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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Recensioni’ Category

lunedì
ott 29,2012

Il ritratto feroce e graffiante della società italiana di fine Novecento, con i suoi tic e le sue ipocrisie, in una raccolta di detti, aforismi, definizioni e brevissimi apologhi. Scritti corrosivi che nel loro efficace sperimentalismo formale confermano l’arte di un grande scrittore, capace di coniugare impegno letterario e rinnovata passione civile.

Pubblicato nei 1991, “Le sabbie immobili” vinse nel 1992 il premio Satira politica, Sezione Letteratura, di Forte dei Marmi. Come già precisato si tratta infatti di una raccolta di detti, aforismi, definizioni, brevissimi apologhi che sotto l’aria ironica e un po’ sorniona dipingono un ritratto feroce e graffiante della società italiana di fine Novecento, con i suoi tic, le sue manie, le sue ipocrisie e lo scintillio di tutto ciò che, pur luccicando, non è certo oro. Questi scritti corrosivi, nel loro libero ed efficace sperimentalismo formale, ci restituiscono sia l’immagine di uno scrittore capace di coniugare impegno letterario e rinnovata passione civile, sia la fotografia di un paese ancora impantanato nelle “sabbie immobili”.

In Le sabbie immobili l’aforisma diventa definizione di una sitazione o di una persona, a partire dalla preziosa e rivelatrice ambiguità di una parola (“Epocale. Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno” oppure “Recitare. Come recita la guida, la legge, la didascalia. In un paese di attori, anche l’orario ferroviario recita”). Quella che Pontiggia descrive è una società con le sue manie, i suoi tic, le sue nevrosi, soprattutto le sue maschere e le sue ipocrisie. Come scrive ancora Ruozzi: “Pontiggia parla con i toni e il registro che gli sono propri: comici, equilibrati, leggeri, spietati. La sobrietà pungente della lingua e il sapiente dosaggio tra la fitta angoscia e l’incoscienza in cui sembrano vivere parecchi protagonisti di questo teatrino sociale rendono ancora più sconsolato il paesaggio di Le sabbie immobili“.

I «capitoli» di questo libro compongono una partitura ilare e feroce, una satira della società italiana – evocata nel titolo – che si sviluppa tra due poli: il linguaggio e il costume.

|Diciamo

PROBLEMA – Parola usata per dire che non c’è: non c’è problema. Variante euforica: no problem. Tipica di esistenze assillate da troppi problemi. Ha una funzione liberatoria e per questo ricorre anche quando non è il caso. Mi può portare in via Bixio? Non c’è problema. Poi ci si impiega cinquantacinque minuti. Questo è il problema.

|INCREDIBILE – Usato per attirare l’attenzione su ciò che stiamo dicendo, perciò usato continuamente. Suscita rassegnazione in chi lo ascolta, perchè non si tratta mai dell’incredibile, ma solo di ciò che è scarsamente credibile. Ho fatto un incontro incredibile (detto per «interessante»). Ma l’interesse di chi ascolta è già scemato. Ho conosciuto una donna incredibile. L’interesse è zero. Incredibile è, alla lettera, solo chi lo dice.

SIMPATICO – Riservato a oggetti pregiati, un arazzo fiammingo, un archibugio istoriato, una lucerna romana. Vorrebbe esprimere famigliarità con la cultura e il denaro, ma non ci riesce.

FILOSOFIA – Amata da dirigenti, imprenditori, allenatori. La nostra filosofia. Non è la filosofia che non sono riusciti a frequentare, ma la controfigura con cui possono andare a letto.

DICIAMO – Plurale humilitatis, diverso da quel “noi” maiestatis a cui gli studenti contrappongono un “io” insicuro. «Diciamo» è pacioso e bonario, tende a cooptare gli ascoltatori in affermazioni che riguardano solamente chi le pronuncia. Sornionamente democratico, modestamente capzioso, è usato da tutti, atleti, clinici, capiservizio. È il coro delle individualità negli anni Novanta.

IN QUALCHE MODO – Emergente, anzi emerso. In alcuni intellettuali avalla l’idea che, «in qualche modo», tutto si possa dire e che si possa dire tutto. Che la prigione è l’unico spazio libero che conosciamo. O che il presente è il ricordo del fututo. In qualche modo.

RILEGGERE – Si usa per i classici che si leggono per la prima volta.

EPOCALE – Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno.

| I neologismi euforici

Il problema del nostro tempo pare sia un altro neologismo, il “know how”, il sapere come.
È diventata una locuzione propiziatoria, una giaculatoria sedativa.
Non manca mai nelle riunioni cosiddette progettuali, dove, di fronte a una complicazione, c’è sempre chi annuisce: «È un problema di know how»; e ha l’impressione, condivisa da lui solo, di averlo in parte risolto
[ target ]
Così “target”, inteso come insieme dei consumatori, significava all’origine bersaglio; ma chi lo cita prova il brivido euforico di averlo già colpito.
Le connotazioni militari, insieme con l’immagine – triviale, ma efficace – della incorporata «targa», rendono questa parola irresistibile.

Sul pianeta in aeromobile

[...]
AEROMOBILE – Termine usato dagli altoparlanti negli aeroporti italiani, quando l’aereo ritarda. Esprime tecnicità, efficienza, rinnovamento.

ALLUCINANTE – L’aggettivo più comune nell’età degli allucinogeni. In Italia lo si può sostituire con normale. Una lettera impiega otto giorni da un quartiere all’altro? Normale. Una lettera impiega un giorno? Allucinante.

PRATICAMENTE – Avverbio prediletto per ridurre l’ignoto al noto. Popolare tra gli studenti. Praticamente il misticismo di Caterina da Siena. Praticamente ciò che non sarà mai pratico è pratico.

La stanza dei bottoni

EXECUTIVE – Chi dirige. In Italia non ha avuto lo stesso successo che manager, perché non richiama chi maneggia, ma chi esegue.

SOLDATI – Operatori di pace.

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Cataloghi e vizi

C’è un piacere più intenso, per chi ama i libri di antiquariato? Sì. È sfogliarne un catalogo.
Niente uguaglia la gioia di cercare – l’occhio concentrato e mobile del vizio – i titoli bramati, differendo spesso l’attimo fatale, per aumentare l’ebbrezza o attenuare la deluzione.

Sull’acquisto dei libri

1) Non acquistare i libri per leggerli questa sera. Ma acquista solo quei libri che, anche questa sera, avresti voglia di sfogliare. A volte ho acquistato libri pensando che in futuro mi avrebbero interessato. E me ne sono pentito. Da allora penso sempre alla ipotesi della sera.
2) Fidati degli aspetti cosiddetti superficiali: la copertina, la grafica, l’impaginazione, il titolo. Parlano come certe etichette sobrie di vini nobili. Mi è accaduto, seguendo le apparenze, di scegliere al buio e di scoprire per questa via autori, libri, editori. Sono solo i superficiali, diveva Wilde, che non si fidano della prima impressione.
3) Tra un libro “di” Einstein e un libro “su” Einstein scegli il primo. C’è più da imparare dalla oscurità di un maestro che dalla chiarezza di un discepolo. Gli scopritori di continenti hanno disegnato contorni sempre imprecisi delle coste, che oggi qualsiasi agenzia turistica è in grado di correggere. Preferisco chi ha scoperto i continenti.
4) Se un libro ti attira “veramente”, non badare al prezzo. È il modo più sicuro per fare debiti, ma anche per evitare le recriminazioni di una vita. Il rammarico per un acquisto sbagliato è niente in confronto all’angoscia per un acquisto mancato.

9) Quando il prezzo ti turba, pensa alla parola magica, alibi di
[...]

