sommo maestro: “la preghiera non può mutare il decreto del cielo”,come Virgilio afferma nell’Eneide, allora perché queste anime continuano a pregare a mani giunte? Virgilio afferma che nella sua opera si esprime chiaramente e non c’è nulla di sbagliato nelle preghiere delle anime, è soltanto diversa l’epoca. Infatti, all’epoca in cui visse Virgilio le preghiere non raggiungevano Dio perché Cristo non era ancora nato. Virgilio però invita Dante a non soffermarsi su questa spiegazione perché Beatrice potrebbe chiarire meglio ogni dubbio. Al nome di Beatrice, il poeta si sentì rinvigorito ed ebbe voglia di camminare più velocemente per giungere più presto in Paradiso. Virgilio e Dante cammineranno finchè ci sarà luce e chiederanno il cammino ad un’anima che se ne sta in disparte, sola soletta, altera e disdegnosa e con il muover degli occhi onesta e tarda.,che si limitava ad osservare. Virgilio si chinò verso di lui per chiedere la via, ma l’anima non rispose e domandò da dove venisse. All’udire della parola “Mantua…” l’anima si levò e strinse in un caloroso abbraccio il concittadino Virgilio. Era Sordello da Goito, mantovano come Virgilio. L’abbraccio tra i due concittadini dà inizio ad un’invettiva di Dante contro l’Italia che definisce: ➢ Serva di dolore ostello ➢ Nave senza nocchiere in gran tempesta ➢ Non donna di provincia ma bordello La felicità con la quale Sordello accoglie Virgilio è contrapposta all’odio che dilania le città d’Italia.
“Esamina le regioni marine e poi guarda al tuo interno se qualche città gode di pace”. A cosa servono le leggi di Giustiniano se nessuno potere le fa rispettare? La gente di chiesa dovrebbe occuparsi delle cose spirituali e lasciare all’imperatore il potere temporale. Permettere a Cesare di sedersi sulla sella dell’Italia bestia feroce oramai senza speroni perché Alberto d’Asburgo ha abbandonato l’Italia indomita e selvaggia per cupidigia di cose lassù, nell’impero. (CON TONO IRONICO) “vieni a vedere come le famiglie si odiano e i feudatari si contendono il potere in assenza dell’imperatore (esempio Santafiora), vieni a vedere come Roma giorno e notte invoca il suo Cesare. E se nessuna pietà ti muove verso di noi, vieni a vergognarti della fama di cui godi. Dante si permette anche un piccolo “ rimprovero” a Dio: hai rivolto gli occhi altrove o ci stai preparando al dolore per recarci un qualche bene?. Infine sempre con tono sarcastico Dante si riferisce a Firenze ricca, piena di pace e saggezza. Atene e Sparta a suo confronto hanno dimostrato grande senso civile poiché a Firenze non giunge a metà novembre le legislazioni approvate ad ottobre. L’Italia è paragonata ad una malata che non riesce a trovare una posizione e che per il dolore si gira e rigira continuamente.

PARADISO

Nel VI canto del Paradiso, Dante e Beatrice si trovano nel cerchio di Mercurio, in cui si situano le anime di coloro che fecero del bene per ottenere la gloria terrena. Dante incontra l’imperatore Giustiniano che narra la storia dell’aquila, simbolo dell’ impero romano.
Dopo che Costantino spostò la capitale da Roma a Bisanzio, cioè in una direzione sbagliata rispetto al corso del cielo da Occidente a Oriente, direzione rispettata da Enea quando si mosse da Troia nel Lazio per creare Roma, il sacrosanto simbolo rimase a Bisanzio per oltre duecento anni finchè giunse nelle mani di Giustiniano. Egli tolse dalle leggi di Roma il superfluo e l’inutile e dal momento che credeva in una sola natura di Cristo fu convertito dalle dolci parole di Agapito e si convinse sempre più che doveva affidare il comando militare al suo fidato Belisario e dedicarsi ad opere più morali. Con questa termina la risposta alla domanda di Dante: “chi sei?” ma Giustiniano si sente in dovere di aggiungere qualcosa riguardante l’aquila e chi se n’è appropriato come simbolo di un partito (ghibellini) e chi vi si è opposto (guelfi). La storia parte dal momento in cui Pallante muore per far cominciare l’impero. Per trecento anni rimase ad Albalonga, fondata da Ascanio, figlio di Enea; poi procede per il periodo monarchico dei sette re, aperto da Romolo (ratto delle Sabine) e chiuso da Tarquinio il Superbo (che fu cacciato dalla città perché suo figlio aveva violentato Lucrezia, la quale denunciò l’accaduto e poi si suicidò); segue il periodo repubblicano in cui l’aquila lottò contro i nemici, Brenno, Pirro e furono eroi Torquato e Quinzio, i Deci e i Fabi; l’aquila sotterrò l’orgoglio dei Cartaginesi di Annibale e vide il trionfo di Scipione e Pompeo; trovò pace nelle mani di Cesare che la mosse dal Varo al Reno,dall’Isere alla Senna al Rodano fino al momento in cui l’imperatore iniziò la guerra contro Pompeo oltrepassando senza consenso il fiume Rubicone; giunse in Spagna, a Durazzo e fino al Nilo, rivide Antandro e Simoenta da dove si mosse e il luogo in cui è sepolto Ettore eripartì con danno di Tolomeo ( cedendo il regno a Cleopatra); dall’ Egitto proseguì come un fulmine verso Giuba, e poi verso l’occidente; rievoca il regno di Ottaviano Augusto, che viene ricordato con rabbia e disgrazia da Bruto e Cassio che lo gridano dalle parti infime dell’Inferno e ne sono addolorate Modena e Perugia che diedero rifugio al nemico Marco Antonio; con Augusto l’aquila giunse fino al Mar Rosso e pose la pace nell’impero, chiudendo il tempio di Giano; ma la cosa più eclatante avvenne sotto Tiberio che ebbe l’onore di crocifiggere Gesù Cristo; una lotta si svolse tra Franchi, che difesero la Chiesa, e i Longobardi e infine, iniziò una straziante lotta tra Guelfi e Ghibellini. I primi, appoggiati da Carlo D’Angiò, opposero all’aquila i gigli d’oro della casa di Francia, mentre i secondi se ne appropriarono ingiustamente come simbolo di un partito politico. Ma entrambe le forze opposte dovranno vedersela con i suoi artigli! Chiarimento sulla condizione dei beati nel cielo di Mercurio. Riferimento a Romeo di Villanova che operò per il bene ma fu trattato ingiustamente.

 

Il pensiero politico di Dante nei versi della Commedia

di Luca Azzetta*

Il pensiero politico dantesco, così come si manifesta negli anni della maturità, appare caratterizzato da un’evoluzione frutto della sua vicenda personale (l’impegno nella politica comunale a Firenze, l’esperienza drammatica dell’esilio, la conoscenza diretta delle corti e delle città italiane ecc.) e di una più ampia riflessione sulla storia (il fallimento della spedizione di Arrigo VII, il problema della libertà e della giustizia, le cause della corruzione della società umana ecc.). Molti e di diversa natura sono i testi in cui esso si manifesta: dal Convivio alle Epistole (V, VI, VII, XI), dalla Commedia alla Monarchia che, portata a compimento probabilmente a Ravenna negli ultimissimi anni di vita, ne rappresenta il punto di arrivo.
Al centro del pensiero politico di Dante, che ruota intorno al rapporto tra Chiesa e Impero, il grande tema della filosofia politica medievale, vi sono due intuizioni fondamentali: la necessità dell’Impero come istituzione universale e sovranazionale e l’autonomia del potere imperiale dal potere ecclesiastico.

L’Impero come istituzione universale La necessità dell’Impero, istituzione universale e sovranazionale. Solo l’Imperatore, che tutto possiede ed è dunque libero dalla cupidigia, è in grado di porsi come arbitro e di restaurare la pace, l’ordine, la giustizia tra gli uomini.

Il potere imperiale e il potere ecclesiastico: la teoria dei “due soli” L’autonomia del potere imperiale dal potere ecclesiastico. Questo pensiero, che  non pare ancora acquisito nella coscienza del poeta all’inizio della Commedia, emerge progressivamente: ora a partire da riflessioni circoscritte su singole questioni, ora in invettive di appassionata intensità; trova quindi una prima espressione lirica al centro del Purgatorio (XVI 97-114), quindi una compiuta elaborazione teorica nel terzo libro della Monarchia (III iv e xv). La dualità tra potere temporale e potere religioso, che implica comunque la reverenza dell’imperatore verso il papa (Mon. III xv 17), non è risolta da Dante, uomo di fede profonda e saldissima, nella subordinazione dell’una all’altra, ma sottoponendo entrambe direttamente a Dio, “qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator” (Mon. III xv 18).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inferno, Canto VI

 

 

Argomento del Canto

Ingresso nel III Cerchio. Apparizione di Cerbero. Pena dei golosi. Incontro con Ciacco e sua profezia sul destino politico della città di Firenze. Ciacco indica come dannati alcuni fiorentini illustri, tra cui Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Mosca dei Lamberti. Apparizione di Pluto. È la notte di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

 

 

 

 

 Incontro coi golosi. Cerbero (1-33)

Dante si risveglia dopo lo svenimento al termine del colloquio con Paolo e Francesca e si accorge di essere arrivato nel III Cerchio, dov’è tormentata una nuova schiera di dannati. Una pioggia eterna, fredda, fastidiosa cade incessante nel Cerchio, mista ad acqua sporca e neve; forma al suolo una disgustosa fanghiglia, da cui si leva un puzzo insopportabile. I golosi sono sdraiati nel fango e Cerbero latra orribilmente sopra di essi con le sue tre fauci. Ha gli occhi rossi, il muso sporco, il ventre gonfio e le zampe artigliate; graffia le anime facendole a brandelli e rintronandole coi suoi latrati. I dannati urlano come cani per la pioggia, voltandosi spesso sui fianchi nel vano tentativo di ripararsi l’un l’altro. Quando Cerbero vede i due poeti gli si avventa contro, mostrando i denti, ma Virgilio raccoglie una manciata di terra e gliela getta nelle tre gole. Il mostro sembra placarsi, proprio come un cane affamato quando qualcuno gli getta un boccone.

 

Incontro con Ciacco (34-57)

 

Dante e Virgilio proseguono e passano letteralmente sopra le anime, che essendo immateriali non oppongono ostacolo. Tutte giacciono al suolo, ma una di esse si leva improvvisamente a sedere e si rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal momento che il poeta è nato prima che lui morisse. Dante risponde che il suo aspetto è talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, quindi gli domanda il suo nome, affermando che la pena sua e degli altri golosi è certo la più spiacevole dell’Inferno, se non forse la più grave.

Il dannato risponde dichiarando anzittutto di essere stato cittadino di Firenze, la città che è piena di invidia. Il suo nome è Ciaccoed è condannato fra i golosi, che affollano in gran numero il Cerchio. Detto ciò, rimane in silenzio.

 

VERSI 34-57

Noi passavam su per l’ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanità che par persona.                                   36

Elle giacean per terra tutte quante, fuor d’una ch’a seder si levò, ratto ch’ella ci vide passarsi davante.                                     39

«O tu che se’ per questo ’nferno tratto», mi disse, «riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».                                 42

E io a lui: «L’angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.                                 45

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente loco se’ messo e hai sì fatta pena, che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».               48

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.                                      51

 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.                              54

E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa». E più non fé parola.                            57

 

Noi camminavano sulle anime che la pioggia pesante abbatte, e poggiavamo i piedi sui loro corpi inconsistenti, dall’aspetto umano.

Esse erano tutte sdraiate per terra, tranne una che si mise a sedere non appena ci vide passare davanti.

Mi disse: «O tu che sei guidato attraverso l’Inferno, riconoscimi, se ne sei in grado: tu nascesti prima che io morissi».

Gli risposi: «L’angoscia che dimostri ti rende irriconoscibile, proprio come se non ti avessi mai visto.

Ma dimmi chi sei tu, che sei posto in un luogo così doloroso e subisci una pena tale che, forse, altre sono più gravi, ma nessuna è altrettanto spiacevole».

E lui rispose: «La tua città, che è tanto piena di invidia che ormai ha raggiunto il limite, mi ospitò nella vita terrena.

Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco: a causa della colpa della gola, come vedi, sono fiaccato dalla pioggia.

E io non sono l’unico dannato qui, poiché queste altre anime sono soggette alla stessa pena per lo stesso peccato». Poi non disse più nulla.

 

Le tre domande di Dante a Ciacco su Firenze (58-75)

A questo punto Dante ribatte dicendosi pronto a piangere per l’angoscia provocata dalla pena di Ciacco e gli pone tre domande riguardanti la loro comune patria, Firenze: Dante vuol sapere quale sarà l’esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini giusti, quali sono le ragioni delle discordie intestine. Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti (Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico (la cosiddetta zuffa di Calendimaggio del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima che passino tre anni, però, i Neri avranno il sopravvento grazie all’aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti (Bonifacio VIII). I Neri conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa (condanne ed esili).
La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta. Alla terza domanda Ciacco risponde che superbia, invidia ed avarizia sono le tre scintille che hanno acceso le lotte politiche.

 

VERSI (58-75)

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno                             60

li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione per che l’ha tanta discordia assalita».                          63

E quelli a me: «Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione.                             66

Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.                               69

Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti.                           72

Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi».                              75

 

Io risposi: «Ciacco, il tuo affanno mi angoscia al punto che mi viene da piangere; ma dimmi, se lo sai, quale sarà il destino degli abitanti della città divisa (Firenze); se qualcuno di loro è giusto; e dimmi la causa della discordia che l’ha assalita».

E quello a me: «Dopo una lunga contesa verranno allo scontro violento, e la parte del contado (i Bianchi) caccerà l’altra (i Neri) con gravi danni.

Poi è destino che i Bianchi cadano prima di tre anni, e che l’altra parte prenda il sopravvento con l’aiuto di un uomo (Bonifacio VIII) che, ora, si tiene in bilico fra le due fazioni.

I Neri resteranno a lungo al potere, opprimendo i Bianchi con pesanti condanne, nonostante le loro lamentele.

I fiorentini giusti sono solo due (sono pochissimi) e nessuno li ascolta; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno acceso i cuori».

 

Purgatorio, Canto VI

 

Argomento del Canto

Ancora fra i morti per forza del secondo balzo dell’Antipurgatorio. Incontro con l’anima di Sordello da Goito. Invettiva contro l’Italia. Apostrofe contro Firenze. È il pomeriggio di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle tre.

 

I morti per forza si affollano intorno a Dante (1-24)

Dante spiega che quando finisce il gioco della zara, il perdente resta solo e impara a sue spese come comportarsi nella prossima partita, mentre tutti si affollano intorno al vincitore, attirando la sua attenzione; quello non si ferma, ma si difende dalla calca dando retta a tutti e porgendo la mano all’uno e all’altro. Lo stesso fa il poeta attorniato dalle anime dei morti per forza, rivolgendosi ora a questo ora a quello, e si allontana promettendo. Tra le anime c’è quella dell’Aretino che fu ucciso da Ghino di Tacco e Guccio de’ Tarlati che morì annegato; ci sono Federico Novello e il pisano che fece sembrare forte il padre Marzucco; ci sono il conte Orso degli Alberti e l’anima di Pierre de la Brosse, che dice di essere stato ucciso per invidia e non per colpa, per cui Maria di Brabante dovrebbe pentirsi per evitare di finire tra i dannati.

