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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Psicologia’ Category

LA PREPARAZIONE MENTALE

giovedì
Gen 3,2013

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta

 

 

La preparazione mentale può curare diversi aspetti che contribuiscono alla migliore riuscita della prestazione.

E’ importante partire dalla consapevolezza dell’atleta nell’impegno che si appresta a prendere.

Si può invitare l’atleta a considerare le precedenti  preparazioni a competizioni simili considerando i momenti di difficoltà, di eventuali crisi, di eventuali infortuni, di eventuali rinunce e pensare a come sono stati affrontati, superati.

Si può invitare l’atleta a confrontarsi con altri atleti che hanno sperimentato una preparazione simile, a persone più esperte.

Si può invitare l’atleta ad immaginare di visualizzare gli allenamenti più impegnativi, quando si svolgeranno, in quali condizioni atmosferiche, in quali percorsi, con eventuali amici di allenamento, in quali orari.

L’atleta può considerare di volersi impegnare per tale preparazione e tale considerazione positiva potrebbe permettergli di essere più sicuro delle sue forze, delle sue potenzialità.

Una volta fissato l’obiettivo, è importante per l’atleta prestare attenzione ai suoi allenamenti, alle sue sensazioni, è importante sapersi ascoltare, capire quando e quanto fatica, come fatica, come è la sua respirazione, come sente le sue gambe, è importante accorgersi di ogni minimo fastidio e capire a cosa possa essere dovuto, in modo da poter intervenire in tempo e rimediare per evitare di perdere importanti sedute di allenamento e compromettere la prestazione-obiettivo.

L’atleta durante la preparazione deve essere attento ai suoi bisogni e cercare di farli coincidere con l’obiettivo prefissato, l’atleta può avere bisogno di partecipare ad una competizione durante il periodo di preparazione, però deve essere attento a non distrarsi dall’obiettivo previsto, quindi avere un occhio orientato al presente ed uno al futuro prossimo.

L’atleta può avere momenti di conflitto interni, una parte dell’atleta può avere bisogni da soddisfare che potrebbero cozzare con i bisogni dell’altra parte, quindi sarebbe auspicabile che le due parti dialoghino tra di loro, si ascoltino tra di loro, ogni parte può esprimere all’altra le proprie esigenze, le proprie ragioni, attraverso un esercizio di immaginazione e visualizzazione dell’altra parte potrebbe verificarsi al termine del dialogo una integrazione delle polarità, o quanto meno le 2 eventuali parti potrebbero conoscersi meglio ed eventualmente collaborare tra di loro permettendo all’atleta di avere le idee più chiare sui propri bisogni/esigenze.

L’atleta può provare a dialogare anche con le proprie gambe, con i propri muscoli delle gambe, potrebbe immaginare di vederli di fronte a lui stesso e chiedergli qualcosa che gli possa interessare, anche semplicemente: “come state?”, “come vi faccio stare con il mio sport?”, “come posso fare a farvi stare meglio?”, oppure in caso di infortunio, potrebbe chiedere “cosa potrei fare per voi per farvi stare meglio? e dopo avere fatto le domande che interessano, l’atleta può provare ad immaginarsi la parte che risponde, può descriversi come gamba, muscolo, come si sente e quindi provando a stare dall’altra parte, potrebbe sviluppare una maggiore consapevolezza di se stesso.

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt, Terapeuta EMDR

380-4337230 – 21163@tiscali.it

http://www.psicologiadellosport.net/eventi.htm

L’ARTE DI VIVERE CONSAPEVOLMENTE

giovedì
Gen 3,2013


Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

Quando non siamo in contatto con i nostri bisogni e desideri affrontiamo la vita senza remi e senza timone.”

Nathaniel Branden

 

È importante avere delle priorità negli obiettivi, fai un programma mentale dei tuoi prossimi obiettivi, cosa vuoi raggiungere in ordine prioritario e temporale e come? Cosa sei disposto a fare, a rinunciare, a sacrificare? Cosa devi evitare o devi fare per raggiungere i tuoi obiettivi? Qual è il costo? Ne vale la pena?

«Se immaginate ripetutamente e coscienziosamente di raggiungere un obiettivo, le vostre possibilità reali di successo aumenteranno notevolmente»

La pratica di darsi un obiettivo: consiste nell’identificare i nostri obiettivi a breve e lungo termine e le azioni necessarie per raggiungerli (cioè nel formulare un piano d’azione); organizzare il nostro comportamento in funzione di tali obiettivi; controllare l’azione per essere certi di non uscire dai binari; prestare attenzione al risultato di tali azioni, per riconoscere se e quando è necessario ritornare alla fase di progettazione.”

E’ necessario innanzitutto formulare obiettivi a breve, medio e lungo termine: obiettivo a breve termine scadenza uno o due mesi, obiettivo a medio termine sei mesi, quello a lungo termine un anno. Obiettivi specifici e prossimi sono più efficaci nel dirigere l’azione, obiettivi specifici dirigono meglio di obiettivi generali, obiettivi difficili sono meglio di obiettivi modesti, obiettivi troppo facili e poco incentivanti inducono demotivazione, obiettivi a medio termine favoriscono il raggiungimento di obiettivi a lungo termine.

Fatti un film del tuo prossimo futuro, come sarà la tua vita in preparazione della tua meta? Quali sono le tue risorse? Quali tue caratteristiche devi o puoi potenziare, migliorare? Visualizza i tuoi gesti, le tue difficoltà, i momenti importanti, critici, e prova a vedere com’è, che effetto ti fa, puoi sentirti soddisfatto? Puoi riparare qualcosa? Puoi correggere il tiro? Prova a visualizzare di cambiare qualcosa, di correre un piccolo rischio nel fare qualcosa di diverso, vedi che effetto ti fa, quali sono le tue sensazioni e poi prova nella realtà. Siamo tutti in grado di perseguire i nostri sogni e raggiungere obiettivi significativi.

DJOKOVIC: “Ho cercato, sin da piccolo, di vedermi in campo l’ultima domenica di Wimbledon giocare la finale, per me è sempre stato l’obiettivo numero uno”.

Gli obiettivi devono essere: significativi, stimolanti, chiari; difficili ma non inarrivabili; mirati al miglioramento graduale della prestazione più che al risultato. Obiettivi ben definiti e stimolanti accrescono e mantengono la motivazione. Fissare obiettivi limitati, raggiungibili e progressivamente più ambiziosi è uno dei modi migliori per aumentare l’autoefficacia dell’atleta.

Quando ti dai obiettivi troppo elevati e non sei in grado di raggiungerli, il tuo entusiasmo si trasforma in amarezza. Cerca una meta più ragionevole e poi gradualmente sorpassala. È il solo modo per arrivare in vetta.” Emil Zatopek

Definizione dell’obiettivo: formulazione in termini positivi, descritto in termini multisensoriali, con forte carica motivazionale, deve essere verificabile, tenuto sotto il proprio controllo, rispettare l’ecologia. Descrizione in termini multisensoriali: quanto più i tuoi sensi sono coinvolti nella descrizione precisa dell’obiettivo tanto più ti sentirai motivato, e più facile sarà attingere alle tue risorse interne per perseguire le mete desiderate. Carica motivazionale dell’obiettivo: Cosa c’è di così importante per me nel raggiungimento di questo obiettivo?

Il paesaggio degli obiettivi: prima che un progetto acquisti contorni determinati si muove dentro di noi come possibilità, come un sogno da realizzare, come un desiderio, una spinta. L’obiettivo permette un orientamento dell’azione, l’azione stessa si determina come intenzione (un dirigersi verso), decisione (ciò che si vuole) e realizzazione (obiettivo già raggiunto). Solo con una chiara e dettagliata idea di quelli che sono i propri obiettivi la mente riesce ad organizzare comportamenti in funzione del raggiungimento dell’obiettivo stesso. Le nostre credenze riguardanti un certo risultato futuro contribuiscono a concretizzare proprio quel risultato che avevamo presagito.

Ricorda un evento, episodio, prestazione, dove sei riuscito, quali erano le sensazioni? Cosa ha contribuito alla tua riuscita? Quali tue caratteristiche sono state determinanti? Chi ha contribuito al tuo successo? – Credere in quello che si fa, essere convinti di quello che si fa: “Se desiderate compiere qualcosa nella realtà, innanzitutto visualizzate voi stessi mentre riuscite a compierla.” Arnold Lazarus.

La vita della persona è determinata da una serie di scelte sin dalla nascita, tali scelte possono essere volontarie o involontarie, proprie o fatte da altri, e, a queste scelte, corrispondono degli esitamenti in quanto quando si sceglie, allo stesso tempo si evita qualcos’altro. Diventa importante per la persona l’attenzione verso le cose che si fanno o che si evitano, diventa interessante pensare che si fanno delle cose per evitare di farne altre, diventa importante fare le cose con un’attenzione ed un interesse costante e non per abitudine, diventa interessante chiedersi, accorgersi di quello che si fa, che si sta facendo e quindi la proposta è di farsi degli interrogativi e provare a darsi delle ipotetiche risposte per provare a rendersi un po’ più consapevoli. La persona a seguito di queste domande ed eventuali risposte potrebbe avere più consapevolezza di sé, di quello che fa, che sente, che vuole, che evita, che si aspetta e quindi essere più determinato, più convinto, più rilassato, più vincente, meno teso, meno preoccupato, insomma, può sentirsi più se stesso, più sicuro di sé e cosa più importante più responsabile e, cosa importante, a queste domande si può essere leali perché si risponde tra sé e sé. Altro suggerimento è il credere in quello che si fa, essere convinti di quello che si fa, e ancora più importante mostrare di essere convinti quando si parla con gli altri, è importante trasmettere sicurezza di se stessi anche agli altri, perché se, per scaramanzia o per abitudine o per pararsi in caso di fallimento, agli altri viene detto di non essere in forma, di non aver potuto fare il massimo, si rischia di far credere a se stessi questo ed è più facile il fallimento.

Inoltre, considerare di più le parti di tutto il proprio organismo e cercare di instaurare un dialogo con loro, trovare dei compromessi, fare dei patti, proporre degli scambi, per esempio alle proprie gambe e piedi si potrebbe provare a chiedere di fare uno sforzo estremo per quella giornata importante promettendo un meritato riposo o un massaggio successivamente. Questi suggerimenti non costano niente, sono semplicemente delle proposte di piccoli cambiamenti che a qualcuno potrebbero essere utili, potrebbe fruttare una decisione con una maggiore consapevolezza.

 

Bibliografia: (1) Simone M., Psicologia dello sport e non solo, Aracne, Roma, 2011, pag. 22. – (2) Arnold Lazarus, L’occhio della mente, Astrolabio, Roma, 1989, pag. 50 – (3) Nathaniel B., L’arte di vivere consapevolmente, Corbaccio, Milano, 2006, pag. 165. – (4) Corriere sport stadio 2.7.2011. (5) F.Cantaro, G.Guastalla, Il segreto della PNL, Sonda, 2009, p. 109.