  

Giuseppe Pontiggia (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) è stato uno scrittore, aforista e critico letterario italiano.
Nasce da una madre attrice dilettante e da un padre funzionario di banca, e trascorre l’infanzia a Erba, nella campagna brianzola. In seguito, dopo la morte prematura del padre (1943), la famiglia si sposta a Santa Margherita Ligure e poi a Varese, infine definitivamente dal 1948 a Milano.
Pontiggia, mosso da innata propensione allo scrivere e da un desiderio irrefrenabile di conoscere l’universo attraverso i libri, probabilmente ereditato dal padre bibliofilo, scopre lo stile come felicità del linguaggio attraverso la lettura adolescenziale di Guy de Maupassant. Ultimato il liceo classico con due anni di anticipo, per necessità familiari e con grande senso di sacrificio comincia a lavorare in banca, e al contempo collabora fin dalla sua fondazione (1956) con la rivista d’avanguardia Il Verri diretta da Luciano Anceschi. La rivista Il Verri annovera tra gli altri anche Umberto Eco, Nanni Balestrini.
Contemporaneamente completa gli studi universitari e nel 1959 si laurea all’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi sulla tecnica narrativa di Italo Svevo. Lo stesso anno pubblica il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca, frutto d’una profonda insoddisfazione per la sua esperienza lavorativa e per un mondo che considera frustrante, pieno di adulti che non sono maturi. Grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che gli consiglia di dedicare più tempo alla narrativa, nel 1961 lascia l’impiego in banca e si dedica all’insegnamento serale.
Nel 1963 si sposa con Lucia Magnocavallo, e sei anni dopo diviene padre di Andrea.
Il tempo libero consente a Pontiggia di approfondire letture, interessi ed esperienze in molteplici direzioni. Pontiggia inizia una collaborazione proficua con alcune case editrici: con Adelphi per la quale pubblica nel 1968 L’arte della fuga, e con la Arnoldo Mondadori Editore con la quale collabora, sin dal primo numero del 1961, curando l’Almanacco dello Specchio, ampliando la sua attività di saggista e di critico e occupandosi di autori classici, quali Ausonio, Macrobio, Sallustio, Lucano, Bonvesin de la Riva, Francesco Guicciardini e anche di autori moderni e contemporanei (come Manzoni, Verga, Collodi, Morselli, Saba, Sinisgalli, Porta, Ruffilli ecc.).
Nel 1978 pubblica con Mondadori il romanzo Giocatore invisibile che tratta d’una polemica feroce tra due filologi: il tema gli era stato suggerito da una lettura su una rivista di studi classici. Nel 1983 il tradimento di un infiltrato in un gruppo clandestino comunista sarà il filo conduttore del romanzo Il raggio d’ombra. Negli anni ottanta organizza una serie di incontri tenuti presso università e teatri italiani, incentrati sul linguaggio della prosa.
Pontiggia inizia a pubblicare raccolte di saggi di scrittura piacevole e arguta: Il giardino delle Esperidi (1984), a cui fanno seguito Le sabbie immobili (1991), L’isola volante (1996) e I contemporanei del futuro: viaggio nei classici (1998). Nella narrativa riesce a cogliere brillanti successi, di critica come di pubblico, vincendo tra l’altro il Premio Strega nel 1989 con La grande sera, il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri, il Premio Chiara alla carriera nel 1997, infine il Premio Campiello nel 2001 con Nati due volte, romanzo fortemente autobiografico da cui è stato tratto il film Le chiavi di casa. Durante questo periodo felice, riesce a prestare attenzione a suoi vecchi lavori, ampliando o ripubblicando alcuni dei suoi precedenti libri.
Oltre al film citato di Gianni Amelio, da Vite di uomini non illustri Mario Monicelli trae il film Facciamo paradiso, mentre nel 1989 il musicista Marco Tutino scrive Due arie per soprano e pianoforte su due testi di Pontiggia.
Tra gli autori stranieri che ha presentato Herman Hesse, Isaac Bashevis Singer, Rex Stout, E.M. Forster, Valery Larbaud, Seamus Heaney ecc.
Muore a Milano il 27 giugno 2003, colpito da collasso circolatorio mentre è ancora in piena attività

sabato
ott 20,2012

I  protagonisti di questi racconti spesso si sentono persi nei luoghi in cui sono nati e cresciuti, appaiono tormentati da un senso di isolamento oppure ossessionati dal pensiero della morte imminente ma ancora spinti dal desiderio e combattuti tra voglia di libertà e doveri familiari.
Cercano un ultimo contatto con la vita, e John Updike li coglie nella loro distanza dal mondo, ma anche capaci di preservare ciò che ormai è cancellato.

MAROCCO: “La litoranea saliva e scendeva con dolcezza, ma rispetto alle autostrade americane era stranamente vuota… – Je le regrette beaucoup – dissi al direttore dell’hotel di Restinga, un giovanotto in maglione azzurro che vagava per l’albergo chiudendo le porte spalancate dal vento,  <<mais il faut que nous partirons. Trop de vent, e pas de bain de la mer.>>. <<Trop de vent>> concordò lui con una risata, quasi rassicurato nello scoprirci meno folli di quel che eravamo sembrati. <<Les enfants sont malheureux, aussi ma femme. Je regrette beaucoup de partir. L’hotel, c’est beau, en été.>> Avrei dovuto usare il congiuntivo o il futuro, e smetterla con quei tentativi di giustificarmi.

I  GUARDIANI: “Il tenero cervellino del piccolo Lee affiorò alla consapevolezza di sé in una casa con quattro adulti, dove i tappeti sapevano di suola di scarpe…” “…Nonnino era straordinariamente vecchio, persino quando Lee era piccolissimo…”

L’ESPANSIONE ACCELERATA DELL’UNIVERSO: “… ma la realtà, scoperta da due squadre indipendenti di ricercatori, sembrava essere ben diversa: le profondità dello spazio, oltre a non manifestare alcun segno di rallentamento nella velocità delle galassie più lontane, evidenziavano piuttosto una sensibile accelerazione…”

BICCHIERE PIENO: “Avvicinandomi agli ottanta, mi capita a volte di vedermi da una certa distanza, come un uomo che conosco, ma non intimamente. Di solito non so che farmene dell’introspezione. Il mio mestiere degli ultimi trent’anni, levigare e lucidare parquet (un’attività svolta da solo, con un camioncino bianco, uno Spartan Chevrolet, attrezzato di smerigliatrici elettriche di varie misure, rotoli e dischi di carta abrasiva in tutti i suoi diversi gradi scalati di ruvidità, contenitori da quattro litri pieni di poliuretano e solvente, e pennelli di ogni genere, dalla massiccia pennellessa larga una spanna al pennellino diagonale da cinque centimetri per gli angoli più difficili e le soglie tagliate su misura col seghetto alternativo….”

 

John Updike (Reading 1932 – Danvers 2009) dopo la laurea all’Harvard College e un breve periodo in Gran Bretagna pubblica sul “New Yorker” poesie, racconti e articoli di critica letteraria. Il successo arriva con i romanzi dedicati al personaggio di Rabbit, da Corri, Coniglio (1960) fino a Riposa Coniglio (1990). Ineguagliato cantore e interprete della realtà media americana, vince numerosi premi tra cui il Pulitzer e il National Book Award, e il Premio O. Henry per i racconti. Tra le sue opere narrative, Le streghe di Eastwick (1984), da cui è tratto l’omonimo film diretto da George Miller e interpretato da Jack Nicholson, Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer.

venerdì
ott 12,2012

 

“Siamo come mosche che annaspino verso l’orlo del piattino”. L’inquietudine di Wirginia Woolf, la sensibilità della sua prosa, la limpidezza del suo stile in sette racconti che confermano la pienezza di una vocazione letteraria assoluta: donne e uomini in lotta con il destino e i propri tormenti interiori per una promessa di felicità.
“La vedova e il pappagallo: una storia vera” è esemplare, in questo senso.
Si racconta dell’eredità ricevuta da un’anziana vedova, la signora Gage, di scarsi mezzi e molta immaginazione. Eredità che, a prima vista, sembra essere una presa in giro: una vecchia catapecchia isolata e un pappagallo parlante.
La povera vecchia, pure zoppa ad una gamba, sta per tornarsene con le pive nel sacco quando si accorge che la casa sta andando in fiamme. Preoccupata per la sorte del pappagallo, torna indietro e lo prende con sé. Sarà proprio il pappagallo ad indicarle dove è nascosto il tesoro lasciato dal fratello.
I due, vedova e pappagallo, concluderanno felicemente la loro vita: “quanti si recano a Rodmell possono ancora vedere le rovine della casa bruciata cinquant’anni fa, e si dice comunemente che, se le visitate al chiaro di luna, potete sentire un pappagallo che picchietta con il becco sul pavimento di mattoni, mentre c’è chi sul luogo ha scorto una vecchia seduta con il grembiule bianco”.
Motivi, personaggi, svolte improvvise, tormenti segreti (come quello che riguarda un abito poco adatto all’occasione) sono quelli suoi canonici, tutti elementi riconoscibili per il lettore abituale della Woolf, ma ancora allo stadio grezzo, a volte puro, di quando un’idea prende forma.

