Cancello ed Arnone News

Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Poesia/Letteratura’ Category

martedì
feb 16,2010

Carnevale
(di Artemio Podani)

Mascherina sbarazzina
col cappello da fatina
con in mano la bacchetta
ed i coriandoli in borsetta.

Dietro l’angolo nascosta
nel costume che confonde
ti trasformi in altra cosa
è un incanto che sorprende.

Tu non parli, non ti mostri
accompagni i tuoi messaggi
con coriandoli e con lazzi
nel mistero dei linguaggi.

Mascherina sbarazzina
carnevale ogni giorno
nei misteri della vita
quel mistero che ritorna.

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LA DONNA NELLA LETTERTURA

lunedì
feb 15,2010

A cura di Franco Pastore (Andropos )

LARA (Dal romanzo di B. L. Pasternak )


Yuri Andrèevic Zivago è un giovane medico gli inizi della carriera ed è stato allevato
dalla famiglia Gromeko, la cui figlia Tonja è destinata a divenire sua sposa. Tuttavia,
durante i suoi studi a Mosca, Yuri conosce e s’ innamora di Lara, una ragazza di
umili origini, ma di nobili sentimenti. Nella notte di Natale, la giovane ferisce con
un colpo di pistola Victor Komarovski l’ amante della madre, che ha tentato di farle
violenza. Ciò la costrnge a fuggire ed a trovare rifugio presso l’amico Pasa, un coraggioso
rivoluzionario che, da sempre innamorato di lei, le evita la prigione, e Lara, per
riconoscenza, lo sposa. E’ l’ epoca della Prima guerra mondiale e Yuri parte per il
fronte come medico. Lì ritrova fatalmente Lara che lavora come infermiera,dopo che il marito l’ha lasciata
per arruolarsi. Intanto, l’esercito russo, si sgretola ed avvengono diserzioni di massa. Yuri resta a curare i
feriti, ma è costretto a ritornare in patria e a dividersi da Lara, perché è scoppiata la Rivoluzione d’Ottobre.
Yuri si ricongiunge così a Tonja ed al figlio che ha avuto da lei, ma cade in disgrazia presso i rivoluzionari per
le poesie che scrive e, solo grazie all’aiuto del suo fratellastro Yevgraf Živago, che è influente presso i
rivoluzionari bolscevici, parte per rifugiarsi con la famiglia nella tenuta di campagna sugli Urali. Durante il
viaggio in treno, Yuri viene preso dalle truppe della Rivoluzione e portato dinanzi a Strelnikov, un feroce capo
rivoluzionario che altri non è che Pasa, il marito di Lara, che sopravvissuto al fronte si è unito alla fazione
bolscevica sotto falso nome. Interrogato da questi, è poi rilasciato e può continuare il viaggio in treno. Yuri si
stabilisce nella tenuta sugli Urali e scopre più tardi che in un paesino poco lontano vive anche Lara. I due
tornano così a rivedersi ed a vivere la loro relazione mentre in tutta la Russia scoppia la guerra civile. Proprio
quando si decide a troncarla perché la moglie Tonja aspetta il secondo figlio, Yuri viene catturato ed arruolato
di forza come medico dell’Armata Rossa, mentre si intensificano i combattimenti. Ne fuggirà dopo due anni e
tornerà da Lara, venendo a sapere da lei che la sua famiglia è riuscita a riparare clandestinamente in Francia.
Ormai Yuri è un disertore, e non gli resta che nascondersi con Lara nella vecchia tenuta sugli Urali. La loro
intensa storia sembra scorrere felice, al riparo dagli eventi che stanno sconvolgendo la Russia, ma alla fine fa
dinuovo la sua comparsa Komarovski che, unitosi per convenienza al comando bolscevico, fa sapere che
Strelnicov è stato ucciso e quindi Lara è ormai senza protezione e un mandato d’arresto è pronto per Yuri per
via del contenuto delle sue poesie. Ormai a Lara, che aspetta una figlia da Yuri, non resta che espatriare in
Mongolia con Komarovski per salvarsi, mentre Yuri rimarrà lì, perché è troppo orgoglioso per andare con loro.
Ormai vecchio, Yuri crederà di intravedere fra la folla moscovita il volto di Lara ed il suo cuore provato non
reggerà all’emozione.
Fortemente caratterizzata nella sua individualità, Lara è anzitutto un’astrazione, la quintessenza della
femminilità; una forza della natura che diviene simbolo della Madre Russia, ed è proprio questo suo essere
un.idea astratta di femminilità a renderla un personaggio quasi inconsistente . Del resto, la tendenza della
letteratura russa tradizionale è sempre stata quella di creare una trama maschile: l’eroina è solo un momento
della vicenda dell’eroe e per lo più assurge a modello femminile ideale e paradigma di perfezione. E’ questa
perfezione che le costringe a un ruolo passivo: quasi dee, impossibilitate ad esprimere la propria vera identità.
Lara è trasfigurata dallo sguardo maschile del poeta.Zivago in un modello ideale di donna, che ricorda
molto da vicino l’ideale femminile dell’iconografia più tradizionale, che si rassegna mitemente al proprio destino,
subisce le violenze della vita e prosegue imperterrita per la propria strada, senza mai lasciarsi abbattere.
Una sorta di rassegnazione eroica che trascende la realtà e rasenta il mito. Versatile, metamorfica, non si tira
mai indietro davanti alla vita, ma si mette sempre, costantemente in gioco, senza temere la sconfitta. Ella è
solo un momento del destino di Zivago, non ha vita autonoma e la sua funzione fondamentale è quella di musa
ispiratrice del poeta Zivago. Ciononostante, Lara è investita di tali profondi significati da poter essere considerata
molto più che un semplice complemento del personaggio maschile: protagonista suo malgrado di
una tragedia impostale dalla necessità storica, ella è l’epoca storica in cui vive, ed è dunque la storia a trascinarla
in una serie di straordinarie avventure. L’eroina non sceglie quasi mai, ma lascia che siano i suoi
uomini o il destino stesso a decidere per lei. La sua forza è quella di ricominciare sempre da capo, di non
lasciarsi abbattere dai colpi del destino, investita com’è di una inesausta energia morale. In questo coraggio
d’affrontare l’orrore quotidiano, Lara è come le donne della Petruevskaja, una donna qualunque, le cui frustrazioni
e sconfitte sono quelle di mille altre donne sovietiche.