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

PSICOLOGIA DELLO SPORT

giovedì
Ott 18,2012

La pratica di darsi un obiettivo

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

 

“Quando non siamo in contatto con i nostri bisogni e desideri affrontiamo la vita senza remi e senza timone.”

Nathaniel Branden

 

È importante avere delle priorità negli obiettivi, fai un programma mentale dei tuoi prossimi obiettivi, cosa vuoi raggiungere in ordine prioritario e temporale e come? Cosa sei disposto a fare, a rinunciare, a sacrificare? Cosa devi evitare o devi fare per raggiungere i tuoi obiettivi? Qual è il costo? Ne vale la pena? (1)

«Se immaginate ripetutamente e coscienziosamente di raggiungere un obiettivo, le vostre possibilità reali di successo aumenteranno notevolmente» (2)

La pratica di darsi un obiettivo: consiste nell’identificare i nostri obiettivi a breve e lungo termine e le azioni necessarie per raggiungerli (cioè nel formulare un piano d’azione); organizzare il nostro comportamento in funzione di tali obiettivi; controllare l’azione per essere certi di non uscire dai binari; prestare attenzione al risultato di tali azioni, per riconoscere se e quando è necessario ritornare alla fase di progettazione.”(3)

E’ necessario innanzitutto formulare obiettivi a breve, medio e lungo termine: obiettivo a breve termine scadenza uno o due mesi, obiettivo a medio termine sei mesi, quello a lungo termine un anno.

Obiettivi specifici e prossimi sono più efficaci nel dirigere l’azione, obiettivi specifici dirigono meglio di obiettivi generali, obiettivi difficili sono meglio di obiettivi modesti, obiettivi troppo facili e poco incentivanti inducono demotivazione, obiettivi a medio termine favoriscono il raggiungimento di obiettivi a lungo termine.

Fatti un film del tuo prossimo futuro, come sarà la tua vita in preparazione della tua meta? Quali sono le tue risorse? Quali tue caratteristiche devi o puoi potenziare, migliorare?

Visualizza i tuoi gesti, le tue difficoltà, i momenti importanti, critici, e prova a vedere com’è, che effetto ti fa, puoi sentirti soddisfatto? Puoi riparare qualcosa? Puoi correggere il tiro?

Prova a visualizzare di cambiare qualcosa, di correre un piccolo rischio nel fare qualcosa di diverso, vedi che effetto ti fa, quali sono le tue sensazioni e poi prova nella realtà.

Siamo tutti in grado di perseguire i nostri sogni e raggiungere obiettivi significativi.

DJOKOVIC: “Ho cercato, sin da piccolo, di vedermi in campo l’ultima domenica di Wimbledon giocare la finale, per me è sempre stato l’obiettivo numero uno”. (4)

Gli obiettivi devono essere:

–       significativi, stimolanti, chiari;

–       difficili ma non inarrivabili;

–       mirati al miglioramento graduale della prestazione più che al risultato.

–       Obiettivi ben definiti e stimolanti accrescono e mantengono la motivazione.

–       Fissare obiettivi limitati, raggiungibili e progressivamente più ambiziosi è uno dei modi migliori per aumentare l’autoefficacia dell’atleta. “Quando ti dai obiettivi troppo elevati e non sei in grado di raggiungerli, il tuo entusiasmo si trasforma in amarezza. Cerca una meta più ragionevole e poi gradualmente sorpassala. È il solo modo per arrivare in vetta.” (Emil Zatopek)

Definizione dell’obiettivo: formulazione in termini positivi, descritto in termini multisensoriali, avere forte carica motivazionale, essere verificabile, tenuto sotto il proprio controllo, rispettare l’ecologia.

Descrizione in termini multisensoriali: Quanto più i tuoi sensi sono coinvolti nella descrizione precisa dell’obiettivo tanto più ti sentirai motivato, e più facile sarà attingere alle tue risorse interne per perseguire le mete desiderate.

Carica motivazionale dell’obiettivo: Cosa c’è di così importante per me nel raggiungimento di questo obiettivo?
Il paesaggio degli obiettivi: (5)

Prima che un progetto acquisti contorni determinati si muove dentro di noi come possibilità, come un sogno da realizzare, come un desiderio, una spinta. …l’obiettivo permette un orientamento dell’azione l’azione stessa si determina come intenzione (un dirigersi verso), decisione (ciò che si vuole) e realizzazione (obiettivo già raggiunto). Solo con una chiara e dettagliata idea di quelli che sono i tuoi propri obiettivi la mente riesce ad organizzare comportamenti in funzione del raggiungimento dell’obiettivo stesso.

Le nostre credenze riguardanti un certo risultato futuro contribuiscono a concretizzare proprio quel risultato che avevamo presagito.

Ricorda un evento, episodio, prestazione, dove sei riuscito, quali erano le sensazioni? Cosa ha contribuito alla tua riuscita? Quali tue caratteristiche sono state determinanti? Chi ha contribuito al tuo successo?

 

(1)   Simone M., Psicologia dello sport e non solo, Aracne, Roma, 2011, pag. 22.

(2)   Arnold Lazarus, L’occhio della mente, Astrolabio, Roma, 1989, pag. 50

(3)   Nathaniel B., L’arte di vivere consapevolmente, Corbaccio, Milano, 2006, pag. 165.

(4)   Corriere sport stadio 2.7.2011.

(5)   F.Cantaro, G.Guastalla, Il segreto della PNL, Sonda, 2009, p. 109.

 

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

Piazza Ragusa n. 5 – Roma Stazione Tuscolana – Metro Furio Camillo

380-4337230 – 21163@tiscali.it

www.psicologiadellosport.net/eventi.htm

 

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Credere in quello che si fa, essere convinti di quello che si fa

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

“Se desiderate compiere qualcosa nella realtà, innanzitutto visualizzate voi stessi mentre riuscite a compierla.”

Arnold Lazarus

La vita della persona è determinata da una serie di scelte sin dalla nascita, tali scelte possono essere volontarie o involontarie, proprie o fatte da altri, e, a queste scelte, corrispondono degli esitamenti in quanto quando si sceglie, allo stesso tempo si evita qualcos’altro.

Diventa importante per la persona l’attenzione verso le cose che si fanno o che si evitano, diventa interessante pensare che si fanno delle cose per evitare di farne altre, diventa importante fare le cose con un’attenzione ed un interesse costante e non per abitudine, diventa interessante chiedersi, accorgersi di quello che si fa, che si sta facendo e quindi la proposta è di farsi degli interrogativi e provare a darsi delle ipotetiche risposte per provare a rendersi un po’ più consapevoli.

La persona a seguito di queste domande ed eventuali risposte potrebbe avere più consapevolezza di sé, di quello che fa, che sente, che vuole, che evita, che si aspetta e quindi essere più determinato, più convinto, più rilassato, più vincente, meno teso, meno preoccupato, insomma, può sentirsi più se stesso, più sicuro di sé e cosa più importante più responsabile e, cosa importante, a queste domande si può essere leali perché si risponde tra sé e sé.

Altro suggerimento è il credere in quello che si fa, essere convinti di quello che si fa, e ancora più importante mostrare di essere convinti quando si parla con gli altri, è importante trasmettere sicurezza di se stessi anche agli altri, perché se, per scaramanzia o per abitudine o per pararsi in caso di fallimento, agli altri viene detto di non essere in forma, di non aver potuto fare il massimo, si rischia di far credere a se stessi di questo ed è più facile il fallimento.

Inoltre, considerare di più le parti di tutto il proprio organismo e cercare di instaurare un dialogo con loro, trovare dei compromessi, fare dei patti, proporre degli scambi, per esempio alle proprie gambe e piedi si potrebbe provare a chiedere di fare uno sforzo estremo per quella giornata importante promettendo un meritato riposo o un massaggio successivamente.

Questi suggerimenti non costano niente, sono semplicemente delle proposte di piccoli cambiamenti che a qualcuno potrebbe essere utile, potrebbe fruttare una decisione con una maggiore consapevolezza.

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Incontri del venerdì

 

Studio Psicoterapia

Roma P.za Ragusa 5 int. 20 – Stazione Tuscolana – Metro Furio Camillo

Dott. SIMONE Matteo

 

Venerdì 14 Dicembre orario 14-16

MODELLO O.R.A.:OBIETTIVI, RISORSE, AUTOEFFICACIA nella vita e nello sportcon Gestalt, E.M.D.R. ed Ipnosi Eriksoniana. Rimborso spese 20 euro a persona con minimo 3 e massimo 10 persone.

Ricerca, installazione, potenziamento delle risorse facendo focalizzare sull’obiettivo imminente e considerando le risorse occorrenti, le precedenti situazioni dove si sono sperimentate, immaginare l’obiettivo da raggiungere legato alle risorse occorrenti, insomma un lavoro sull’incremento dell’autoefficacia con l’aiuto dell’EMDR.

 

Venerdì 11 gennaio orario 14-16

Introduzione alla meditazione Vipassana: a partire dall’osservazione del respiro, delle sensazioni fisiche corporee senza giudicarle. Partecipazione gratuita con minimo 3 e massimo 10 persone. Vipassana significa “vedere le cose così come esse sono realmente”. È un processo di auto-purificazione mediante auto-osservazione. Si inizia osservando il respiro naturale al fine di concentrare la mente.

 

Venerdì 8 febbraio orario 14-16

Mini-corso psicologia sport e benessere: elementi di psicologia dello sport e metodo E.M.D.R. per prestazioni eccellenti. Costo 20 euro a persona con minimo 3 e massimo 10 persone. La formulazione degli obiettivi (goal setting)

– Autoefficacia e prestazione sportiva

– Migliorare la prestazione con l’ Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)

Il corso è rivolto a coloro che vogliono acquisire le competenze per:

– ottenere prestazioni ottimali (atleti professionisti ed a livello amatoriale, praticanti sport singoli o di squadra; allenatori, trainer, tecnici, famigliari di atleti);

– lavorare in contesti sportivi (psicologi e studenti di psicologia, mental coach, counsellor)

 

Venerdì 8 marzo orario 14-16

Introduzione all’EMDR con partecipazione gratuita con minimo 3 e massimo 10 persone. L’EMDR è un approccio psicoterapeutico integrato e trasversale che si focalizza sulla risoluzione delle problematiche, conflitti, disagi attuali considerando che ciò che accade ora deriva dalle informazioni, ricordi del passato, antichi che sono stati congelati nella memoria, quindi la focalizzazione dell’EMDR è sul ricordo dell’esperienza traumatica per elaborarla a livello emotivo, cognitivo e a livello delle sensazioni corporee.

link ad un programma della TV svizzera francese sull’EMDR. E’ particolarmente importante perché riporta un’intervista sulla ricerca fatta in Italia, in particolare al CNR di Roma. http://www.rts.ch/video/emissions/36-9/#/video/emissions/36-9/4304857-emdr-la-therapie-qui-chasse-les-demons.html

 

Venerdì 5 aprile orario 14-16

Le carezze con Gaetano Buonaiuto e Matteo SIMONE Costo 20 euro a persona con minimo 6 e massimo 10 persone. Quanto è importante nella nostra vita ricevere un plauso, una lode? E quanto spesso ci sentiamo criticati o non apprezzati quando invece tutti i nostri sforzi erano volti proprio ad ottenere un riconoscimento? Quanto invece siamo noi i primi a non apprezzarci? Una serie di esperienze ci guideranno verso una più profonda comprensione del dare e ricevere affetto.