“L’abito nuovo”:
“…Ma cara, è assolutamente incantevole!”, esclamò Rose Shaw, squadrandola dalla testa ai piedi con quella piccola increspatura ironica delle labbra che Mabel si aspettava… essendo Rose, da par suo, vestita all’ultima moda, esattamente come chiunque altro, sempre. Siamo come mosche che annaspino verso l’orlo del piattino, pensò Mabel, e ripetè quelle parole come se stesse facendosi il segno della croce, o cercando di trovare una formula magica per annullare quel tormento, per rendere sopportabile quell’agonia…”

“Felicità”:
“Assolutamente da solo”, ripetè la signora Sutton. Era questo che non riusciva a concepire, disse con uno scatto di disperazione della testa bruna dalla chioma lucente: essere felici perfettamente da soli. “Si”, disse lui. Nella felicità c’è sempre questa sorta di incredibile esaltazione. Non è buon umore; né rapimento; né sono gli elogi, la fama o la salute (non poteva camminare due miglia senza sentirsi spossato), è uno stato mistico, non battezzato fosse e tutto il resto, aveva sospettò, qualche affinità con la vocazione che spingeva gli uomini a farsi preti….”

“Un riepilogo”:
“…Adesso pareva che durante la conversazione a cui Sasha non aveva quasi dato ascolto, Bertram fosse arrivato alla conclusione che il signor Wallace gli era simpatico, ma non sua moglie, benché la trovasse “molto intelligente, senza dubbio”.

“La signora nello specchio: un’immagine riflessa”:
“…E le lettere e il tavolo e il sentiero erboso e i girasoli rimasti in attesa nello specchio si allargarono e si aprirono a riceverla. Alla fine eccola nell’atrio. Si fermò di colpo. Indugiò accanto al tavolo. Era perfettamente immobile. Subito lo specchio prese a inondarla di una luce che parve fissarla; era come se un qualche acido mangiasse via l’essenziale e il superficiale lasciando sopravvivere soltanto la verità. Fu uno spettacolo affascinante. Tutto fluì via da lei – nuvole, abito, cesto, diamante – Rimase solo il compatto muro sottostante. Ecco la donna in sé. Era nuda in quella luce impietosa. Ma non conteneva nulla. Isabella era perfettamente vuota. Non aveva pensieri. Non aveva amici. Non si curava di nessuno. Quanto alle lettere, erano tutte fatture. E si badi: mentre era là, vecchia e spigolosa, venata e piena di rughe, con il naso alto e il collo grinzoso, non si dette nemmeno la pena di aprirle. Non bisognerebbe lasciare specchi appesi nelle stanze”.

“Scene dalla vita di un ufficiale di marina britannico”:
“Le acque agitate del Mar Rosso turbinavano davanti all’oblò; di tanto in tanto un delfino usciva dalle onde con un gran balzo o un pesce volante tracciava un arco di fuoco a mezz’aria. Il capitano Brace sedeva nella sua cabina con una carta nautica aperta davanti a sé sul vasto uniforme ripiano del tavolo….”

“Lappin e Lapinova”:
“Erano sposati. La marcia nuziale risuonò. I piccioni volarono. Ragazzini in giacche di Eton lanciarono il riso; un fox terrier trotterellò sul sentiero; e Ernest Thorburn condusse la propria sposa all’automobile attraverso la piccola folla di curiosi del tutto estranei che a Londra si raccoglie sempre attorno alla felicità o all’infelicità del prossimo….”

 

 « Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? »
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)

Adeline Virginia WoolfAdeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.

Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”.

venerdì
ott 5,2012

TI SENTO GIUDITTA: Quando Amedeo Brovelli se ne stava immobile sul molo ad inseguire con l’ olfatto ogni tipo di piacere, donne comprese L’ uomo che assaporava gli odori: una delle magnifiche invenzioni di Chiara Piero Chiara, scomparso nell’ ultimo giorno del 1986, fu uno degli scrittori più popolari e amati dal pubblico italiano. I suoi libri sono stati tradotti in 14 Paesi con oltre cinque milioni di copie vendute. In una serata in suo onore, quando gli fu chiesto: «Il suo scritto migliore?» rispose secco: «Ti sento, Giuditta, quel conturbante odore di femmina, indispensabile ingrediente della vita». È la storia di Amedeo Brovelli, ex commerciante. Nelle giornate di tramontana stava fermo per ore intere sul molo, coi capelli grigi arruffati dal vento. Un ragazzo ricorda: «Incuriosito, gli passavo davanti e lo osservavo. A volte aveva gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra. Fui il solo ad accorgermi di quella sua abitudine e a notare che la sua estasi coincideva con i giorni di vento». Il Brovelli finì col prendere in simpatia quel ragazzo, e cominciò a portarlo con sé come rematore, quando pescava. Un giorno, sul molo, gli disse: «Mettiti come me, con le spalle al vento». Il ragazzo obbedì. «Alza un po’ la testa. Respira lungo e adagio. Senti niente?». «Niente». Lui invece sentiva, perché socchiudeva gli occhi estasiato e mormorava: «Le vacche, i boasc, i boasc». Riapriva gli occhi, e dopo un po’ : «Il pane, il pane, a Cannobio! Il pane fresco!». Nel vento, Brovelli sentiva l’ odore del pane che in quel momento usciva da un forno a Cannobio. «Bravo» gridò il Brovelli. «Proprio michette!». D’ un tratto, sentirono l’ odore del tabacco che usciva dalla fabbrica dei sigari a Brissago, sulla sponda svizzera. Il ragazzo gridò: «I toscani! I toscani di Brissago!» E fu la prova che prima non aveva ammesso di sentire il pane solo per compiacerlo. Era davvero una gran giornata, una mattina di inizio primavera, quando gli odori sono ancora pochi e si possono distinguere nettamente. «È tanto», chiese il ragazzo «che lei sente questi odori?» «Sono trent’ anni», rispose il Brovelli. Rimase un po’ assorto, poi, spalancando gli occhi, cominciò a tremare come se il vento gli penetrasse sotto i panni. «È qui» disse in un soffio; a occhi chiusi, si appoggiò al molo infiacchendosi tutto, quasi sul punto di venir meno. Il ragazzo cercò di cogliere il nuovo odore; lo avvertiva, ma non riusciva a distinguerlo. Guarda il Brovelli; e lui faceva cenno di no con la mano, che non poteva dirgli di che odore si trattasse. Dopo avergli fatto segno di allontanarsi, cominciò a parlare sottovoce. Si distingueva solo qualche parola: «Ti sento…Ah che roba! Giuditta…». Strizzava gli occhi ed era tutto concentrato nel naso. Dopo qualche minuto lo raggiunse sotto le piante e prendendolo per un braccio gli disse severamente: «Tu non puoi avere sentito. Sei ancora un ragazzo». Anni dopo, quando il Brovelli ormai non c’ era più, il ragazzo, fattosi adulto, passava giornate intere sul molo per risentire gli odori; ma, avesse dimenticato la posizione esatta o l’ angolo giusto, non gli riuscì di sentire mai altro che «l’ odore dell’ acqua e quasi di luce che ha sempre il vento al mio paese». “… Questo viene da Locarno – disse – Venti chilometri! Qui, vicino alla torretta, siamo nell’angolo giusto per sentire Locarno. Che caffè!”
IL BOMBARDINO DEL SIGNOR CAMILLO: “… Una mattina, vidi dal mio balcone un autocarro fermo davanti a casa. Due uomini caricavano dei mobili. Sopra la catasta degli armadi, dei tavoli e delle lettiere, venne collocato il semicupio…”
IL PRETENDENTE MENADO: “… In quella terza esplorazione della penisola iberica, giunto a Barcellona, decisi d’imbarcarmi su di una nave in partenza per Cadice. Volevo portarmi al Sud senza fatica, cioè senza lunghe giornate di treno, ed anzi godendo il mare e lo spettacolo delle coste…”
DAL FONDO DELLA MIA TIMIDEZZA: “…Il giorno che conobbe me, Corvallo era, contrariamente al solito, di buon umore. Appoggiato al banco del farmacista e tenendo d’occhio la macchina dentro la quale aveva lasciato la moglie, mi interpellò bonariamente: come si vive in questo paese?…”
IL POVERO TURATI: “…E’ difficile ricordare l’anno. Il ventennio era appena incominciato e Segretario del Partito era Augusto Turati. Un brav’uomo dicevano, la cui moglie continuava a fare la maestra nonostante che lui fosse a quel posto…”
O SOFFIO DELL’APRIL: “…Era, il Chiappini, insieme al basso Basilio Prodi, al tenore Socrate Caceffo e al baritono Taurino Parvis, uno dei quattro cantanti d’opera che avevano scelto la nostra città per ritirar visi a carriera finita o interrotta…”
FINE A MEZZANOTTE: “…Di questi tempi si parla spesso di esplosioni che potrebbero estinguere la vita sulla terra, e di guerre che riuscirebbero distruttive per l’umanità intera;…”
Dice Piero Chiara: “Scrivo per divertirmi e per divertire: se mi annoiassi a raccontare, starei zitto, come starei zitto se sapessi che i lettori si annoiano ad ascoltare o a leggere i miei racconti. Qualche volta faccio ridere, o meglio sorridere e qualche volta commuovo il lettore o lo faccio impietosire con le mie storie. Mi sembra giusto, anzi normale: se ride alle mie spalle o a quelle dei miei personaggi o se si impietosisce ai nostri casi, vuol dire che ho colto nel segno: mi sembra che raccontandogli la storia di un uomo, con le sue miserie, le sue fortune e la sua stoltezza, in fondo gli conto la sua storia”.