Virgilio spiega l’efficacia della preghiera (25-57)

Non appena Dante riesce a liberarsi dalle anime che lo pressano, si rivolge a Virgilio e gli ricorda come in alcuni suoi versi egli nega alla preghiera il potere di piegare un decreto divino. Queste anime si augurano proprio questo, quindi Dante non sa se la loro speranza è vana, oppure se non ha capito bene ciò che Virgilio ha scritto. Il maestro risponde che i suoi versi sono chiari e la speranza di tali anime è ben riposta, a patto di giudicare con mente sana: infatti il giudizio divino non si piega solo perché l’ardore di carità della preghiera compie in un istante ciò che devono scontare queste anime. Nei versi dell’Eneide in cui Virgilio parlava di questo, inoltre, la colpa non veniva lavata dalla preghiera, poiché questa era disgiunta da Dio. Virgilio esorta Dante a non tenersi il dubbio, ma di attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice, che illuminerà la sua mente e lo attende sorridente sulla cima del monte. A questo punto Dante invita il maestro ad affrettare il passo, essendo molto meno stanco di prima e osservando che il monte proietta già la sua ombra (è pomeriggio). Virgilio dice che procederanno sino alla fine del giorno, quanto più potranno, ma le cose stanno diversamente da come lui pensa. Prima  di arrivare in cima, infatti, Dante vedrà il sole tramontare e poi risorgere.

Incontro con Sordello da Goito (58-75)

 

Virgilio indica a Dante un’anima che se ne sta in disparte e guarda verso di loro, che potrà indicare la via più rapida per salire. Raggiungono quell’anima che, come si saprà, è lombarda, e sta con atteggiamento altero e muove gli occhi in modo assai dignitoso. Lo spirito non dice nulla e lascia che i due poeti si avvicinino, guardandoli come un leone in attesa. Virgilio si avvicina a lui e lo prega di indicargli il cammino migliore, ma quello non risponde alla domanda e gli chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano. Virgilio non fa in tempo a dire «Mantova…» che subito l’anima va ad abbracciarlo e si presenta come Sordello, originario della sua stessa terra.

Invettiva contro l’Italia (76-126)

 

Dante a questo punto prorompe in una violenta invettiva contro l’Italia, definita sede del dolore e nave senza timoniere in una tempesta, non più signora delle province dell’Impero romano ma bordello: l’anima di Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua stessa terra, mentre i cittadini italiani in vita si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. L’Italia dovrebbe guardare bene entro i suoi confini e vedrebbe che non c’è parte di essa che gode la pace. A che è servito che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c’è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero permettere all’imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina, affidato a gente incapace. Dante accusa l’imperatore Alberto I d’Asburgo di abbandonare l’Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo d’Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell’Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta di essere abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo), crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo oppure se prepara per l’Italia un destino migliore di cui non si sa ancora nulla. Le città d’Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga una parte politica viene esaltato come un Marcello.

 

VERSI 76-126

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!                             78

Quell’anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa;                                     81

e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode di quei ch’un muro e una fossa serra.                          84

Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s’alcuna parte in te di pace gode.                                  87

Che val perché ti racconciasse il freno Iustiniano, se la sella è vota? Sanz’esso fora la vergogna meno.                                 90

Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota,                                 93

guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella.                               96

O Alberto tedesco ch’abbandoni costei ch’è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni,                                     99

giusto giudicio da le stelle caggia sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!                    102

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.                        105

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti!                            108

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com’è oscura!                                   111

Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non m’accompagne?».            114

Vieni a veder la gente quanto s’ama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama.                                 117

E se licito m’è, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?                             120

O è preparazion che ne l’abisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de l’accorger nostro scisso?                             123

Ché le città d’Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene.                              126

 

Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle province ma bordello!

Quell’anima nobile fu così sollecita a fare festa al suo concittadino, solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i tuoi abitanti in vita non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa città si rodono l’un l’altro.

Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell’interno, se alcuna parte di te si trova in pace.

A che è servito che Giustiniano ti aggiustasse il freno (emanasse le leggi), se la sella è vuota (nessuno le fa rispettare)? Senza di esso (senza le leggi) la vergogna sarebbe minore.

Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere devota e lasciare che Cesare (l’imperatore) sieda sulla sella, se capisci bene la parola di Dio, guarda come è diventata ribelle questa bestia per non essere tenuta a bada dagli sproni, dal momento che la conduci a mano per le briglie.

O Alberto d’Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni (governare l’Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed evidente, così che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore!

Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino dell’Impero (l’Italia) sia abbandonato, rimanendo in Germania per cupidigia.

Vieni (o Alberto) a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, uomo negligente, i primi già in rovina e gli altri sul punto di cadervi!

Vieni, o crudele, e vedi le oppressioni compiute (o subìte) dai tuoi feudatari, e cura le loro colpe (o danni); e vedrai come è oscura Santa Fiora!

Vieni a vedere la tua città di Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Cesare mio, perché non hai qui la tua sede?»

Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà di noi, vieni almeno a vergognarti della tua reputazione.

E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti altrove?

Oppure nell’abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per l’Italia) di cui non possiamo renderci conto?

Infatti tutte le città italiane sono piene di tiranni, e ogni contadino che si mette a capo di una fazione politica diventa un Marcello.

 

 

 

 

Paradiso, Canto VI

 

Argomento del Canto

Ancora nel II Cielo di Mercurio. Giustiniano si presenta a Dante. Digressione sulla storia dell’Impero romano. Invettiva contro i Guelfi e i Ghibellini. Condizione degli spiriti operanti per la gloria terrena. Presentazione di Romeo di Villanova. È la sera di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Giustiniano narra la sua vita (1-27)

 

Giustiniano risponde alla prima domanda di Dante, spiegando che dopo che Costantino aveva portato l’aquila imperiale (la capitale dell’Impero) a Costantinopoli erano passati più di duecento anni, durante i quali l’uccello sacro era passato di mano in mano giungendo infine nelle sue. Egli si presenta dunque come imperatore romano e dice di chiamarsi Giustiniano, colui che su ispirazione dello Spirito Santo riformò la legislazione romana. Prima di dedicarsi a tale opera egli aveva aderito all’eresia monofisita, credendo che in Cristo vi fosse solo la natura divina, ma poi papa Agapito lo aveva ricondotto alla vera fede e a quella verità che, adesso, egli legge nella mente di Dio. Non appena l’imperatore fu tornato in seno alla Chiesa, Dio gli ispirò l’alta opera legislativa e si dedicò tutto ad essa, affidando le spedizioni militari al generale Belisario che ebbe il favore del Cielo.

Ragioni della digressione sull’Impero (28-36)
Fin qui Giustiniano avrebbe risposto alla prima domanda di Dante, ma la sua risposta lo obbliga a far seguire un’aggiunta, affinché il poeta si renda conto quanto sbagliano coloro che si oppongono al simbolo sacro dell’aquila (i Guelfi) e coloro che se ne appropriano per i loro fini (i Ghibellini). Il simbolo imperiale è degno del massimo rispetto, e ciò è iniziato dal primo momento in cui Pallante morì eroicamente per assicurare la vittoria di Enea.

 

 

 Storia dell’aquila: dai re alla Repubblica (37-54)

 

Giustiniano ripercorre le vicende storiche dell’aquila imperiale, da quando dimorò per trecento anni in Alba Longa fino al momento in cui Orazi e Curiazi si batterono fra loro. Seguì il ratto delle Sabine, l’oltraggio a Lucrezia che causò la cacciata dei re e le prime vittorie contro i popoli vicini a Roma; in seguito i Romani portarono l’aquila contro i Galli di Brenno, contro Pirro, contro altri popoli italici, guerre che diedero gloria a Torquato, a Quinzio Cincinnato, ai Deci e ai Fabi. L’aquila sbaragliò i Cartaginesi che passarono le Alpi al seguito di Annibale, là dove nasce il fiume Po; sotto le insegne imperiali conobbero i loro primi trionfi Scipione e Pompeo, e l’aquila parve amara al colle di Fiesole, sotto il quale nacque Dante.


Storia dell’aquila: l’età imperiale (55-96)

 

Nel periodo vicino alla nascita di Cristo, l’aquila venne presa in mano da Cesare, che realizzò straordinarie imprese in Gallia lungo i fiumi Varo, Reno, Isère, Loira, Senna, Rodano. Cesare passò poi il Rubicone e iniziò la guerra civile con Pompeo, portandosi prima in Spagna, poi a Durazzo, vincendo infine la battaglia di Farsàlo e costringendo Pompeo a riparare in Egitto. Dopo una breve deviazione nella Troade, sconfisse Tolomeo in Egitto e Iuba, re della Mauritania, per poi tornare in Occidente dove erano gli ultimi pompeiani. Il suo successore Augusto sconfisse Bruto e Cassio, poi fece guerra a Modena e Perugia, infine sconfisse Cleopatra che si uccise facendosi mordere da un serpente. Augusto portò l’aquila fino al Mar Rosso, garantendo a Roma la pace e facendo addirittura chiudere per sempre il tempio di Giano. Ma tutto ciò che l’aquila aveva fatto fino ad allora diventa poca cosa se si guarda al terzo imperatore (Tiberio), poiché la giustizia divina gli concesse di compiere la vendetta del peccato originale, con la crocifissione di Cristo. Successivamente con Tito punì la stessa vendetta, con la conquista di Gerusalemme; poi, quando la Chiesa di Roma fu minacciata dai Longobardi, fu soccorsa da Carlo Magno.


Invettiva contro Guelfi e Ghibellini (97-111)

Terminata la sua digressione, Giustiniano invita Dante a giudicare l’operato di Guelfi e Ghibellini che è causa dei mali del mondo: i primi si oppongono al simbolo imperiale dell’aquila appoggiandosi ai gigli d’oro della casa di Francia, i secondi se ne appropriano per i loro fini politici, per cui è arduo stabilire chi dei due sbagli di più. I Ghibellini dovrebbero fare i loro maneggi sotto un altro simbolo, poiché essi lo separano dalla giustizia; Carlo II d’Angiò, d’altronde, non creda di poterlo abbattere coi suoi Guelfi, dal momento che l’aquila coi suoi artigli ha scuoiato leoni più feroci di lui. I figli spesso pagano le colpe dei padri e Dio non cambierà certo il simbolo dell’aquila con quello dei gigli della monarchia francese.

 

VERSI 97-111

Omai puoi giudicar di quei cotali ch’io accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali.                                   99

L’uno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e l’altro appropria quello a parte, sì ch’è forte a veder chi più si falli.                                 102

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’altro segno; ché mal segue quello sempre chi la giustizia e lui diparte;                             105

e non l’abbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli ch’a più alto leon trasser lo vello.                                  108

Molte fiate già pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!                         111

 

Ormai puoi giudicare la condotta di quelli che ho accusato prima e le loro colpe, che sono causa di tutti i vostri mali.

Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più.

I Ghibellini facciano la loro politica sotto un altro simbolo, giacché chi lo separa sempre dalla giustizia ne fa un cattivo uso;

e non creda di abbatterlo coi suoi Guelfi Carlo II d’Angiò, ma abbia timore dei suoi artigli che scuoiarono leoni più feroci di lui.

Molte volte i figli hanno già pagato per le colpe dei padri, e quindi non creda Carlo che Dio cambi il proprio simbolo con i suoi gigli!

 

 

 

 

mercoledì
Dic 18,2013

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Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grandissimo Dante Alighieri – relatrice della serata la prof.ssa Marinella Viola.

CANCELLO ED ARNONE (Matilde Maisto) – Autore potentissimo ed enciclopedico, Dante Alighieri (1265 – 1321); affascinante l’opera, “La Divina Commedia”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Lettaratitudini, sabato 14 dicembre u.s., nel “salotto buono” della coordinatrice Matilde Maisto.

L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo della relatrice Marinella Viola per riflettere e discutere sul XXVI canto dell’Inferno: “…di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ‘ve ‘lfondo parea…”

Il Canto si svolge interamente nella VIII Bolgia dell’VIII Cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, e il protagonista assoluto è Ulisse, attraverso il cui personaggio Dante intende svolgere un importante discorso relativo alla conoscenza. Il canto inizia con un’apertura che commenta quanto si è visto nel passo precedente (l’invettiva contro Firenze, che non può andare fiera della presenza di cinque suoi cittadini nella Bolgia dei ladri), un lento avvicinamento alla Bolgia successiva con la faticosa salita lungo le rocce e il ponte, la descrizione delle fiamme che costellano il fondo della fossa e infine la presentazione del protagonista dopo una lunga attesa. Dante si mostra subito molto interessato alla pena di questa categoria di dannati, probabilmente perché si sente in parte coinvolto nel loro peccato. In effetti la colpa di questi dannati è legata alla conoscenza e, soprattutto, all’uso della parola per tessere inganni, per cui il loro peccato è di natura intellettuale: Ulisse e Diomede scontano infatti una serie di imbrogli che avevano ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l’inganno del cavallo di Troia).

Il colloquio con Ulisse è scandito da tre momenti, che corrispondono al discorso che Virgilio rivolge ai due dannati, al racconto dell’eroe che culmina nel discorso fatto ai compagni, alla descrizione del viaggio. Dante arde dal desiderio di parlare con i peccatori avvolti dalla fiamma biforcuta, per cui prega vivamente il maestro di chiamarli a sé (e lo fa con una certa finezza retorica: assai ten priego / e ripriego, che ‘l priego valga mille.) Altrettanto fine è l’allocuzione con cui Virgilio invita Ulisse a parlare: adducendo il pretesto che i due, essendo greci, potrebbero essere restii a parlare on Dante (nel Medioevo era diceria diffusa che i Greci avessero un carattere scontroso), il maestro si rivolge loro con una captatio benevolentiae che invoca presunti meriti acquisiti in vita presso di loro, quando scrisse gli ‘alti versi’. Così il poeta latino chiede a Ulissedi raccontare le circostanze della sua morte e l’eroe acconsente scuotendo la fiamma che lo avvolge come una lingua che parla ed emette voce.

Giunto alle colonne d’Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l’eroe rivolge ai compagni una ‘orazion picciola’ che è un piccolo capolavoro retorico, con cui li esorta a non perdere l’occasione di esplorare l’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo definisce consapevole del fatto che è un luogo deserto). Il che è ovviamente un inganno, dal momento che non è possibile seguir ‘virtute e canoscenza’, né diventare ‘esperti de li vizi umani e del valore’ esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole solo soddisfare la propria curiosità fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un ‘folle volo’ che infrange i divieti divini e si concluderà con la morte di tutti loro.

Lungi dall’essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse è per Dante l’esempio negativo di chi usa l’ingegno e l’abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d’Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza umana fissato dai decretidi divini, quindi il viaggio è folle in quanto non dovuto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna del Purgatorio.

Una serata all’insegna della cultura, quindi, ma anche della convivialità e dell’amicizia. Con vero piacere al gruppo storico di Letteratitudini: Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele e Lella Raimondo (assenti per un lutto in famiglia), Laura Sciorio, Marinella Viola, si sono aggiunte le voci di nuoci amici: Antonio Leone, Marialuisa Santonicola, Maria Sciorio.

Per il prossimo mese di Gennaio 2014, in data ancora da definire, il gruppo di lettura ha programmato una serata a teatro; la cultura diventa itinerante con “le voci dentro”, commedia in tre atti di Eduardo De Filippo, composta nel 1948 e inserita dall’autore nella raccolta “Cantata dei giorni dispari” . Riproposta al Teatro San Ferdinando di Napoli con la regia di Toni Servillo.

Matilde Maisto

(Nella foto i componenti del gruppo a Natale 2012)

MATERIALE CONSULTATO E DISCUSSO

Inferno, Canto XXVI

 

 

…di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ‘ve ‘l fondo parea…

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica…

“Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti…”


Argomento del Canto

Visione dell’VIII Bolgia dell’VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti. Incontro con Ulisse e Diomede, avvolti dalla stessa fiamma. Ulisse racconta a Dante e Virgilio le circostanze della sua morte.
È mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Invettiva contro Firenze (1-12)

Dante rivolge un’aspro rimprovero a Firenze, che può davvero vantarsi della fama che ha acquistato in ogni luogo e persino all’Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII Bolgia) ben cinque ladri tutti fiorentini che lo fanno vergognare e non danno certo onore alla città. Ma se è vero che i sogni fatti al mattino sono veritieri, allora Firenze avrà presto la punizione che molti le augurano, compresa la piccola città di Prato: se anche già fosse così sarebbe troppo tardi e più passerà il tempo, più il castigo della città sarà grave per il poeta invecchiato.

La Bolgia dei consiglieri fraudolenti (13-42)

Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel punto dove erano scesi a fatica, quindi proseguono lungo il cammino erto in cui bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al culmine del ponte, Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce a tenere a freno il proprio ingegno, perché non agisca senza l’aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del bene che un destino favorevole gli ha concesso. Come il contadino, che d’estate si riposa sulla collina alla fine della giornata e vede nella valle sottostante tante lucciole, altrettante fiamme vede Dante sul fondo della VIII Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro che rapì Elia allontanarsi nel cielo, scorgendo solo una fiamma che saliva, così Dante vede solo le fiamme muoversi nella fossa, senza distinguere il peccatore nascosto dal fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere, protendendosi al punto che cadrebbe di sotto se non si aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e Virgilio, che lo vede così attento, gli spiega che dentro ogni fuoco c’è lo spirito di un peccatore (i consiglieri fraudolenti) che è come fasciato dalle fiamme.

Incontro con Ulisse e Diomede (49-75)
Dante ringrazia il maestro della spiegazione, anche se aveva già capito che ogni fiamma nascondeva un peccatore, quindi gli chiede chi ci sia dentro il fuoco che si leva con due punte, simile al rogo funebre di Eteocle e Polinice. Virgilio risponde che all’interno ci sono Ulisse e Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel peccato e ora scontano insieme la pena. I due sono dannati per l’inganno del cavallo di Troia, per il raggiro che sottrasse Achille a Deidamia e per il furto della statua del Palladio. Dante chiede se i dannati possono parlare dentro il fuoco e prega Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, tanto è il desiderio che lui ha di parlare coi dannati all’interno. Virgilio risponde che la sua domanda è degna di lode, tuttavia lo invita a tacere e a lasciare che sia lui a interpellare i dannati, perché essendo greci sarebbero forse restii a parlare con Dante.


Il racconto di Ulisse: viaggio alle colonne d’Ercole (76-111)

Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati all’interno e prega uno di loro di raccontare le circostanze della sua morte, in virtù dei meriti che lui ha acquistato presso entrambi, in vita, quando scrisse gli alti versi. La punta più alta della fiamma inizia a scuotersi, come se fosse colpita dal vento, quindi emette una voce come una lingua che parla. Ulisse racconta che dopo essersi separato da Circe, che l’aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, né la nostalgia per il figlio o il vecchio padre, né l’amore per la moglie poterono vincere in lui il desiderio di esplorare il mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare, insieme ai compagni che non lo avevano lasciato neppure in questa occasione; si erano spinti con la nave nel Mediterraneo verso ovest, costeggiando la Spagna, la Sardegna, il Marocco, giungendo infine (quando lui e i compagni erano molto anziani) fino allo stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le famose colonne. La nave era giunta allo stretto, tra Siviglia e Ceuta.


Il racconto di Ulisse: viaggio nell’emisfero sud (112-142)

Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza, giunti ormai alla fine della loro vita, l’esplorazione dell’emisfero australe della Terra totalmente disabitato; dovevano pensare alla loro origine, essendo stati creati per seguire virtù e conoscenza e non per vivere come bestie. Il breve discorso li aveva talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a stento: misero la poppa della nave a est e proseguirono verso ovest, passando le colonne d’Ercole e dando inizio al loro folle viaggio. La notte mostrava ormai le costellazioni del polo meridionale, mentre quello settentrionale era tanto basso che non sorgeva più al di sopra dell’orizzonte. Il plenilunio si era già ripetuto cinque volte (erano passati cinque mesi) dall’inizio del viaggio, quando era apparsa loro una montagna (il Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di qualunque altra avessero mai visto. Ulisse e i compagni se ne rallegrarono, ma presto l’allegria si tramutò in pianto: da quella nuova terra sorse una tempesta che investì la prua della nave, facendola ruotare tre volte su se stessa; la quarta volta la inabissò levando la poppa in alto, finché il mare l’ebbe ricoperta tutta.


Interpretazione complessiva

Il Canto si svolge interamente nella VIII Bolgia dell’VIII Cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, e il protagonista assoluto è Ulisse, attraverso il cui personaggio Dante intende svolgere un importante discorso relativo alla conoscenza (analogo per certi versi a quello affrontato nel Canto XX con gli indovini). La struttura dell’episodio è in parte simile a quella del Canto XXIV, con un’apertura che commenta quanto si è visto nel passo precedente (l’invettiva contro Firenze, che non può andare fiera della presenza di cinque suoi cittadini nella Bolgia dei ladri), un lento avvicinamento alla Bolgia successiva con la faticosa salita lungo le rocce e il ponte, la descrizione delle fiamme che costellano il fondo della fossa e infine la presentazione del protagonista dopo una lunga attesa. Dante si mostra subito molto interessato alla pena di questa categoria di dannati, probabilmente perché si sente in parte coinvolto nel loro peccato: come nel Canto V, quando aveva compreso subito chi fossero i dannati del II Cerchio, anche qui capisce da solo che dentro ogni fiamma c’è un peccatore e la conseguente spiegazione di Virgilio è pressoché inutile. In effetti la colpa di questi dannati è legata alla conoscenza e, soprattutto, all’uso della parola per tessere inganni, per cui il loro peccato è di natura intellettuale: Ulisse e Diomede scontano infatti una serie di imbrogli che avevano ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l’inganno del cavallo di Troia, che come Dante leggeva nel libro II dell’Eneide era avvenuto grazie alle bugie di Sinone, istruito da Ulisse), così come nel Canto seguente Guido da Montefeltro espierà i consigli dati a Bonifacio VIII per sconfiggere i suoi nemici. Non è un caso, del resto, che Dante introduca i dannati della Bolgia con una sorta di ammonimento a se stesso, affinché tenga a freno l’ingegno usandolo sempre sotto la guida della virtù e per non gettare via il bene che un influsso astrale e la grazia divina gli hanno concesso: il peccato di Ulisse può essere definito di superbia intellettuale ed è metafora, come vedremo, di quello che probabilmente aveva condotto Dante nella selva oscura.
Il colloquio con Ulisse è scandito da tre momenti, che corrispondono al discorso che Virgilio rivolge ai due dannati, al racconto dell’eroe che culmina nel discorso fatto ai compagni, alla descrizione del viaggio. Dante arde dal desiderio di parlare con i peccatori avvolti dalla fiamma biforcuta, per cui prega vivamente il maestro di chiamarli a sé (e lo fa con una certa finezza retorica: assai ten priego / e ripriego, che ‘l priego valga mille, con una replicazione simile a quelle di Inf., XIII, 25, 67-68). Altrettanto fine è l’allocuzione con cui Virgilio invita Ulisse a parlare: adducendo il pretesto che i due, essendo greci, sarebbero restii a parlare con Dante (nel Medioevo era diceria diffusa che i Greci avessero un carattere scontroso), il maestro si rivolge loro con una captatio benevolentiae che invoca presunti meriti acquisiti in vita presso di loro, quando scrisse gli alti versi. Non è chiaro a cosa Virgilio si riferisca, dal momento che nell’Eneide i due personaggi sono citati solo di sfuggita, ma si è ipotizzato che egli si spacci in realtà per Omero approfittando del fatto che non possono vederlo, forse addirittura parlando greco, ingannandoli in modo simile a quanto Dante farà con Guido nel Canto seguente. Sta di fatto che il poeta latino chiede a Ulisse di raccontare le circostanze della sua morte e l’eroe acconsente scuotendo la fiamma che lo avvolge come una lingua che parla ed emette voce.
La narrazione del viaggio di Ulisse è estranea alla tradizione omerica e deriva probabilmente a Dante da un rimaneggiamento tardo dell’Odissea, che il poeta non poteva leggere nel testo originale. L’Ulisse dantesco è comunque simile a quello classico, dotato di insaziabile curiosità e abilità di linguaggio: giunto alle colonne d’Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l’eroe rivolge ai compagni una orazion picciola che è un piccolo capolavoro retorico, una specie di suasoria con cui li esorta a non perdere l’occasione di esplorare l’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo definisce consapevole del fatto che è un luogo deserto). Il che è ovviamente un inganno, dal momento che non è possibile seguir virtute e canoscenza, né diventare esperti de li vizi umani e del valore esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole solo soddisfare la propria curiosità fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un folle volo che infrange i divieti divini e si concluderà con la morte di tutti loro. Lungi dall’essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse è per Dante l’esempio negativo di chi usa l’ingegno e l’abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d’Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza umana fissato dai decreti divini, quindi il viaggio è folle in quanto non voluto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna del Purgatorio. È chiaro allora che Dante si sente personalmente coinvolto nel peccato commesso da Ulisse, perché anch’egli forse ha tentato un volo altrettanto folle cercando di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della ragione, senza l’aiuto della grazia: è il peccato di natura intellettuale che è all’origine dello smarrimento nella selva, e che va probabilmente ricondotto a un allontanamento dalla teologia avvenuto in seguito alla morte di Beatrice, quando il poeta si era dato agli studi filosofici (frutto di questa fase del suo pensiero e della sua opera era stato il Convivio). È arduo ipotizzare in cosa esattamente consistesse il cosiddetto «traviamento» di Dante, ma in Purg., XXX, 109 ss. Beatrice rimprovererà aspramente il poeta di essersi allontanato da lei dopo la sua morte, seguendo imagini di ben… false e discostandosi da ciò che era stato nella sua giovinezza, aiutato da benigni influssi astrali e da larghezza di grazie divine. Il viaggio di Ulisse nell’emisfero australe sembra allora metafora del viaggio altrettanto folle tentato da Dante negli anni precedenti e che aveva rischiato di concludersi anche per lui in un naufragio, portandolo a smarrirsi nella selva da cui Virgilio, inviato da Beatrice, lo aveva tratto fuori; nella prospettiva dell’uomo medievale alla conoscenza umana c’è un limite invalicabile rappresentato dai decreti divini e chi tenta di valicarlo confidando presuntuosamente nella sola ragione commette un peccato destinato a portarlo alla dannazione. In questo senso Ulisse non è affatto quell’eroe positivo quale fu descritto dai critici ottocenteschi, né la sua esortazione a seguir virtute e canoscenza deve essere presa alla lettera, dal momento che egli ha condotto se stesso e i compagni non alla virtù ma alla follia e alla morte.
Particolarmente potente, infine, la chiusa del Canto che è stata giustamente accostata ad altri passi simili del poema: infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso, un verso che «sembra scritto su una lapide funeraria» (Momigliano) e che suggella in modo perentorio e definitivo il discorso al centro dell’episodio: è un severo ammonimento all’uomo medievale che non può oltrepassare i limiti imposti da Dio alla sua condizione umana, se non vuole perdere irrimediabilmente ogni speranza di raggiungere la salvezza e finire dannato come è successo ad Ulisse, e come poteva succedere allo stesso Dante se non fosse stato soccorso dalla grazia divina.

Note e passi controversi

Il v. 7 allude alla credenza medievale, già attestata in età classica, che i sogni fatti verso il mattino fossero premonitori di eventi reali.
L’espressione al v. 12 (ché più mi graverà, com’ più m’attempo) vuol dire probabilmente che il castigo di Firenze, quanto più tarderà, tanto più sarà grave per il poeta ormai invecchiato, ma altri intendono che esso sarà tanto più grave quanto più tarderà a giungere.
Alcuni mss. leggono al v. 14 i borni («le schegge di pietra»), intendendo gli spuntoni avevano aiutato i due poeti a scendere; il verso vuole invece dire probabilmente che la discesa li aveva resi «pallidi» (iborni, dal lat. eburneus, «d’avorio»).
Colui che si vengiò con li orsi (v. 34) è il profeta Eliseo, che per punire dei ragazzi che lo schernivano per la sua calvizie invocò contro di loro la maledizione divina: da un bosco uscirono due orsi che ne sbranarono quarantadue (IV Reg., II, 11-12).
Eteocle e Polinice (v. 54) erano i due fratelli tebani figli di Edipo e Giocasta: si odiavano al punto che, dopo essersi uccisi l’un l’altro, dal rogo funebre su cui furono posti insieme si levò una fiamma divisa in due.
Il promontorio di Gaeta (v. 92) fu così chiamato secondo la leggenda da Enea, in onore della sua balia Caieta morta in quel luogo.
I vv. 106-108 alludono alle colonne d’Ercole, ovvero le montagne di Calpe in Europa e di Abila in Africa che l’eroe mitologico avrebbe posto ai lati dello stretto di Gibilterra con l’ammonimento non plus ultra, «non procedere oltre».
Il v. 126 indica che la nave di Ulisse seguì sempre la rotta sud-ovest, procedendo verso sinistra.
Lo lume… di sotto da la luna è l’emisfero lunare a noi visibile; sono cioè trascorse cinque lunazioni (cinque mesi).
Il v. 139 riecheggia Aen., I, 116-117: ter fluctus… / torquet agens circum, et rapidus vorat aequore vortex («per tre volte il flutto fece girare in tondo la nave, e il rapinoso vortice la fece sprofondare in mare»).

Testo

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!                              3Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.                                  6Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.                        9

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’più m’attempo.                      12

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;                                 15

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.                                18

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,                      21

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.                    24

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,                           27

come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:                               30

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.                                   33

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,                               36

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:                                       39

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.                             42

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.                                   45

E ’l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».                       48

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:                                    51

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».                                     54

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;                                    57

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.                            60

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».                                      63

«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,                              66

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».                             69

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.                              72

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».                        75

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:                                  78

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco                                       81

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».                             84

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;                                 87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: «Quando                              90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,                                     93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,                                    96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;                                         99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.                                102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.                         105

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,                                  108

acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.                              111

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia                                         114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.                        117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.                           120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;                                123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.                       126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.                          129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,                         132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.                                   135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.                            138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».                         142

Parafrasi

Rallegrati, Firenze, perché sei così famosa da percorrere il mare e la terra, e il tuo nome è conosciuto persino all’Inferno!Tra i ladri incontrai cinque tuoi cittadini, tali che a me viene vergogna e tu certo non acquisti onore.Ma se vicino al mattino si fanno sogni veritieri, di qui a poco tempo tu riceverai il castigo che tutte le città, anche quelle piccole come Prato, ti augurano.

E se anche accadesse già, sarebbe comunque tardi. Potesse allora succedere, dal momento che è inevitabile! Quanto più invecchierò, tanto più questo castigo mi sarà insopportabile.

Noi ci allontanammo e il maestro risalì su quelle rocce che, prima, ci avevano fatti impallidire a scendere, e mi portò con sé;

e proseguendo lungo la via solitaria, il piede non poteva avanzare senza l’aiuto delle mani tra gli spuntoni e le schegge della roccia.

Allora provai dolore, e lo provo anche adesso pensando a ciò che vidi, e tengo a freno il mio ingegno più del solito affinché non agisca senza la guida della virtù; così che, se un benigno influsso astrale o qualcosa di più importante (la grazia divina) mi hanno dato il bene, io stesso non me lo sottragga.

Quante sono le lucciole che il contadino, quando si riposa sulla collina nella stagione (estate) in cui il sole tiene meno nascosta a noi la sua faccia, nell’ora (la sera) in cui la mosca lascia il posto alla zanzara, vede giù nella valle dove egli vendemmia e ara;

altrettante fiamme risplendevano nella VIII Bolgia, come io vidi non appena fui là da dove il fondo era visibile.

E come colui (Eliseo) che si vendicò con gli orsi vide il carro d’Elia che partiva, quando i cavalli si levarono alti nel cielo, e non lo poteva seguire con lo sguardo senza vedere altro che la fiamma, che saliva su come una nuvoletta:

così sul fondo della Bolgia si muove ciascuna fiamma, in modo tale che nessuna mostra l’anima nascosta all’interno, e ogni fiamma cela un peccatore.

Io stavo sopra il ponte, proteso per vedere al punto che, se non mi fossi aggrappato a una sporgenza rocciosa, sarei caduto in basso senza essere urtato.

E il maestro, che mi vide così attento, disse: «Dentro quei fuochi ci sono delle anime; ognuna è fasciata dalla fiamma che la avvolge».

Io risposi: «Maestro mio, ora che ti ascolto ne sono più certo; ma avevo già intuito che fosse così e volevo chiederti:

chi c’è dentro quel fuoco la cui punta è biforcuta, tanto che sembra levarsi dal rogo funebre dove Eteocle fu messo col fratello (Polinice)?»
Mi rispose: «Là dentro sono puniti Ulisse e Diomede, e sono dannati insieme come insieme commisero i loro peccati;e nella loro fiamma espiano l’inganno del cavallo di Troia che aprì la porta da cui uscì il nobile seme dei Romani.

Vi è punito anche l’imbroglio per cui Deidamia, anche se è morta, ancora si rammarica di Achille, e si sconta anche il furto del Palladio».
Io dissi: «Se essi in quelle fiamme possono parlare, maestro, ti prego con insistenza e ti prego ancora, così che la preghiera valga per mille, che tu non mi neghi di aspettare che quella fiamma a due punte venga qui; vedi che mi piego verso di essa dal desiderio!»

E lui a me: «La tua preghiera è degna di grande lode, e perciò io la accetto; ma dovrai tenere a freno la tua lingua.

Lascia parlare me, dal momento che so bene quello che vuoi; infatti essi, essendo stati greci, potrebbero essere restii a rivolgerti la parola».

Dopo che la fiamma fu giunta nel punto in cui al mio maestro parve opportuno il tempo e il luogo, lo sentii parlare in questo modo:

«O voi che siete in due dentro una sola fiamma, se ho acquisito meriti nei vostri confronti quand’ero vivo, se ho acquisito meriti grandi o piccoli presso di voi quando, sulla Terra, scrissi gli alti versi, non andate via; ma uno di voi (Ulisse) racconti dove è andato a morire in un viaggio senza ritorno».

La punta più alta di quell’antica fiamma cominciò a scuotersi mormorando, come quella colpita dal vento;

quindi, volgendo la cima da una parte e dall’altra, come una lingua che parlasse, gettò fuori la voce e disse:

«Quando mi allontanai da Circe, che mi tenne più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea desse questo nome al promontorio,
né la tenerezza per mio figlio, né la devozione per il mio vecchio padre, né il legittimo amore che doveva fare felice Penelope poterono vincere in me il desiderio che ebbi di diventare esperto del mondo, dei vizi e delle virtù degli uomini;
ma mi misi in viaggio in alto mare solo con una nave e con quei pochi compagni dai quali non fui abbandonato.


Vidi entrambe le sponde del Mediterraneo fino alla Spagna, al Marocco e alla Sardegna, e alle altre isole bagnate da quel mare.

Io e i miei compagni eravamo vecchi e deboli quando giungemmo a quello stretto (di Gibilterra) dove Ercole pose le colonne, limite oltre il quale l’uomo non deve procedere: a destra avevamo Siviglia, a sinistra Ceuta.

Dissi: “O fratelli, che siete giunti all’estremo ovest attraverso centomila pericoli, non vogliate negare a questa piccola veglia che rimane ai vostri sensi (ai vostri ultimi anni) l’esperienza del mondo disabitato, seguendo la rotta verso occidente.

Pensate alla vostra origine: non siete stati creati per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza”.

Con questo breve discorso resi i miei compagni così smaniosi di mettersi in viaggio, che in seguito avrei stentato a trattenerli;

e volta la poppa a est, facemmo dei remi le ali al nostro folle volo, sempre proseguendo verso sud-ovest (a sinistra).

La notte ormai mostrava tutte le costellazioni del polo australe, mentre quello boreale era tanto basso che non emergeva dalla linea dell’orizzonte.

La luce dell’emisfero lunare a noi visibile si era già spenta e riaccesa cinque volte (erano passati circa cinque mesi), dopo che avevamo intrapreso il viaggio, quando ci apparve una montagna (il Purgatorio) scura per la lontananza, e mi sembrò più alta di qualunque altra io avessi mai vista.

Noi ci rallegrammo, ma l’allegria si tramutò presto in pianto: infatti da quella nuova terra nacque una tempesta che colpì la nave a prua.

La fece girare su se stessa tre volte, in un vortice; la quarta volta fece levare in alto la poppa e fece inabissare la prua, come piacque ad altri (Dio), finché il mare si fu richiuso sopra di noi».

giovedì
Mar 28,2013

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Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grande Dostoevskij – Relatrice della serata la prof.ssa Laura Sciorio

CANCELLO ED ARNONE – Autore potente, Fedor Michailovic Dostoevskij (1821-1881); tormentatissima l’opera, “Delitto e castigo”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Letteratitudini , sabato 23 marzo, nel “salotto buono” della coordinatrice/scrittrice Tilde Maisto.

L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo introduttivo della relatrice Laura Sciorio per riflettere e discutere sulla complessa vicenda che vede protagonista, nel romanzo, il tormentato studente pietroburghese Rodion Romanovic Raskol’nikov colpevole dell’assassinio, premeditato, d’una vecchia usuraia e della contestuale imprevista uccisione della mite e più giovane sorella di lei.

Sul filo della narrazione di Dostoevskij, i partecipanti si sono comunque soffermati, fra incredulità ed umana pietà, intorno alla trama delle atroci conseguenze emotive, mentali e fisiche, che il delitto scatenò nell’esistenza di Raskol’nikov, sviluppando un crescendo di osservazioni tendenti a far luce appunto sulla tremenda angoscia dell’assassino determinata dagli assillanti rimorsi e sul logorio nervoso che lo fiaccava anche per aver deciso di conservare ad oltranza il segreto del delitto.

Perciò ai lettori è apparso “liberante” l’inatteso incontro del protagonista con la giovane Sonja, incrollabile credente malgrado la prostituzione cui era costretta per procacciar da vivere alla tisica matrigna ed ai fratellastri. Un personaggio straordinario, Sonja, che compie il miracolo di riaccendere nell’animo di Raskol’nikov speranza e fede in Dio, dunque le energie che finalmente lo indussero a confessare il delitto e a sopportare la pena in Siberia dove ella stessa, per autentica donazione d’amore, lo seguì.

Eppure non fu la condanna al “campo di lavoro” il vero castigo per il reo confesso, bensì il tormento che lo aveva aggredito fin dal compimento del “femminicidio” e che incessantemente lo affliggeva: un travaglio misto alla più cupa paranoia e sfociato nella desolante convinzione di non essere stato all’altezza di un gesto che, alla vigilia, gli pareva degno di un “superuomo” capace di trasformare il male in bene.

Nel prossimo mese di aprile, in data ancora da definire, proseguirà il cammino di Letteratitudini esclusivamente proiettato quest’anno alla riscoperta di grandi autori stranieri. E “sarà di scena” Moliere, al secolo Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, che spingerà il “gruppo” a riesplorare per una serata il mondo del XVII secolo, ripercorrendo la dura critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e specialmente la sottile satira che riservò ai medici, sicché la lettura non potrà che privilegiare “Il malato immaginario”, un capolavoro che continua ancora oggi a divertire ed ammonire il pubblico soprattutto quando sul palcoscenico si esprime il talento dei grandi attori.

Raffaele Raimondo

cronista free lance

MATERIALE “LETTERATITUDINI”

Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Delitto e castigo

Delitto e castigo è un romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, questo libro fa parte dei romanzi russi più famosi ed influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza.

Il titolo Преступление и наказание in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia in quanto era stato tradotto nel 1803. Nella prima versione italiana (1889) l’ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884 Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo.

Struttura: Il romanzo è diviso in sei parti con un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l’epilogo ne ha due. L’intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskol’nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione.

Trama: Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un’afosa estate. L’epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.

Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall’ostilità sociale: quello premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol’nikov, e il romanzo narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.

Dopo essersi ammalato di “febbre cerebrale” ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol’nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l’aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell’atto scellerato. Fondamentale sarà l’inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un’anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol’nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l’amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.

Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.

Oltre al destino di Raskol’nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l’ateismo e l’attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.

Raskol’nikov reputa di essere un “superuomo” e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un’azione spregevole — l’uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell’altro bene, più grande, con quell’azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol’nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l’usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l’umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.

Il vero castigo di Raskol’nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un “superuomo”, poiché non ha saputo essere all’altezza di ciò che ha fatto.

Personaggi:

Rodion Romanovič Raskol’nikov o Rodiòn Romanyč Raskòl’nikov, chiamato anche Rodja e Rodka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Al lettore è detto che ha ventitré anni, che è un ex studente di legge, che ora ha abbandonato gli studi e vive in povertà in un appartamento minuscolo all’ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. Non è riferita l’origine della sua famiglia, ma diversi particolari nel racconto portano ad attribuirle un’origine propriamente dell’aristocrazia rurale Russa

A dispetto del titolo, il romanzo non tratta del delitto e del suo castigo formale, ma il conflitto interno di Raskol’nikov e la debole giustificazione delle sue azioni. In merito a ciò, va ricordato che il titolo italiano del capolavoro dostoevskiano risente pesantemente dell’influsso del Francese: il termine châtiment, che in italiano equivale a “castigo”, non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale, lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l’accezione di “pena”. Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik (Il Messaggero Russo):

« Nel mio romanzo vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede. »

Il titolo originale allude pertanto all’inizio del cammino di Raskol’nikov, la “pena” in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia, si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva.

Il suo odio interiore lo porta a istanti di atroce disperazione con manifestazioni psicosomatiche (svenimenti, sonno prolungato, ..), aggravate probabilmente dallo stato di malnutrizione, e neurologiche (attacchi di panico, deliri) alternate a momenti di calma apparente. Proprio la vivida rappresentazione dello stato psicofisico del giovane è uno dei punti di forza del romanzo.

Commette l’omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell’epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione. Il suo nome deriva dalla parola russa raskolnik, cioè “scismatico” o “diviso”, un’allusione alla separazione autoimposta di Raskol’nikov dalla società russa, come anche alla sua personalità spaccata e al suo stato emotivo costantemente mutevole.

Sof’ja Semënovna Marmeladova

Sof’ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sonečka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zakharovič Marmeladov, che Raskol’nikov incontra in una bettola all’inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskol’nikov manifesta d’impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell’occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora fortemente religiosa. La sua persona è associata da Dostoevskij al Vangelo, che egli cita nel romanzo solo due volte: in occasione del suo primo colloquio personale con Raskol’nikov e subito dopo il suo colloquio finale e decisivo, sempre con Raskol’nikov, nell’epilogo del romanzo; in altri termini la sua presenza nel romanzo si apre e chiude simbolicamente con il Vangelo.

Raskol’nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente ed a confessare. Raskol’nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un’occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l’amano sinceramente. È anche qui che Raskol’nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.

Altri personaggi:

• Porfirij Petrovič: Giudice istruttore (35 anni) incaricato di risolvere gli assassinî di Raskol’nikov, che, insieme a Sonja, guida Raskol’nikov verso la confessione. Nonostante la mancanza di prove, è sicuro, dopo diverse conversazioni con lui, che Raskol’nikov sia l’omicida, ma gli dà la possibilità di confessare spontaneamente. Da un punto di vista “giallistico” (perché il romanzo si può prestare anche a questo livello di lettura) questo personaggio, ben lontano dall’implacabilità persecutoria del Javert dei Miserabili, ma molto sicuro di sé (certamente più di quanto il suo understatement lascia sospettare) può essere considerato l’archetipo del Tenente Colombo. Usa con abilità diabolica la diversione, la dissimulazione, la sua stessa contraddizione e il sottinteso, e sa porsi all’altezza dell’intelligenza del protagonista.

• Avdotja Romanovna Raskolnikova: sorella di Raskol’nikov, chiamata anche Dunja e, con diminutivo, Dúnečka. Oltre a essere un personaggio di elevato valore morale, è descritta come molto bella. Progetta di sposare il ricco, sebbene moralmente depravato, Lužin per salvare la famiglia dalla miseria finanziaria. È seguita a San Pietroburgo dal turbato Svidrigajlov, che cerca di riguadagnarla con ricatti. Lei respinge entrambi gli uomini a favore del leale amico di Raskol’nikov, Razumikhin. In seguito sposerà Razumikhin, e Svidrigajlov, respinto, si suiciderà.

• Arkadij Ivanovič Svidrigajlov: ricco e villano ex-datore di lavoro e, in quella veste, autore di molestie nei confronti di Avdotja Romanovna. Successivamente pretendente della stessa Dunja e perciò rivale di Lužin. È sospettato di multiple azioni omicide e di pedofilia. Origlia la confessione di Raskol’nikov a Sonja. Con le informazioni così acquisite tormenta sia Dunja sia Raskol’nikov, ma non informa la polizia. Quando Dunja gli dice che non potrebbe mai amarlo (dopo aver tentato di sparargli) la lascia andare e si suicida, sempre nel più profondo amore per Dunja: lo dimostra il fatto che esso scrive su un biglietto la sua scelta di farla finita ordinando di non accusare nessuno (perché l’arma con la quale si spara è di Dunja). Nonostante la sua apparente malevolenza, Svidrigajlov è simile a Raskol’nikov per i suoi casuali atti di carità. Si sobbarca le spese affinché i figli dei Marmeladov entrino in un orfanotrofio (dopo che entrambi i loro genitori sono morti) e lascia i soldi rimanenti alla sua piuttosto giovane fidanzata.

• Marfa Petrovna Svidrigàjlova: moglie di Svidrigajlov, più anziana di questi di cinque anni e più benestante per nascita. È lontanamente parente di Lužin. È indotta da un equivoco a cacciare Dunja dalla sua casa, presso la quale dimora e lavora, credendo che ella, vittima delle molestie di Svidrigajlov, lo provochi invece con il suo comportamento. Ricredendosi, successivamente le chiede scusa e la riabilita agli occhi della comunità. Muore dopo esser stata picchiata dal marito nel corso di un litigio, ma a causa di sincope digestiva. Svidrigajlov riferisce che Marfa Petrovna ha lasciato per testamento 3.000 rubli a Dunja. Racconta inoltre che il fantasma di Marfa Petrovna gli sarebbe comparso tre volte.

• Dmitrij Prokofevič Vrazumichin: chiamato da tutti Razumichin, è il leale, benevolo ed unico amico di Raskol’nikov. Anch’egli è un ex studente. È un ragazzone buono, ingenuo e un po’ timido. Raskol’nikov più volte affida la cura della sua famiglia a Razumikhin, che non viene meno alla sua parola. Aiuta molto anche in tribunale Raskol’nikov alleviando la sua pena che è di soli 8 anni. Alla fine lui e Dunja si sposeranno.