 

Venerdì 10 maggio orario 14-16

Psicoeducazione al cambiamento: potenziamento e istallazione delle risorse personali per il raggiungimento degli obiettivi. con partecipazione gratuita con minimo 3 e massimo 10 persone.

 

Venerdì 7 giugno orario 14-16

I sentieri della vita con Gaetano Buonaiuto e Matteo SIMONE Costo 20 euro a persona con minimo 6 e massimo 10 persone. Con delicatezza e sensibilità si metteranno a confronto i sogni, le speranze, le delusioni e le fatiche per meglio comprendere la nostra vita presente, valorizzando le nostre naturali risorse. In un intimo walzer tra passato e futuro si sperimenteranno nuove possibilità e diversi modi di vivere.

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Incremento dell’autoefficacia con l’aiuto dell’EMDR

Dott. Matteo Simone

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

Goal setting: definizione degli obiettivi, lavoro di conoscenza delle proprie risorse e potenzialità, lavoro di consapevolezza volto a aumentare l’autoefficacia personale attraverso la ricerca, con l’aiuto di visualizzazioni, di prestazioni positive, l’individuazione di modelli vincenti simili a noi, la ricerca di feedback positivi ed altre tecniche adeguate.

Metodi. Tecniche di psicologia dello sport, Psicoterapia della Gestalt, approccio di Eye Movement Desensititation Reprocessing (EMDR).

Lavoro sulla ricerca, l’installazione ed il potenziamento delle risorse: a partire da una meditazione sull’essere presente nel “qui e ora”, volta a mettere da parte le distrazioni per dedicarsi pienamente a se stessi; osservare il respiro, la bellezza del respiro, sentendo il battito cardiaco e proseguendo con la ricerca del posto sicuro utilizzando un approccio di Eye Movement Desensititation Reprocessing (EMDR).

In questa maniera descrivere il posto sicuro e localizzare le sensazioni piacevoli nel proprio corpo, abbinando a tale luogo una frase o parola che lo rappresentasse e continuare con la cosiddetta “installazione”, che consiste in un potenziamento e rafforzamento con l’utilizzazione delle stimolazioni bilaterali.

Si passa ad un lavoro di “installazione” delle risorse facendo focalizzare sull’obiettivo imminente e considerando le risorse occorrenti, le precedenti situazioni dove si sono sperimentate, si individua la parola che le rappresenti, si fa immaginare l’obiettivo da raggiungere legato alle risorse occorrenti e possedute e si “installa” cioè rafforza tale convinzione basata sull’immaginazione futura credibile e convinta, insomma un lavoro sull’incremento dell’autoefficacia con l’aiuto dell’EMDR

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DOPING: Il passaporto biologico WADA

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

Nel 1910 in Austria abbiamo la nascita del primo controllo anti-doping: a seguito di analisi condotte su alcuni cavalli, un chimico russo portò al  Club dei Fantini austriaci la dimostrazione scientifica dell’avvenuta pratica di doping, data dalla presenza di alcaloidi nella saliva degli sfortunati quadrupedi. (8)

Perché venisse istituita una forma ufficiale di controllo antidoping, si dovette attendere il 1955: fu in quell’anno, infatti, che, in Francia, cominciarono le analisi obbligatorie sui ciclisti, scoprendo immediatamente percentuali di positivi pari anche al 20 per cento. Da allora, i controlli hanno avuto luogo, progressivamente, in tutte le discipline sportive e in tutte le manifestazioni internazionali più importanti: nei Mondiali di calcio i controlli vennero introdotti nell’edizione inglese del 1966, alle Olimpiadi della neve nell’edizione del 1968, mentre per i Giochi olimpici fu necessario aspettare fino al 1976. (9)

La Federazione Medico-Sportiva Italiana (F.M.S.I.), organo del C.O.N.I., ha iniziato i controlli antidoping fin dal 1960, mentre la  legislazione statale si è occupata per la prima volta seriamente di doping, undici anni dopo, con la L. 26.10.1971, n. 1099, sulla “Tutela sanitaria delle attività sportive”, che ha abrogato la L. 1055 del 1950.

Nella legge manca una esplicita definizione di doping ma la si ricava dalla lettera dell’art. 3 in cui si penalizza con ammende sia “… gli atleti partecipanti a competizioni sportive che impiegano sostanze nocive per la loro salute al fine di modificare artificialmente le loro energie naturali …”, sia colui che “… somministra agli atleti che partecipano a competizioni sportive delle sostanze che modifichino le loro energie naturali …”.

L’ammenda è triplicata se il fatto è commesso dai dirigenti delle società o associazioni sportive, dagli allenatori o dai commissari tecnici.

Nell’art. 6 si individuano i laboratori per i tests antidoping e l’iter di accertamento, mentre nell’art. 7 si demanda ad un D.M. (emanato successivamente il 5.7.1975) il compito di elencare “le sostanze proibite ai sensi dell’art. 3 che possono essere rilevate nei liquidi biologici”.

La L. 1099/71 è certamente innovativa rispetto alla L. 1055/1950, per aver esteso i controlli a tutti coloro che praticano attività sportive agonistiche così abolendo la differenziazione tra attività professionistica, attività dilettantistica  con retribuzione abituale e attività dilettantistica vera e propria. (10)

L’Italia fu uno dei primi Paesi a legiferare in materia di doping nello sport: il Belgio e la Francia nel 1945, l’Italia e la Turchia nel 1971, la Grecia nel 1976 e il Portogallo nel 1979.

Jacques Anquetil, il ciclista morto nel 1988, disse che tutti i corridori ricorrono a sostanze e metodi proibiti e quelli che lo negano sono dei bugiardi.

Analoga autoaccusa la rese Harold Connoly, campione olimpico e primatista del mondo di lancio del martello, alla sottocommissione inquirente del Senato degli Stati Uniti nel 1973: “Per otto anni,  prima del 1972, mi sarei dovuto definire un atleta dedito ai narcotici. Come tutti i miei rivali, nessuno escluso, usavo steroidi anabolizzanti come parte integrante del mio allenamento. Ricordo tutti i nomi dei componenti la squadra olimpica americana che avevano tante cicatrici e tanti buchi sulla pelle che era diventato difficilissimo trovare una parte dell’epidermide dove piazzare un nuovo “colpo”. Rilascio dichiarazioni di questo tipo perché voglio sottolineare la convinzione che la stragrande maggioranza dei praticanti di alcuna specialità dell’atletica leggera prenderebbero qualsiasi cosa e farebbero qualsiasi cosa fino quasi ad ammazzarsi pur di riuscire a migliorare le proprie prestazioni”.

Prima del 1973, non esistevano analisi attendibili per evidenziare l’uso degli androgeni anabolizzanti da parte degli sportivi. In quell’anno veniva annunciato il primo metodo radioimmunologico capace di rivelare la presenza nelle urine di androgeni anabolizzanti somministrati per via orale. (11)

I primi controlli furono effettuati ai giochi del Commonwealth Britannico in Nuova Zelanda nel 1974 e nove atleti, su un totale di 55 su cui si effettuarono le analisi, avevano steroidi anabolizzanti nelle urine; non vi furono sanzioni ed i concorrenti con riscontro positivo poterono contare sull’anonimato, poiché l’operazione antidoping era stata condotta a titolo sperimentale dimostrativo. (12)

Gli steroidi anabolizzanti vennero banditi come sostanze proibite dal Comitato Olimpico Internazionale sin dal 1976.

Nel 1988 alle Olimpiadi di Seoul la medaglia d’oro della velocità, l’allora mitizzato canadese Ben Johnson, pluri-recordman e collezionista di successi internazionali, viene trovata positiva al controllo anti-doping. Ne verrà fuori uno scandalo di dimensioni enormi. Lo stesso atleta, durante l’udienza della Commissione di indagine della Federazione Internazionale, spiegherà nei minimi dettagli l’uso-abuso di sostanze dopanti, che a breve termine consentiva l’acquisizione di successi sportivi, ma i cui effetti fisici erano di una devastazione e di una letalità sconvolgenti.

Incappato nell’anti-doping gli fu tolto il titolo, fu squalificato e gli furono cancella ti i contratti degli sponsor che ammontavano a 10 miliardi annui.

Anche il nuoto non fu immune da questo vizio. In dieci anni, dalle Olimpiadi di Los Angeles 1984 ai mondiali di Roma 1994, i nuotatori e le nuotatrici cinesi sono diventati dei veri protagonisti, vincendo mediamente il 70% delle medaglie d’oro e stabilendo record in tutte le discipline. I sospetti, nati sia dagli sbalorditivi progressi dei rappresentanti di questa nazione che dalla loro “presenza fisica” – questi atleti erano infatti notevolmente aumentati di massa muscolare – avevano indotto gli allenatori degli altri Stati a compilare un atto di accusa su presunte pratiche proibite.

Questa clamorosa protesta fu accompagnata anche da una singolare azione giornalistica, l’autorevole rivista Swimming World non inserì nelle classifiche all time i risultati delle atlete asiatiche ai Mondiali del 1994 A Roma, prima della conferma con i Giochi Continentali di Hiroshima, quando ben 11 nuotatori cinesi risultarono positivi all’anti-doping.

Il 4 Febbraio 1999 a Losanna (Svizzera), nel corso della World Conference on Doping in Sport riunitasi dopo gli eventi che avevano funestato il ciclismo nell’estate dell’anno precedente, approva la “Lausanne Declaration on Doping in Sport”. La novità assoluta della Dichiarazione di Losanna è rappresentata dalla adozione del Codice Anti-doping e dalla istituzione di un organismo mondiale per la lotta al doping: la WADA.

In base alla Legge 376 per la “disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”, entrata in vigore il 2 gennaio 2001, costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche terapeutiche, non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare:

            le condizioni biologiche dell’organismo al fine di migliorare le prestazioni agonistiche degli atleti;

            i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche suddette.

I farmaci, le sostanze farmacologicamente attive e le pratiche terapeutiche, il cui impiego è considerato doping, sono individuati, in conformità alle indicazioni del Comitato olimpico internazionale, in tabelle approvate con decreto del Ministero della sanità, d’intesa con il Ministro per i beni culturali, su proposta della Commissione di controllo sanitario dell’attività sportiva.

La Commissione di controllo sanitario dell’attività sportiva è istituita presso il Ministero della Sanità, tra i suoi compiti quello di determinare criteri e metodologie dei controlli antidoping. Ciò significa che la gestione dei laboratori antidoping non sarà più nelle mani del CONI, ma in quelle della Commissione stessa.

I farmaci potenzialmente dopanti dovranno recare un contrassegno per essere riconoscibili e avere, nel foglietto illustrativo, un paragrafo che ne spieghi gli effetti per chi pratica attività sportiva.

Il doping è reato penale. A differenza che in passato anche gli atleti sono perseguibili.

Come riporta il settimanale AICS online (13): “La lotta al doping dal 2007 ha un nuovo alleato: il Passaporto Biologico. Questo neo-ritrovato della lotta al doping è il frutto dell’incontro avvenuto il 23 ottobre 2007 tra il Presidente dell’agenzia mondiale Anti-Doping (WADA) Richard Pound e il Presidente dell’Unione Ciclisti Internazionale (UCI), Pat McQuaid. In quella sede venne deciso che nessun atleta di livello internazionale potesse sottrarsi a questa normativa, specie per il ciclismo.

L’accordo è stato raggiunto dopo una lunghissima trattativa tra le più importanti federazioni del ciclismo mondiale, nel tentativo di rilanciare l’immagine di uno sport in forte crisi di credibilità dopo anni di scandali legati al doping. Durante la stagione ogni ciclista si deve sottoporre periodicamente a esami del sangue e delle urine per stabilire il proprio profilo ematologico sia nei periodi di attività che fuori dalle competizioni.

Viene così ricostruito il “profilo tipo” di ogni atleta e i dati vengono raccolti durante il suo periodo di riposo. Il profilo che viene individuato diventa il parametro di confronto per ogni valore che verrà riscontrato sull’atleta durante i controlli nei periodi di gara o allenamento.

Il Passaporto biologico è una grande innovazione nel campo dell’antidoping, ma come qualsiasi fuori serie ha avuto bisogno di un periodo di rodaggio, fino ad arrivare al 2011 quando è stato possibile aprire un procedimento per doping sulla base di una variazione del “profilo tipo” dell’atleta.

Queste variazioni, per determinare la positività dell’atleta, devono essere garantite dalle analisi statistiche dei dati, con una certezza pari al 99,9%.

Un importante avvicinamento al Passaporto Biologico è stato fatto anche dall’IAAF, Federazione Internazionale di Atletica, che a Daegu, in occasione della disputa dei mondiali ha inserito questo strumento di controllo. Questa indagine ha avuto sin dalla sua attuazione diversi riscontri negativi.

Sono stati numerosi gli atleti che lo hanno criticato boicottando anche alcune gare sostenendo l’inaffidabilità del passaporto biologico perché si basa su valori che possono variare naturalmente”.

 

 

lunedì
Ott 15,2012

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

La percezione soggettiva della sconfitta dipende innanzitutto da due aspetti sui quali si lavora molto con un allenamento psicologico, e cioè la formulazione delgi obiettivi e la motivazione.

Per quanto riguarda gli obiettivi, l’atleta dovrebbe essere in grado di formulare una pianificazione degli obiettivi a breve, medio e lungo termine, obiettivi che siano difficili ma raggiungibili, sfidanti, si dovrebbero poer visualizzarli, immaginarli nel momento in cui si raggiungono gli obiettivi.

Può capitare che ci siano delle difficoltà nel raggiungere questi obiettivi e qualche volta l’atleta può considerare il non raggiungimento di un obiettivo prefissato come una sconfitta personale.

Ma nello sport si mettono in conto le sconfitte, servono a farti fermare, riflettere, fare il punto della situazione, osservare, valutare, capire cosa c’è stato di utile, di importante nella prestazione eseguita e su cosa, invece, bisogna lavorare, cosa si può migliorare. Quindi, tutto sommato, la sconfitta potrebbe servire per fare una valutazione dell proprie risorse, punti di forza e, al contempo, delle criticità.

L’altro aspetto di cui accennavo all’inizio, importante in caso di prestazione percepita come sconfitta è la motivazione, se un atleta è fortemente motivato nel voler praticare il suo sport che comporta lavori, sacrifici, rinunce, affronterà le sconfitte a testa alta, complimentandosi con se stesso per quello di buono che è riuscito a fare finora, complementandosi con l’avversario per la bravura dimostrata in quell’occasione, anche perché prima o poi lo trovi uno più forte o che comunque riesce a batterti.

Diversamente accade per i campioni che hanno estremo bisogno, estrema necessità di confermarsi campioni, quando si raggiunge una notorietà molto elevata, eccessiva, si rischia di attrarre l’interesse non solo della vita sportiva dell’atleta ma dell’intera vita privata, e questo se all’inizio può essere piacevole per il piacere di essere riconosciuti, contattati, alla lunga può produrre stress, nervosismo, deconcentrazione, fino alla distrazione disfunzionale dall’attività sportiva praticata.

L’atleta è tentato a rilassarsi troppo, a non investire proficuamente nello sport, e questo va a discapito dellla performance che richiede un investimento notevole. In questi casi l’atleta campione è tentato a distrarsi perché cambia la motivazione, conosce il piacere della notorietà senza faticare, ma la gente si interessa a lui per il solo fatto di essere stato campione e ciò può portare a una reale fine carriera.

Ciò che distingue un campione da un atleta comune è la resilienza, il cui significato è: “mi piego ma non mi spezzo”, che sta a significare che il vero campione esce fuori dalle sconfitte con più voglia riscattarsi, di far meglio, di migliorare gli aspetti, le aree in cui ha mostrato carenza. Chi è resiliente, infatti, non si lascia abbattere da una sconfitta ma ne esce rafforzato, analizza i suoi errori e trova le giuste soluzioni per tornare a vincere. È grazie a questa dote del carattere che si diventa campioni: alcuni ci nascono altrimenti la si può sempre coltivare.

Il concetto di resilienza è presente anche nelle persone che subiscono traumi, quelli che possiedono questa caratteristica non vanno incontro a stress acuti, o disturbi post traumatici di stress, ma ne escono più forti, con un valore aggiunto.

Lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che dovrebbe conoscere le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza, dovrebbe costruire con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione, dare feedback adeguati, spiegare le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato, raccontare aneddoti, far parte della storia sportiva dell’atleta, condividere momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte, essere disposto ad ammettere di aver fatto un errore, di aver preteso, di aver sottovalutato, di non aver considerato.

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

Piazza Ragusa n. 5 – Roma Stazione Tuscolana

380-4337230 – 21163@tiscali.it

www.psicologiadellosport.net/eventi.htm

lunedì
Ott 15,2012

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

 

L’EMDR è un approccio psicoterapeutico che si focalizza sulla risoluzione delle problematiche, conflitti, disagi attuali considerando che la patologia deriva dalle informazioni, ricordi del passato, antichi che sono stati congelati nella memoria in maniera disfunzionale.

Le reti mnemoniche sono viste come la base sottostante alla patologia e alla salute mentale. L’obiettivo  è di riprendere l’informazione, l’immagine, il ricordo originale e permettere al paziente di rielaborarlo in modo che l’informazione congelata diventi adattiva nel presente.

L’EMDR nasce con la psicologa nel 1987 con la psicologa Francine Shapiro che applicò su di sé delle stimolazioni bilaterali oculari e fece studi sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD) su reduci dal Vietnam e vittime di abusi ottenendo risultati positivi in entrambi i casi a seguito dell’applicazione dell’EMDR. E’ un approccio strutturato e complesso e i risultati si sono avuti non solo per vittime da traumi ma anche per la generalità dei pazienti.

L’EMDR agisce sulle difficoltà del presente andando all’origine, nel passato ed operando nel futuro. C’è una posizione da rispettare, seduti di fronte ma come se si incrociassero 2 barche.

Le fasi sono 8:

Fase 1 (Raccolta anamnestica):

–         Problemi riportati;

–         Sintomatologia (frequenza, durata, luogo). Diagnosi.

–         Causa iniziale o evento;

–         Avvenimenti passati, analogie e collegamenti con la storia passata e presente.

Identificare l’evento cruciale:

Quand’è iniziato, fattore precipitante, mese/anno?

Fase 2 (Preparazione – Psicoeducazione):

–         è il suo proprio cervello che realizzerà la guarigione;

–         l’esercizio del posto sicuro ha l’obiettivo di dare al paziente delle capacità per ridurre lo stress.

Fase 3 (Assessment):

–         obiettivo (accedere al target per l’eleborazione con l’EMDR)

–         quale immagine rappresenta l’evento? La parte peggiore dell’evento?

–         Cognizione negativa: “Quali parole accompagnano l’immagine ed esprimono la sua convinzione negativa su di sé ora? (Se succede questo io sono), convinzione irrazionale, autoriferita, attuale.

–         Cognizione positiva: “Cosa ti piacerebbe dirti pensando a quell’immagine? (Convinzione positiva auto-riferita: “Io”)

Fase 4 (Desensibilizzazione):

–         Rielaborazione della rete del ricordo target.

Fase 5 (Installazione):

–         Si lavora su reti neurali con informazioni positive;

Fase 6 (Scansione corporea):

–         Rielaborazione di qualsiasi manifestazione fisica/somatica residua del ricordo;

–         Se c’è sensazione positiva e piacevole, raffozzarla;

–         Se c’è una sensazione di disagio, riprocessare fino a che scompare.

Fase 7 (Chiusura):

–         Assicurarsi della stabilità del paziente;

–         L’elaborazione può continuare durante la settimana;

–         Invitare il paziente ad annotare pensieri, sogni, ricordi.

Fase 8 (Rivalutazione):

–         Attenzione clinica e follow-up;

–         Identificare le risorse per una sfida attuale;

–         Recuperare ricordi positivi che ha vissuto e gestito in modo efficace;

–         Cosa servirebbe per affrontare situazione impegnativa?

–         Risorse Relazionali (Modelli e Figure di Supporto), Chi vorrebbe avere al suo fianco per motivarla?

Dal lavoro con l’EMDR, i ricordi, le informazioni, vengono rielaborate dal paziente con l’aiuto di appropriate stimolazioni bilaterali e si passa ad un lavoro sul futuro, su come il paziente vorrebbe affrontare le prossime situazioni dove in genere si trova in difficoltà e, quindi, si invita il paziente ad immaginare come potrebbe sperimentarsi nel futuro prossimo adesso che le sue convinzioni, le sue credenze, i suoi blocchi sono cambiati.

L’EMDR muove/stimola il sistema di elaborazione e trasforma/sposta per raggiungere uno stato adattivo/costruttivo/positivo.

Si accede all’informazione target, all’esperienza; l’immagine permette il collegamento tra qui e ora e il punto dov’è il ricordo (là e alllora), ci interessa il residuo disturbante del ricordo.

Si precisa che l’approccio EMDR non si improvvisa ma bisogna apprenderlo attraverso dei corsi appositi che permettono di non incorrere in gravi errori ai danni delle persone che si fidano della professionalità del terapeuta.

 

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

Piazza Ragusa n. 5 Roma

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ARTICOLI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

martedì
Ott 9,2012

Motivazioni ed obiettivi nello sport

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta

 

 

L’ex Bomber del Torino Paolo PULICI, 62 anni, allena i bambini della scuola calcio TRITIUM ed in un intervista su un quotidiano (1) afferma: “I calciatori di oggi giocano per i soldi, io invece gli insegno solo a divertirsi”, ed ancora: “I bambini escono da scuola e corrono qui al campo, senza nemmeno fare merenda a casa. Questo oggi sono le mie gioie…”. In queste poche parole viene fuori l’importanza della motivazione intrinseca nello sport che per i bambini è e dovrebbe essere il gioco, il divertirsi, e nel caso dell’ex campione ora la motivazione è fare qualcosa di positivo per gli altri quindi le sue gioie, la voglia di allenare è data dal piacere di fare qualcosa; l’altro aspetto che viene fuori riguarda gli obiettivi nello sport che devono sempre essere messi in discussione, riprogrammati, e così se alcuni anni fa l’obiettivo di Paolo era divertirsi lavorando, allenarsi, vincere ora non può più essere questo l’obiettivo ma basta far leva sulle proprie risorse, sulle proprie motivazioni per decidere di poter fare qualcos’altro e, comunque bene, allenando i bambini,

Ancora afferma PULICI: “Mel calcio dei grandi, dei soldi, dell’assenza di qualsiasi valore, non mi riconosco più. Io scendevo in campo per la maglia, per vincere, mica per i soldi, come fanno quasi tutti i giocatori di oggi….”. Infatti, ritornando alle motivazioni quando si diventa campioni, professionisti, non è più sufficiente la motivazione intrinseca per ottenere risultati, per ottenere la massima prestazione, è importante anche la motivazione estrinseca, l’essere riconosciuti dagli altri, gli sponsor, i guadagni, ma la cosa è importante è che ci siano entrambe le motivazioni perché se si viene a perdere il piacere nel fare un allenamento, nel fare una prestazione, se si fa sport solo per guadagnare, in questo caso non si è più disposti a perdere, si accettano con più fatica le sconfitte,, gli infortuni e si è più facilmente tentati all’usare sostanze dopanti; potrebbe essere questo che ha portato il nostro campione di marcia a far uso di sostanze, l’aver dato importanza solamente al valore della vittoria e non al piacere, alla soddisfazione nel riuscire a fare un allenamento faticoso, nel riuscire a superare un test duro in previsione di una competizione internazionale, se lo sport diventa solamente fatica, solamente sofferenza, solamente rinunce, lo sportivo crolla, diventa vittima di uno stress che da solo non riesce a gestire e c’è il rischio che arrivi a pensare che senza vittoria è una nullità perché si è abituato a riconoscersi solo attraverso gli apprezzamenti degli altri.

Ancora dice PULICI:” Appena si iscrivono dico subito loro che il calcio è un gioco, è giusto di imparare cose nuove con i compagni, rispettando le regole ed è divertimento, a qualsiasi livello: se entri in campo allegro, fai divertire tutti, se entri arrabbiato, fai arrabbiare tutti”. Con queste parole ancora l’ex bomber ricorda che soprattutto per i più piccoli ma anche per i grandi, lo sport dovrebbe essere un’opportunità per stare assieme, per apprendere, per fare squadra, per confrontarsi, per divertirsi, per mettersi alla prova; ed è importante per gli allenatori fare attenzione a queste dinamiche, favorire uno spirito di squadra all’insegna della partecipazione, senza escludere, senza penalizzare, valutando le risorse, facendo apprezzamenti, dando feedback significativi che aiutino a crescere con sani valori, giuste regole.

Sempre sullo stesso quotidiano è riportata un consiglio sugli allenamenti da parte di Giovanni LODETTO, ex centrocampista del MILAN  vincitore con la nazionale dell’Europeo del 1968, rivolto ai ragazzi delle giovanili di INTER e MILAN: “Andateci sempre per divertirvi. Se siete bravi, calciatori lo diventerete, ma non perdete la passione”. Questo conferma ancora l’importanza di iniziare lo sport con divertimento senza pretese da parte dei genitori e dei mister di eccellere, ci sarà tempo in futuro.

 

(1)   GAZZETTA DELLO SPORT del 3 ottobre 2012.

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo clinico e dello sport

Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

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Le parole di un capitano: un modo per aumentare l’autoefficacia propria e degli altri

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo clinico e dello sport, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

 

Sono riportate su un quotidiano (1) le parole di un Capitano di una squadra di Hockey ghiaccio, Tommaso MIGLIORE, a seguito di una sconfitta: “Pronti per il riscatto”, “… dopo la sconfitta di Pontebba ci siamo chiariti in spogliatoio e sono convinto che domani avremo un approccio ben diverso”. “Contro il Bolzano abbiamo giocato con lo spirito giusto, ma non nego che ci manchi ancora la chimica tra le linee. Infatti fatichiamo a segnare. Sono convinto che il potenziale per fare bene ci sia. Per questo motivo, buttar via una partita come quella di sabato scorso, che poteva servire a oliare i meccanismi, è stato un errore madornale., da non ripetere più”. “… Ma è meglio che i problemi siano venuti a galla ora”.

Tutto ciò che afferma il capitano ha a che fare con l’autoefficacia, infatti come scrivo sul mio libro (2): “Importanti dati di ricerca sottolineano come le persone con forti convinzioni di autoefficacia sono sicure di potersi esprimere al meglio delle proprie potenzialità, hanno aspirazioni ambiziose, si impegnano nelle attività che fanno e si riprendono rapidamente dagli insuccessi; tutti questi sono elementi importanti per una prestazione di successo.

L’autoefficacia per un certo compito è resistente quando una persona resta convinta delle sue capacità anche di fronte a insuccessi e difficoltà di vari tipo; non lo è invece quando difficoltà e insuccessi portano a sentirsi meno capaci”. Inoltre: “Ulteriore elemento che può consolidare la convinzione di efficacia è la persuasione verbale da parte di altri, dei quali si hanno fiducia e stima attraverso gli incoraggiamenti verbali che tendono a sottolineare gli elementi positivi di un gesto o un’azione”. Pertanto lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che dovrebbe conoscere le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza, dovrebbe costruire con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione, dare feedback adeguati, spiegare le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato, raccontare aneddoti, far parte della storia sportiva dell’atleta, condividere momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte, essere disposto ad ammettere di aver fatto un errore, di aver preteso, di aver sottovalutato, di non aver considerato.

 

(1)     Gazzetta dello sport del 04.10.2012 pag. 49.

(2)     Matteo SIMONE, Psicologia dello sport e non solo, Aracne Editrice, 2011, pag. 17-19.

 

 

Dott. Matteo SIMONE

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News di psicologia dello sport e non solo

 

 

Sabato 13 Ottobre

Pomezia – Campo Ascolano – via Lago di Como 42

 

CONDUTTORI: Dott. Matteo SIMONE e Dott. Gaetano BUONAIUTO

http://ilsentieroalternativo.blogspot.it/p/eventi.html

 

1. I SENTIERI DELLA VITA (13 Ottobre 2012)

Con delicatezza e sensibilità si metteranno a confronto i sogni, le speranze, le delusioni e le fatiche per meglio comprendere la nostra vita presente, valorizzando le nostre naturali risorse. In un intimo walzer tra passato e futuro si sperimenteranno nuove possibilità e diversi modi di vivere.
2. IL VALORE DELLE CAREZZE PER IL BENESSERE NELLA RELAZIONE (13 Ottobre 2012)
Quanto è importante nella nostra vita ricevere un plauso, una lode? E quanto spesso ci sentiamo criticati o non apprezzati quando invece tutti i nostri sforzi erano volti proprio ad ottenere un riconoscimento?

Quanto invece siamo noi i primi a non apprezzarci? Una serie di esperienze ci guideranno verso una più profonda comprensione del dare e ricevere affetto.

 

DESCRIZIONE:
Tutti noi siamo fondamentalmente persone sane. Il senso di infelicità che a volte pervade la nostra esistenza non è insito all’interno di noi ma è il risultato di influenze esterne e dei rapporti che instauriamo con altre persone, molto spesso distruttivi e oppressivi.

Queste difficoltà emotive e relazionali tuttavia non compromettono il nostro essere persone complete e intelligenti, in grado di capire i nostri problemi e i processi che portano a liberarci di essi.
Sulla base di queste premesse è nata l’idea di un ciclo di incontri che, attraverso una serie di tecniche e di esperienze concrete, possa ampliare il grado di autoconsapevolezza di ogni singolo partecipante spingendolo a sperimentare nuovi modi di rapportarsi a sé stessi, agli altri, alla vita.

 

 

 

 

Studio Psicoterapia

Roma P.za Ragusa 5 int. 20 – Stazione Tuscolana – Metro Furio Camillo

Dott. SIMONE Matteo

 

Venerdì 14 Dicembre orario 14-16

MODELLO O.R.A.:OBIETTIVI, RISORSE, AUTOEFFICACIA nella vita e nello sportcon Gestalt, E.M.D.R. ed Ipnosi Eriksoniana. Rimborso spese 20 euro a persona con minimo 3 e massimo 10 persone.

Ricerca, installazione, potenziamento delle risorse facendo focalizzare sull’obiettivo imminente e considerando le risorse occorrenti, le precedenti situazioni dove si sono sperimentate, immaginare l’obiettivo da raggiungere legato alle risorse occorrenti, insomma un lavoro sull’incremento dell’autoefficacia con l’aiuto dell’EMDR.

http://www.webatletica.it/index.php?module=News&func=view&cat=10005

MODELLO O.R.A.: OBIETTIVI, RISORSE, AUTOEFFICACIA

 

Venerdì 11 gennaio orario 14-16

Introduzione alla meditazione Vipassana: a partire dall’osservazione del respiro, delle sensazioni fisiche corporee senza giudicarle. Partecipazione gratuita con minimo 3 e massimo 10 persone. Vipassana significa “vedere le cose così come esse sono realmente”. È un processo di auto-purificazione mediante auto-osservazione. Si inizia osservando il respiro naturale al fine di concentrare la mente.

 

Venerdì 8 febbraio orario 14-16

Mini-corso psicologia sport e benessere: elementi di psicologia dello sport e metodo E.M.D.R. per prestazioni eccellenti. Costo 20 euro a persona con minimo 3 e massimo 10 persone. La formulazione degli obiettivi (goal setting)

–     Autoefficacia e prestazione sportiva

–    Migliorare la prestazione con l’ Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)

Il corso è rivolto a coloro che vogliono acquisire le competenze per:

– ottenere prestazioni ottimali (atleti professionisti ed a livello amatoriale, praticanti sport singoli o di squadra; allenatori, trainer, tecnici, famigliari di atleti);

– lavorare in contesti sportivi (psicologi e studenti di psicologia, mental coach, counsellor)

 

Venerdì 8 marzo orario 14-16

Introduzione all’EMDR con partecipazione gratuita con minimo 3 e massimo 10 persone. L’EMDR è un approccio psicoterapeutico integrato e trasversale che si focalizza sulla risoluzione delle problematiche, conflitti, disagi attuali considerando che ciò che accade ora deriva dalle informazioni, ricordi del passato, antichi che sono stati congelati nella memoria, quindi la focalizzazione dell’EMDR è sul ricordo dell’esperienza traumatica per elaborarla a livello emotivo, cognitivo e a livello delle sensazioni corporee.

 

Venerdì 5 aprile orario 14-16

Le carezze con Gaetano Buonaiuto e Matteo SIMONE Costo 20 euro a persona con minimo 6 e massimo 10 persone. Quanto è importante nella nostra vita ricevere un plauso, una lode? E quanto spesso ci sentiamo criticati o non apprezzati quando invece tutti i nostri sforzi erano volti proprio ad ottenere un riconoscimento? Quanto invece siamo noi i primi a non apprezzarci? Una serie di esperienze ci guideranno verso una più profonda comprensione del dare e ricevere affetto.

 

Venerdì 10 maggio orario 14-16

Psicoeducazione al cambiamento: potenziamento e istallazione delle risorse personali per il raggiungimento degli obiettivi. con partecipazione gratuita con minimo 3 e massimo 10 persone.

 

Venerdì 7 giugno orario 14-16

I sentieri della vita con Gaetano Buonaiuto e Matteo SIMONE Costo 20 euro a persona con minimo 6 e massimo 10 persone. Con delicatezza e sensibilità si metteranno a confronto i sogni, le speranze, le delusioni e le fatiche per meglio comprendere la nostra vita presente, valorizzando le nostre naturali risorse. In un intimo walzer tra passato e futuro si sperimenteranno nuove possibilità e diversi modi di vivere.

 

 

Rasssegna stampa:

 

Recensione Critica del Libro “Psicologia dello Sport e non solo”

http://www.okkioallespalle.it/comment.php?id=642

 

L’ANGOLO DI MATTEO SIMONE

http://www.cisp.info/rivistapsicologiapsicoterapiacisp_sommarion18.htm

 

Prepararsi per le prestazioni sportive non tralasciando l’aspetto mentale

www.atleticaleggera.org/index.php?op=news&subop=single&id=1261

 

link ad un programma della TV svizzera francese sull’EMDR. E’ particolarmente importante perchè riporta
un’intervista a Marco Pagani sulla ricerca fatta in Italia, in particolare al CNR di ROma.

www.rts.ch/video/emissions/36-9/#/video/emissions/36-9/4304857-emdr-la-therapie-qui-chasse-les-demons.html

 

13^ Conferenza EMDR European Association

Presentazione del poster “Hypnosis and EMDR with atletes”

Madrid dal 15 al 17 giugno 2012

P18-SIMONE. HYPNOSIS Y EMDR CON ATLETAS (EN, ES, IT)

 

martedì
Ago 7,2012

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo clinico e dello sport, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

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Parla di un approccio che mette in primo piano l’attenzione, l’interesse per la persona, parla di incontri di mondi del professionista Psicologo dello sport che con le sue competenze, la sua professionalità si mette in relazione con lo sportivo che porta le sue esigenze, le sue difficoltà, i suoi problemi ed il suo sudore; parla dello psicologo dello sport che è disposto a scendere in campo, ad uscire dal suo studio per stare con, stare a disposizione dello sportivo ed osservarlo durante i suoi allenamenti e le sue gare, per vederlo in azione con il suo staff e con i suoi compagni di allenamento ed i suoi avversari/concorrenti.

Vengono illustrati l’approccio, le metodiche e le tecniche per l’incremento della performance sportiva e per il miglioraremento della prestazione anche attraverso l’EMDR“Eye Movement Desensitization and Reprocessing”. Inoltre sono trattati i le difficoltà dell’atleta che possono essere di natura emotiva, di attivazione ottimale, di bassa autostima, possono anche essere relazionali, relativi ad una figura professionale che gravita attorno al mondo dell’atleta.

Nel testo si parla di incontro di professionalità, di mondi, l’atleta porta il mondo dello sport fatto di sudori, delusioni, infortuni, incoraggiamenti, rinunce, pressioni, lo psicologo porta il mondo teorico esperienziale e quindi il relazionarsi, l’accogliere, l’invitare l’altro, il contatto, il dialogo, le metafore. Si parla di diversi incontri dello psicologo con la squadra, con l’atleta, con il team, con un famigliare e quindi hanno valore il rispetto, l’interessamento, la fiducia, la scoperta nell’altro, negli altri e in se stessi. Questo avviene in uno spazio di manovra abitabile dai diversi attori in campo dove può avvenire, si può sperimentare un contatto, un dialogo, un espressione/comunicazione di esigenze, difficoltà, perplessità, disagi. La risoluzione di quest’ultimi può essere proposta attraverso un lavoro, un porre l’attenzione sulla consapevolezza, responsabilità, il cercare le risorse disponibili e quelle da potenziare, il riconoscimento di priorità, il definire gli obiettivi.

Essendo maratoneta non potevo non parlare di maratona, un obiettivo che va maturando nel corso degli anni, ci si arriva a step, ma c’è differenza tra amatori ed assoluti, per entrambi è importante la gradualità, l’impegno, l’adattamento progressivo per giungere alla maratona.

Un capitolo è dedicato alla psicologia d’emergenza, anche nello sport si lavora in emergenza, può capitare che l’atleta voglia risolvere un problema nell’immediato e quindi come succede in emergenza è importante documentarsi, essere disponibili, essere presenti, normalizzare eventualmente un problema, un fastidio, una preoccupazione, è importare permettere ed agevolare l’espressione di richieste, e non ultimo è importante la costruzione di reti, il collegamento delle figura professionali che gravitano attorno all’atleta.

Il presente volume affronta le metodiche e le tecniche della psicologia dello sport, analizzando i fattori che incidono sull’ottimizzazione della performance sportiva e illustrando le difficoltà dell’atleta. Le diverse sfumature di un approccio professionale allo sport tengono conto sia della visuale dell’allenatore, sia di quella dello sportivo. Sono trattati: la salute transculturale, la psicoterapia della Gestalt, la psicologia dell’emergenza e l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), metodo usato anche in ambito atletico e artistico.

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo clinico e dello sport, Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

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http://store.aracneeditrice.com/it/libro_new.php?id=5472

PERCHE’ SI PIANGE NELLO SPORT?

martedì
Ago 7,2012


Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta, Ipnoterapeuta

 

 

Si piange a tutte le età, si inizia da piccoli per diversi motivi. Perché ci si sente obbligati a fare uno sport non scelto per gioco ma perché i parenti o gli allenatori ritengono che puoi diventare un campione allora già da piccoli bisogna allenarsi, adattarsi per arrivare ai mondiali alle olimpiadi come succede per le arti circensi, si sa che per raggiungere gli obiettivi per fare qualcosa in maniera eccellente c’è bisogna che la persona, il fisico, i muscoli, le articolazioni debbano subire un adattamento graduale e costante.

A questa età è importante che i genitori e gli allenatori insegnino ai bambini una giusta educazione allo sport, facendo sviluppare loro il senso della competizione ma anche del divertimento.

Si piange perché lo sport fa anche male, da piccoli lo sport è gioco, ma da grandi capita che si metta da parte la motivazione intrinseca che ti permette di andare avanti per il piacere del gesto sportivo, delle sensazioni che si sperimentano, per il piacere di competere con gli altri, di combattere con gli altri, ed allora si può soffrire nel continuare a fare un’attività sportiva solo perché si deve diimostrare agli altri di essere forti, bravi, primi, imbattibili e se non si riesce senza il piacere intrinseco si puòsoffrire tanto.

Una giornata carica di emozioni quella di lunedì con medaglie contestate e passaggio in finale con lacrime e addirittura l’occupazione della pedana.

È successo nella semifinale della spada femminile, conclusa solo dopo la moviola e il pianto disperato della sudcoreana Shin A Lam, battuta dalla tedesca Heidemann solo in extratime. Si arriva all’ultimo secondo in parità, arriva la stoccata vincente della tedesca, ma la Corea del Sud non ci sta e chiede la verifica del tempo: i giudici confermano la decisione e lasciano la Shin in lacrime sulla pedana.

Per gioia, per aver ottenuto un successo cercato da tempo forse da anni attraverso periodi di intensi allenamenti, di sacrifici per aver fatto anche rinunce importanti: Il tennista italiano Fabio Fognini si qualifica con fatica ai quarti, al Roland Garros di Parigi. “Negli spogliatoi piangevo un po’ per la gioia e un po’ per il dolore”, commenta il vincitore riguardo i crampi che lo hanno bloccato inizialmente, rivelatisi distrazione al muscolo femorale della gamba sinistra. (1)

Per le non ottime relazioni con lo staff sportivo di cui si fa parte.

Si piange da grandi perché ci si trova bloccati in qualche percorso sportivo perché si è sperimentato la gloria, l’emozione da campione ma poi non ci si riesce più a restare sulla vetta del mondo ed allora non avendo investito in nient’altro non si sa che fare e ci si sente soli e a volte anche disperati, come è successo, per esempio a Serena Williams: La ex numero uno del mondo, rientrata dopo quasi un anno di stop, è tornata a giocare sul centrale di Wimbledon e, pur soffrendo un po’, si è sbarazzata in tre set della francese Aravane Rezai (6-3 3-6 6-1): poi, sciolta la tensione, ha pianto per qualche minuto seduta sulla sedia coprendosi il viso con un asciugamano. “E’ stato un anno disastroso – ha detto ancora in lacrime subito dopo la partita – non pensavo di riuscire a tornare, non pensavo di poter vincere ancora. Queste sono lacrime di gioia”. (2)

Lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che dovrebbe conoscere le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza, dovrebbe costruire con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione, dare feedback adeguati, spiegare le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato, raccontare aneddoti, far parte della storia sportiva dell’atleta, condividere momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte, essere disposto ad ammettere di aver fatto un errore, di aver preteso, di aver sottovalutato, di non aver considerato.

I famigliari contribuiscono al benessere o al malessere dell’atleta, durante il percorso sportivo, l’atleta ha necessità di prendere decisioni sul proseguio della sua carriera sportiva, ha bisogno di proiettarsi sul futuro per immaginare quello che potrà essere, diventare, fare se dovrà abdicare dal mondo sportivo per motivi vari, esempio, infortunio, calo motivazione, impegni di allenamento diventati gravosi.

Si piange perché a volte non si è maturi, non si è pronti a subire una sconfitta, a volte nello sport per primeggiare c’è bisogno di grinta, aggressività e può essere che gli avversari ne approfittino per mettere uno sgambetto, per dare una spinta, per ostacolare uno più forte.

A volte ci si viene a trovare in situazioni spiacevoli quali l’assunzione cosciente di sostanze dopanti per diverse motivazioni, perché ci si sente obbligati, perché ci si affida a qualcuno di fiducia che cura l’alimentazione, l’integrazione, ed allora si pagano le conseguenze con sofferenza.

Lo sport è un mondo variegato, può essere interessante, stimolante, un insegnamento di vita, ma va preso con le giuste dosi e con le giuste persone altrimenti potrebbe comportare delusioni, disagi importanti, sarebbe importante costituire gruppi di studio, di lavoro, equipe multidisciplinari, composti da atleti, atleti, allenatori, educatori, psicologi, sociologi, medici, antropologi che studi il fenomeno dello sportivo nelle diverse sfaccettature per stabilire dei progetti e modalità di intervento ad iniziare dalle scuole materne ed adatti a ai vari contesti, scolastici, sportivi, aziendali in modo da prevedere delle attività di Psicoeducazione sportiva che portino al benessere, prevenzione della salute, educazione alla corretta alimentazione, educazione all’attività fisica, educazione all’etica sportiva, contemplando la possibilità di interessare campioni dello sport che possano testimoniare il loro percorso sportivo ed i momenti salienti che hano attraversato sia positivi di successo, di soddisfazione, realizzazione, sia quelli di sconforto, di sconfitte, di sofferenza.

 

(1)   www.paginadellosport.com 29 maggio 2011

(2)   www.repubblica.it 21 giugno 2011

 

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo clinico e dello sport

Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR

Ipnoterapeuta Eriksoniano

380-4337230 – 21163@tiscali.it

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LA SCONFITTA NELLO SPORT

martedì
Ago 7,2012

La sconfitta nello sport
Dott. Matteo SIMONE
Psicologo, Psicoterapeuta, Ipnoterapeuta

“Non ne avevo più di così, ci ho provato fino alla fine”, ha dichiarato la Pellegrini ai microfoni di Sky Sport subito dopo la gara. “Fa male, ma so di avere dato il massimo”. Riprendersi dalla sconfitta si può, è “una cosa che mi è capitata tante volte, lo sport è fatto di questo”, ma “non c’è solo la testa, è la tenuta fisica che mi preoccupa”. “La sconfitta di ieri non cancella quello che ho fatto nello sport: almeno non per me, per altri amen”.”La voglia di spaccare il mondo ce l’ho sempre – dice – e ci metto la stessa cattiveria, poi non sempre le risposte sono le stesse”.
La percezione soggettiva della sconfitta dipende innanzitutto da due aspetti sui quali si lavora molto con un allenamento psicologico, e cioè la formulazione delgi obiettivi e la motivazione.
Per quanto riguarda gli obiettivi, l’atleta dovrebbe essere in grado di formulare una pianificazione degli obiettivi a breve, medio e lungo termine, obiettivi che siano difficili ma raggiungibili, sfidanti, si dovrebbero poer visualizzarli, immaginarli nel momento in cui si raggiungono gli obiettivi.
Può capitare che ci siano delle difficoltà nel raggiungere questi obiettivi e qualche volta l’atleta può considerare il non raggiungimento di un obiettivo prefissato come una sconfitta personale.
Ma nello sport si mettono in conto le sconfitte, servono a farti fermare, riflettere, fare il punto della situazione, osservare, valutare, capire cosa c’è stato di utile, di importante nella prestazione eseguita e su cosa, invece, bisogna lavorare, cosa si può migliorare. Quindi, tutto sommato, la sconfitta potrebbe servire per fare una valutazione dell proprie risorse, punti di forza e, al contempo, delle criticità.
Parlando ancora del suo futuro, la Pellegrini non ha escluso niente: «Se tornerò dopo l’anno di pausa? Questa è la convinzione poi ci vogliono anche le motivazioni. Spero che ritornino, ma penso di sì perché il nuoto è il grande amore della mia vita. Se ci sarò alle Olimpiadi di Rio? Penso di sì – ha aggiunto la veneta – per fortuna sono giovincella e posso giocarmi un’altra Olimpiade». La sconfitta della Pellegrini sembra legata a una mancanza di motivazione. Federica ha tutto l’aspetto di una campionessa che vive di una fama passata e persino la gente sembra interessarsi più alla sua vita privata che ai successi sportivi.
L’altro aspetto di cui accennavo all’inizio, importante in caso di prestazione percepita come sconfitta è la motivazione, se un atleta è fortemente motivato nel voler praticare il suo sport che comporta lavori, sacrifici, rinunce, affronterà le sconfitte a testa alta, complimentandosi con se stesso per quello di buono che è riuscito a fare finora, complementandosi con l’avversario per la bravura dimostrata in quell’occasione, anche perché prima o poi lo trovi uno più forte o che comunque riesce a batterti.
Diversamente accade per i campioni che hanno estremo bisogno, estrema necessità di confermarsi campioni, quando si raggiunge una notorietà molto elevata, eccessiva, si rischia di attrarre l’interesse non solo della vita sportiva dell’atleta ma dell’intera vita privata, e questo se all’inizio può essere piacevole per il piacere di essere riconosciuti, contattati, alla lunga può produrre stress, nervosismo, deconcentrazione, fino alla distrazione disfunzionale dall’attività sportiva praticata.
L’atleta è tentato a rilassarsi troppo, a non investire proficuamente nello sport, e questo va a discapito dellla performance che richiede un investimento notevole. In questi casi l’atleta campione è tentato a distrarsi perché cambia la motivazione, conosce il piacere della notorietà senza faticare, ma la gente si interessa a lui per il solo fatto di essere stato campione e ciò può portare a una reale fine carriera.
Ciò che distingue un campione da un atleta comune è la resilienza, il cui significato è: “mi piego ma non mi spezzo”, che sta a significare che il vero campione esce fuori dalle sconfitte con più voglia riscattarsi, di far meglio, di migliorare gli aspetti, le aree in cui ha mostrato carenza. Chi è resiliente, infatti, non si lascia abbattere da una sconfitta ma ne esce rafforzato, analizza i suoi errori e trova le giuste soluzioni per tornare a vincere. È grazie a questa dote del carattere che si diventa campioni: alcuni ci nascono altrimenti la si può sempre coltivare.
Il concetto di resilienza è presente anche nelle persone che subiscono traumi, quelli che possiedono questa caratteristica non vanno incontro a stress acuti, o disturbi post traumatici di stress, ma ne escono più forti, con un valore aggiunto.
Lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che dovrebbe conoscere le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza, dovrebbe costruire con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione, dare feedback adeguati, spiegare le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato, raccontare aneddoti, far parte della storia sportiva dell’atleta, condividere momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte, essere disposto ad ammettere di aver fatto un errore, di aver preteso, di aver sottovalutato, di non aver considerato.

Dott. Matteo SIMONE
Psicologo cinico e dello sport
Psicoterapeuta Gestalt ed EMDR
Ipnoterapeuta Eriksoniano
380-4337230 – 21163@tiscali.it
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martedì
Ago 7,2012

Dott. Matteo SIMONE

Psicologo, Psicoterapeuta, Ipnoterapeuta

 

 

“Gingar sempre”   Mestre Bimba

 

“Mestre Bimba ante de crear a capoeira regional, ele era angoleiro ele aprendeu a Capoeira em Santo Amaro, mas ele era angoleiro como eu”

Mestre Canjiquinha“

 

 

I primi documenti che parlano di capoeira risalgono al 1624, si tratta di diari dei capi di spedizione incaricati di catturare e riportare indietro gli schiavi neri che tentavano di scappare. Questi documenti fanno riferimento ad uno strano modo di combattere, “usando calci e testate come fossero veri animali indomabili”.

La capoiera nacque in Brasile da schiavi di origine Bantu provenienti dall’Angola che si esercitavano tra di loro a combattere mentre erano reclusi in celle molto basse.

Il termine capoeira significa foresta di basso ramaggio (mata baixa) e si dice che gli schiavi la praticassero li, inizialmente si praticava la capoeira Angola con movimenti bassi e lenti, successivamente si è iniziato a praticare una forma di capoeira con movimenti più alti e veloci e prese il nome di Capoeira Regional, inoltre un’altra forma di capoeira è quella “show”, spettacolare, acrobatica, contemporanea.

La Capoeira era vietata perché si temeva che gli schiavi si preparassero troppo bene a combattere e questo non era accettabile per le autorità locali, così quando i capoeiristi si accorgevano di essere visti simulavano di danzare.

Il 25 aprile del 1789 ci fu il primo arresto di un capoerista di nome Adao per il solo fatto di essere un lottatore di Capoeira.

Il 28 settembre del 1871 una legge: “lei do ventre livre” decreta l’emancipazione dei nascituri figli degli schiavi, stabilì che i discendenti degli schiavi che nascessero a partire da quella data sarebbero stati liberi; nel 1885 una legge: “lei do sexagenarios” libera gli schiavi che arrivavano a compiere i 60 anni e il 13 maggio del 1888 la schiavitù viene definitivamente abolita con la legge: “Lei Aurea”.(1)

L’articolo 402 del codice penale repubblicano, istituito nel 1890, proibiva “la pratica nelle strade o nelle pubbliche piazze dell’esercizio di agilità e destrezza fisica conosciuto col nome di capoeiragem”, con pene dai due ai sei mesi di prigione per i praticanti e il doppio per i maestri o i capi. La pratica della capoeira rimase clandestina (da questo deriva l’uso per ogni capoeirista di un apelido, un soprannome),

La capoeira quindi è un arte marziale, può sembrare una danza ma è anche una modalità di comunicazione, di stile di vita, di aggregazione multiculturale ed ha delle regole da rispettare, delle tradizioni ed una sua etica.

Capoeira non è solo giocare ma è anche suonare, cantare, conoscere la storia, educazione, insomma è un mondo che accomuna, sostiene, contiene, accudisce, per alcuni può essere considerato un posto sicuro, un rifugio.

Nel 1936 il presidente Getúlio Vargas, cercando appoggio dalla popolazione povera, permise la prática della capoeira revocando l’articolo 402 del Códice Penale del 1890. Manoel dos Reis Machado, conosciuto come Mestre Bimba inaugurò l’allenamento della capoeira nelle scuole, ma Bimba non usava il nome di capoeira nella scuola, la chiamava Luta Regional Bahiana, oggi conosciuta come Capoeira Regional.

Mestre Bimba mostrò al mondo intero che la capoeira era educazione e contribui a far praticare capoeira all’Università di Medician dello Stato di Bahia. Nel 1974 la capoeira è stata riconosciuta come sport nazionale brasiliano. Nel 1996 gli fu conferito il titolo di Dottore “Honiris Causa” post morten.

Bimba portò la capoeira fuori dalle strade, nelle academias, veri e propri centri sportivi affiliati alle associazioni sportive nazionali; introdusse un sistema di graduazioni e un metodo di insegnamento codificato, che includeva la formadura (il diploma).

Introdusse elementi provenienti da altre tradizioni e arti marziali, come il batuque, il ju-jitsu e il karate.

Mestre Pastinha (Vicente Ferreira Pastinha – Salvador, BA, 5/4/1889 – 13/11/1981) cercò di preservare gli elementi di matrice africana e popolare.

La tradizione da lui portata avanti prese il nome di Capoeira Angola. Pastinha raccontava di avere appreso questa arte quando era bambino da un afro-discendente di nome Benedito. Pastinha ne esaltava l’aspetto ludico, dando grande rilievo al canto e alla bateria.

I concetti di brincadeira (gioco, scherzo, divertimento), di lealtà e rispetto nel gioco sono enfatizzati. L’aspetto ritualistico derivante dal candomblé è un altro punto centrale nell’intervento di Pastinha: le modalità di entrata e uscita dal gioco, l’organizzazione dello spazio “consacrato” della roda, i contenuti e la struttura della musica.

Pastinha ha sistematizzato all’interno della capoeira un impianto filosofico-pedagogico, basato sulla ludicità, sul rispetto, sulla lealtà e solidarietà, dando grande valore alle sue radici africane.

“Attualmente la Capoeira ha più di 5 milioni di praticanti in Brasile, è riconosciuta come attività pedagogica e divenendo anche disciplina universitaria.” (2)

La capoeira quindi è un arte marziale, può sembrare una danza ma è anche una modalità di comunicazione, di stile di vita, di aggregazione multiculturale ed ha delle regole da rispettare, delle tradizioni ed una sua etica.

Personalmente ritengo che la Capoeira possa essere considerata una sorta di terapia comunitaria in quanto valorizza l’impegno/sforzo che ogni persona intraprende per apprendere quest’arte; valorizza più il processo che il risultato, in quanto non si cerca la vittoria nel gioco della capoeira ma più che altro una sorta di cooperazione tra i due capoeirsti che giocano all’interno di una RODA che accoglie, sostiene, guida; mira a permettere i parteicpanti di entrare in un gruppo ed una cultura di appartenza; è un incontro tra persone di diverse culture, ceto sociale; è un momento di narrazione attraverso la musica, i canti, ed i battiti delle mani. Per i neofiti che si avvicinano a questo sport c’è quasi una presa in carico da parte del maestro o istruttore ed anche da parte del gruppo.

C’è un passaggio di informazioni, di insegnamento, di modalità di stare con l’altro, di guardare l’altro, di stare in circolo chiamata “RODA” ed anche di stare nella RODA giocando con l’altro.

Ci sono alcuni aspetti molto importanti nella capoeira quali la posizione base chiamata “GINGA” che permette un elevato grado di stabilità e da questa posizione si è pronti per eventuali domande/attacco o risposte/schive. La posizione della GINGA consiste nel tenere una gamba piegata in avanti ad angolo di 90°, l’avambraccio controlaterale davanti al viso per permettere di parare eventuali colpi e l’altra gamba distesa posteriormente.

Senza ginga non esiste la capoeira, dalla ginga nascono tutti i movimenti della capoeira, sia i movimenti di attacco che di difesa, la ginga è tutto nella capoeira, serve per studiare l’avversario, identificare la miglior opportunità per attaccare,.

Nella capoeira, come dice Thiago, l’istruttore bahiano del gruppo “RACA” che tiene corsi a Roma, non c’è vincente o perdente ma c’è un gioco che consiste nello schivare, nell’evitare, nell’uscire dalle situazioni che appaiono difficili, così come succede nella vita reale dove c’è sempre una soluzione, bisogna avere un’apertura mentale, crederci e provare, in ogni caso gli altri sono pronti e disponibili ad aiutare.

A questo proposito voglio parlare delle modalità di comprare il gioco. Per far ciò bisogna introdurre gli strumenti che sono il berimbau (arco musicale) che è uno strumento che comanda il gioco, nel berimbau c’è l’anima, lo spirito della capoeira, inoltre possono essere presenti altri strumenti quali il l’atabaque (un tipo di tamburo), il pandeiro (tamburello a sonagli), l’agogo (campane di legno o metallo), il reco-reco (una sorta di “raspa” di legno), il Caxixi (strumento idiofono di origine africana). Con il berimbau, tramite un ritmo specifico, si può formare la roda, iniziare il gioco, far uscire dalla roda, interrompere il gioco e terminare la roda. Per questa ragione si dice che il berimbau comanda la roda.

Ci si dispone in un cerchio e due persone decidono di giocare disponendosi accovacciati davanti al berimbau e quindi si parte per il gioco che comprende l’osservazione dell’altro, l’ascolto del ritmo del berimbau, l’ascolto delle sensazioni del proprio corpo e dell’energia dell’intero gruppo, non si tratta di un arte marziale aggressiva ma più che altro dimostrativa, quindi si cerca di evitare di colpire con forza, potenza e aggressività ma, come dice il Contra-Mestre Junior Graucà, può capitare anche di prendere colpi soprattutto se non si gioca con la giusta attenzione e concentrazione e se non si ascoltano gli insegnamenti dei maestri. Un giocatore stanco può chiedere all’altro di fare assieme a lui un giro defaticante della roda per recuperare le energie.

L’osservazione è importante nella capoeira per tutti i componenti della RODA. I due che giocano devono osservarsi a vicenda per conoscersi e capire come giocare, come domandare, come rispondere, devono seguire il rito, le eventuali indicazioni del berimbau.

Coloro che vogliono entrare nel gioco devono osservare per capire il momento giusto, si può entrare nel gioco o perché si ha voglia di giocare o per aiutare un capoerista in difficoltà e si entra con un’attenta modalità e gestualità non verbale, di solito ponendo una mano tra i due giocatori con il dorso verso la persona che si vuol fare uscire che di solito è il più stanco o più debole o meno graduato.

Nella maggior parte dei gruppi di Capoeira Angola non esistono corde, né gradi che distinguano l’abilità o il tempo di pratica di un capoerista (ad eccezione del Mestre). Alcuni maestri di Capoeira Angola concedono il titolo di “trenel” o “professor” ad alunni già in grado di insegnare. Nell’accademia di Mestre Bimba esistevano gradi molto semplici, che servivano a distinguere – con l’attribuzione di un fazzoletto colorato – gli allievi principianti da quelli avanzati (formados). Oggi molte scuole di Capoeira Regional Contemporanea usano il “cordao” o “cordel” (corda): nella capoeira è l’equivalente delle cinture nelle arti marziali, viene assegnato durante una cerimonia detta batizado (battesimo). Spesso consiste in una treccia di nove fili.

L’allievo di capoeira dopo circa 6 mesi/1 anno di apprendimento può partecipare al “Batizado” dove fa un esame su quello che ha appreso, gli viene dato l’appellido, cioè un soprannome, questa usanza deriva dal fatto che essendo proibita per tanto tempo i capoeristi si riconoscevano attraverso soprannomi per non essere identificati; il Batizado comprende il gioco nella RODA dell’allievo con un graduato che gli fa da padrino che, come vuole la tradizione, cercherà di farlo cascare ini modo che possa apprendere che l’importante è potersi rialzare sempre e che non si finisce mai di imparare, questo è un concetto simile alla resilienza, cioè si può uscire dalle situazioni difficili più forti di prima.

Il batizado è il momento in cui il capoeirsta iniziante passa a far parte al 100% del gruppo e del mondo della capoeira; ricevendo la sua prima graduazione l’allievo può entrare in qualsiasi roda in cui ci sia una batteria completa di strumenti: 3 berimbal, 2 pandeiro,1 atabaque,1 agogo e 1 reco-reco, sempre rispetando il toque e le altre graduazioni.

Il batizado è un occasione per accogliere altri, per fare comunità, per confrontarsi con gli altri, per STARE BENE, per legarsi agli altri, per condividere, per apprendere altre modalità di stare al mondo in un clima di accoglienza e condivisione.

L’abbigliamento della capoeira è caratterizzato da dei pantaloni chiamati abadà (favoriscono i movimenti del capoeirista); nella Capoeira Angola i colori predominanti sono il bianco (tradizionale), il nero e il giallo, nella Capoeira Regional, invece, il colore predominante è il bianco, in ricordo degli abiti da festa della domenica.

Gli eventi consistono in workshop, batizado, rode dove è possibile giocare la capoeira confrontandosi ed apprendendo da altri. La capoeira non si fa solo nella propria scuola ma anche durante gli eventi e negli spazi aperti. Come dice Thiago: “La capoeira non è dentro la palestra ma è fuori”.

Un ringraziamento ai maestri e graduati Brasiliani che trasmettono quest’arte sportiva-terapeutica: Thiago, Capivara, Bom meninho, Gerbinho, Murui, Gico, Cafè, Apache, e a tutti gli allievi del gruppo Raca di Roma: Barbara, Valentia, Vovò, India, Caracol, Notre Dame, ecc..

 

(1)    José augusto Maciel Torres e Carlos Alberto Conceicao dos Santos (Mestre Bozò), Capoeira ARTE MARCIAL BRASILEIRA, on line editoria.

(2)    CAMPOS, Hélio. Capoeira na Universidade. Salvador: EDUFBA, 2001, p. 42.

 

Informazioni sulla Capoeira:

Thiago, graduato bahiano del gruppo “RACA” tiene corsi di Capoeira Regional a Roma 3494550987

Ciro, tiene corsi di Capoeira Angola a Napoli e costruisce strumenti musicali: berimbau, atabaque 3466305317

 

Dott. Matteo SIMONE

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