Piero Chiara nacque nel 1913 a Luino, dove il padre Eugenio aveva trovato da lavorare come doganiere. Quest’ultimo era originario di Resuttano, in provincia di Caltanissetta, mentre la madre, Virginia Maffei, proveniva da Comnago, paese sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.
Coetaneo ed amico di Vittorio Sereni, studiò, non certo con diligenza e costanza, in diversi collegi religiosi. Solo nel 1929 ottenne il diploma di licenza complementare e in verità completò la propria formazione culturale da autodidatta. Dopo aver trascorso un periodo viaggiando per l’Italia e la Francia, nel 1932, più per accontentare i famigliari, trovò un impiego nella magistratura come “aiutante di cancelleria”. Nel 1936 sposò la svizzera-tedesca Jula Scherb da cui ebbe anche un figlio, Marco. Il matrimonio, tuttavia, finì dopo poco tempo.
Dopo la breve chiamata alle armi, nonostante il suo disinteressamento alla politica, fu costretto a fuggire in Svizzera (1944) in seguito ad un ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista per aver messo, il 25 luglio 1943 alla caduta del Fascismo, il busto di Mussolini nella gabbia degli imputati del tribunale in cui lavorava. In Svizzera visse in alcuni campi in cui venivano internati i rifugiati italiani. Finita la guerra, insegnò lettere al liceo italiano dello Zugerberg e l’anno dopo tornò in Italia.
Inizia un periodo di fervida inventiva e continua creatività.
Nel 1970 Piero Chiara ha un ruolo di attore in Venga a prendere il caffè da noi, film diretto da Alberto Lattuada e interpretato da Ugo Tognazzi, tratto dal suo romanzo del 1964 La spartizione, per il quale collabora anche alla sceneggiatura.
Il suo successo culmina nel 1976 con il capolavoro La stanza del vescovo che diventerà immediatamente un film di grande successo diretto da Dino Risi e interpretato anch’esso da Ugo Tognazzi, insieme a Ornella Muti.
Spesso appare come comparsa o recitando in piccole parti nei film tratti dai suoi romanzi, per esempio proprio come cancelliere del tribunale in La stanza del vescovo.
Morirà dieci anni dopo, a Varese, dopo aver anche ricoperto numerosi incarichi nel Partito Liberale Italiano anche a livello nazionale , fu inoltre affiliato alla Massoneria nelle logge di Varese, Milano e Como
Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Paragonato spesso al collega Giovannino Guareschi, narratore della bassa padana, Chiara dipinge i tratti della vita dell’alta Lombardia e dei cantoni svizzeri: una vita di frontiera, fatta di spalloni e contrabbandieri, briganti e fuggiaschi, ma soprattutto della piccola borghesia e di personaggi quotidiani.
Amante del biliardo e dell’ozio, molti personaggi saranno in parte autobiografici. Così scopriremo gli altarini del pretore di provincia o della moglie del commercialista che si fa curare dal medico del paese. Storielle ben narrate, che scorrono veloci tra le righe, talmente ben congegnate, che non ci persuadono non esser vere. Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari: Chiara descrive caratteri e situazioni, non indulge a cedimenti morbosi. Traspare dalle sue pagine un senso di nostalgia che non è un patetico desiderio di tornare indietro (come in Guareschi), ma la disincantata consapevolezza che questo ritorno non è realizzabile. L’amarezza dello scrittore emerge soprattutto nelle ultime opere, da “Il cappotto di astrakan” a “Vedrò Singapore?”, fino al postumo “Saluti notturni dal Passo della Cisa”, disillusa storia di provincia ispirata a un fatto di cronaca.
Chiara, oltre che uno scrittore di grande successo, fu uno dei più noti studiosi della vita e delle opere dello scrittore e avventuriero Giacomo Casanova. Pubblicò molti scritti sull’argomento che raccolse poi nel libro “Il vero Casanova” (1977). Curò, per Mondadori, la prima edizione integrale, basata sul manoscritto originale, dell’opera autobiografica del Casanova: Histoire de ma vie. Scrisse anche la sceneggiatura dell’edizione televisiva (1980) dell’opera di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova.

mercoledì
ott 3,2012

La giovane Maria. Un predicatore visionario. Una “vecchia fanciulla”…I personaggi di Döblin, considerato tra i maggiori scrittori tedeschi del Novecento, sono anime inquiete, sospinte da una permanente vocazione alla metamorfosi, “animali delicati e schivi” che vagano da uno stato di lucidità alla follia. Nell’incontro primordiale di desiderio e realtà si svela la natura tragica dell’esistenza.

L’Immacolata Concezione: scritto intorno al 1902-1903, il racconto era inserito originariamente nella prima versione di Worte und Zufalle, Der schwarze Vorbang (Parole e casi. Il sipario nero), il primo romanzo di Doblin. Fu poi espunto dall’autore già nella seconda versione in vista della pubblicazione del romanzo a puntate nel 1912, e poi in volume nel 1919. La prima pubblicazione del testo in forma di racconto autonomo avvenne su “Der Sturm” nelo dicembre del 1911. “Maria camminava pallida e con sguardo assorto tra le erbe umide, basse. Dove il fogliame diventava alto e folto, Maria cercava un albero dai larghi rami che si ergeva solitario dietro a un fitto intrico di cespugli, in un boschetto che gli uomini evitavano. Il verde delle fronde si fondeva con le seriche ombre dell’aria; e lì sotto quella cortina, sbocciavano corpi di fanciulle allacciati nell’amore, corpi bronzei, rosei, dorati o candidi come la neve…..”

Astralia: Il racconto fu scritto nell’ottobre del 1904 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel settembre del 1910. “Il signor Gotting, Adolf Gotting, libero studioso, domiciliato in Albrechtstrasse 15, terzo piano a destra presso la signora Schulke. E’ seduto su un dicano in camera sua e si riscalda al tepore della lampada. Un ometto dimesso dal viso raggrinzito, giallognolo, gli occhi esaltati e una voce flebile, concitata. Le sue dita giocherellano con le frange della coperta di lana marrone che tiene adagiata sulle gambe sottili….”

La vecchia signorina e la morte: Il racconto fu scritto a Freiburg nel 1905. Fu il primo a essere pubblicato sulla rivista “Das Magazin” nel gennaio del 1908. “La magra signorina dai capelli grigi aveva spostato i vasi di giacinti, appoggiato il gomito sinistro al davanzale della finestra e sedeva curva, nel riverbero della neve. Fuori, in giardino, un biancore accecante, interrotto da tracce di passi, si scioglieva lentamente al sole del meriggio; sottili rivoli nerastri stillavano attorno agli alberi…”

La porta sbagliata: Sulla base degli appunti di lavoro di Doblin, il racconto fu scritto con ogni probabilità tra il 1908 e il 1910. Fu pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel marzo del 1911. “Verso le quattro del mattino la sentinella appoggiò il fucile contro l’alto muro del piazzale della caserma, titò la catenella per spegnere l’ultimo lampione a gas, con il fez calato sul viso e la fronte rivolta alla Mecca mormorò la breve preghiera del mattino…

La veleggiata: Il racconto fu scritto presumibilmente nel 1910, dopo un viaggio di Doblin a Bruxelles e a Ostenda e venne pubblicato per la prima volta sulla rivista “Der Sturm” nel luglio del 1911. “La diga di Ostenda era immersa nella luce folgorante del meriggio. Nei loro abiti eleganti, le persone ridevano e si passavano accanto sull’ampia passeggiata a mare. Le finestre degli stabilimenti balneari mandavano un lieve bagliore nel riverbero dell’acqua sconfinata. Il rombo incessante del mare rifluiva dai moli, riprendeva forza, si smorzava di nuovo senza posa…”

La metamorfosi: Il racconto fu scritto probabilmente nella primavera del 1911 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nell’agosto del 1911. Durante la stesura di questa novella, all’ospedale Urban di Berlino Doblin aveva conosciuto la studentessa di medicina Erna Reiss, che diventerà sua moglie nel gennaio del 1912. Nello stesso periodo, proprio nei mesi del fidanzamento, si situa anche l’evento traumatico della nascita del figlio illegittimo dello scrittore, nato dalla sua relazione con la giovane infermiera Frieda Kunke. Numerosi critici hanno dato rilevanza a questo sfondo biografico nell’interpretazione della struttura simbolica del testo. “I primi anni di matrimonio di quei due, la regina e il principe sposo, erano trascorsi tempestosamente. Ma quando il bimbo, l’erede al trono, ebbe fatto sentire il suo grido nel vecchio castello, i battenti di ferro del portone laterale si aprirono…”

Il terzo: Il racconto fu scritto probabilmente intorno all’estate del 1911 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel settembre dello stesso anno. “Il famoso ginecologo di Boston dottor William Converdon il 14 aprile pubblicò su “Le notizie del giorno” un annuncio con cui cercava una segreteria…”

Döblin scrive indubbiamente bene, ma la maggior parte di questi racconti non mi hanno coinvolta. Sì, vi ho riconosciuto il clima teso e disorientato del mondo germanico dei primi del ’900, l’ossessione della psicopatologia (“Prof. Unrat” di H. Mann, tanto Schnitzler, ecc.), la fuga nello scenario dei regni da operetta (v. “Altezza reale” di Th. Mann), ecc. (fa impressione nel racconto “Astralia” che il protagonista, profeta di una nuova era, si chiami Adolf, anche se non ha il successo del più truce omonimo); però spesso i passaggi sono bruschi e poco motivati, in altri passi l’insistenza tira i nervi. Sicché alla fine l’unico che mi abbia abbastanza convinto è il primo (“Immacolata concezione”), dove il misurarsi con la tradizione scritturale dà spessore alle pagine. Una nota a margine: per chi non sa il tedesco andrà ricordato che la morte, nelle lingue germaniche, è nome di genere maschile (ricordate “Il settimo sigillo” di Bergman?): solo così si spiega la tensione erotica presente nel terzo racconto (“La vecchia signorina e la morte”).

Alfred Döblin (Stettino, 10 agosto 1878 – Emmendingen, 26 giugno 1957) è stato uno scrittore e drammaturgo tedesco di origine ebraica; le sue opere sono caratterizzate da una forte critica verso la società.

giovedì
set 20,2012

“La stessa nozione di patria, nel senso nobile e sentimentale del termine, è infatti legata alla relativa fugacità della nostra vita, che ci mette a disposizione troppo poco tempo perché possiamo affezionarci a un altro paese, ad altri paesi, ad altre lingue.”

Che cos’è la patria dopo vent’anni di separazione? Che cosa significa la memoria e come può essere condivisa? Su questi temi si costruisce la storia dell’ultimo romanzo di Kundera, L’ignoranza. Nelle vicende di una donna e di un uomo che, dopo aver vissuto per oltre vent’anni lontani da Praga in esilio volontario e con storie tra loro lontane, avendo in comune solo un dimenticato amore adolescenziale conclusosi burrascosamente, ritornano, nella terra d’origine e, casualmente, si rincontrano.
La donna, Irena, ha vissuto a Parigi, fuggita dalla madrepatria col marito perché questo si sentiva minacciato (la scelta quindi dell’esilio non era stata sua, ma solo accettata o subita), rimasta vedova e poi legatasi a un altro uomo, decide, su pressioni esterne e non per autentica esigenza, di tornare a Praga, alla caduta del regime comunista.
L’uomo, Josef, fa il veterinario e anche per lui sono stati più di venti gli anni di soggiorno lontano dalla patria. La sua nuova vita si è svolta in Danimarca, lì ha amato una donna, si è sposato, è rimasto vedovo. Poco prima della morte, la moglie (il comunismo era crollato in tutti i paesi dell’Est) lo aveva sollecitato a tornare; sarebbe andata con lui, avrebbe visto per la prima volta quel mondo conosciuto da lei solo attraverso le parole del marito, avrebbero condiviso nuovi ricordi, ma questo progetto si era spezzato contro la realtà della morte. Josef però aveva deciso di rispettare ugualmente questo suo ultimo desiderio, sarebbe stato come condividere ancora qualcosa con lei. Prendere l’aereo, viaggiare, soprattutto tornare, significa ripercorrere nella mente nomi, volti e luoghi del passato: non c’è felicità in tutto ciò, solo imbarazzo. E “l’ignoranza” delle trasformazioni che sono avvenute in tanti anni negli amici, nei rapporti, nelle vite di tutti rendono difficile ogni incontro.
Il patrimonio di ricordi di vent’anni si racchiude in pochi momenti di vita, ognuno (dice Kundera) ricorda solo attimi significativi del proprio vissuto: di una intera storia d’amore possono restare solo alcuni attimi, poche immagini, qualche parola. E anche dell’infanzia e dell’adolescenza ciò che dura nella memoria non è uguale per tutti, dipende dal peso che a certi episodi soggettivamente si è dato. Così anche la fama degli uomini può svanire, ma questo non dipende solo dall’ordine di grandezza della personalità in questione, quanto dall’intelligenza, dalla sensibilità dei posteri.
I due protagonisti (maggiore attenzione è forse data dall’autore alla donna) si incontrano casualmente: Irena riconosce subito nell’uomo il ragazzo per amore del quale aveva desiderato la morte; Josef sta al gioco ma non sa (e non saprà mai) chi sia quella donna. L’incontro è di pochi minuti, ma qualcosa li accomuna, li unisce, così fissano un successivo appuntamento. Entrambi avevano, dentro di sé, paragonato la loro vicenda a quella di Ulisse. Aveva davvero desiderato il ritorno a Itaca? O anche per lui il lungo nóstos aveva rappresentato una necessità morale? E Penelope, ritrovandolo, lo avrà davvero amato di nuovo?
Gli amici, gli altri, non riescono (se si esclude N., l’amico di Josef) a porre le domande giuste o ad avere un autentico interesse per le esperienze successive all’allontanamento dalla patria, vissute in luoghi lontani e ignoti.
Il forte senso di estraneità, la sensazione di avere altrove la propria dimensione più vera svanisce in Irena quando incontra, all’appuntamento prefissato, Josef: un’intesa immediata, una sintonia rara, il desiderio che si accende e infine l’amore, intenso, inebriante, dimentico delle mille barriere erette nel tempo. Anche l’uomo è sereno, rivive emozioni e sensazioni che credeva spente da sempre: ma c’è una sostanziale distanza tra i due, lui ignora chi sia la donna con cui sta vivendo quel momento prodigioso, mentre lei si illude di un insperato recupero del passato. Quando l’equivoco viene alla luce, il prodigio si spezza, ritorna la sofferenza e la fatica e non resta che tornare a quella che forse è la vera “patria”, quella che è il presente e con cui è più facile confrontarsi, oppure accettare gli affetti noti, la propria conosciuta realtà.
Come sempre in Kundera, i momenti di riflessione si intrecciano con le vicende: un po’ di filosofia, qualche idea illuminante, molta capacità di collegare il particolare al generale. La lettura così dà al lettore la sensazione di un’esperienza arricchente, di un impegno intellettuale anche laddove il messaggio non sia del tutto originale o particolarmente profondo. La brillante scrittura dell’autore ceco favorisce una lettura rapida e partecipe del libro, e permette sia di avere uno strumento in più di comprensione del nuovo mondo emerso dalla società dei Paesi dell’Est a conclusione dell’esperienza socialista, sia di fermarsi a riflettere su che cosa possa significare per ognuno passato, patria, bisogni e speranze.

L’ignoranza di Milan Kundera
Titolo originale: L’ignorance

 

giovedì
set 20,2012

La SV. è invitata alla presentazione di “Destini che nessuno sa”, l’ultimo romanzo di Nicolò Angileri, che le Edizioni La Zisa mandano in questi giorni in libreria, che avrà luogo venerdì 28 settembre, alle ore 17, presso la Sala Martorana di Palazzo Comtini, in via Maqueda 100, a Palermo. All’iniziativa, patrocinata dalla Camera dei Deputati e dalla Provincia Regionale di Palermo, interverranno: Pippo Fallica, Segretario di Presidenza della Camera dei Deputati; Giovanni Avanti, Presidente della Provincia di Palermo; Nicola Zito, Questore di Palermo; Silvana Saguto, Presidente del Tribunale di Palermo Sezione M.P.; Alessia Sinatra, Sostituto Procuratore della procura di Palermo; Domenico Barone, Criminologo; Claudia Mandracchia, Editor Mondadori; Roberto Sardina, Attore e regista. Modererà Rino Cascio, Giornalista Rai.

Il libro: Nicolò Angileri, “Destini che nessuno sa”, Romanzo, Pagine 160, Euro 14,00, Edizioni la Zisa (ISBN: 978-88-6684-026-8)

Romanzando un’agghiacciante vicenda di cronaca realmente accaduta a Palermo alcuni anni fa – una sordida storia di sfruttamento di minori e di film pedopornografici, Nicolò Angileri tratteggia il ritratto di un quartiere e delle figure che vi si muovono, alcune con ferocia, altre con rassegnazione, i bambini spesso con l’innocenza violata da adulti insensibili a tutto tranne che al richiamo del denaro. Per tutti, nel quartiere, i buoni come i cattivi, vige un tabù: non si fanno denunce alla polizia, non si è spioni. Il ricordo delle passate sofferenze e la consapevolezza che solo parlandone le potrà superare riusciranno a convincere uno dei piccoli abusati a raccontare tutto. Sullo sfondo, nel romanzo, si muovono personaggi indimenticabili delle battaglie civili di quegli anni contro la mafia, la delinquenza, l’ignoranza, come don Pino, padre Puglisi, che fu sempre al fianco degli oppressi e alla ribellione alle regole dell’omertà dedicò la vita.

Nicolò Angileri (Ficarazzi, 1970), sposato e padre di due figli, svolge dal 1989 con passione il suo lavoro di poliziotto. All’interno della Squadra Mobile ha svolto il proprio incarico presso la sezione omicidi e la sezione antirapina; da circa dieci anni è in servizio presso la sezione specializzata in danno di minori. Nel 2009, in collaborazione con Raffaella Catalano, ha pubblicato la sua prima opera, “Angeli e orchi”, con la quale nel maggio del 2010 ha vinto il premio letterario “Racalmare Leonardo Sciascia scuola”; nel luglio dello stesso anno ha vinto il premio speciale al concorso internazionale “Incostieramalfitana”.

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Le Edizioni La Zisa aderiscono ad Addipizzo e tutti i volumi sono certificati “Pizzo free”.

 

Davide Romano – Resp. Ufficio stampa Casa editrice La Zisa

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mercoledì
set 19,2012

 

Nei racconti Oscar Wilde dà prova della sua arte di sublime narratore. L’ironia acuminata, i sofisticati aforismi rivivono in tre ritratti spregiudicati della società vittoriana: un gentiluomo inseguito dal Fato, una misteriosa “Gioconda in zibellino”, un giovanotto dalla sorprendente fortuna.

Il gusto del paradosso esalta splendori e miserie della condizione umana.

 

IL MILIONARIO MODELLO

 

La storia, descritta con uno stile velatamente ironico ma delicato, è anche improntata a un certo raffinato decadentismo, tipico di Wilde. Il breve racconto (non più di quattro o cinque pagine) narra la storia di un giovane bello e di modeste risorse che, grazie ad un incredibile, quanto inaspettato colpo di fortuna, riesce ad arricchirsi ed a coronare il suo sogno d’amore. Il gioco della narrazione sta proprio nel finale totalmente a sorpresa che ribalta improvvisamente le prospettive che avevano fino ad un instante prima ingannato il lettore.

Hughie, così si chiama il giovane, è il figlio di un cavaliere, discende quindi presumibilmente da una famiglia nobile, i cui fasti sono stati notevolmente ridimensionati (il padre non lascia al figlio che la spada di cavaliere e qualche libro). Totalmente negato nelle attività imprenditoriali, e quindi incapace di far soldi col proprio lavoro, dopo aver tentato con le attività più disparate di crearsi una propria forma di sostentamento («Aveva provato a far di tutto[...] Si era messo in Borsa per sei mesi, ma che cosa può fare una farfalla, tra tori e orsi?…»), Hughie si rende conto di essere impedito, nel coronare il suo sogno d’amore, sposare Laura, la figlia di un ex colonnello in pensione, dalle sue scarse rendite.

Tutto questo fino a quando, un giorno, entrando nello studio di un suo amico pittore, Trevor, non fa uno strano incontro con un modello che sta posando per un quadro, con tutta l’apparenza di un perfetto mendicante. Mosso a compassione dalla miseria di costui, Hughie, dallo spirito solitamente poco pratico ma generoso, gli regala una sovrana d’oro, pur non trovandosi certamente nelle condizioni da potersi permettere simili elargizioni.

La sera stessa, rincontrato l’amico Trevor, egli viene a sapere che quel modello dall’apparenza di mendicante, che in seguito al suo gesto di generosità, aveva voluto sapere tutto di lui, non è affatto un poveraccio, bensì uno dei più ricchi uomini d’affari d’Europa, che per eccentricità, si faceva dipingere in foggia di mendico. Appreso l’errore commesso, Hughie si dispera, temendo di aver offeso l’orgoglio di quell’uomo potentissimo, e si dà del disgraziato. Le sue convinzioni e i suoi timori si acuiscono ancora di più quando, il mattino successivo si vede arrivare a casa un portavoce del barone Hausberg, l’uomo che lui aveva scambiato per un bisognoso ed a cui aveva fatto addirittura la carità.

L’elemento di sorpresa interviene al momento in cui si scopre che il portavoce del barone non è venuto per esigere scuse da Hughie, ma per recapitargli, in premio alla sua generosità, un assegno di diecimila sterline che consentiranno al giovane il matrimonio.

Il racconto si conclude con una frase ad effetto, in cui è finalmente spiegato il gioco di parole del titolo: «Alan [si tratta di Trevor] osserva: I modelli milionari sono abbastanza rari; ma, per Giove, i milionari modello lo sono ancor di più!».

Con uno stile scorrevole e delicato, non privo di qualche francesismo qua e lа, Wilde ci dà in questo racconto un buon saggio della sua prosa ironica e raffinata al tempo stesso.

 

IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE  (Miss Fletcher)

Scritto da Oscar Wilde nel 1887, questo breve racconto è una gemma.
Il sottotitolo, serio e severo, recita: Uno studio sul dovere.
Sì, perchè il protagonista, Lord Arthur Savile, si trova a dover compiere, suo malgrado, un dovere tanto sgradito quanto imprevisto: commettere un omicidio.
La vicenda ha  inizio ad un ricevimento, tenuto nella magione di Lady Windermere, colei che, con il suo celebre ventaglio, sarà l’indimenticabile primadonna di una fortunata commedia di Wilde.
Tra gli invitati, un certo Septimus Podgers, chiromante di fiducia dell’eccentrica padrona di casa che, nutrendo per lui una fiducia cieca, si appresta a trascorrere un intero anno su una mongolfiera, essendole state predette sventure sia per mare che per terra.
Così Lady Windermere, entusiasta, presenta l’uomo ai suoi ospiti, insistendo perchè questi si facciano leggere la mano e loro, uno ad uno, volentieri si sottopongono all’esperimento.
Anche Lord Artur, ovviamente, cede alla curiosità.
Dapprima gli viene svelato che farà un viaggio, quindi che perderà un lontano parente.
Ma Podgers è un tipo misterioso e non svela tutta la verità, anzi, suscita a tal punto l’interesse del povero Savile, che questi si sente quasi costretto a recarsi nello studio del chiromante,  dove finalmente gli sarà rivelato cosa si legge nel palmo della sua mano: un assassinio.
Il nobiluomo, disperato, si mette a vagare per Londra, cammina tutta la notte, senza meta, è  oppresso dalla preoccupazione per il destino che lo attende e lo sarà ancora, il giorno dopo, quando il suo primo pensiero andrà a Sybil Merton, la fidanzata che è in procinto di sposare.
Quale felicità potrebbe mai attenderli, si chiede affranto Arthur, con questa spada di Damocle dell’omicidio, con il crudele ed ineluttabile fato che lo travolgerà?
Si risolve, pertanto, nel compiere il suo dovere.
E per quanto terribile, non lo considera un peccato, bensì un sacrificio necessario.
Sceglie così, con cura certosina la sua vittima: Lady Clementina Beuchamp, una cara vecchia signora alla quale è molto affezionato.
Crudele? Affatto, tragicomico semmai.
La signora è molto malata e Savile, recandosi in visita da lei, le porterà in dono una scatoletta d’argento acquistata in Bond Street nella quale, sostiene, è contenuta una medicina miracolosa.
In realtà, in quella scatola c’è una pillola di veleno.
Mirabile e spassoso è il dialogo che intercorre tra Lady Beuchamp e il suo ospite.
E’ uno scambio di battute fulminanti, in cui la signora si domanda quale sia il momento più opportuno per assumere quel nuovo farmaco, convincendosi che forse le conviene preservarlo per quando avrà il prossimo attacco.
E lui, l’aspirante assassino, affabile, le chiede quando prevede che avverrà.
E insiste, con bel modo, le domanda, quasi ansioso, se sia proprio certa che entro un mese un nuovo attacco la coglierà, deve accertarsi, con la dovuta cautela, che tutto si svolga come destino vuole.
Non sarà così, ahimé, la povera Clementina perirà di morte naturale e la pasticca letale finirà tra le mani di Sybil, prima che Arthur si affretti a gettarla nel fuoco.
A Lord Savile tocca a questo punto trovare una nuova vittima.
E Wilde, con il consueto garbo scrive: quindi riguardò la lista dei suoi amici e parenti e, dopo attenta considerazione, si decise a far saltare in aria suo zio, il decano di Chichester.
A lui Lord Arthur fa recapitare un orologio esplosivo, pensando così di aver risolto, una volta per tutte, il suo spinoso problema.
Viste le premesse, non vi sarà difficile immaginare che le cose non andranno proprio come previsto dallo sfortunato Savile, ma non voglio rivelarvi tutti i particolari di questo racconto sagace e pungente, lascio a voi scoprire in che modo Arthur si libererà del destino scritto per lui.
Sposerà la sua Sybil e, scrive Wilde , il loro amore non fu ucciso dalla realtà. Si sentirono sempre giovani.
E’ breve questo racconto, ma,  come sempre, è  ricco di motti arguti, di stilettate beffarde, di battute taglienti e della grande saggezza di Wilde.
In fondo, par di capire, che altro è la vita, se non una recita?
Così sembra che sia e ciascuno, volente o nolente, ha la sua parte.
Lo lascio spiegare a Oscar, con un brano tratto da questa sua opera,  ennesima brillante perla di perfezione stilistica.

Gli attori sono così fortunati.
Possono scegliere se recitare in una tragedia o in una commedia, se soffrire o essere allegri, se ridere o sciogliersi in lacrime.
Ma nella vita reale è diverso.
Molti uomini e donne sono costretti a recitare parti per le quali non hanno la minima predisposizione.
I Guildestern personificano Amleto, e i nostri Amleto devono fare i buffoni come il principe Hal.
Il mondo è un palcoscenico, ma i ruoli sono mal distribuiti.

 

LA SFINGE SENZA ENIGMI
La sfinge è da sempre emblema dell’enigma: la tematica dell’autenticità è affidata alla centralità del “SEGRETO” nella costruzione dell’identità di Lady Alroy, la cui storia è presentata dalla vittima inconsapevole di tali misteri, l’ingenuo Lord Murchison.
Il narratore anonimo, che resterà tale per tutto lo svolgimento del racconto, ha in un certo senso il ruolo di “analizzatore”, quasi fosse lui stesso il lettore del racconto, ricomprendo solo nel finale con una lucida sentenza che s-Vela la realtà del mistero con cui la donna s’era fatta veste.
Il tema della VERITA’ si puntualizza dalle prime righe attraverso la descrizione del Lord 1: un seguace dei Tory, del Pentateuco e della Camera dei Lord. Si profila dunque un personaggio bel lontano dl “pensiero di massa” e quindi dalla massificazione delle influenze che si stava sviluppando in quel periodo.
Lady Alroy è una donna dalla perturbante bellezza: la sua fotografia mostra, nello sguardo assente e nel sorriso penetrante, la presenza di un segreto. Una Gioconda, manifesto simbolo d’ambiguità e mistero.
Il primo casuale incontro avviene in Bond Street ed emblematico è l’utilizzo di questa particolare via: Bond Street è infatti una delle principali strade dello shopping londinese, dove ora hanno luogo in particolare negozi d’arte e artigianato, e dove ha sede la “Fine Art Society’ (dal 1876) e la “Sotheby’s. Non pare dunque essere accidentale la scelta di questo luogo per il primo incontro: ricordando l’evento cardine del Crystal Palace del 1851, che segnò definitivamente l’inizio della logica del consumismo e del commercio degli oggetti non più per necessità ma per pura estetica e desiderio, Lady Alroy potrebbe in tal senso essere paragonata all’oggetto feticcio e al suo nuovo potere di fascinazione che proprio all’epoca stava prendendo piede.
Dopo averla assiduamente cercata invano per il ‘Solito Row’ 2, rassegnato il Lord arriva a considerare la sua “belle inconnue” un mero sogno (sottolineando l’accostamento positivo fra “sogno” e “sconosciuto”).
E’ ancora per caso che avviene il secondo incontro, ad una cena, dove la donna alimenta il suo alone di mistero: arriva in ritardo, parla a bassa voce e chiede al Lord di non accennare ad alcuno di averla vista per strada.
Il segreto di Lady Alroy3 alimenta l’incontenibile curiosità del Lord, rimasto inevitabilmente vittima di quella “vaga atmosfera di mistero che la circondava”.
Dopo un primo appuntamento al quale la donna non si presenta, infelice e turbato Lord Murchison le indirizza una lettera sperando di poterla incontrare nuovamente. Sulla scia dell’enigma Lady Alroy, acconsentendo al nuovo appuntamento, prega il Lord di non indirizzare più la posta a quell’indirizzo, evitando ovviamente di giustificare la sua richiesta, alimentando così ulteriormente la trepidazione del Lord.
Nonostante i successivi incontri fra i due amanti, l’atmosfera misteriosa e inavvicinabile che circondava la donna non accennava a calare: Lord Murchison la paragona agli “Strani Cristalli” che si vedono nei musei, opachi e trasparenti a seconda della loro posizione 4.
C’è una forte ambiguità nei sentimenti del Lord stesso:
« Amo così tanto la sua persona nonostante i suoi segreti o la amo proprio per via dei suoi segreti? »5
Deciso a chiederla in moglie, persuaso che il matrimonio avrebbe posto fine ai suoi misteri, si diedero appuntamento per la settimana seguente. Poche ore prima dell’incontro però, passeggiando ‘casualmente’ per strada, Lord Murchison scorge la donna entrare in una casa, con il viso coperto da un fitto VELO. Nell’entrare nella casa perde un fazzoletto, che il Lord raccoglie e conserva nella tasca.
Convinto di aver svelato la presenza di un uomo nel suo mistero, il Lord pretende spiegazioni, Verità.
Furibondo e indispettito il Lord non crede alle parole della donna, che nega di aver visto qualcuno, e se ne và lasciandola in un torrente di lacrime.
Il giorno seguente si rifiuta di leggere la lettera di Lady Alroy, rispedendola alla mittente ancora sigillata. Decide dunque di imbarcarsi per la Norvegia.
Al ritorno scopre la notizia della morte della donna “che aveva tanto amato”.
Logorato dalla curiosità di scoprire (di S-VELARE) il mistero, decide finalmente di recarsi alla casa che custodiva il segreto: “Si sedeva sul divano, LEGGENDO e bevendo talvolta del Te”.
Si conclude così il racconto, con ancora un velo di dubbio nella mente del Lord, che con un «Chissà?» dimostra la sua incertezza alla sentenza dell’amico, l’anonimo narratore, per il quale non ci sono dubbi:
« LADY ALROY ERA SEMPLICEMENTE UNA DONNA CON IL PALLINO PER IL MISTERO, CHE SI ERA COSTRUITA UN SEGRETO PER POTERSI ILLUDERE DI ESSERE UN’EROINA DA ROMANZO, MA ESSA STESSA NON ERA ALTRO CHE UNA SFINGE SENZA SEGRETI».
Vale la pena puntualizzare alcuni segnali che Wilde ci offre durante la narrazione:
•    Innanzitutto si constata il definitivo abbandono dell’ambientazione gotica. Nonostante il racconto abbia numerosi punti in comune con “Il Velo Dissolto” di G. Eliot, quali il Velo che copre il volto della donna e il tema del segreto, non è presente in Wilde alcuna svolta di carattere gotico: né è un lampante esempio il colore giallo associato al primo casuale incontro (Lady Alroy è seduta all’interno di una macchina gialla)
•    La presenza, affatto inusuale nei romanzi di Wilde, della “pericolosità del libro”: la narrazione non a caso ha inizio mentre i due amici percorrono una strada in direzione della Madeleine, chiesa parigina inizialmente costruita per ospitare la Biblioteca Nazionale. Si dice in seguito che Lady Alroy leggesse seduta sul divano e la sentenza finale del narratore anonimo non lascia dubbi: “voleva illudersi d’essere un’eroina da romanzo”
•    Alla donna è associato il simbolo della luna: la sua apparizione alla cena è descritta con “entrò come un raggio di luna” e il simbolo ricompare sotto forma di “pietra di luna” che portava sempre, quasi ad indicare che la donna, analogamente alla luna, non brillasse di luce propria, bensì avesse bisogno di un sole – segreto per emanare luce
•    Significativa è la perdita del fazzoletto di Lady Alroy nel momento in cui viene “s-velata” dal Lord: troviamo ancora una volta la tematica della “perdita del Velo”

1« Lord Murchison sarebbe stato il migliore fra gli uomini se solo non avesse sempre detto la verità»

2 In originale Wilde scrive “Wretched Row”, plausibile gioco di parole sul nome del célèbre viale di HYDE Park, il “Rotten Row”

3 Si noti che anagrammando Alroy sortisce “Royal” che può significare sia“regale” che “reale”, evidenziando l’ambiguità della donna.

4 Altro riferimento, ancora più esplicito, alla fascinazione degli oggetti e al Crystal Palace.

5 Wilde sottolinea ancor più esplicitamente questa tematica nel Dorian Gray, innamorato del ruolo d’attrice di Sybil ma non della sua autenticità.

 

Oscar Fingal O’Flahertie  Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900) fu un celebre poeta, aforista, scrittore, drammaturgo, giornalista e saggista irlandese.
Autore dalla scrittura apparentemente semplice e spontanea, ma sostanzialmente molto ricercata ed incline alla ricerca del bon mot, con uno stile talora sferzante e impertinente egli voleva risvegliare l’attenzione dei suoi lettori e invitarli alla riflessione. È noto soprattutto per l’uso frequente di aforismi e paradossi, per i quali è tuttora spesso citato.
L’episodio più notevole della sua vita, di cui si trova ampia traccia nelle cronache del tempo, fu il processo e la condanna a due anni di prigione per avere violato la legge penale che codificava le regole morali in materia sessuale della sua stessa classe sociale.
Molti i libri scritti sulle sue vicende e sulle sue opere, tra le quali, in particolare, i suoi testi teatrali, considerati dai critici dei capolavori del teatro dell’800.

lunedì
set 17,2012


STELLA è una bella bambina di otto anni che vive un dramma, spesso il suo amato papà fa con lei giochi che devono restare segreti altrimenti, l’angelo custode piangerebbe cosi forte da morirne. E in breve anche Stella e la sua mamma lo seguirebbero. In “Perché nessuno mi crede? Storia di Stella”, Massimiliano Frassi racconta la storia vera di una bambina abusata che, come tante volte purtroppo accade, percorre una via crucis dove alla prima violenza ben presto se ne aggiungono tante altre. Stella trova il coraggio di chiedere aiuto ma il padre è facoltoso, molto influente: nessuno crede alla bambina, l’uomo conquista o intimidisce chi potrebbe aiutarla. Stella comincia a essere curata come bugiarda e mitomane, i metodi sono molto discutibili e lei rischia di diventare davvero una piccola malata di mente. Gli anni passano, negli intervalli fra un elettroshock continuano le violenze paterne. Di ritorno da un ricovero Stella è ascoltata dalla madre, che finalmente mette in fila tanti piccoli indizi e infine le crede. Andranno via, ma lei è ormai vittima di comportamenti autodistruttivi e la strada per riuscire a ritrovare la voglia di vivere è troppo lunga e incerta. Stella non ce la fa. Il libro spinge a riflettere su una violenza sempre nascosta, di cui si accorge solo quando un caso eclatante visibili i suoi protagonisti. E invita a una maggiore attenzione verso parole e comportamenti di bambini spesso troppo soli.

Il libro: Massimiliano Frassi, “Perché nessuno mi crede?! Storia di Stella”, Edizioni La Zisa, Pagine 112, Euro 9,90 ISBN: 978-88-6684-018-3 (http://www.lazisa.it/frassi_perche.html)

Con sguardo attento e delicato, ma soprattutto con passione e partecipazione, l’autore, da anni impegnato attivamente nella lotta alla pedofilia, ci racconta un percorso esemplare di tante vicende di abuso sui bambini: l’“orco” che si nasconde proprio fra le persone più vicine, l’incredulità generale, la deriva emotiva che inevitabilmente travolge le piccole vittime, segnandone la crescita e la difficile maturazione. Protagonista di questa storia dell’orrore è una bambina colpita a tradimento, e poi una ragazza, una donna che ha smarrito il filo dell’esistenza e non riuscirà a ritrovarlo. Inascoltate restano le sue richieste d’aiuto, fino a convincerla di essere lei stessa causa del suo male. Questo libro è un invito ad ascoltare i bambini, quando tentano di dirci cosa realmente gli stia capitando, per aprire uno spiraglio al futuro, perché «nessun dolore è per sempre».

Massimiliano Frassi (1969), giornalista e scrittore, è fondatore e presidente dell’Associazione Prometeo onlus, che da più di dieci anni si occupa di lotta alla pedofilia, sostenendo le vittime dei pedofili e lavorando per creare una presa di coscienza del problema da parte della società. È stato promotore di una proposta di legge contro la pedofilia e ha ricevuto riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Fra le sue opere: “I bambini delle fogne di Bucarest”, “L’inferno degli angeli”, “Ho conosciuto un angelo – la storia di Tommaso Onofri” (scritto con la collaborazione della mamma del piccolo Tommaso). Per le Edizioni La Zisa ha pubblicato il best seller “II libro nero della pedofilia”.

Il libro verrà presentato, in anteprima nazionale, a Bergamo, il 28 settembre, alle ore 16, presso la  Sala Conferenze c/o Sede territoriale della Regione Lombardia, in via XX settembre n.18. Interverranno: Massimiliano Frassi, Autore e Presidente Associazione Prometeo; Elena Martellozzo, criminologa presso Scotland Yard Londra, docente di criminologia presso la Westminster University; Reginald Jooke, ispettore capo, unità crimini sui minori Scotland Yard; e Gabriella Vitali D’Andrea

www.associazioneprometeo.org

sabato
set 8,2012

Sinossi

Lo specchio cieco e altri racconti raccoglie diversi testi narrativi scritti con pathos e intensità da Joseph Roth, negli anni successivi alla prima Guerra mondiale. Vi sono ritratte figure destinate al fallimento, alla rinuncia, al naufragio, imprigionate nella strettoia invalicabile della loro mediocre condizione sociale, condizionate da un sistema sociale gerarchico e impietoso che le condanna all’infelicità. Con grandiosa maestria Roth prefigura la condizione di annichilimento che porterà presto l’Europa davanti a una delle più grandi catastrofi del Novecento. In questo orizzonte “fare carriera” significa scegliere un lavoro che dia abbastanza soldi per morire, “avere un figlio” equivale ad abdicare alla vita e ad abolire l’amore e la felicità. I protagonisti di questi racconti si confrontano drammaticamente con la loro misera condizione sociale, che li rende subalterni delle classi nobili, inchiodati al dovere verso i valori consacrati e all’obbedienza nei confronti dei ceti superiori.

Lo specchio cieco (1925), capolavoro lirico, è la storia della giovane Fini che,  in una Vienna, incupita dalla guerra, diventa donna e, poco più che bambina, scivola nel misterioso mondo delle passioni infelici e fatali. Personaggio femminile descritto dall’autore con grande pietas e capacità introspettiva.

… Cadde nell’acqua, mandò ancora un grido sommesso, sprofondò giù e la corrente la portò con sé, nascondendola agli sguardi della gente. La trovarono tre miglia più avanti. