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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Recensioni’ Category

giovedì
set 4,2014

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di Flavia Cristaldi *

E’ agosto, sono nella mia campagna laziale, il giusto contesto per leggere in tranquillità il nuovo libro dell’amico Goffredo Palmerini. Quasi 300 pagine dedicate all’emigrazione e alla sua terra, l’Abruzzo, una regione fatta di piccoli borghi, creste allungate, faggi che scolorano e che disegna con la sua presenza fisica gli scenari sui quali si spiegano i personaggi per divenire spesso al mio sguardo l’attore principale dei racconti. Lasciando “la cassetta degli attrezzi” del mestiere accademico e leggendo il volume con altri occhi, non cerco tra le righe commenti scientifici o tabelle ma seguo il filo della compassione che muove l’Autore facendogli percepire la bellezza dei suoi paesaggi e la solidità della sua terra. Non la solidità geologica, perché nelle pagine si affastellano ricordi e lacerazioni nate dallo sconvolgente terremoto del 2009, bensì la solidità del legame che unisce persone e luoghi, quegli uomini e quelle donne che portano ancora nel cuore la terra d’origine e che tra queste righe sospirano.

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Il libro l’Italia dei Sogni merita una lettura particolare, direi trasversale, o meglio spirituale, perché la mia anima di geografa qui entra in risonanza con una frequenza nota, con quella vibrazione che nasce da un rapporto profondo e quasi animistico con il paesaggio e con la Natura. La Natura qui assume uno spessore maggiore delle parole che le sono proprie, assurge a paladina di un vivere umano in equilibrio con i vecchi saperi e le tradizioni, diviene l’elemento da rispettare nel processo di antropizzazione. Perché l’uomo costruisce case, strade, interi paesi, in Abruzzo anche ri-costruisce, rischiando spesso di alimentare un ego distruttore, incapace di recuperare e di valorizzare la “plurisecolare devozione al rispetto dell’ambiente naturale” come scrive l’amico Palmerini stesso.

Lui racconta d’incontri, di scambi, di visite, di celebrazioni di qua e di là dagli oceani, racconta di persone ma spesso con piccoli cenni, con pennellate quasi impercettibili, descrive anche i contesti, i luoghi. E li arricchisce del suo amore (perché il suo amore semplicemente traspare) donando al lettore quel piccolo quadro che si andrà magari a formare nell’inconscio o si andrà ad aggiungere ai ricordi, chissà. Io sento nelle sue parole il suo attaccamento ai luoghi, non tanto come strenuo difensore del suo Abruzzo quanto il suo attaccamento a tutti i luoghi che calpesta, che vive, che penetra con il suo spirito elevandolo di volta in volta (anche al di là del confine alpino o al di là dell’Oceano).

Basta rileggere le prime cinque righe del primo contributo raccolto nel volume per percepire questo suo rapporto privilegiato con la Natura dove anche gli uomini discreti trovano albergo. “San Pietro della Jenca  è un piccolo borgo ameno e pittoresco su un colle dei tanti che arrancano sul costone occidentale della catena del Gran Sasso d’Italia. Da un lato, in basso il borgo di basse casette in pietra guarda la valle del Vasto dove scorrono le acque del Raiale, dall’altro svettano Pizzo Cefalone, Monte Portella e, più indietro, Monte Corvo, Pizzo Intermesoli, Corno Piccolo e Corno Grande. Insomma, davvero un bel vedere, un tempio della natura che aiuta ad elevare lo spirito.” I luoghi diventano sacri o forse erano già sacri e gli uomini sensibili li hanno fatti loro erigendovi chiese e santuari.

Leggere il nuovo scritto di Goffredo significa confermare quanto avevo percepito leggendo il volume L’Altra Italia. Già durante la sua presentazione a L’Aquila nel febbraio del 2012 avevo evidenziato la sensibilità “geografica” naturale dell’Autore, ormai non molto comune, che lo avvicina al mio modo di sentire.

Ci occupiamo entrambi di migrazione, con angolature diverse ne scaviamo i perché e ne raccontiamo frammenti sperando di fornire un utile “servizio verso le comunità italiane nel mondo” (per riprendere nuovamente le sue parole) ma troviamo un ulteriore legame in questo comune sentire la Terra, i paesaggi, i colori, un sentire che sogno di condividere con sempre più anime.

*Flavia Cristaldi, professore associato di Geografia presso il Dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche della Sapienza Università di Roma, è Presidente del Corso di Laurea in Scienze Geografiche per l’Ambiente e la Salute. Responsabile scientifico italiano per l’Accordo Generale di Cooperazione Culturale e Scientifica tra l’Università di Roma “La Sapienza” e la Michigan State University of East Lansing, (Michigan, USA) è stata più volte responsabile scientifico di unità di ricerca  in progetti MIUR- PRIN, di Ateneo e del CNR. In qualità di Esperto, è membro della Conferenza Permanente “Religioni, Cultura, Integrazione”, istituita nel 2012 dal Ministero Cooperazione Internazionale e Integrazione. Vincitrice del premio internazionale Globo Tricolore 2011, dedicato alle eccellenze italiane nel mondo e agli studiosi che si sono distinti per le ricerche sui connazionali all’estero, ha pubblicato diversi volumi scientifici  e più di 100 articoli nelle migliori sedi editoriali. Studiosa di emigrazione, è tra gli autori del Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo (SER ItaliAteneo, Roma, 2014) e componente del Consiglio Scientifico internazionale.

 

 

sabato
gen 5,2013

Com’era stata più bella la mia vita che non quella dei cosiddetti sani”. Chi può dirsi normale, chi sano? Perché e quale il riverbero esistenziale di questa condizione? La coscienza di Zeno di Italo Svevo è una tra le risposte più originali e importanti della lettertura italiana sulla questione dell’analisi psicologica.

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute”. La coscienza di Zeno sovverte la concezione di cura e malattia. Le teorie freudiane vengono manipolate come strumento per rivelare una natura diversa della condizione patologica. Usando un approccio paradossalmente cattolico, lo psicanalista austriaco trova nel passato il trauma, nel presente la psicanalisi, nel futuro guarigione. Ecco, queste forme sono colmate da nuovi significati, più radenti al rapporto con la singolarità dell’uomo.

Potremmo infatti sostenere che l’utilizzo delle definizioni non è assimilabile alla caratteristiche proprie dell’unicità, condizione che forse più di ogni altra attanaglia la vita umana. Definire è acquisire un dogmatismo, rappresentativo della scienza. E ciò porta alla costituzione di una verità che racchiude un dato ben delineato, la salute.

Alla definizione Svevo oppone la forza descrittiva. Come un calco lascia emergere le imperfezioni, le irregolarità del profilo psicologico individuale. Elementi che dalla lente scientifica possono contrassegnare circostanze anormale. La malattia. E invece no, il proprio limite è da considerarsi un valore, purché divenga coscienza. Il soggetto si appropria di un sé consapevole e scopre nel difetto, pur anche ascrivibile al capitolo scientifico patologico, un nuovo modo di interagire col reale. La scoperta della malattia come dinamismo, nella contraddizione un modo di vivere le infinite sfumature racchiuse in un polo dualistico le cui estremità sono inattingibili.

Nella salute la fissità dell’imperfezione che si autoproclama normalità, conformità alla definizione. Mentre il compendio della malattia diventa ironica parodia, preziosa fragilità. Racchiude, nella sua consapevolezza, una potenza vitale. Compreso il rovesciamento di un paradigma comune, che poi è una maniera diffusa di interpretare il reale ed è quindi a sua volta realtà, possiamo giungere al portato anti-psicanalitico dell’opera. Scelta che anticipa di oltre trent’anni una grande tendenza novecentesca, vittima di un pensiero freudiano degenerato in assillo.

Il romanzo La coscienza di Zeno raffigura un mondo borghese, sotto il cui segno opera il protagonista e vengono espresse le diverse alterità, soprattutto familiari, correlate. Una rete di relazioni che guida la formazione di narrazioni ordinate in composizioni a sé stanti. Spazi della coscienza. Con lo scorrere delle pagine affiora però un’organizzazione chiara. L’opposizione tra il modo di vivere la coscienza alla luce della terapia, e quello della chiave letteraria. “Il mentitore dovrebbe tener presente che, per essere creduto, non bisogna dire che le menzogne necessarie”. Quando la sincerità è solo miraggio scivola la speranza della cura, se ne palesa l’ottusità. Sorge il piacere liberatorio della letteratura, senza la necessità della coerenza di una mira definita. Letteratura che libera la coscienza del bisogno di un miglioramento statico. Letteratura che è vita e quindi legata a un presente a misura d’imprefezione.

sabato
gen 5,2013

Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez

“’Il migliore amico,’ soleva dire allora, ‘è quello che è appena morto’”. Un piccolo borgo può riassumere i tratti della solitudine? E quali sono? Cent’anni di solitudine del Premio Nobel Gabriel García Márquez, edito da Mondadori, sceglie un ricco ventaglio di avvenimenti, in un susseguirsi di generazioni dove passato e presente si confondono, con l’eterno riproporsi dell’uguale. Una realtà dalle note favolistiche, in cui s’alternano temi sociali quali la guerra, la lotta per il potere, la morte, la nascita. Malgrado questa superficie, tutto, nel profondo, resta sempre uguale seguendo un tempo ciclico. Dramma irrisolvibile della vita.

Cent’anni di solitudine ricorre a un vasto uso della memoria, da cui deriva una progressione temporale non lineare. Abbiamo pause, regressioni, anticipazione e accelerazioni nel ritmo narrativo. L’impressione che se ne ricava è di un’opera strutturata secondo un gioco costante di riflessi, chiave di svolta della sua originalità. “Aveva dovuto promuovere 32 guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant’anni di ritardo i privilegi della semplicità”.

Delle figure abbiamo spesso una descrizione essenziale, quasi esclusivamente correlata agli aspetti caratteriali. I nomi maschili sono così simili che producono un certo senso di confusione, completata buona parte dell’opera. Vi sono elementi di contorno, appena tratteggiati, che hanno una valenza quasi del tutto strumentale. Nel villaggio di Macondo si susseguono quattro generazioni di abitanti. La nota distintiva è l’isolamento della condizione esistenziale, prodotta dal pericolo di una vulnerabilità coincidente con tutto ciò che è esterno. Un universo chiuso che porta a caratteri fatti di una dimensione introversa e solitaria, abitata dal fallimento. “In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti cosí tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall’amore e dalla solitudine dell’amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra”.

La solitudine acquisisce quindi una funzione basilare nella caratterizzazione dell’uomo di Cent’anni di solitudine. Da una parte abbiamo la vita, alimentata da contrasti, battaglie e una profonda immobilità. Dall’altra la morte, con i defunti che tornano a far visita sulla terra in sembianze ectoplasmatiche, vicine, nella sostanza, ai nemici conosciuti in vita. Dalla solitudine s’affaccia un universo complesso e soprattutto tragico. L’immobilismo della solitudine diviene una maniera per declinare l’impossibilità del cambiamento (miglioramento). “Nella furia del suo tormento cercava inutilmente di provocare i presagi che avevano guidato la sua gioventù lungo sentieri di pericolo fino al desolato ermo della gloria”.

Troviamo infine delle lontane attinenze che dalla circolarità del tempo portano a riferimenti alchemici, esoterici, profetici. Fino a toccare questioni quali l’autodistruzione dell’uomo, del suo ambiente, la simbologia, il significato della vita e della morte. “Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente”.

sabato
gen 5,2013
 “Cantami di questo tempo
l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu.”
Otocento, Fabrizio De Andrè

 
 
Intrighi, vizi e piccole virtù di una famiglia borghese

 

Un romanzo in sintonia con lo spirito del nostro tempo: vizi privati, pubbliche virtù, ipocrisie di una famiglia borghese che pare essere il ritratto perfetto della piccola Italia di oggi. Poeti e cantautori hanno più volte dedicato ampio spazio ai difetti di questo piccolo strano mondo. È una storia grottesco-borghese quella narrata da Bruno Morchio nel suo nuovo libro, dal titolo Il profumo delle bugie. Bruno Morchio vive e lavora a Genova, è uno psicologo e psicoterapeuta. Ha già pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di altri sette romanzi, che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

In questo romanzo, Morchio lascia il noir e fa emergere tutto il suo anticonformismo, decidendo di analizzare con spirito critico il potere.

Come in ogni romanzo di Morchio, l’omaggio alla sua città, Genova, pare d’obbligo. Scenario perfetto per una storia che racconta gli intrecci e la vita di una delle famiglie più in vista della città ligure: la famiglia D’Aste. La loro è una ricchezza antica, accresciuta negli anni grazie all’attività immobiliare e grazie a relazioni con i potenti del luogo. Politica, potere, grandi  imprenditori e borghesia camminano sui binari incrociati dell’esistenza e il loro incontro dà luogo a situazioni meschine.

Nell’ampia villa con vista sul mare dove risiedono i D’Aste, il nonno Edoardo, il vecchio patriarca, domina su tutti e porta avanti le sorti della famiglia. Edoardo ha deciso di puntare tutto sul venticinquenne nipote Francesco, sarà lui il volto nuovo della famiglia e sarà lui ad avere il compito di risanare un’area industriale dismessa.

Intanto, le tensioni in quella famiglia crescono. Le incomprensioni tra Edoardo e i figli crescono. Il padre di Francesco è un medico, dal carattere insicuro e instabile, la figlia, invece, è appena tornata da un soggiorno in India. Ed è lei, insieme alle altre figure femminili di casa D’Aste, a ricoprire un ruolo fondamentale per gli equilibri della famiglia e per le faide familiari. Alla figura della figlia, si aggiungono altre protagoniste in rosa: la moglie di Edoardo, malata e anziana; sua nuora Rosita, che resta un corpo estraneo al clan; e infine la splendida Dolores, fidanzata di Francesco, sensuale, giovane, conosciuta per la sua leggerezza e per la sua forza seduttiva. E sarà proprio lei a mettere a nudo l’ipocrisia che aleggia nella famiglia, sarà proprio lei a togliere le maschere indossate per troppi anni in casa D’Aste, sarà Dolores a scardinare la finzione che regge i rapporti familiari e a far emergere contrasti celati e nascosti troppo a lungo. Tutto questo in un un arco di tempo relativamente breve: tre settimane saranno necessarie per scardinare l’ipocrisia. Tre settimane che conducono a un Natale decisivo per la famiglia D’Aste, raccontate dai tre uomini della dinastia di quella piccola famiglia borghese.

lunedì
dic 24,2012

 

 

di Matilde Maisto

 

Grande, nella sua cruda realtà! Così mi appare l’opera di Barbara Martinelli Kohler. Sentimenti atroci popolano la vicenda narrata. Momenti di vita vissuta, lenti sprofondamenti, ordinarie circostanze ed eventi singolari ed irripetibili: questi gli scenari illustrati, queste le emozioni che l’Autrice ci propone.

Il vasto universo dei ricordi, dai più dolorosi a quelli segnati da una tenerezza dolcissima, è la sostanza degli accadimenti raccontati. Da essi  emerge un ricordare che, nonostante tutto, fa bene all’anima, la addolcisce, la spinge all’ottimismo della ragione, sebbene la navigazione della memoria non sempre si muova sulle rotte della felicità. L’Autrice racconta tutto questo senza veli, ma con pudicizia.

La forma che Barbara predilige è quella diaristica con una meticolosa cronologia dei fatti accaduti; fatti che suggellano la paura – il dolore – la sofferenza ed infine, con la guarigione, la speranza e la gioia.

L’approccio epistolare agevola il dialogo, che non esita a svelare segreti, emozioni, situazioni caratterizzate per lo più da intime fibrillazioni che non tutti sono disposti a sciorinare con immediatezza senza riserve, ma lei  desidera rendere pubblica la sua storia, infatti dice: “In tutti questi mesi, mi sono sempre chiesta se fosse il caso di scrivere l’ennesima storia di tumore, dopo averne viste e lette già tante in passato. Poi mi sono detta: forse la mia esperienza personale può servire anche ad altre donne e un libro in più o in meno sull’argomento può fare la differenza, dato che so di molte ragazze e donne mie conoscenti o amiche che non si fanno mai controllare da un medico, vuoi per paura, vuoi per carattere, per un certo atteggiamento verso la vita o che altro…”

Una storia che è stata scritta sicuramente per superare il dolore, ma anche per dare speranza alle persone afflitte dal medesimo male.

E’ molto bella la pagina che chiude il lavoro di Barbara, allorché lei dice: “Sono a casa da sola. Sono in giardino perché Thomas e Lorenzo sono in giro in bici e Kelly è andata a giocare da un’amichetta. Ci sono 25 °C e tutto è tranquillo perché è la festa del lavoro per cui c’è un silenzio quasi surreale… I miei pensieri sono andati tutto d’un tratto a una mamma del doposcuola che, come me, aveva avuto un tumore al seno l’anno dopo di me (2009), però non dello stesso tipo del mio, il suo è molto probabilmente ereditario perché sua nonna e sua mamma sono purtroppo morte di quello, e che mi aveva detto, l’ottobre scorso (2011), che purtroppo le avevano trovato delle metastasi ai polmoni… ora le hanno trovato metastasi al fegato… Me lo ha detto un’altra mamma del nostro gruppo e mi sono sentita davvero male per lei quando l’ho saputo. E, all’epoca della sua operazione, mi aveva detto che i suoi linfonodi ascellari erano tutti puliti, anche i sentinella……ma mi chiedo: perché la chemio non ha funzionato? Non mi sembra possibile sentire un caso estremo come quello! Mi dispiace tanto…L’altra mamma mi ha riferito che le hanno dato solo più di quindici anni di vita, ma per dire tanto… potrebbero anche essere solo dieci! O anche meno… (e lei ha trentotto anni e una figlia di sette!!!) E mi chiedo se, con una giornata così bella, non mi debba sentire in colpa per essere felice…Sono qui, penso al suo destino, penso che oggi anche lei vede e vive questa giornata, ma forse non riesce ad essere felice come lo sono io ora, al sole, in giardino, al silenzio, ascoltando solo il canto degli uccellini qui intorno… Come si fa a non amare una giornata così? Come si fa a non amare la vita? Lei forse, adesso non ce la fa ad amare questa splendida giornata… O forse si, proprio per il suo destino infame… forse sì… la ama, forse ancora di più e non pensa al futuro.

lunedì
dic 10,2012

RECENSIONE DEL REGISTA ALDO ZAMPIERI

“Secondo me questo è un piccolo capolavoro letterario anche se è un diario personale, che avvince, fa VIVERE il calvario di una donna-moglie-MADRECORAGGIO con la semplicità ed il cinismo che a volte il verismo richiede.

Oltre che interessante e per nulla retorico, l’autrice è di una precisione meravigliosa, non prolissa, non ripetitiva se non nel necessario.

Leggere questo libro-diario, chiudere gli occhi e VEDERLO nella sua atroce e schietta VERITA’, mi sono commosso nel leggere le peripezzie, i timori, l’infinito amore per la sua famiglia, lo stoicismo nell’affrontare una situazione assolutamente non facile da affrontare, senza mai menzionare la parola “DOLORE”, quello fisico e quello morale- parla di dispiacere ma non di dolore, inveisce SIMPATICAMENTE contro il mostro che si è impadronito di lei con violenza senza intaccare la sua GIUSTIFICATISSIMA gioia di vivere non per lei sola – che sarebbe egoistico – ma per tutti i suoi cari, i suoi amici, il mondo che la circonda. A volte è sarcastica (nel senso bonario) e commovente coi suoi pianti silenziosi che assalgono tutte le persone emotivamente preoccupate ma non dòme, sfiora il poetico lirismo di una mamma che idolatra i suoi bimbi come la chioccia che protegge i suoi PULCINI.

BELLO! Assolutamente da non perdere per chi ama le esperienze di vita vissute e finite (fortunatamente!) bene!”

 

SCHEDA DEL LIBRO:

lunedì
nov 26,2012

 “Garibaldi fu ferito”,  è un discorso sul Risorgimento pronunciato, la prima volta, a Carpi, il 19 settembre del 2009, nell’ambito del festival filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, invece “E noi?”, è un discorso sul ridicolo pronunciato a Torino il 29 settembre del 2012 in occasione del festival Torino spiritualità.
Qui si parla del fatto che Rinascimento è una parola che ci è stranamente meno familiare di quanto ci sia familiare la sua traduzione in inglese, Revival, si ripercorre la cronaca di una rivoluzione che c’è stata a Carpi nel 1831, si incrociano le vite di Saddam Hussein e di Sathya Sai Baba, si risponde alle domande che fanno a quelli che si mettono a studiare russo, e alle domande che fanno a quelli che si mettono a scrivere libri, si dice come ci si sente ad essere l’unico a sapere la verità, si calcola con una bilancia medica decimale il peso dell’anima, si sostiene che quando ci capita di esser ridicoli, sono quelli i momenti che siamo vivi.
Perché qui siamo a Torino spiritualità, e questa questione della spiritualità, cioè del sacro, uno quando pensa al sacro pensa, non so, alla messa; l’eucarestia, il corpo di Cristo, be’, io, che sono andato a messa fino a quando avevo undici o dodici anni, per fare la cresima, non l’ho mai capito, cosa vuol dire, il corpo di Cristo; «questo è il mio corpo, offerto per voi e per tutti in sacrifico».
Il tuo corpo? Per me? In sacrificio? Ma cosa dici?
«Scambiatevi un segno di pace».
Un segno di pace? Cosa vuol dire, scambiatevi un segno di pace? Che ci diam la mano? Ah, va bene, ci diamo la mano.

…No, io mi ricordo che durante la messa non ho mai avuto la minima esperienza, del sacro, io la cosa più bella era quando dicevano «La messa è finita, andate in pace», io se penso alla messa mi vengono in mente le calze traforate che mi faceva mettere mia mamma quando avevo sei o sette anni con le braghe corte che mi sentivo così coglione «Ma come si fa, – mi chiedevo, – a vestirsi così?», no, io i misteri della religione, le manifestazioni del sacro, per me non hanno mai avuto a che fare con delle cerimonie ufficiali, no, io se devo pensarci, il sacro, nella mia vita, non so, quando stendi il bucato, e poi esci e torni a casa e senti odore di sapone di Marsiglia.
Quando hai un computer nuovo e stai caricando il programma di scrittura.
Quando sei in giro, in centro, con tua figlia, e ti volti a vedere se è dietro di te e la vedi e ti vien da pensare “Ma com’è bella”.
Quando firmi un contratto di allacciamento del gas.
Quando vedi che gli alberi sono diversi e pensi “L’autunno ha cambiato il giardino”.
Tutte le volte che ti svegli che hai fame.
Quando senti qualcuno che sta attento a quello che dice.
Quando ti rammendi le tasche della giacca.

Paolo Nori (Parma, 1963) è uno scrittore italiano. Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l’Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l’attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L’Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Bibliografia
    Le cose non sono le cose (Fernandel, 1999)
    Bassotuba non c’è (DeriveApprodi, 1999)
    Spinoza (Einaudi, 2000)
    Diavoli (Einaudi, 2001)
    Grandi ustionati (Einaudi, 2001)
    Si chiama Francesca, questo romanzo (Einaudi, 2002)
    Gli Scarti (Feltrinelli, 2003)
    Storia della Russia e dell’Italia (Fernandel, 2003), con Marco Raffaini
    Pancetta (Feltrinelli, 2004)
    Ente nazionale della cinematografia popolare (Feltrinelli, 2005)
    I quattro cani di Pavlov (Bompiani, 2006)
    Noi la farem vendetta (Feltrinelli, 2006)
    La vergogna delle scarpe nuove (Bompiani, 2007)
    Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo (DeriveApprodi, 2007)
    Siam poi gente delicata: Bologna Parma, novanta chilometri (Laterza, 2007)
    Mi compro una Gilera (Feltrinelli, 2008)
    Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente, con Daniele Benati (Laterza, 2008)
    Pubblici discorsi (Casa editrice Quodlibet, 2008)
    Esattamente il contrario – con disegni di Fausto Gilberti (Drago Edizioni, 2009)
    Bassotuba non c’è (Feltrinelli, 2009)
    I malcontenti (Einaudi, 2010)
    A Bologna le bici erano come i cani (Ediciclo, 2010)
    La matematica è scolpita nel granito (Sugaman, 2011)
    La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos y Marcos, 2011)
Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms Disastri (Marcos y Marcos), l’edizione dei classici di Feltrinelli di Un eroe dei nostri tempi di Lermontov, le Umili prose di Puškin, Le anime morte di Gogol, il capolavoro diTurgenev Padri e Figli (Feltrinelli) e l’antologia di Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile (Quodlibet, 2009); ha infine tradotto e pubblicato nel 2010, per le Edizioni Voland il romanzo postumo di Tolstoj, Chadži-Murat.

martedì
nov 20,2012

Un bizzarro incontro con Luis Bunuel; un dialogo tra Buster Keaton, un gufo, un gallo e un negro; un’impietosa riflessione sulla morte della madre di Charlot; alcune descrizioni di appartati e inquietanti giardini … e, ultima ma non meno importante, una conferenza sulla ninnananna. Questi testi di Lorca, quasi tutti inediti in Italia, offrono l’immagine ammaliante di un prosatore, inventivo e arrischiato, sempre geniale.

“Lasciamoli sulla superficie i nostri occhi, come i fiori acquatici, e noi, rannicchiamoci dietro di loro, mentre in un mondo oscuro galleggia la nostra palpitante fisiologia”.

Così il grande poeta andaluso in uno dei suoi testi in prosa qui riuniti: immagini fortemente inventive, a volte arrischiate ma sempre geniali.

“Propagandista del sentimento poetico” come lui stesso si definisce, Lorca aderisce alle cose trasmigrando in esse, vivendole liricamente, associando e dissociando idee, forme e colori in modo totalmente libero.

Sulla ninnananna:

Dormi mio bel bambino,

dormi, che io ti guardo;

Dio t’ha dato molta fortuna

in questo mondo bugiardo.

 

O mora tra le more,

la Virgen del Castanar

nell’ora della morte

ci proteggerà.

 

Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, pronuncia IPA: [feðeˈɾiko ɣarˈθi.a ˈlorka] (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936), è stato un poeta e drammaturgo spagnolo appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, un gruppo di scrittori che affrontò le Avanguardie europee con risultati eccellenti, tanto che la prima metà del Novecento viene definita la Edad de Plata della letteratura spagnola.
Apertamente a favore delle forze repubblicane e dichiaratamente omosessuale, scoppiata la Guerra civile spagnola viene per questo ucciso da ignoti, probabilmente legati al movimento nazionalista.
Nato in una famiglia di piccoli proprietari terrieri nel paesino di Fuente Vaqueros, García Lorca è per vari aspetti un ragazzo prodigio, sebbene non raggiunga mai l’eccellenza – non per incapacità, ma per le pieghe del suo complesso carattere – in ambito scolastico. Nel 1909, si trasferisce assieme alla famiglia a Granada, vicina città dell’Andalusia, dove ben presto rimane profondamente coinvolto nelle attività dei circoli artistici del luogo. La sua prima opera letteraria, Impresiones y paisajes, viene pubblicata nel 1918, ma non ha particolare successo, se non in ambito locale.
Nel 1919, giunge, per proseguire gli studi, a Madrid, dimorando presso la famosa Residencia de Estudiantes. All’Università stringe amicizia con Luis Buñuel e Salvador Dalí, così come con molti altri personaggi che oggi annoveriamo tra i più importanti della storia spagnola. Tra questi, Gregorio Martínez Sierra, il Direttore del Teatro Eslava, dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa, che però non viene accolta bene dal pubblico.
Nel giro di pochissimi anni, García Lorca sa però ribaltare questi iniziali insuccessi, divenendo membro di spicco dell’avanguardia artistica del proprio Paese: pubblica ulteriori raccolte di poesie, tra le quali Canciones e Romancero Gitano, forse il suo libro più conosciuto. Sul fronte teatrale, Mariana Pineda, con fondali disegnati da Dalí, debutta con clamoroso trionfo a Barcellona.
Tuttavia, verso la fine del 1929, García Lorca cade vittima di una depressione sempre più profonda, esacerbato frutto dei sensi di colpa per una omosessualità che comunque sempre meno riesce a mascherare con amici e parenti, e tutto questo mentre al contrario la fama del suo Romancero Gitano cresce enormemente. Vedendo peggiorare le condizioni psicologiche di Federico, anche se forse ne ignoravano la causa, la famiglia di García Lorca organizza per lui – con la complicità di Fernando de los Ríos, amico attraverso il quale riesce ad ottenere una borsa di studio – un viaggio negli Stati Uniti d’America.
Questo viaggio, ed in particolare il soggiorno a New York, dove Federico frequenta per un breve lasso la Columbia University, assume una importanza fondamentale nella produzione poetica di García Lorca, che difatti compone quello che molti giudicano il suo capolavoro, ovverosia Poeta en Nueva York, incentrato sull’alienazione dell’uomo nella società moderna e sui meccanismi che permettono ai pochi di dominare sui molti. Un’opera, come si comprende, molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni Settanta del secolo scorso, e mai integralmente.
Dopo un breve ma importante e intenso soggiorno a Cuba, il suo ritorno in Spagna nel 1930 coincide con la caduta della dittatura di Primo de Rivera ed il ristabilirsi della democrazia. Nel 1931, García Lorca viene nominato direttore della compagnia Teatro Universitario la Barraca. Questa compagnia, fondata dal Ministro dell’Educazione, riceve l’incarico di portare in giro la propria produzione nelle più remote aeree rurali del Paese. García Lorca non si limita a dirigere, ma ne è anche attore. È durante questo tour con La Barraca, che García Lorca scrive le sue opere di teatro più note, e denominate ‘trilogia rurale': Bodas de sangre, Yerma e La casa de Bernarda Alba.
Scoppia la Guerra civile spagnola: García Lorca lascia Madrid per Granada, nonostante debba essere conscio del fatto che si sta praticamente votando alla morte andando a raggiungere una città con la fama di essere abitata dalla oligarchia più conservatrice d’Andalusia. García Lorca e suo cognato, che era anche sindaco socialista di Granada, sono effettivamente arrestati. García Lorca viene fucilato da militanti del movimento politico CEDA il 19 agosto 1936 perché di sinistra e omosessuale e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada

 

martedì
nov 20,2012

“Il ritorno” apparve nella raccolta Tales of Unrest (“Racconti inquieti” o “Racconti dell’inquietudine” nelle edizioni in lingua italiana) assieme ad altri quattro racconti: Karain, un ricordo (Karain: A Memory), Gli idioti (The Idiots), Un avamposto del progresso (An Outpost of Progress) e La laguna (The Lagoon). Il ritorno è l’unico dei cinque racconti a non essere apparso precedentemente in riviste letterarie. Si pensa, tuttavia, che sia stato scritto, come gli altri, nel 1897, un periodo nel quale Conrad frequentava Henry James.
La morale del racconto è il fallimento del matrimonio, inteso come istituzione. Sono state viste ne Il ritorno influenze soprattutto da James, da Il ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde e da Bel Ami di Maupassant. Il racconto lasciò sconcertati numerosi lettori, fu definito dall’editore e studioso di Conrad Ugo Mursia «uno dei più trascurati e insieme maltrattati dalla critica». Più tardi lo stesso Conrad, scrisse che aveva la sensazione che Il ritorno fosse «opera della mano sinistra», gli era costato «fatica, rabbia e delusione» e che detestava questo racconto («I hate it».)
Gi abissi di una crisi coniugale, nell’intenso racconto di un maestro della prosa moderna: un uomo, una donna il tradimento e l’abbandono. In poche ore tutto accade tra gli impassibili duellanti, sotto la superficie esplode la rabbia e dietro l’apparenza rispettabile si compie ls crudeltà dell’amore.
Da “Il ritorno” Patrice chéreau ha tratto nel 2005 il film “Gabrielle” con Isabelle Huppert e Pascal Greggory.
Nella Parigi primo Novecento i coniugi Hervey aprono ogni giovedì il loro salotto alla buona società. Formano una coppia agiata e, in apparenza, sperimentata. Monsieur Hervey si vede rispecchiato nella moglie Gabrielle: un uomo solido, rispettato, socialmente invidiato e ammirato. Un pomeriggio, però, tornando a casa, trova un biglietto con cui lei gli annuncia di averlo abbandonato per un altro, ma, mentre è ancora in preda allo choc, lei ritorna: «Ho avuto paura» confessa. Non ce l’ha fatta ad andarsene e tuttavia non accetta più che tutto possa essere come prima.  “Il ritorno”, è costruito con impianto teatrale e un’alternanza cinematografica di bianco e nero e colore, Gabrielle ha il suo punto di forza in una superba ricostruzione di ambienti e, soprattutto, in Isabelle Huppert, bravissima nel disegnare il ritratto di una donna che scopre per la prima volta i suoi sentimenti e quindi se stessa e così facendo si accorge di non aver mai saputo niente del marito, un concentrato di convenzioni più che un essere umano. Nello scontro fra i due, sarà lui ad andare in pezzi e saranno di Gabrielle le parole più crudeli e illuminanti sull’amore, la sua mancanza, la sua ricerca.