• Katerina Ivanovna Marmeladova: moglie di Semën Marmeladov, malata di tisi e irascibile. Dopo la morte di Marmeladov impazzisce e muore anch’ella poco dopo.

• Semën Zakharovič Marmeladov: ubriacone senza speranza ma affabile, che si compiace del proprio dolore, e padre di Sonja. Nella taverna informa Raskol’nikov della sua situazione familiare e, quando viene investito da una carrozza, Raskol’nikov dà alla sua famiglia ciò che rimane dei suoi soldi (non molto) per aiutare nelle spese funerarie. Marmeladov può essere visto come l’equivalente russo del personaggio di Micawber nel romanzo di Charles Dickens, David Copperfield.

• Pulkherija Aleksandrovna Raskolnikova: madre relativamente ingenua e speranzosa di Raskol’nikov. Lo informa del progetto di sua sorella di sposare Lužin. Ama, e come lei anche la figlia, in modo smisurato il figlio Rodja a tal punto che esso sin dal’inizio del romanzo ne risulta oppresso, incapace di giustificare tale forte sentimento.

• Pëtr Petrovič Lužin: uomo meschino e pieno di sé. Ha 45 anni ed esercita la professione di avvocato, è benestante ed elegante. Ha della moglie l’idea di un’ammiratrice privata e vorrebbe sposare Dunja per sentirsi un benefattore, suo e di sua madre, e con la conseguenza che lei gli sia completamente asservita. È fatto oggetto, sin dal loro primo incontro, della disistima di Raskol’nikov, che peraltro questi aveva già concepito in precedenza, leggendo la presentazione che la madre gliene aveva fatto per lettera. Lužin, offeso, si inasprisce verso di lui. In esito ad un drammatico colloquio, viene cacciato da Dunja e dalla sua famiglia. Dopo aver tentato di incriminare Sonja di furto, parte da San Pietroburgo svergognato. Rappresenta una sorta di credo materialista che trovava espressione, in Russia, nella teoria dell'”egoismo razionale” (Černyševskij).

• Andrej Semënovič Lebezjatnikov: il compagno di stanza radicalmente socialista di Lužin. Questi lo nomina, la prima volta, come suo giovane amico che però poi testimonia il suo tentativo di incriminare Sonja e successivamente lo smaschera.

• Alëna Ivanovna: vecchia, avida e sgradevole usuraia. È l’obiettivo intenzionale di Raskol’nikov per l’omicidio.

• Lizaveta Ivanovna: la semplice, innocente, sorella di Alëna, che arriva in casa della sorella durante l’assassinio ad opera di Raskol’nikov, e viene quindi, subito dopo, uccisa anch’ella. Era merciaia e amica di Sonja.

• Zosimov: benestante amico ventisettenne di Razumichin e dottore alle prime armi, che si prende cura di Raskol’nikov.

• Nastasja Petrovna: serva della padrona di Raskol’nikov e fedele e silenziosa presenza amica per Raskol’nikov.

• Nikodím Fomíč: commissario di quartiere, persona gentile. Conosce Raskol’nikov al commissariato, in occasione di una convocazione di quest’ultimo per una cambiale scaduta e lo rivede per caso a casa di Marmeladov, quando questi era da poco spirato.

• Il’ja Petrovič: un tenente di polizia rozzo e insolente.

• Aleksandr Grigorievič Zamëtov: alto impiegato alla stazione di polizia, corrotto ma amico di Razumichin. Raskol’nikov desta attivamente in Zamëtov sospetti sul suo stesso conto. Ciò lo fa, paradossalmente, spiegandogli come lui, Raskol’nikov, avrebbe agito per dissimulare i suoi stati d’animo e per allontanare da sé i sospetti se avesse compiuto alcuni crimini. Questa scena illustra l’argomentazione della convinzione di Raskol’nikov della sua superiorità come superuomo.

• Nikolaj Dementev: un imbianchino che ammette di essere colpevole del delitto.

• Polina Mikhailovna Marmeladova: figlia di 10 anni di Semën Zakharovič Marmeladov e sorella minore di Sonja, alle volte chiamata Polenka.

Analisi

Il comportamento di Raskol’nikov durante tutto il libro si può anche trovare in altre opere di Dostoevskij, come Memorie dal sottosuolo e I fratelli Karamazov (il suo comportamento è assai analogo a quello di Ivan Karamazov ne I fratelli Karamazov). Crea sofferenza per sé stesso uccidendo la prestatrice di denaro e vivendo in modo indigente. Razumihin si trova nella stessa situazione di Raskol’nikov e vive molto meglio, e quando Razumihin si offre di trovargli un lavoro, Raskol’nikov rifiuta; confessa alla polizia di essere l’assassino, sebbene non ve ne sia evidenza. Cerca costantemente di raggiungere e definire i confini di ciò che può e non può fare (durante tutto il libro misura la sua propria paura, e cerca mentalmente di dissuadersene), e la sua depravazione (con riferimento alla sua irrazionalità e paranoia) è comunemente interpretata come un’affermazione di sé stesso come una coscienza trascendente ed un rifiuto della razionalità e della ragione. Questo è un tema comune nell’esistenzialismo; piuttosto interessante è anche che Friedrich Nietzsche, ne Il crepuscolo degli idoli, elogiò gli scritti di Dostoevskij nonostante il teismo presente in essi: “Dostoevskij, l’unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita, persino più della scoperta di Stendhal”. Walter Kaufmann riteneva che le opere di Dostoevskij fossero state l’ispirazione per La metamorfosi di Franz Kafka. Raskol’nikov crede che solo dopo aver definito la morale e la legge uccidendo qualcuno lui possa essere uno dei migliori, come Napoleone. Nel romanzo infatti le ragioni dell’omicidio sono solo superficialmente economiche. Raskol’nikov lascia la maggior parte dei soldi nella casa della strozzina sua vittima. Le ragioni dell’omicidio vanno dunque ricercate nella morale che giustifica l’affermazione individuale attraverso il diritto sulla vita altrui.

Il romanzo contiene diversi rimandi a storie del Nuovo Testamento, compresa quella di Lazzaro, la cui morte e rinascita sono parallele alla morte e rinascita spirituale di Raskol’nikov; e dell’Apocalisse, rispecchiata in un sogno che Raskol’nikov fa su una piaga asiatica che diventa un’epidemia mondiale. Peraltro il Vangelo è espressamente richiamato nel romanzo solamente due volte: una prima volta, quando il protagonista si fa leggere da Sònja il passo della resurrezione di Lazzaro dall’undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, e una seconda volta, proprio nelle ultime righe del romanzo, quando Raskol’nikov, ormai in penitenziario, si ritrova il Vangelo di Sònja sotto il cuscino ove lo aveva riposto.

Analisi di Pasolini

Pier Paolo Pasolini nella sua analisi di quest’opera sostiene che Raskol’nikov sia vittima di una passione infantile edipica, egli è turbato dall’amore della madre e della sorella, “le cui conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo”. Nel corso dell’opera Raskol’nikov sembra innamorarsi di una giovane ragazza malata di tifo, brutta e smunta; in quest’amore però non trova mai spazio la sessualità. A tutto ciò si aggiungono gli obblighi che il giovane ha verso la propria famiglia che lo mantiene negli studi nella capitale e per cui compie enormi sacrifici. Raskol’nikov si trova così imprigionato in un “incubo kafkiano”, l’unica cosa che può fare è trovare delle giustificazioni e elaborare teorie su quel destino da cui non può sottrarsi. Così un giorno dall’esterno, dall’alto, giunge l’idea di uccidere l’usuraia, rappresentazione della madre: entrambe le donne infatti rappresentano gli obblighi umilianti a cui il protagonista è sottoposto. Inoltre nelle sue azioni si riconosce un piano ben delineato, l’assassino giunge di proposito in ritardo nell’appartamento e lascia la porta aperta per poter così uccidere anche la sorella dell’usuraia, soffocando i due lati dell’amore per lui: quello tenero e quello violento. Tuttavia questa uccisione simbolica rappresenta un fallimento, poiché la famiglia del ragazzo giunge nella capitale come in una sorta di resurrezione, è tutto da ricominciare, ma oramai il protagonista si muove per inerzia, in balia degli eventi, ed intraprende la sua “via crucis” verso la fine. In questo cammino egli incontra Sof’ja “a cui confessa per sadismo la propria colpa”. Tuttavia alla fine del romanzo avviene la morte della madre, apparentemente anagrafica, ma che causa nel protagonista una vera e propria conversione: tutto a un tratto Raskol’nikov si accorge di amare la ragazza, e cessa qualsiasi forma di tortura psicologica che usava sulla ragazza per torturare sé stesso. Secondo Pasolini l’autore oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche (Articolo del superuomo) e a Kafka (Se eliminata la descrizione dell’assassinio il libro diventa un enorme processo), anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud.

Salvezza attraverso la sofferenza

Delitto e castigo illustra il tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza, una caratteristica comune nell’opera di Dostoevskij. Questa è l’idea (precipuamente cristiana) che l’atto del soffrire ha un effetto purificatore sullo spirito umano, che gli rende accessibile la salvezza in Dio. Un personaggio che personifica questo tema è Sof’ja, che mantiene abbastanza fede per guidare e sostenere Raskol’nikov nonostante la sua immensa sofferenza. Benché possa sembrare macabra, è una idea relativamente ottimistica nel regno della morale cristiana. Ad esempio, persino Svidrigailov, in origine malevolo, riesce a compiere atti di carità seguendo la sofferenza indotta dal completo rigetto di Dunja. Dostoevskij si mantiene fedele all’idea che la salvezza è un’opzione possibile per tutti, persino per coloro che hanno peccato gravemente. È il riconoscimento di questo fatto che porta Raskol’nikov alla confessione. Sebbene Dunja non avrebbe mai potuto amare Svidrigailov, Sonja ama Raskol’nikov e esemplifica i tratti dell’ideale perdono cristiano, permettendo a Raskol’nikov di confrontarsi con il suo delitto e di accettare il suo castigo.

Esistenzialismo cristiano

Un’idea centrale dell’esistenzialismo cristiano è la definizione dei limiti morali dell’azione umana entro un mondo governato da Dio. Raskol’nikov esamina i limiti costituiti e decide che un atto manifestamente immorale è giustificabile a condizione che porti a qualcosa di incredibilmente grandioso. Tuttavia, Dostoevskij si dirige contro questo pensiero ambizioso facendo sgretolare e fallire Raskol’nikov nelle conseguenze del suo delitto.

Ricapitolando quindi:

Raskol’nikov principale personaggio di questo romanzo, è un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione… »

domenica
Gen 13,2013

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CANCELLO ED ARNONE – E’ per sabato 26 gennaio p.v. alle ore 16,30 il meeting di “Letteratitudini”, che per il primo incontro del 2013, organizza un convegno letterario dal tema “La Questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo” con relatore il valente docente di storia e filosofia prof. Mario Damiano.
I componenti storici del gruppo,Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio, Marinella Viola, ne danno l’annuncio ed invitano tutti gli amanti della cultura a partecipare all’evento, che si terrà presso il Ricc-Caffè in via Roma 87 – Cancello ed Arnone (Caserta).
Il prof. Mario Damiano è un qualificato e stimato docente di storia e filosofia presso il Liceo Torricelli di Somma Vesuviana. Famosa è la lettera da lui scritta ai suoi alunni qualche anno fa, che riporto integralmente  perché sempre attualissima e molto illuminante:  2010 27 Gennaio
Lettera agli studenti sulla memoria dell’Olocausto.
Cari allievi di Terza – Quarta – Quinta D e Quinta E, 65 anni fa, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Le truppe liberatrici, entrando nel campo di Auschwitz – Birkenau, scoprirono e svelarono al mondo intero il più atroce orrore della storia dell’umanità: LA SHOAH. Dalla fine degli anni ’30 al 1945, in Europa furono deportati e uccisi circa sei milioni di ebrei. In molti Paesi del mondo quel 27 gennaio viene ricordato come anniversario di una tragedia che l’intera umanità non vuole, non deve e non può dimenticare. Eppure vi è chi cerca di negare quella tremenda verità, rimuovendo proprio la memoria che dovrebbe servire a tutti per ritrovare e costruire un mondo diverso: di pace e di uguaglianza nella diversità.
Vi dedico questa lettera per ricordare l’Olocausto non solo come pagina di Storia e neppure per educarvi alla tolleranza e alla pratica della giustizia, ma per farvi comprendere che dobbiamo essere grati alla vita, alla storia e alla natura che ci hanno posto in contatto con tanta varietà. E’ una cosa bella la varietà – diversità – di razza, di storia, di cultura, di popoli, così come un giardino, un parco, una foresta, che se omogenea, tutta uguale ….. che monotonia … che stanchezza, osservarla. Invece la diversità se è armoniosa, organica, colpisce i nostri sensi, li pacifica, facendoci sentire parte di un tutto armonioso. Vi ho sempre comunicato il mio pensiero circa la diversità. E’ una ricchezza di cui non possiamo fare a meno reciprocamente e che dobbiamo apprezzare così come ammiriamo la natura varia e colorata, come restiamo affascinati dall’arcobaleno e dall’ascolto di una stupenda sinfonia, prodotta da una orchestra fatta di tanti e diversi strumenti.
Credetemi, non voglio turbare i vostri sogni/progetti, ma offrirvi un ideale più grande per cui vivere. Voglio sognare con voi un pianeta abitato da uomini che si sentono e vivono da fratelli, perché appartenenti alla stessa famiglia umana e che sognano un mondo unito con un orgnanismo superinternazionale che coordini un programma di sviluppo, evidenziando il particolare di ciascuno come ricchezza da donare scambievolmente tra i popoli. Sogno un’educazione che formi non più cittadini italiani, inglesi o europei e americani, cinesi e africani, ma cittadini del mondo, ove ognuno esprima e dia il meglio di sé in armonia con ciò che l’altro può donare a ciascuno e a tutti.
Non releghiamo questo momento ad un ricordo fine a se stesso, ma ad uno stimolo che deve portare alla valutazione della realtà d’oggi, che contiene situazioni molto simili alla Shoah di allora, addirittura in luoghi molto vicini ad Israele stessa. Questo vi chiedo: non fate mai della Storia un argomento passato e senza futuro. Non lasciatevi condizionare e scoraggiare da un mondo volutamente ottuso e fuorviante, ma cercate sempre la verità, pretendete sempre la giustizia, siate giusti per primi e non smettete mai di meravigliarvi, se volete rimanere sempre giovani. Altri ragazzi come voi, sessantacinque anni fa, vedevano spegnere i lori sogni e le speranze del futuro all’interno dei reticolati che li avevano isolati dal mondo per la loro diversità.
Uno di loro, quattordicenne, ha lasciato questo straziante messaggio di dolore e di speranza negata: “Miei cari genitori, se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe… Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli). Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato… Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango…” (Lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow.
Vi aspettiamo numerosi, quindi, non mancate, sarà molto interessante.

Matilde Maisto

domenica
Dic 16,2012

Lev Tolstoj

 Lev Nikolaevič Tolstoj nasce nella tenuta di Jasnaja Poljana il giorno 28 agosto 1828; la famiglia è di tradizioni aristocratiche, appartenente alla vecchia nobiltà russa. Le condizioni del suo ceto faranno sempre in modo che si distingua dagli altri letterati del suo tempo, da cui egli stesso si sentirà separato anche quando la sua condizione gli parrà essenzialmente negativa.

Perde la madre quando ha solo due anni e rimane orfano all’età di nove: il piccolo Lev viene cresciuto da una zia che gli permette di frequentare l’Università: studia dapprima lingue orientali, poi legge, tuttavia non arriverà a conseguire il titolo.

Già negli anni dell’adolescenza Tolstoj sostiene un ideale di perfezionamento e di santità: la sua è la ricerca di una giustificazione della vita davanti alla coscienza.

Si ritira in campagna a Jasnaja Poljana dove si arruola come ufficiale dell’esercito nel 1851; partecipa nel 1854 alla guerra di Crimea, dove ha modo di essere a contatto con la morte, e con le considerazioni di pensiero che ne derivano. Inizia in questo periodo la sua carriera di scrittore con “I racconti di Sebastopoli”, ottenendo un buon successo a Mosca.

Lasciato l’esercito, dal 1856 al 1861 si sposta tra Mosca, Pietroburgo, Jasnaja Poljana con qualche viaggio anche oltre confine.

In questo periodo Tolsotj si trova diviso tra un ideale di vita naturale e senza preoccupazioni (la caccia, le donne e i piaceri) e l’incapacità di trovare in questi contesti il senso dell’esistenza.

Nel 1860 perde il fratello; l’evento lo lascia molto turbato; a trentadue anni si reputava già vecchio e senza speranza: si unisce in matrimonio a Sofja Andrèevna Behrs. Il matrimonio gli permetterà di raggiungere uno stato naturale di serenità stabile e duraturo. In quesiti anni nascono i suoi capolavori più noti, “Guerra e pace” (1893-1869) e “Anna Karenina” (1873-1877).

Dopo anni di vera e propria crisi razionalistica, grazie all’esperienza della vita famigliare, matura la convinzione che l’uomo sia stato creato proprio per la felicità, e che il senso della vita sia la vita stessa.

Ma queste sicurezze vengono però lentamente incrinate dal tarlo della morte: in questo ambito si sviluppa la sua conversione verso la religione, che rimane comunque molto legata al pensiero razionalista.

Nell’ultimo periodo della sua vita Tolstoj scrive moltissimo: il suo scopo rinnovato non è più l’analisi della natura umana, bensì la propagazione del suo pensiero religioso, che nel frattempo aveva raccolto numerosi seguaci. Cambiando totalmente lo stile e il messaggio filosofico delle sue opere, senza però perdere la propria maestria stilistica, talento per il quale verrà definito “il più grande esteta russo”. Di fatto nella produzione letteraria di Tolstoj vi sono affrontati temi diversissimi, ma sempre è possibile percepire il tocco del maestro assieme alla sua inconfondibile voce, sempre tesa verso l’uomo e il suo dubbio esistenziale.

Lev Tolstoj muore all’età di 82 anni, il giorno 20 novembre 1910, a Astapovo.

 Anna Karenina: l’amore fatale e il fallimento

 

In questo incontro affronteremo la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj (1828-1910). Questo grande romanzo ebbe una difficile gestazione. Tolstoj era stato ispirato da un fatto realmente accaduto a Mosca e vi lavorò per ben cinque anni, in un momento di forte crisi spirituale. Per motivi politici – una larvata polemica nei confronti della guerra che la Russia zarista aveva appena intrapreso contro la Turchia che lo scrittore considerava una soluzione selvaggia e terribile – fu costretto a pubblicarlo a sue spese nel 1877. Ebbe però un successo travolgente, addirittura superiore a quello di “Guerra e pace” (1869), il ponderoso romanzo corale in sei libri dedicato agli avvenimenti storici iniziati con l’invasione napoleonica del 1812, che già gli aveva meritato grande fama in patria.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi” Simboli di un modernodisagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è nota ma val la pena di ricordarla. Anna è la sorella del principe Stiva Oblonskij, uomo allegro e superficiale che vive a Mosca ed è lo sposo infedele di Dolly, che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto l’ultimo suo tradimento con la governante dei bambini. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a comporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi che sono i genitori di ben cinque figli. Dolly è la sorella di Kitty, una ragazza graziosa e ragionevole che riceve una dichiarazione d’amore dal timido e serio Konstantin Levin. Kitty, che è corteggiata anche dal vacuo Aleksandr Vronskij, ricchissimo e seducente aiutante dell’imperatore con molte relazioni mondane, respinge con dispiacere Levin, che ne soffre grandemente. Anna è una donna bella ed elegante, vivace e annoiata. Vive a Pietroburgo ove è sposata con Aleksej Aleksandrovic, un alto burocrate (influente, rigido e perbenista), ed è la madre affettuosa di un ragazzo, Sereza. Anna e Vronskij si conoscono ed è subito colpo di fulmine. Durante un ballo dal quale Kitty – interessata a Vronskij – si aspetta molto, i due flirtano insieme e gettano nello sconforto la ragazza. Anna è presa da un amore senza il quale non può esserci né gioia, né dolore, e neppure vita. Rimane incinta, partorisce una figlia e si ammala gravemente. Alla fine decide di unirsi a Vronskij e di lasciare il marito e il figlio. I due amanti viaggiano per tre mesi per l’Europa e vanno in Italia, ove Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con il completo allontanamento dal figlio e con il fermo rifiuto del divorzio. La corrotta aristocrazia pietroburghese, chiusa a riccio nelle sue ipocrite convenienze formali, costringe Anna a vivere nel disprezzo mentre, in qualche modo, perdona Vronskij e si apre per lui. Nonostante tutto, Anna è «imperdonabilmente felice».

Vronskij (che si è dimesso dalla carriera militare) si strugge, invece, dalla noia rimpiangendo la sua precedente esistenza gaia e libera. Vronskij e Anna vivono nel lusso e nell’eleganza una vita agiata e superficiale. Vronskij soffre perché la figlia porta il nome di Karenin e vorrebbe convincere Anna a chiedere il divorzio per sposarlo e risolvere così le mille complicazioni della loro situazione. Anna non è, però, interessata al divorzio sia perché non riesce a voler bene ad Anny, la bambina di Vronskij, sia perché sa che il divorzio in ogni caso non le restituirà il figlio che ama. Anna si limita a rendersi attraente e seducente per Vronskij, è tesa e nervosa perché teme di perderlo e riesce a dormire soltanto quando usa una pozione a base di morfina. Pur apprezzando la sua dedizione, Vronskij sente il peso di quelle reti amorose nelle quali Anna tenta di avvilupparlo e diventa sempre più freddo e distante, in taluni istanti, anche ostile e crudele: non intende sacrificare la sua indipendenza di uomo a quell’amore oppressivo, rimpiangendo la libertà perduta. Si affacciano i primi gravi dissapori con i segni inequivocabili della fine di quella passione disperata. Anna avverte di perdere il controllo della situazione: si sente capace di qualunque follia e inizia ad aver paura di se stessa; sente che accanto all’amore si è inserito uno spirito maligno che la spinge a una lotta crudele con l’uomo che ama.

I due vanno a Mosca: Vronskij per affari, Anna in attesa delle decisioni del marito riguardo al divorzio: «Eppure non esisteva una cagione esterna di dissidio, ma ogni tentativo fatto per calmare quest’irritazione latente non faceva che accrescerla. Il male veniva di dentro. Per lei l’irritazione nasceva dal veder diminuire l’amore di Vronskij; per lui, dal riconoscere di essersi messo, a cagione di Anna, in una situazione penosa che essa, invece di alleviare, rendeva sempre più penosa. Né l’uno né l’altra conveniva dei motivi di questa irritazione, ma ognuno di loro credeva che l’altro avesse torto e ad ogni occasione essi lo volevano dimostrare. Anna avrebbe preteso che Vronskij concentrasse tutta la sua vita in lei e quindi era gelosa. Non era gelosa di una data donna, ma la diminuzione dell’amore di lui la rendeva gelosa ed essa cercava un oggetto per la sua gelosia. […] Ed essendo gelosa, Anna si adirava contro Vronskij e cercava tutte le occasioni per prendersela con lui. Lo accusava di tutto ciò che aveva di penoso la sua situazione. Attribuiva a lui lo stato tormentoso di attesa nel quale s’era trovata a Mosca, sospesa fra cielo e terra, la lentezza e l’indecisione di Aleksej Aleksandrovic, la sua solitudine. Era colpa di lui se stavano a Mosca invece che in campagna. Era colpa di lui se essa era divisa da suo figlio. Anche quei rari momenti di tenerezza che capitavano fra loro non la calmavano: ora negli slanci amorosi di lui essa vedeva una tranquillità, un’assoluta sicurezza che non c’era prima e che l’irritava.».

Le discussioni e le recriminazioni tra Anna, ormai distrutta dalle continue torture morali, e Vronskij, non più in grado di affrontare la situazione penosa nella quale lo ha posto l’amore per lei, continuano sempre più aspre e crudeli. Anna scopre in Vronskij una punta di antipatia nei suoi confronti; ormai è convinta che lui non l’ami più, che tutto è finito o deve finire. Nella sua anima regna la tempesta e si sente a una svolta della sua vita che potrebbe avere conseguenze terribili. Comincia a pensare alla morte come alla sola cosa in grado di risolvere tutto, di riaccendere l’amore e di provocare in lui pentimento, commozione e sofferenza. Nonostante il desiderio di consolarla e la paura per una tremenda minaccia che Anna pronuncia in tono disperato, Vronskij decide di andare dalla madre ove si trova anche la principessina Sorokina (che la madre vorrebbe fargli sposare). Anna è presa dal disgusto e dall’odio: sente di amarlo e di odiarlo nello stesso tempo. Come un automa, fa una strana e confusa visita a Kitty e Dolly, e decide di andare in stazione e di prendere un treno per coglierlo in flagrante. Durante il viaggio, in mezzo alla confusione e alle innumerevoli distrazioni, in un soliloquio delirante che i critici hanno chiamato «monologo interiore», Anna passa in rassegna tutta la sua vicenda esistenziale. Arrivata in stazione, cede all’impulso di gettarsi sotto le ruote del vagone di un treno merci e di liberarsi così da tutti e da se stessa. A lei che si era chiesta: «Perché non dobbiamo spegnere la candela quando tutto ciò che vediamo ci fa orrore?», nell’istante della morte «in un lampo la vita le apparve con lo splendore di tutte le sue gioie passate». Allora si pente e fa il tentativo impossibile e inutile di ritirarsi, chiede perdono al Signore e la luce si spegne per sempre.

Ma il romanzo non finisce qui! C’e una Parte Ottava – quasi un epilogo morale – nella quale si racconta, tra l’altro, la disperazione di Vronskij che, indurito dal dolore ma arricchito da una nuova forza interiore, parte volontario per la guerra in Turchia, pronto a morire o a rinascere nell’eroica lotta. (Brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996)

Il romanzo di Tolstoj non narra la storia di un banale adulterio o di un passeggero capriccio sentimentale, bensì quella di un’attrazione reciproca fortissima e irresponsabile tra due esseri in fondo molto diversi. Questo trasporto si trasforma in una passione travolgente e fatale, non lasciando spazio agli impegni presi, agli affetti già esistenti, alle abitudini inveterate o alle convenzioni sociali. Vronskij è un aristocratico privo d’interiorità e dall’elevata posizione mondana, che ama la vita militare e il suo reggimento, che predilige i cavalli e che gode nel divertirsi con donnine allegre: non ha mai preso in considerazione la possibilità del matrimonio, non amando la vita di famiglia. Anna, invece, è una donna sensibile e tormentata, che sceglie per amore di cedere a «quello che l’anima sua desiderava e che la sua ragione temeva […] uno spaventevole e tanto più seducente sogno di una felicità impossibile». Si convince ad accettare un rapporto adulterino, rinunciando alla sua rispettabilità di donna sposata: «Devi capire che per me, dal primo giorno che t’ho amato, tutto si è trasformato. Per me non c’è che una cosa sola: il tuo amore. Se lo posseggo, mi sento così in alto che nulla può umiliarmi. Sono orgogliosa della mia situazione […]». In realtà, Anna paga l’adulterio con tremendi complessi di colpa, con l’abbandono del figlio e con uno sdoppiamento di sé: «C’era qualcosa di terribile, di odioso nel ricordo di quello che avevano pagato col prezzo della loro vergogna […] Anna gli teneva stretta una mano e non si muoveva. Sì, quei baci li aveva comprati a prezzo del suo onore, quella mano era la mano del suo complice […] Ella sentiva che le era impossibile di tradurre in parole la vergogna, l’orrore, la gioia che provava di fronte a questo ingresso in una nuova vita […]».

Tra l’altro, Anna ha anche preso consapevolezza della crisi del suo soffocante legame matrimoniale che vive d’ipocrisie: a lei sembra ingiusto continuare a vivere nella finzione, rimanendo accanto a un marito che non ama: «I suoi rapporti con lui avevano sempre avuto una tinta come di falsità, ma ora ne ebbe una coscienza chiara e dolorosa […] Si sentiva fasciata da un’impenetrabile corazza di menzogna!». In seguito, pur continuando ad amare Vronskij, Anna è costretta ad accorgersi che dentro di sé ha creato di lui «un’immagine superiore al vero e impossibile nella realtà». D’altra parte, Vronskij comincia a notare ben presto che «Anna non era più la stessa per lui: moralmente e fisicamente era mutata. La guardava come un uomo guarda il fiore che ha colto e che ora è appassito, e dura fatica a ritrovarvi quella bellezza per la quale lo ha colto e sciupato.».

A proposito di Anna, riporto ciò che ha scritto Gesualdo Bufalino nel suoDizionario dei personaggi di romanzo (Oscar Saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989): «L’adulterio nella meteorologia amorosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di primavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benché per un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. È una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte? […]».

E Aleksej Aleksandrovic Karenin, il marito tradito? Per Anna, non è un essere umano ma una macchina ministeriale. Per Vronskij, è un personaggio scomodo e apparentemente superfluo! Anna lo ha sposato senza amore (più vecchio di lei di venti anni), non conoscendo l’amore, ed egli è un uomo veramente molto enigmatico e difficile da amare. Forse non aveva mai amato veramente Anna né guardato nell’anima di sua moglie, e certamente non aveva mai tentato di entrare nel segreto dei suoi sentimenti. All’inizio, è impotente davanti alla sfacciata passione dei due: «Come un bue che china dolcemente il capo, egli aspettava il colpo che sentiva sospeso su di sé […] Era come un uomo, furioso, di non aver potuto spegnere un incendio, che dice al fuoco: “Brucia! Fai pure!” […] non voleva guardare in faccia la sua situazione. Preferiva chiudere come in uno scrigno sigillato il suo affetto per la moglie e per il figlio, e anzi era diventato freddo verso il bambino, lui un tempo padre tanto premuroso […] andava inventando pretesti di lavorare per non aprire quello scrigno sigillato, dove erano racchiusi sentimenti e pensieri che il tempo rendeva sempre più penosi […] Non voleva pensare a queste cose e non ci pensava, ma giù, in fondo in fondo all’anima, sapeva, pur senza averne le prove, ma sapeva senza dubitarne di essere un marito tradito, e ne soffriva profondamente […] non soltanto non pensava di uscire da quella situazione ma non voleva riconoscerla, appunto perché era toppo terribile, troppo contro natura […] egli non voleva vedere e non vedeva […] non voleva penetrare nei sentimenti di sua moglie, gl’importavano solo i segni esteriori […]». In seguito, piuttosto brutalmente, Anna gli confessa il suo amore: «No, non sbagliate […] Io ero disperata e lo sono ancora. Vi ascolto e penso a lui. Io lo amo, sono la sua amante, non ne posso più, ho paura, vi odio…Fate di me quel che volete […]». In un primo momento Aleksej Aleksandrovic resta immobile «in quella solennità che hanno i visi dei morti» ma diviene poi un giudice implacabile per quella che considera «una donna depravata… senza onore e senza cuore, senza religione». Pensa di chiedere il divorzio dopo il riconoscimento dell’adulterio, in modo che il figlio non possa assolutamente rimanere con la madre. Cessa di occuparsi di lei e di suo figlio, e senza nessuna indulgenza prende tutte le rigide misure indispensabili per tutelare le apparenze e il suo decoro, e per salvare ciò che resta del suo onore. Si organizza, inoltre, per vivere nel modo più conveniente e per vendicarsi di Anna nella maniera più tremenda: «Non era più la gelosia che lo tormentava ma il desiderio che Anna non trionfasse, che pagasse il fio della sua colpa.». Quando però – in seguito al parto di una bimba e a una febbre puerperale – Anna sta per morire e lo chiama al suo capezzale per chiedergli perdono, egli è preso da una strana commozione e da un più alto sentimento di pietà: con la sua generosità umilia Vronskij, il quale tenta il suicidio sparandosi un colpo di revolver alla parte sinistra del petto senza però toccare il cuore. Anna guarisce e riprende a detestare Aleksej Aleksandrovic, desiderando di essere liberata dalla sua odiosa presenza: «Ho sentito dire che le donne amano gli uomini anche per i loro vizi, ma io l’odio per la sua bontà. Non posso vivere con lui […] Lo odio per la sua magnanimità […] Stiva dice che luiacconsente a tutto, ma io non posso accettare la sua generosità […]». Rinunzia allora al divorzio onorevole che le è stato proposto e parte con Vronskij e la bambina per l’Italia, lasciando il marito solo col figlio nel loro appartamento.

Aleksej Aleksandrovic non è tuttavia quell’uomo freddo e impassibile che tutti credono; anzi, è un individuo distrutto che soffre intensamente e che resta a fronteggiare questo dolore in una disperazione solitaria: «Sapeva che la gente l’odiava e lo disprezzava perché era infelice. Sapeva che, perché il suo cuore era lacerato, tutti sarebbero stati crudeli con lui. Sapeva che la gente lo avrebbe scacciato, come i cani sono pronti a dilaniare un povero cane che urla di dolore. Sapeva che l’unica difesa contro gli uomini era di nascondere la sua ferita e aveva tentato di farlo per due giorni, ma ora non si sentiva più la forza di prolungare quella lotta disuguale. In tutta Pietroburgo non c’era una sola persona alla quale avrebbe potuto confidare il suo tormento, che l’avrebbe compatito, che avrebbe visto in lui non l’alto funzionario, l’uomo di alta posizione sociale, ma semplicemente un essere umano che soffriva.». È da notare che nel piano originario del romanzo, Karenin avrebbe dovuto essere l’eroe tragico al centro della narrazione mentre Anna avrebbe dovuto rappresentare il personaggio negativo (la «donna rivoltante»). Nelle mani di Tolstoj, poi, la situazione si era capovolta con un’Anna nobilitata e un Karenin trasformato in un burocrate grigio e ottuso. In realtà, io credo che un lieve pulviscolo dorato della primitiva nobile tragicità del personaggio sia rimasto appiccicato su Aleksej Aleksandrovic.

Quest’amore così totalizzante sembra, quindi, un errore. Non dimentichiamo, però, che esistono diversi aforismi che inneggiano all’amore smisurato e senza freni: il poeta latino Properzio Sesto (45-15 a.C.) sosteneva: «Il vero amore non ha mai conosciuto misura». Il romanziere e motteggiatore francese Roger Bussy de Rabutin (1618-1693) scriveva: «Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza», mentre il poeta e commediografo francese Paul Geraldy (1885-1983) – che aveva pubblicato nel 1913 la raccolta di poesie d’amore Tu e io – si giustificava dicendo: « È perché ti amo troppo, se ti amo così male».

P.S. Il cinema e la televisione hanno amato Anna Karenina. Sono almeno venti le trasposizioni cinematografiche e televisive dal 1911 (film per la regia di Maurice Maître) al 2012 (film diretto da Joe Wright con Keira Knightley, Aaron Johnson e Jude Law). Da ricordare: Love (1927) per la regia di Edmund Goulding con Greta Garbo e i film Anna Karenina di Clarence Brown (1935) con Greta Garbo, di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh, e di Bernard Rose (1997) con Sophie Marceau. Desidero rammentare anche la stupenda miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi con una superba e indimenticabile Lea Massari.

 

Anna Karenina [Lev Tolstoj]
«Mihi vindictaego retribuam»

(A me la vendetta, sono io che ricambierò)

«In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità. Per questo Anna e a Vronskij non possono essere felici insieme.

Prima di incontrare Vronskij, Anna era una donna calma e lieta, che dava fiducia e pace a chiunque l’avvicinasse; ella si credeva contenta del proprio destino: la sua vita si svolgeva tranquilla nelle cure domestiche e mondane, ella aveva un figlio che amava, un marito di cui aveva stima, e non chiedeva nulla di più. Ma dopo l’incontro con Vronskij questa sua apparente sicurezza e chiarezza interiore viene meno: ella si rende conto d’improvviso del pauroso vuoto che ha intorno. […] Tuttavia nella sua vita con Vronskij, Anna non prova rimpianto per la sua vita passata, apparentemente così felice e paga; perchè avendo oramai conosciuto l’amore, quella felicità di allora le appare artificiosa e vuota; poche ora prima di uccidersi, ella rammenta i propri rapporti con il marito, che anche quelli si chiamavano amore, rivede gli occhi spenti di lui e le mani dalle vene turchine, e ne ha un brivido di disgusto. Così Anna Karenina muore a mani vuote: ella non ha conquistato nulla, non ha capito nulla. Ma anche Vronskij, come Anna, non capisce e non conquista nulla: e quando dopo la morte di Anna parte volontario contro i Turchi, anche questo per lui non significa nulla, non è che un mezzo per sfuggire al ricordo del corpo insanguinato di Anna».

 

Natalia Ginzburg



Il Romanzo

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo».

 

Il romanzo inizia presentando la figura di Stepan Arkad’ič Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui stesso, Konstantin Dmitrič Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly. Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovič Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Serëža. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno.

A San Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij e rimane incinta. Quando Vronskij cade da cavallo durante una gara, l’angoscia provata da Anna rende palesi i suoi sentimenti al marito, per cui si vede costretta a confessargli la relazione. Karenin, rifiutando di separarsi da Anna, la mette in una situazione molto frustrante, minacciandola di non lasciarle più vedere Serëža, nel caso se ne vada con Vronskij o commetta dei passi falsi.

Karenin inizia a trovare la situazione intollerabile e comincia a valutare la possibilità di divorziare, ma cambia idea dopo aver saputo che Anna sta morendo per complicazioni dovute al parto. Al suo capezzale, Karenin perdona Vronskij, che cerca di suicidarsi per il rimorso. Anna comunque migliora, e decide con Vronskij di partire per l’Europa, senza aver ottenuto il divorzio.

In Europa, Vronskij e Anna fanno molta fatica a trovare degli amici che li accettino, continuando a dedicarsi a passatempi, finché non tornano in Russia. Karenin è consolato e influenzato dalla contessa Lidija Ivanovna, di lui innamorata, entusiasta della religione e delle credenze mistiche di moda nelle classi sociali più elevate, che gli consiglia di tenere Serëža lontano dalla madre. Anna riesce lo stesso a fai visita al figlio il giorno del suo compleanno, ma è scoperta da Karenin, che aveva detto a Serëža che Anna era morta. Poco dopo, lei e Vronskij partono per la campagna.

Vronskij cerca di convincere Anna a chiedere il divorzio a Karenin e solo quando Vronskij parte per alcuni giorni, la noia e il sospetto convincono Anna della necessità di un matrimonio con lui: scrive a Karenin e parte con Vronskij per Mosca.

All’ennesimo rifiuto del divorzio da parte del marito, la relazione tra Anna e Vronskij inizia ad essere sempre più tesa, dominata dal risentimento provocato da un’ingiustificata ed esasperata gelosia da parte della donna. I due decidono di tornare in campagna, ma Anna, mentre Vronskij si trova fuori, in un uno stato di forte confusione e di avversione verso tutto ciò che la circonda, si suicida lanciandosi sotto un treno.

L’altra coppia che sale sul palco di questo bellissimo romanzo, Kitty e Levin, vive una esistenza parallela a quella di Anna e Vronskij, fatta di piccole cose normali, dell’accettazione della realtà di ogni giorno, delle piccole gioie e dei piccoli dolori. Eppure le pagine che toccano nel profondo, restano indiscutibilmente quelle dell’amore tormentato di Anna e Vronskij.

 

Stralci d’autore

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.

 

Col tatto abituale dell’uomo di mondo, da una sola occhiata all’aspetto esteriore di questa signora Vronskij giudicò in modo certo ch’ella apparteneva all’alta società. Egli si scusò e stava per andare nella vettura, ma provò la necessità di guardarla ancora una volta, non perchè ella fosse molto bella, non per quell’eleganza e quella grazia modesta che si vedevano in tutta la sua persona, ma perchè nell’espressione del volto leggiadro, quand’ella gli era passata vicino, c’era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero. Quand’egli si volse a guardarla, ella pure voltò il capo. I scintillanti occhi grigi, che sembravano neri per le ciglia folte, si fermarono amichevolmente, con attenzione, sul volto di lui, come se ella lo riconoscesse, e immediatamente si portarono sulla folla che passava, come cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vronskij fece a tempo a notare l’animazione rattenuta che balenava sul volto di lei e svolazzava tra gli occhi scintillanti ed il sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra vermiglie. Come se un’abbondanza di qualcosa colmasse talmente il suo essere, da esprimersi all’infuori della sua volontà ora nello scintillio dello sguardo, ora nel sorriso. Ella aveva spento deliberatamente quella luce nei suoi occhi, ma essa splendeva a suo malgrado nel sorriso appena percettibile.

Ella si volse a guardarle e in quello stesso momento riconobbe il volto di Vrònskij. […] Ma ora, nel primo attimo dell’incontro con lui, la prese un sentimento di orgoglio gioioso. Non aveva bisogno di domandare perchè egli fosse lì. Lo sapeva con altrettanta certezza come se egli le avesse detto che era lì per essere dov’era lei. «Non sapevo che foste in viaggio anche voi. Perchè siete in viaggio?» ella disse, abbassando la mano con cui stava per aggrapparsi alla colonnina. E un’incontenibile gioia e animazione splendeva sul su volto. «Perchè sono in viaggio?» egli ripeté, guardandola proprio negli occhi. «Lo sapete, sono in viaggio per essere là dove siete voi» diss’egli «non posso altrimenti». […] Egli aveva detto proprio quello che desiderava l’anima di lei, ma che ella temeva con la sua ragione. Ella non rispondeva nulla, e sul suo volto egli vedeva la lotta.[…]                     Il senso d’irragionevole vergogna, che ella aveva provato in viaggio e l’agitazione erano scomparsi completamente. Nelle condizioni abituali di vita ella si sentiva di nuovo ferma e irreprensibile. […] Il fuoco sembrava spento in lei o nascosto in qualche luogo lontano.

Nei primi tempi Anna credeva sinceramente d’esser malcontenta di lui perché egli si permetteva di perseguitarla; ma poco dopo il suo ritorno da Mosca, venuta a una serata dove pensava di incontrarlo, e lui non c’era, dalla tristezza che s’impadronì di lei capì chiaramente che ingannava se stessa, che quella persecuzione non solo non le era spiacevole, ma che essa formava tutto l’interesse della sua vita.

«Non sapete forse voi che siete tutta la vita per me? Ma la tranquillità io non la conosco e non ve la posso dare. Tutto me stesso, l’amore… sì. Non posso pensare a voi e a me stesso separatamente. Voi e io per me siamo una sola cosa. E io non vedo per l’innanzi la possibilità della tranquillità, perché per me stesso, perché per voi. Io vedo la possibilità della disperazione, della sventura… o vedo la possibilità della felicità, di che felicità!… E’ forse impossibile?» egli soggiunse con le sole labbra, ma ella sentì. Ella tese tutte le forze della sua intelligenza per dir quello che bisognava; ma invece di questo ella fermò su di lui il suo sguardo pieno d’amore, e non rispose nulla. “Ecco! – egli pensava con entusiasmo – Quando io mi disperavo già e quando sembrava che non sarebbe venuta una fine, ecco! Ella mia ama. Lo confessa!”. «Allora fate questo per me, non ditemi mai queste parole, e siamo buoni amici – ella disse con le parole»  ma il suo sguardo diceva tutta un’altra cosa. «Amici non saremo, questo lo sapete da voi. E se saremo le più felici o le più infelici delle persone, questo è in poter vostro.». Ella voleva dire qualcosa, ma egli l’interruppe: «Perché io chiedo una sola cosa: chiedo il diritto di sperare, di tormentarmi, come ora; ma se anche questo non si può, ordimnatemi di scomparire, e io scomparirò. Non mi vedrete, se la mia presenza è penosa.» «Io non voglio scacciarvi in nessun modo.» «Soltanto non cambiate nulla. Lasciate tutto come è » egli disse con voce tremante «Ecco vostro marito.» […] «Voi, mettiamo, non avete detto nulla, io non pretendo neppure nulla – egli diceva – ma voi sapete che non è l’amicizia di cui ho bisogno, che per me è possibile una sola felicità nella vita, quella parola che amate così poco… sì, l’amore…» «L’amore – ella ripeté lentamente con una voce interiore e a un tratto, nello stesso momento in cui staccò il pizzo, soggiunse – io non amo questa parola appunto perché essa per me ha un significato troppo grande, molto più grande di quel che voi possiate capire, – ed ella lo guardò in viso – A rivederci!»

Ella si sentiva criminosa e colpevole, che non le rimaneva se non umiliarsi e domandar perdono; e nella vita adesso, all’infuori di lui, ella non aveva nessuno, così ch rivolgeva appunto a lui la sua preghiera di essere perdonata. Ella, guardandolo, sentiva fisicamente la sua umiliazione e non poteva più dir nulla. Egli invece sentiva quel che deve sentire un assassino quando vede il corpo privato della vita da lui. Questo corpo privato della vita da lui era il loro amore, il primo periodo del loro amore. C’era qualcosa di orribile e di ripugnante nei ricordi di quello per cui era stato pagato questo terribile prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale, la soffocava e si comunicava a lui. Ma malgrado tutto l’orrore dell’assassino dinanzi al corpo, bisogna approfittare di quel che l’assassino ha acquistato con l’assassinio. E l’assassino si getta su questo corpo con rabbia, si direbbe con passioe, e lo trascina, e lo taglia; così anche lui copriva di baci il volto e le spalle di lei. Ella gli teneva una mano e non si muoveva. Sì, questi baci son quello che s’è comprato con questa vergogna. Sì, e questa mano, che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Ella sollevò quella mano e la baciò. Egli si abbassò sui ginocchi e voleva vederle il volto, ma ella lo nascondeva e non diceva nulla.

Egli sentiva tutto il tormento della sua situazione e di quella di lei, tutta la difficoltà in cui si trovavano, esposti com’erano agli occhi di tutta la società, di nascondere il proprio amore, mentire, ingannare, e mentire, ingannare, usare astuzia e pensare continuamente agli altri allorquando la loro passione era tanto forte, che tutt’e due dimenticavano tutto il resto, eccetto il proprio amore. […] E per la prima volta gli venne in mente il pensiero che era indispensabile far cessare quella menzogna, e quanto più presto tanto meglio sarebbe stato.

«Sono incinta» ella disse piano e adagio. […] Egli impallidì, volle dire qualcosa ma si fermò, lasciò andare la mano di lei e chinò il capo. «Sì, egli ha capito tutto il significato di questo avvenimento» ella pensò e gli strinse la mano con riconoscenza. [Diss’egli] «Né io  nè voi abiamo mai considerato i nostri rapporti come un giocattolo e ora la nostra sorte è decisa. E’ indispensabile por fine, – egli disse, volgendosi indietro – alla menzogna in cui viviamo». «Por fine? E come por fine, Aleksjéi?» diss’egli piano. Ella s’era calmata adesso, e il suo volto splendeva di un tenero sorriso. «Lasciare vostro marito e unire la nostra vita» «Essa è unita anche così» rispose ella appena udibilmente. «Sì, ma del tutto, del tutto […]  come hai potuto sacrificare tutto per me? Io non posso perdonarmi che tu sia infelice.»«Io infelice? – ella disse avvicinandosi a lui e guardandolo con un entusiastico sorriso d’amore – io son come una persona affamata cui abbiamo dato da mangiare. Forse ha freddo, ha il vestito rotto, e si vergogna, ma non è infelice.[…] Devi capire che per me dal giorno che ho cominciato ad amarti tutto s’è mutato. Per me c’è una cosa sola: è il tuo amore. Se esso è mio, mi sento allora così in alto, così calda, che nulla per me può essere umiliante.»

“Il mio amore si fa sempre più appassionato ed egoistico, e il suo non fa che spegnersi, ed ecco perchè ci dividiamo, – ella seguitò a pensare. – E porvi rimedio non si può. Io ho tutto lui solo, e pretendo ch’egli mi si abbandoni sempre più. E lui sempre di più vuole allontanarsi da me. Noi ci siamo appunto andati incontro prima della relazione, e ora ci dividiamo andando irresistibilmente da parti diverse. E mutare questo non si può. […] Se lui, senza amarmi sarà buono, tenero con me per dovere, e non ci sarà quello che io voglio, – ma è mille volte peggio perfino del risentimento! E’ un inferno! Ed è appunto così. Lui non mi ama già da un pezzo. E dove finisce l’amore, là comincia l’odio… Queste strade non le conosco affatto. […] Noi siamo separati dalla vita, e io faccio la sua infelicità, lui la mia, e non si può rifare nè lui, nè me. Tutti i tentativi sono stati fatti, la vite s’è svitata…”

«La ragione è data all’uomo per liberarsi da quello che lo inquieta» disse in francese la signora. “Liberarsi da quello che inquieta – ripeté Anna – Sì, mi inquieta molto e la ragione è data per liberarsene; perciò bisogna liberarsene. E perchè non spegnere la candela, quando non c’è più nulla da guardare, quando fa schifo guardare tutto questo? Ma come?” E a un tratto, essendosi ricordata dell’uomo schiacciato il giorno del suo primo incontro con Vrònskij, ella capì quel che doveva fare. Dopo essere scesa con un passo veloce, leggero per i gradini che andavano dalla pompa alle rotaie, si fermò accanto al treno che le passava vicinissimo. Ella guardava il basso dei carrozzoni, le viti e le catene e le alte ruote di ghisa del primo carrozzone che scivolava lentamente e cercava di stabilire a occhio il punto di mezzo fra le ruote anteriori e le posteriori e il momento quando questo punto di mezzo sarebbe stato di fronte a lei. […] Ed esattamente nel momento in cui il tratto di mezzo fra le ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro il sacchetto rosso e con un movimento leggero, come preparandosi ad alzarsi subito, si lasciò cadere in ginocchio. E in quell’attimo stesso inorridì di quel che faceva. “Dove sono? Che faccio? Perchè?” Voleva sollevarsi piegarsi all’indietro, ma qualcosa di enorme, d’inesorabile le dette una spinta nel capo e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” ella proferì, sentendo l’impossibilità della lotta. Un mužicjòk dicendo intanto qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela con la quale ella leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s’infiammò d’una luce più vivida che non mai, le illuminò tutto quello che prima era nelle tenebre, scoppiettò cominciò a oscurarsi e si spense per sempre.

CONCLUSIONI

 

 Centro della vicenda è, dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti. “In Anna Karenina è rappresentata – scrive Natalia Ginzburg – la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità”. Tra i primi lettori il libro ebbe Dostoevskij che così ne scrisse: “Anna Karenina è un’opera d’arte assolutamente perfetta. Vi è in questo romanzo una parola umana non ancora intesa in Europa… e che pure sarebbe necessaria ai popoli d’Occidente”.

 

Commento:

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!

Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.

La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.

Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dmitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.

Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Un capolavoro senza tempo.

 

 

 

IL TRADIMENTO OGGI

 

Al contrario, purtroppo il tradimento oggi è vissuto non più come qualcosa di eclatante, ma esattamente al contrario. Nella tarda modernità tradire è diventato un’abitudine normalissima per molti, a tal punto da non stupirsene più come accadeva un tempo. Tutti sono consapevoli della possibilità di tradire o di essere traditi. Ed è questa consapevolezza il fattore veramente demotivante, una consapevolezza che in qualche modo giustifica il tradimento come comportamento e malattia sociale.

Il tradimento spesso diventa un mezzo per fuggire ad una situazione di cui non si è soddisfatti, che non si accetta, ma non si ha il coraggio di affrontare direttamente. Il tradimento viene quindi facilmente giustificato. E in questo modo si traduce anche in una trappola mentale, un circolo vizioso in cui un tradimento segue l’altro, senza che ne venga cercata la causa o una soluzione ad esso. Viene semplicemente vissuto come una soluzione temporanea, e non come un indice di malessere.

Perché si tradisce?

Tradimento per trasgressione – tradimento per noia – tradimento per vendetta – tradimento per debole natura.

Tante situazioni per descrivere una paura… paura di cambiare… paura di esser soli…

Non si considera mai, invece, che il cambiamento è una risorsa, e non solo un rischio. Specialmente in campo sentimentale. E’ un modo di evolvere i rapporti, di crescere e maturare. Se si è insoddisfatti della comunicazione di coppia o della propria sessualità, si abbia il coraggio di cambiare… per migliorare se stessi e la propria autostima. Senza necessariamente ricorrere ad un palliativo dequalificante come il tradimento, chiaro indice di personalità deboli e paura di cambiare.

Ovviamente considerando questa prospettiva si possono aprire diversi filoni e correnti di pensiero, legati all’educazione individuale, all’ambiente in cui si vive, alla religione, per cui si può dire tutto ed il contrario di tutto.

 

Tuttavia ritornando ad Anna Karenina dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure

Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,

e dai terrazzi di Gomorra:

la loro uva è uva di veleno,

i loro grappoli sono amari.

[…]

Al tempo stabilito il loro piede

comincerà a incespicare,

poiché il giorno della loro sciagura è vicino

e gli avvenimenti preparati per loro

si affrettano, invero.

 

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.

Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31). Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio: Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?

Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.

 


 

venerdì
Dic 14,2012

Alcuni compenenti del gruppo di lettura “Letteratitudini”

da sx Concetta Pennella – Matilde Maisto – Felicetta Montella – Giannetta Capozzi – Laura Sciorio

Brillante incontro di Letteratitudini giovedì 13 u.s., serata che è stata anche l’occasione giusta per l’immancabile scambio degli auguri natalizi. I soci molto gioviali, in un clima di estrema sobrietà ed amicizia hanno affrontato il tema trattato dalla relatrice di turno Matilde Maisto, con serietà e impegno, ma, come di consueto, in un’atmosfera di allegra convivialità.

In questo incontro è stata affrontata la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi”. Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è sicuramente nota, per cui qui di seguito la ricorderò brevemente, desiderando, invece, fare alcune considerazioni che sono nate spontanee nel corso della lettura di questo grandissimo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” , così inizia il romanzo, presentando la figura di Stepan Arkad’ic Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui steso, Konstantin Dmtric Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovic Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovic Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Sereza. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno. A san Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij ed ha così inizio l’idillio che finirà per tormentarla rovinosamente sino ad indurla al suicidio.

Centro della vicenda è dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti.

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!
Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.
La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.
Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dimitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.
Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Ma noi lettori dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure:
Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,
e dai terrazzi di Gomorra:
la loro uva è uva di veleno,
i loro grappoli sono amari.
[…]
Al tempo stabilito il loro piede
comincerà a incespicare,
poiché il giorno della loro sciagura è vicino
e gli avvenimenti preparati per loro
si affrettano, invero.

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.
Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31).
Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio. Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?)
Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.
Un capolavoro senza tempo.
Intanto “Letteratitudini” prosegue a vele spiegate ed invita, sin d’ora, a partecipare al convegno letterario che si terrà in data 26 Gennaio 2013 con il Prof. Mario Damiano, filosofo e storico, che affronterà il tema seguente: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”.

A cura di Matilde Maisto

 

 

mercoledì
Nov 21,2012

  

 

                                     “Il problema del dolore in Pascoli” al centro dell’incontro novembrino di Letteratitudini                                     

                                       L’appuntamento di dicembre sarà dedicato ad “Anna Karenina” di Leone Tolstoj

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Plumbeo il cielo di novembre. La generosa “Estate di San Martino” è già passata. Tutto è tornato autunnale: il clima, il paesaggio, il cuore… In questa malinconica eppur benefica atmosfera, capace di indurre talora a riflessioni perfino struggenti, il gruppo Letteratitudini ha affrontato, leggendo e commentando preselezionati brani, “Il problema del dolore in Pascoli”. Un approccio denso di rievocazioni biografiche, esistenziali, dolcemente poetiche. Una full immersion nella vicenda umana e letteraria di un autore i cui celebri versi restano stampati nella memoria profonda di quanti hanno avuto modo di apprezzarli sui banchi di scuola già tanti anni fa. Semplici, trepidanti, dolenti i componimenti sui quali il gruppo, sempre amabilmente diretto da Tilde Maisto, s’è soffermato. Leimotiv condiviso della serata il convincimento pascoliano racchiuso nell’espressione “Il dolore è ancor più dolore, se tace”. Quasi dissacrante, ma tuttavia non elusa, l’analisi delle probabili morbosità che avrebbero condizionato la vita e l’opera del poeta: miccia accesa da un richiamo al libro “I segreti di casa Pascoli” dello psichiatra Vittorino Andreoli. Ne ha analizzato gli snodi controversi il gruppo, che comunque ha superato il guado preferendo approdare ad una conclusione così riassunta: “Dal dolore Pascoli imparò una grande verità: bisogna sempre dire una parola di perdono, di bontà, di pace e di amore amore agli uomini che, a volte, fanno del male a se stessi e agli altri senza rendersene conto”.  Rinviata a gennaio la problematica di carattere storico, il nuovo incontro di Letteratitudini previsto per il prossimo 13 dicembre, sarà riservato ad un argomento non meno accattivante: “ Croci e delizie del matrimonio in ‘Anna Karenina’ di Leone Tolstoj”. In tal modo circoscritta l’attenzione per uno dei capolavori della letteratura russa, il gruppo tenterà di attualizzare la lezione di Tolstoj, incardinandola nei tratti dominanti dell’odierna vita coniugale ed esplorando inevitabilmente analogie e differenze rispetto alla temperie ottocentesca che fa da sfondo alla narrazione che vide protagonista l’aristocratica Anna tornata quest’anno alla ribalta cinematografica per l’interpretazione di Keira Knightley nel film di Joe Wright. Quali e quanti i motivi che la indussero a dare inizio alla passionale relazione con il conte Vronsky? Sfuggire alla condanna di un matrimonio infelice fu (ed è tuttora) un diritto, un’inesorabile e risolutivo sbocco o un ulteriore bombardamento nella sfera affettiva? Gli appassionati di letteratura che desiderano prender parte al percorso di Letteratitudini potranno certamente intervenire.

Matilde Maisto

 scena di un matrimonio

MATERIALE DISCUSSO NEL CORSO DELL’INCONTRO:

lunedì
Ott 8,2012

Un’immagine della Mostra a Bologna per il centenario pascoliano

Lo scudo di bronzo attribuito alla Maisto

 

Prof. Raffaele Raimondo

cronista free lance

Via A.Diaz, 43

81046 GRAZZANISE (Caserta)

tel 0823-96.42.12 – 340-500.67.64

e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it                                  COMUNICATO-STAMPA del 7 ottobre 2012

 

 

Il “gruppo di lettura” coordinato da Tilde Maisto ha scelto gli autori per il 2013

Ma l’incontro del prossimo mese sarà dedicato al Centenario pascoliano

 

 

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Dopo la lunga pausa estiva, si è riunito il gruppo di Letteratitudini che ha voluto anzitutto festeggiare la coordinatrice Tilde Maisto per lo Scudo di Bronzo che – nell’ambito della 13a edizione del Premio letterario internazionale di narrativa edita e inedita “Tra le parole e l’infinito” – le è stato conferito di recente a Vico Equense, per il suo libro “Ho bisogno di sognare”. L’ormai consolidato “gruppo di lettura” ha poi deciso di riservare il prossimo appuntamento, previsto per la serata del 15 novembre, al Centenario della morte del poeta Giovanni Pascoli ed il successivo incontro del mese di dicembre ad una tematica storico-filosofica con l’intervento di un esperto. Ma l’intera programmazione che si snoderà nella prima metà del 2013 sarà tutta dedicata – per unanime volontà degli aderenti a Letteratitudini – ad autori stranieri: Tolstoj, Wilde, Dostoevskij, Moliere, Majakovskij, Cervantes. Così, a cadenza mensile e a partire da gennaio, saranno letti e commentati brani scelti di celebri opere della grande letteratura europea. Aprirà la sequenza “Anna Karenina”, il romanzo ambientato nell’alta società russa di fine Ottocento, un affresco di incisivo realismo in cui Lev Tolstoij seppe concentrare, nello scenario del conflitto tra il mondo rurale e la vita di città, una fitta gamma di interconnessi fenomeni e ricorrenti tendenze: dalla fedeltà coniugale alla funzione della famiglia, dall’ipocrisia nelle relazioni umane agli scossoni dell’inarrestabile  progresso. In febbraio si sfoglierà “Il ritratto di Dorian Gray” col quale Oscar Wilde raccontò le controverse vicende di un uomo catturato dall’impossibile sogno di rendere eterna la sua bellezza, rimanendo infine vittima delle trame da lui stesso escogitate. A marzo l’attenzione di Letteratitudini si sposterà sulle pagine di “Delitto e castigo”, per ripercorrere alcuni struggenti passaggi del tormento di Rodka, il giovane studente omicida protagonista della storia raccontata da Fedor Michajlovic Dostoevskij. A seguire, nel mese di aprile, Moliere, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, spingerà il “gruppo” a fare un tuffo nel Seicento, scandagliando l’aspra critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e, particolarmente, la sottile satira che non risparmiò  ai medici: “Il malato immaginario” sarà dunque privilegiata fonte di lettura. A maggio nel salotto di Letteratitudini riecheggeranno i versi di Vladimir Majakovskij, il poeta della rivoluzione russa che mise fine alla sua vita con un colpo di pistola al cuore. Corsia preferenziale non potrà che essere il testamento riconoscibile nel prologo del poema incompiuto “A piena voce”. In giugno, a conclusione del ciclo 2012/2013, dominerà il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes Saavedra, per riscoprire la saggia follia di uno straordinario personaggio che -come scrisse Sansone Carrasco-

“Fu del mondo, ad ogni tratto, lo spavento e la paura; fu per lui la gran ventura morir savio e viver matto”.

Gli appassionati della lettura e della letteratura che volessero seguire questo percorso possono fin d’ora prendere contatti con la coordinatrice Maisto che sarà ben lieta di ospitare nuovi adepti.

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