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L’ANGOLO DELLA TENEREZZA

lunedì
feb 15,2010

(Dalla raccolta “Le tue labbra” – Ediz. Andropos in the world – Sa 2009)

COME IL SOLE AL TRAMONTO

Perché
questa maschera
di rughe spietate,
sul viso,
mi stravolge
il sorriso?
Una voce profonda,
senza note di gioia,
come il sole al tramonto,
tra tristezza e la noia,
non ha voglia di dire,
di parlare d’amore?

Quante fitte nel cuore,
tra sconforto e vergogna,
d’esser solo passato,
che non vive, né sogna,
solo tempo ch’è andato.
Una bimba, guardando
quella maschera grigia
tra il collo e l’orecchio,
grida forte :-C’è un vecchio,
che piange come fosse un bambino,
sembra, mamma, un piccino
che ha bisogno d’amore!-
-Ma non c’è la sua mamma,
è un vecchio che muore!-

Franco Pastore

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lunedì
feb 15,2010

E.A. Mario
Nacque da una modesta famiglia di Pellezzano (SA), in un basso di Vico Tutti i Santi. Il padre, Michele Gaeta,
era barbiere e la madre, Maria della Monica, una casalinga. Il retrobottega della barberia era tutta la loro casa: un
locale dove vivevano lui, il fratello Ciccillo, le sorelle Agata e Anna, la madre ed il padre. In altre due piccole
stanzette,invece, erano sistemati tre zie ed uno zio Quando aveva circa dieci, undici anni, un giorno capitò che, un
posteggiatore, entrato nel negozio di barbiere del padre, per radersi o per farsi tagliare i capelli, dimenticò un
mandolino sulla sedia e, fu proprio con quello strumento, strimpellando piano piano, giorno dopo giorno, che imparò
ad usarlo ed a tirare poi fuori tante bellissime melodie. . In gioventù riuscì persino ad iscriversi all’Istituto nautico ma,
non potendo il padre sostenerlo negli studi, poiché le tasse risultavano troppo impegnative per la modesta
economia familiare, non poté mai diventare capitano di lungo corso. Suonava bene il mandolino ed imparò la
musica grazie ad una pubblicazione settimanale della Casa Editrice Sonzogno, “La musica senza maestro”.. Nel
1919,dopo un breve fidanzamento, si sposò con Adelina, figlia di una famosa attrice dell’epoca, Leonilde
Gaglianone. Dal loro matrimonio nacquero Delia, Italia e Bruna. Nella sua giovinezza fu molto benvoluto da
Eduardo Scarpetta, padre di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Collaborò con il massimo editore napoletano
dell’epoca; Ferdinando Bideri, che fu editore anche di Gabriele D’Annunzio. Non divenne mai ricco ed agiato poiché,
per curare una grave malattia della moglie e provvedere al sostentamento della famiglia, fu costretto a vendere i
diritti di tutte le sue canzoni ad una casa editrice di Milano. Molti lo chiamavano “Maestro” ma egli si scherniva,
dicendo di non esserlo. Giovanissimo si impiegò nelle Regie Poste Italiane a Napoli, lavorando negli uffici di
Palazzo Gravina, zona di Monteoliveto, vecchia sede delle Poste Napoletane, dove già un tempo – alcuni anni prima
di lui – aveva lavorato come telegrafista un’altra grande scrittrice napoletana, Matilde Serao. Gaeta fu assegnato
allo sportello delle raccomandate e dei vaglia, dove, dopo poco tempo, fece un incontro fortunato. Un giorno, riconobbe
davanti a lui, avendone letto il cognome come mittente di una raccomandata, il musicista Raffaele Segrè,
noto compositore di canzonette dell’epoca.Con la sfrontatezza e la sincerità propria del suo carattere e della sua
giovanissima età ebbe a dirgli: “Maestro,le vostre musiche sono bellissime ma i testi sono tante papucchielle!”.Il musicista,
risentito, stava quasi per rispondergli in malo modo ma le molte persone presenti ed i colleghi del poeta, che
già lo conoscevano molto bene, gli fecero capire che il ragazzo era molto bravo poeticamente: ” Professò, chisto è
uno ca ‘e poesia se ne intende!”. Il Segrè allora, preso da un’istintiva simpatia, gli lanciò una sfida: “Facimme ‘na
cosa, scrivetemi voi un testo, una poesia ed io, se sarà bella, ve la musicherò!”.Fu così che nacque la sua prima
canzone in dialetto napoletano, “Cara mamma”, pubblicata dalla Casa editrice Ricordi.
La sua attività di Poeta iniziò nel 1902 a Genova ed a Bergamo. A Genova conobbe Alessandro Sacheri,
giornalista e redattore capo del “Il Lavoro” che, resosi conto del valore del giovanotto (aveva diciotto anni), gli diede
il suo primo lavoro da giornalista. Il giovane talento scelse di utilizzare lo pseudonimo di “Hermes.
Grazie ad un cultura eclettica, che si era costruito leggendo tantissimo, era in grado di scrivere articoli su vari
argomenti, che poi pubblicava in diversi giornali. Fu una persona di grande cultura musicale e letteraria. La sua
generosità e la grande disponibilità, sempre disinteressata, verso gli altri, il suo carattere e la sua sensibilità, lo
resero oggetto di grande stima e di profondo affetto, da parte di tutti coloro che ebbero modo di frequentarlo. In
molti cercarono d’imitarlo, ma il talento poetico e musicale non s’improvvisa.Anche il grande Totò, agli inizi della sua
carriera, nel tentativo di cambiare genere di spettacolo, scrisse e recitò “Vicoli”, una parodia della canzone “Vipera”
di E.A. Mario. Nutriva in quel periodo, una grande ammirazione per il Carducci e per Mazzini, ai quali spesso
dedicava i suoi versi. Una delle sue prime composizioni in lingua, nel 1905, fu proprio la sua Canzone a Mazzini,
con prefazione della poetessa veneta Vittoria Aganoor Pompilj, un poemetto di 999 novenari, che gli procurò anche
un “amichevole richiamo” da Mario Rapisardi, appassionato mazziniano. Ciò però non lo distolse dal desiderio di
portare la prima copia del suo lavoro, direttamente sulla tomba di Mazzini a Staglieno.
Nel 1904, Giovanni Gaeta, che agli inizi della sua carriera, era solito firmare i suoi lavori con il suo vero nome,
adottò per la prima volta lo pseudonimo di E.A. Mario, che gli avrebbe poi portato tanta fortuna, facendolo diventare
famoso in tutto il mondo con le sue canzoni. Il suo nome d’arte E.A. Mario, è la composizione di varie scelte. “E”
deriva dal suo primo pseudonimo Ermes, “A” fu scelto come segno di riconoscimento e stima verso Alessandro
Sacheri, giornalista e scrittore, suo amico fraterno, e caporedattore del giornale Il Lavoro di Genova, che gli
pubblicò i primi lavori di scrittore. sul fronte veneto. Mario stava ad indicare il patriota Alberto Mario, che fu suo idolo
nella giovinezza, trascorsa con grande passione Mazziniana.
La leggenda del Piave solo per caso non divenne l’inno nazionale italiano definitivo. esclusa
la Commenda in oro che gli aveva consegnato il re Vittorio Emanuele ed i gemelli in oro donati
dall’ex re Umberto II, in occasione del suo settantesimo compleanno. Questi cimeli sono attualmente
conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli, Lucchesi Palli, nella sala a lui intitolata e
dedicata. Solo perché ad Alcide De Gasperi, che l’ aveva convocato a Roma, per chiedergli di
scrivere l’ inno ufficiale per la Democrazia Cristiana, facendogli intendere che avrebbe, con
grande piacere, appoggiato la candidatura della sua canzone, nella scelta dell’inno della Patria,
E.A. Mario rispose che non se la sentiva, perché non scriveva su commissione ma solo con il
cuore. Alcide De Gasperi ci rimase molto male e, all’occasione, non fece avanzare la candidatura della Leggenda
del Piave. Egli volle rendere un tributo alla Patria: di tutte le medaglie che aveva ricevuto dai comuni interessati, le
prime cento le donò “alla Patria”, assieme alle fedi nuziali, nel novembre del 1941.

Le altre che gli restarono furono poi rubate dopo la sua morte, nel maggio 1974 nella casa di una delle figlie.
Nel 1918, nella notte del 23 giugno, poco dopo il termine della battaglia del solstizio, in seguito alla resistenza, la
riscossa e la vittoria italiana sul Piave, scrisse di getto i versi e la musica de La leggenda del Piave, che gli procurò
subito una grande notorietà. La canzone fu non a torto considerata l’inno nazionale italiano, poiché esprimeva la
rabbia e l’amarezza per la disfatta di Caporetto e l’orgoglio per la grande riscossa e la vittoria. Per la cronaca, La
leggenda del Piave è stata riproposta come inno nazionale il 21 luglio del 2008 da Umberto Bossi.
Scrisse oltre 2.000 canzoni, musicandone una gran parte; scrisse saggi storici, novelle, poesie, canzoni. Incisioni
famose di sue canzoni sono, le interpretazioni di Santa Lucia luntana di Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Franco
Ricci, Gilda Mignonette, Francesco Albanese, registrate sui vecchi supporti in vinile a 78 giri. In seguito molte delle
sue canzoni più famose, furono registrate ed interpretate dai più grandi tenori di tutti i tempi, quali, tra gli altri;
Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco, José Carreras, Plácido Domingo, fino al grande Luciano Pavarotti. La
famosa canzone Tammuriata nera, della quale E.A. Mario compose la musica, nacque da una circostanza assai
curiosa avvenuta nel 1945. Edoardo Nicolardi, amico di E.A. Mario, nonché dirigente amministrativo del famoso
ospedale napoletano Loreto Mare, un giorno vide un particolare trambusto nel reparto maternità. Ciò che suscitò
tanta meraviglia fu una ragazza napoletana che aveva partorito un bambino di colore. Il caso però non rimase
isolato, vi furono altre ragazza che partorirono bambini frutto di relazioni con soldati afro-americani. Quando la sera i
due amici si ritrovarono a casa di E. A. Mario, (i due, oltre che essere amici e colleghi, stavano per diventare anche
consuoceri, poiché Italia terza figlia di E.A.Mario, doveva di lì a poco sposare Ottavio, figlio del Nicolardi), si resero
subito conto della svolta epocale che quel fatto rappresentava ed E.A.Mario esclamò commosso: “È ‘na mamma
curaggiosa! È ‘na mamma chiena ‘e core! Edua’, facimmo ’sta canzone!”. E fu così che sull’onda della commozione,
con spirito partenopeo, sull’immediatezza dei versi del Nicolardi, dettati di getto, e l’istintiva melodia di E.A. Mario,
nacque quella canzone che è diventata poi, famosa in tutto il mondo.
Nel 1922, il re Vittorio Emanuele espresse il desiderio di conoscerlo, avendo avuto modo di ascoltare per la
prima volta La leggenda del Piave, in occasione dell’arrivo al Vittoriano, a Roma, della salma del Milite Ignoto.E fu in
quella occasione che il Re, entusiasta, chiese chi fosse l’autore e lo convocò al Quirinale.Saputo che l’autore era un
impiegato delle Regie Poste Italiane, diede l’incarico al ministro delle Poste Giuffrida, che con orgoglioso
interessamento lo fece cercare. Il poeta si presentò al Quirinale, al cospetto del Re che gli conferì personalmente
l’onorificenza insignendolo della Commenda della Corona, assieme alla sua ammirazione ed a parole di lode. Un
ministro gli disse che la sua canzone era servita a dare coraggio ai nostri soldati più di un qualsiasi pur bravo
generale. Quando per strada incontrava dei soldati, questi gli facevano il saluto militare. A Santacroce del Montello
(TV), il carillon del campanile, suona ancora oggi, ad ogni mezzogiorno, le note de La leggenda del Piave. L’ultima
sua abitazione, in fitto, fu quella del Viale Elena, oggi Viale Antonio Gramsci, dove poi morì, il 24 giugno 1961,
giorno del suo onomastico. Aveva settantasette anni. A ricordarlo vi è affissa una lapide.