 

Joseph Conrad, nato Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (Berdicev, 3 dicembre 1857 – Bishopsbourne, 3 agosto 1924), è stato uno scrittore polacco naturalizzato britannico.
Considerato uno dei maggiori scrittori moderni, è stato capace – grazie a un ricchissimo linguaggio (e nonostante la lingua inglese fosse la sua terza lingua, dopo quella polacca e quella francese) – di ricreare in maniera magistrale atmosfere esotiche e riflettere i dubbi dell’animo umano nel confronto con terre selvagge.
È universalmente riconosciuto come uno dei grandi maestri della prosa. Molti dei suoi lavori sono pervasi di romanticismo ma è considerato soprattutto come un importante precursore del modernismo. Il suo stile narrativo e i suoi personaggi anti-eroici hanno influenzato molti scrittori, tra cui Ernest Hemingway, David Herbert Lawrence, Graham Greene, William S. Burroughs, Joseph Heller, V.S. Naipaul e John Maxwell Coetzee. Ha ispirato inoltre diversi film, tra cui Lord Jim e Apocalypse Now (tratto dal suo Cuore di tenebra).
Monumento a Conrad in Polonia a Gdynia, sulla costa del Mar Baltico
Mentre l’Impero Britannico raggiungeva il suo apice, Conrad sfruttò la sua esperienza prima nella marina francese e, successivamente, in quella britannica per scrivere romanzi e racconti che riflettono aspetti di un impero “globale” e, allo stesso tempo, esplorano gli abissi della mente umana.

martedì
nov 13,2012

 

Nel leggere il libro di Ida Matilde :”Eva voleva volare” si ha l’impressione di guardarsi a pezzi nel senso che in ogni rigo,in ogni passo,in ogni parola letta e gustata vi è uno sguardo nuovo sul tema delicato della violenza di genere, nasce quindi una nuova geografia che affronta il tema difficile e complesso della violenza sulle donne.

Il libro ricco di dettagli parla una lingua forte e delicata nello stesso tempo e ci conduce per mano nello svelare un universo quello femminile che si scontra ogni giorno contro il fenomeno della sopraffazione non solo fisica ma anche morale e psicologica inflitta alle donne da uomini violenti.

Un libro quello di Ida Matilde che ci fornisce indizi ed alcune caselle vuote e quest’ultime come le parole crociate devono essere completate dal lettore e dalle lettrice che devono essere in grado di riconoscere l’intreccio che lega la protagonista del racconto agli altri personaggi ,ogni lettore e lettrice sulla base delle loro esperienze deve ricercare all’interno del libro  l’arte per poter invertire il cammino verso la violenza  in un cammino verso la valorizzazione delle diversità tutte,verso le vere ed indiscusse politiche di genere che devono condurci ad un mondo sano e completo senza che il plurale femminile /maschile diventi una curtosi di genere.

Se la scrittura vuole cambiare in positivo le lacerazioni della società ,lacerazioni che come il fenomeno della violenza alle donne è sempre più in crescendo allora possiamo senza alcun dubbio affermare che tutto questo può avvenire utilizzando strumenti culturali  idonei a far veicolare un nuovo messaggio che valorizzi le differenze  di genere e  possiamo asserire  con fermezza che il libro “Eva voleva volare” di Ida Matilde  ha questo fine didascalico . Il  libro ,dunque ,  come valido strumento di lavoro per gli insegnanti che vogliano intraprendere il difficile  percorso educativo  che tenga conto delle politiche di genere  e delle azioni positive e quindi sia le politiche di genere che le azioni positive sono chiamate ad esportare  e decodificare le  buone prassi in modo tale che le nuove generazioni non possano essere etichettate come “generazioni” invisibili

 

Adele Grassito

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