TAMBURRIATA NERA
Io nun capisco, ê vvote,che succede
e chello ca se vede,
nun se crede! nun se crede!
E’ nato nu criaturo niro, niro…
e ‘a mamma ‘o chiamma Giro,
sissignore, ‘o chiamma Giro…
Séh! gira e vota, séh…
Séh! vota e gira, séh…
Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono,
ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro,
chillo, o fatto, è niro, niro,
niro, niro comm’a che!…
‘O contano ‘e ccummare chist’affare
“Sti fatte nun só’ rare,
se ne contano a migliara!
A ‘e vvote basta sulo na guardata,
e ‘a femmena è restata,
sott”a botta, ‘mpressiunata…”:
Séh! na guardata, séh…
Séh! na ‘mpressione, séh…
Va’ truvanno mo chi è stato
ch’ha cugliuto buono ‘o tiro:
chillo, ‘o fatto, è niro, niro,
niro, niro comm’a che!…
Ha ditto ‘o parulano: “Embè parlammo,
pecché, si raggiunammo,
chistu fatto nce ‘o spiegammo! …

LA CANZONE DEL PIAVE
Il Piave mormorava calmo e placido al
passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava per raggiunger la
frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: “Non passa lo
straniero!”
Ma in una notte triste si parlò di
tradimento
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento
Ahi, quanta gente ha visto venir giù,
lasciare il tetto,
per l’onta consumata a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l’onde
Come un singhiozzo in quell’autunno
nero, il Piave mormorò: “Ritorna lo
straniero!”. [… ]

AL MILITE IGNOTO
Il Carso era una prora,
prora d’Italia volta all’avvenire,
col motto in cima: Vincere o morire.
E intorno a quella prora si moriva,
quando alla nave arrise la vittoria;
e il nome d’ogni fante, che periva,
passava all’albo bronzeo della
storia.
Soldato ignoto, e tu,
sperduto fra i meandri del destino,
mucchio senza piastrino,
Eroe senza medaglia,
il nome tuo non esisteva più.Finita
la battaglia,
fu chiesto inutilmente;
nessun per te rispose allor:
Presente!
La gloria era un abisso,
che si stendeva dallo Stelvio al
mare, ma l’occhio ardente e fisso
non si distolse: si dovea passare…
E la chiodata scarpa vi passava,
tritò l’impervio Carso, a roccia a
roccia,
e il Piave sacro nemico tratto a
goccia a goccia […]

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I TRAGICI GRECI

lunedì
feb 15,2010

A cura di Franco Pastore


ll teatro tragico, per i Greci, era una rappresentazione drammatica dell’esistenza, ma soprattutto “realtà poetica”
della polis. Sommi artefici della straordinaria produzione tragica furono Eschilo, Sofocle ed Euripide, che in
modo differente interpretarono la coscienza religiosa e la gloria di cui viveva Atene, mettendo a nudo le ansie e le
miserie del popolo greco e rappresentando tutta l’anima e lo spirito di una civiltà. Il motivo della tragedia greca è
lo stesso dell’epica, cioè il mito, ma dal punto di vista della comunicazione essa sviluppa mezzi del tutto nuovi: il
mythos (μύθος, racconto) si fonde con l’azione, cioè con la rappresentazione diretta (δρᾶμα, dramma, deriva da
δρὰω, agire), in cui il pubblico vede con i propri occhi i personaggi che compaiono come entità distinte che
agiscono autonomamente sulla scena (σκηνή, in origine il tendone dei banchetti), provvisti ciascuno di una
propria dimensione psicologica. Rimangono, però, molti punti oscuri sull’origine della tragedia, a partire
dall’etimologia stessa della parola trago (i)día (τραγῳδία): si distinguono in essa le radici di τράγος “capro” e
ᾄδω “cantare”, quindi il “canto del capro”, forse in riferimento al capretto consegnato in premio al vincitore della
competizione tragica.
EURIPIDE (Εὐριπίδης)
Nacque, secondo la tradizione, a Salamina lo stesso giorno in cui avvenne la famosa battaglia,
(480 a.C.) da una famiglia ateniese rifugiata sull’isola per sfuggire ai Persiani. Il suo
nome verrebbe dall’Euripe, il canale dove si svolse la battaglia. Aristofane suggerisce a più
riprese nelle sue commedie la bassa estrazione sociale del poeta, confermata da Teofrasto
contemporaneo di Socrate e suo amico. Si propose pubblicamente come tragediografo, a
partire dal 455 a.C.. La sua prima opera, Peliadi, ottenne il terzo premio. Divenne presto popolare.
Compose: La Medea, l’ Andromaca, l’Ecuba, l’Alcesti, le Supplici, l’Eracle, Le Troiane, L’ Elettra, l’Ifigenia
in Tauride, l’Elena, Ione, Fenicie, l’ Oreste, l’ Ifigenia in Aulide, le Baccanti, Il Ciclope e Reso. Morì a
Pella, il 406 a.C.
Le Troiane ( Τρώαδες )
Rappresentata intorno al 415 a.C.

Ambientazione: Troia

Antagonista: Elena

Protagonista: Ecuba, Andromaca

Personaggio d’aiuto: —

Dopo una lunga guerra, la città di Troia, è caduta. I troiani sono stati uccisi e le loro donne devono
essere assegnate come schiave ai vincitori. Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a
Neottolemo e Ecuba ad Odisseo. Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo
nuovo padrone una volta tornati in Grecia ed il lungo viaggio, che Odisseo dovrà subire prima di rivedere
Itaca. Andromaca subisce una sorte ancor più terribile, poiché i greci decidono di precipitare il figlio che
aveva avuto da Ettore dalle mura di Troia, per evitare che un giorno Astianatte possa vendicare il padre
e per porre fine alla stirpe troiana. Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario, per
stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra. Elena si difende ricordando il giudizio di Paride e
l’intervento di Afrodite, ma Ecuba svela infine la colpevole responsabilità della donna, fuggita con
Paride, perché attratta dal lusso e dall’adulterio.
Alla fine, il corpicino di Astianatte viene riconsegnato ad Ecuba per il rito funebre, e mentre Troia
viene data alle fiamme, le prigioniere vengono portate via mentre salutano per l’ultima volta la loro città.

Sinossi: L’opera fu messa in scena nell’ambito di una trilogia, legata alla guerra di Troia, di cui facevano
parte le tragedie Alessandro e Palamede (oggi perdute). Alla fine della trilogia fu rappresentato
anche Sisifo, un dramma satiresco anch’esso perduto. Troia è caduta, gli uomini sono stati uccisi e alle
donne troiane si apre la prospettiva di trascorrere nella schiavitù il resto dei loro giorni. Tutto è già
avvenuto e restano i morti e il dolore dei sopravvissuti.
È evidente la centralità del punto di vista dei vinti: questo tipo di prospettiva, già adottato nei Persiani,
evidenzia la disperazione dei vinti, con il fine di gettare luce sulle sofferenze portate dai conflitti armati.
Di qui, un evidente antimilitarismo. In tutto il dramma, la presenza viva ed acuta del dolore si congiunge
con la convinzione dell’eroicità della sventura di fronte alla vittoria dei distruttori; una vittoria apparente,
poiché ognuna delle protagoniste reagisce, a proprio modo, alla tremenda sventura che le ha colpite. I
vincitori, invece, che sono poi alcuni dei più grandi eroi della mitologia greca, si comportano solo come
insensati aguzzini, capaci della più bruta barbarie senza la minima remora.
Le donne troiane insomma hanno perso tutto, ma non la loro dignità umana, che invece gli spietati
soldati greci sembrano non aver mai posseduto.

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LUDOVICO ARIOSTO

giovedì
feb 11,2010

“Degli uomini son varii li appetiti:
a chi piace la chierca ,a chi la spada,
a chi la patria,a chi li strani liti.
Chi vuole andare a torno,a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada.”
(SATIRE, 1, vv. 52-57)


(Ludovico Ariosto)

Perché parlare al giorno d’oggi di uno scrittore lontano da noi cronologicamente quasi cinquecento anni? Perché dedicargli tanta attenzione su Internet che rappresenta invece il simbolo stesso della modernità?

I motivi sono tanti, ma in primo luogo Ludovico Ariosto rappresenta una delle figure di maggior spicco della letteratura italiana di tutti i tempi e il suo pensiero presenta dei tratti di modernità difficilmente riscontrabili in un altro scrittore della sua epoca. Inoltre è uno degli autori italiani più studiati all’estero, insieme ovviamente a Dante, Petrarca e Boccaccio. A  testimonianza di questo basterebbe enumerare la quantità enorme di siti stranieri a lui dedicati.

Ariosto rappresenta la tipica figura di intellettuale cortigiano del Rinascimento, come Castiglione, Bembo e molti altri letterati dell’epoca. La personalità di Ariosto è però complessa ed inoltre nutre nei confronti dell’ambiente in cui vive e lavora sentimenti di malcelato rifiuto e scaglia contro di esso una sottile polemica.

Ariosto trae gli elementi essenziali delle sue opere dalla quotidianità e leggendo le sue opere ci si può facilmente accorgere di come  non cerchi scampo dalla vita di tutti i giorni rifugiandosi in un universo di letteratura immaginaria e fantastica, ma di come egli continuamente rielabori le sue esperienze personali. Nelle Satire, per esempio, analizza  la vita di corte e nel contempo la sua posizione, rivendicando la propria libertà di intellettuale e mettendosi a nudo nel proprio intimo.  Ampi stralci di tali opere sono dedicati infatti ad Alessandra Benucci, sua compagna di vita. La realtà quotidiana  fornisce ad Ariosto il substrato fondante anche  del suo capolavoro, l’Orlando Furioso, la cui  materia fondamentale non è costituita dalla rappresentazione di certe istituzioni cavalleresche, come per lungo tempo si è creduto, ma dalla concezione moderna che il poeta ha nei confronti dell’uomo e della vita. Analizzato sotto questo punto di vista, il poema cavalleresco si trasforma in una sorta di grande romanzo moderno, che analizza sentimenti quali devozione, fedeltà, tradimento e inganno. La presenza di questi elementi dona all’opera un tono di realismo evidente in quella che è considerata la più grande opera fantastica della letteratura italiana.

Leggete per credere… forse Ariosto è più vicino a noi di quello che avremmo mai potuto immaginare.

Personalmente ho amato questo poeta sin dai tempi della scuola, la mia giovinezza mi rendeva, involontaria complice delle ardimentose imprese, dei cavalieri, degli amori impossibili e, soprattutto, dell’onore cavalleresco, quasi sconosciuto al giorno d’oggi e pur tuttavia, insito nella vita di ogni uomo….., direi emozioni perenni!

CANTO PRIMO

1
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

…………………………………………………….

…………………………………………………….

…………………………………………………..

5
Orlando, che gran tempo innamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti ed immortal trofei,
in Ponente con essa era tornato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alla campagna,

………………………………………………………..

……………………………………………………….

……………………………………………………….

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mercoledì
feb 10,2010



“… Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense! … “

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.

“… Mi piaci quando taci perché sei come assente,

e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.

Sembra che gli occhi ti sian volati via

e che un bacio ti abbia chiuso la bocca

Poiché tutte le cose son piene della mia anima

emergi dalle cose, piene dell’anima mia.

Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,

e rassomigli alla parola malinconia. …”

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martedì
feb 9,2010

“Vien dietro a me, e lascia dir le genti:


sta come torre ferma, che non crolla


già mai la cima per soffiar di venti;


ché sempre l’omo in cui pensier rampolla


sovra pensier, da se dilunga il segno


perché la foga l’un dell’altro insolla”


“Seguimi e lascia parlare la gente:

comportati come una torre immobile

che non muove mai la cima per quanto soffino i venti;

poiché l’uomo nel quale un pensiero germoglia

sopra l’altro, sempre allontana da sé la meta

in quanto l’impeto dell’uno indebolisce l’altro”


D. Alighieri, Purgatorio V

Io era già da quell’ ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ’l dito,
una gridò: «Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,10
disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso20
che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ’ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’ a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».30

E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che ’l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,
com’ io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro».

Vapori accesi non vid’ io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;40
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:50
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora».

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,60

voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler nonpossa non ricida.

Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese70
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’ io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,80
ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte».90

E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».

«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;100
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’ umido vapor che in acqua riede,110
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,

sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;120

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo130
e riposato de la lunga via»,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».

Il canto quinto del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge nell’Antipurgatorio, dove le anime dei negligenti (morti di morte violenta) attendono di poter iniziare la loro espiazione; siamo nel pomeriggio del 10 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 27 marzo 1300 (Pasqua).

Rimprovero di Virgilio – versi 1-21

Dante, seguendo Virgilio, già si allontana dalle anime negligenti quando una di queste lancia un grido di meraviglia cogliendo nel poeta un vivo, poiché il sole ne stampa l’ombra sul terreno. Alle parole del penitente Dante si volge e vede le anime guardarlo meravigliate, ma Virgilio lo richiama con dolce fermezza ricordandogli che l’uomo proteso ad un fine non deve lasciarsi distrarre da quello ma deve perseguirlo con decisione. Dante non può non accogliere l’invito del maestro, perché riconosce la verità dell’osservazione.
I negligenti morti di morte violenta – vv. 22-63

Dante e Virgilio si trovano nell’antipurgatorio e sulle pendici del monte incontrano una nuova schiera di anime che intona il salmo “Miserere”. Esse sono le anime di coloro che sono morti di morte violenta e si sono pentiti solo in fin di vita. Vedendo Dante sono colte da desiderio di sapere il motivo per cui egli, essendo vivo, si trova nel purgatorio.
Jacopo del Cassero – vv. 64-84

Il primo interlocutore di Dante è Jacopo del Cassero. Questi nacque a Fano nel 1260 e nel 1289 partecipò alla battaglia di Campaldino, dove probabilmente conobbe Dante. Difese Bologna, città di cui era podestà (1296-97), dagli attacchi di Azzo VIII, signore di Ferrara. Nel 1298 venne eletto podestà di Milano e per raggiungere la città decise di passare da Venezia via mare e poi proseguire per terra, per evitare i territori dell’avversario. Nonostante ciò, mentre si trovava nel padovano venne raggiunto dai sicari di Azzo VIII e ucciso.
Iacopo chiede a Dante, se passerà per Fano, di ricordare ai suoi parenti di pregare per lui affinché il tempo da trascorrere nell’antipurgatorio finisca.
Buonconte da Montefeltro – vv. 85-129

Un’altra anima chiede a Dante di pregare per lei: essa appartiene a Bonconte da Montefeltro. Bonconte (in uno dei passaggi più vibranti dell’intera Commedia) sottolinea che, se in vita era appartenuto alla casata dei Montefeltro, ora egli è semplicemente se stesso, attraverso la formula “io fui di Montefeltro, io son Bonconte”(Vv.88); è quindi evidente un distacco totale dalla dimensione terrena. Bonconte nacque dal conte ghibellino Guido da Montefeltro (che Dante colloca nell’inferno tra i consiglieri fraudolenti) e partecipò alla cacciata dei Guelfi da Arezzo nel 1287. Ad Arezzo fu a capo dei Ghibellini contro i Senesi. Morì nella battaglia di Campaldino nel 1289, ma il suo cadavere non fu mai trovato. L’anima narra della sua cruenta morte e dell’invocazione a Maria per il perdono dei peccati in fin di vita. Specifica il luogo in cui morì esangue in seguito alle ferite ricevute: nel Casentino, nel punto in cui scorre l’Archiano affluente dell’Arno.
Questi penitenti sono accomunati dal sangue, che segna l’atmosfera di estrema violenza di quegli anni. Particolare è il ricordo di Bonconte sulla disputa avvenuta dopo la sua morte tra il diavolo e un angelo: entrambi reclamavano l´anima: l’angelo affermava che lui doveva avere l’anima perché Buonconte si era pentito, mentre il diavolo sosteneva che non era giusto che solo per il pentimento lui fosse perdonato per una vita di peccati. Il diavolo, sconfitto, vuole vendicarsi sul corpo di Bonconte. Provoca un violento temporale che fa straripare le acque che a loro volta si dirigono verso l’Arno. Il corpo viene così straziato dalla furia della corrente e trascinato affinché le braccia di Bonconte, poste a forma di croce sul petto, si sciolgano.

Pia de’ Tolomei – vv. 130-136

Una terza anima chiede a Dante di pregare per lei una volta ritornato in terra: appartiene a Pia dei Tolomei, ed enuncia gentilmente e brevemente al pellegrino il luogo in cui nacque, Siena, e in cui fu uccisa, la Maremma. Allude attraverso una perifrasi al suo assassino: il marito. La donna era forse una nobile di Siena appartenente alla casata dei Tolomei, e, secondo ricostruzioni mai pienamente verificate storicamente, morta nel 1297 per mano del consorte, signore del castel di Pietra in Maremma. Sono state avanzate alcune ipotesi sul motivo dell’assassinio: alcuni storici antichi ritengono che Nello dei Pannocchieschi, il marito, l’abbia uccisa per risposarsi con Margherita Aldobrandeschi, secondo altri in seguito all’infedeltà della moglie.
L’unica analogia tra i personaggi è la morte violenta subita e il pentimento avvenuto in punto di morte. Bonconte e Iacopo del Cassero sono entrambi morti in seguito a battaglie o avversioni di altri nobili e manifestano sentimento e coinvolgimento nel raccontare la loro storia a Dante. Il periodo in cui i due hanno vissuto è caratterizzato da lotte per il potere tra i vari signori italiani. Al contrario Pia dei Tolomei assume un tono recriminatorio verso il suo uccisore, sembra infastidita dal fatto che prima egli la prese come sposa e successivamente la uccise. L’atteggiamento della donna nel raccontare la propria storia a Dante è distaccato e freddo, come a sottolineare il suo completo distacco dalla vita e dal mondo terreno; è l’unica, tuttavia, dalla quale traspare un velo di cortesia, chiedendogli di farle il favore di ricordarla in terra solo dopo essersi riposato dal lungo viaggio.

Sintesi

Il canto, attraverso i tre personaggi che allinea, presenta un quadro impressionante della violenza sanguinosa che macchia ogni luogo e ogni situazione. dalla più ovvia violenza politica e militare a quella, più nascosta ma altrettanto tragica, che si svolge in famiglia. Le accuse ai colpevoli, benché espresse senza toni veementi, non mancano: da “quel da Esti” (v. 77), ossia il signore di Ferrara che perseguita Jacopo del Cassero, allo sposo omicida di Pia de’ Tolomei. Un altro e diverso colpevole viene additato da Bonconte, nel suo racconto drammatico degli estremi istanti di vita: la natura sconvolta, che con le acque dei fiumi in piena trascina il corpo fino a sciogliere le braccia che aveva stretto in croce come ultimo segno della fiducia in Dio, è strumento del demonio che, ribellandosi vanamente all’angelo che salva l’anima, pentitasi in extremis, esercita il suo dominio sul corpo di Bonconte.
Il canto è costruito intorno al tema del pentimento che, benché tardivo, è tuttavia tale da indurre Dio alla misericordia; a questo si collega il tema della preghiera , pronunciata dalle anime in coro (è appunto il Miserere) e della richiesta che tutte le anime fanno a Dante di ricordarle tra i viventi: così Jacopo ai vv. 70-72 e Bonconte al v. 89.
Questo canto, nel quale si inserisce anche un diretto motivo autobiografico (la battaglia di Campaldino, alla quale Dante partecipò), si può considerare, proprio per il sangue e la violenza che descrive, degna preparazione al canto VI, nel quale Dante pronuncia una durissima invettiva contro l’Italia tutta, segnata dall’ingiustizia e dalla prepotenza

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venerdì
feb 5,2010

LE VIE DELL’AFFETTIVITA’

“Raffaele si sedette in attesa. Zia Anna si avvicinò alla finestra così da non essere costretta a dialogare con nessun altro che non fosse sé stessa. Gabriele cominciò a passeggiare lentamente dinanzi alle panche. Appoggiata al muro, una ragazza aspettava anch’essa il turno di entrata. Erano ormai giorni che si incrociavano con Gabriele ed, in ospedale, incontrarsi prima di visitare i familiari equivale già a conoscersi.

- Tua madre ? Sempre uguale ?
- Si. Anche tuo padre mi sembra sia tranquillo.
- Non è che possa agitarsi più di tanto. Ti ho vista mentre le accarezzavi la testa ieri.
- Il medico mi ha detto che non soffre ed io spero che sia vero. Provo ad accarezzarla, a toccarle la mano. Sapevo che prima o poi poteva accadere con la sua pressione, ma così all’improvviso…
- Qui sono bravi. Faranno tutto il possibile. Hai solo lei ?
- Mio padre non l’ho mai conosciuto. Per fortuna il ragazzo con il quale convivo è molto paziente con me. Non mi vede più.
- La malattia è uno strano modo per ridurre le distanze.
- Le distanze ?
- Tra noi e chi sta male. Tra noi che siamo qui.
- E’ come se ci conoscessimo tutti. Non conosco altro posto nel quale è così facile entrare in contatto. E’ come se non esistesse alcun tipo di barriera tra le persone. Nella vita non è così.
- Forse la vita, quella che viviamo fuori di qui tutti i giorni, è solo un lungo grande preparativo.
- A cosa ? Sei strano.
- Citavo una frase che dice sempre il mio amico Saverio. E’ simpatico, ma è sempre con la mente altrove. Sempre in viaggio. Sempre a pensare a dove sarà.
- Io di viaggi ne faccio pochi. Vorrei solo trovare un lavoro.
- Il tuo ragazzo lavora ?
- Per lunghi periodi, ma poi tutto si interrompe. Lui aspetta. Dopo un po’ ritrova qualcosa. Mia madre ci aiuta con la sua pensione.
- E la casa ? Siete in affitto ?
- No. Quella è dei genitori di Luca. Solo che finirà che dovremo venderla. Tu lavori ?
- Io devo finire il tirocinio.
- Avvocato ?
- No, vorrei essere un medico.
- Esserlo ?
- Si. E’ lunga da spiegare. Magari domani ti dico.
- Tanto io sto sempre qua. Mi chiamo Patrizia.
- Gabriele. Ciao.”

Ci sono circostanze e contesti particolari nei quali l’affettività è soggetta ad una accelerazione. Deve manifestarsi in fretta altrimenti non farà in tempo ad emergere. L’ospedale, con gli eventi ad esso generalmente associati, è uno di questi luoghi. Forse l’urgenza del quotidiano non mai è riuscita a penetrare le sue mura ed è ancora possibile che le persone si parlino come tali, non ignorandosi e recuperando una dimensione sociale che non è più dato di coltivare. Parimenti è assai grave che il genere umano debba sperimentare situazioni difficili per ricordare ciò che dovrebbe invece essere connaturato al suo esistere. Gli spazi dell’affettività si vanno desertificando e si cercano nuove vie di incontro. Eppure, proprio, quando l’uomo è più sofferente, affranto, angosciato si rende conto di essere seduto su una panca d’ospedale accanto ad un altro uomo e che è ancora possibile uno scambio senza condizionamenti o interessi. Quasi che gli esseri umani abbiano bisogno di ritrovarsi dietro le quinte dell’esistenza per riuscire a parlarsi.

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giovedì
feb 4,2010


Recensione a “Addio monti…” de “I promessi sposi” di ALESSANDRO MANZONI.

È raro incontrare testi che, nonostante siano scritti in prosa, presentano delle caratteristiche tali per cui possono essere considerati vere e proprie composizioni poetiche.
L’ “Addio monti…”, parte conclusiva dell’ottavo capitolo de “I promessi sposi”, romanzo storico scritto dal padre della lingua italiana ALESSANDRO MANZONI, è un limpido esempio di queste opere così particolari.
Si tratta del commovente monologo di Lucia nel drammatico momento in cui, assieme alla madre Agnese ed allo sposo promesso Renzo, attraversa in una barca a remi il lago di Como, per fuggire dal proprio paese e dalle insidie che rappresenta, dopo il grande caos scatenatosi nella tumultuosa successione di eventi che caratterizza la cosiddetta “notte degli imbrogli e dei sotterfugi”.
L’ “Addio monti…”  si articola in poche righe (nell’edizione de “Il capitello”, dal verso 561 al verso 592), ma la ricchezza dei contenuti, uniti ad un linguaggio ermetico e denso di significati, fa si che il breve racconto risulti molto potente dal punto di vista comunicativo e rievochi nel lettore forti emozioni.
Il primo sguardo della povera Lucia, va ai monti, ai torrenti e alle ville; cioè all’ambiente nel quale è cresciuta e a cui è affezionata perché ad esso si legano i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza: “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, […]; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, […]; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!” .
Per farci poi capire quale sia lo stato d’ animo della piangente Lucia, e come lei, di Renzo ed Agnese, Manzoni introduce una figura nuova: quella di un emigrante che  sta anch’ egli abbandonando: egli si allontana da quelle terre di sua spontanea volontà, e nonostante provi dolore nel farlo, è comunque incoraggiato dal pensiero di poter, un giorno, tornare ricco ai suoi monti. Ben diversa però, è la sensazione di chi come Lucia “non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, di chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa”.
Infine Lucia posa il suo sguardo nuovamente su degli oggetti, e questa volta sugli oggetti a lei più cari, per i quali prova l’amore più grande: la propria casa “Addio, casa natia”, la casa di Renzo “Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando non senza rossore; […]” e la chiesa “Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, […]”. Sono i tre elementi che avrebbero dovuto segnare una svolta della sua vita, un grande cambiamento, in cui la figura della chiesa costituisce la chiave, il passaggio da figlia di una madre, a moglie di un marito.
È il momento di maggiore intensità del brano, perché si riferisce alle cose che per la protagonista di questa parte del romanzo, si tingono dei temi più importanti e più belli della sua vita.
Ciò che fa sembrare l’ “Addio monti…” una poesia, è il linguaggio ricercato e pesato nei minimi dettagli, la presenza di figure retoriche che restano impresse nella mente di chi legge, come l’anafora “Addio, […], ma anche l’uso minuzioso della punteggiatura e la musicalità che emerge dalla lettura.
L’ “Addio monti…”, costituisce un vero e proprio virtuosismo letterario di Manzoni, che d’altra parte, in tutto l’ottavo capitolo dimostra il proprio talento, facendo confluire in un unico capitolo tutti i personaggi visti sin dall’inizio e muovendoli con grande maestria nelle complicate trame dell’azione.
Ma l’ “Addio monti…” è importante soprattutto per un altro motivo: esso delinea in maniera più precisa la figura di Lucia, e ne sancisce una sorta di rivincita. Il personaggio, fino a questo momento apparentemente troppo debole è finalmente capace di dimostrare una sensibilità estranea a qualsiasi altro personaggio.
È per questo che Manzoni sceglie proprio Lucia. Per fare filtrare gli eventi attraverso gli occhi di una persona, non debole, ma molto delicata e raffinata nel modo di esprimersi.

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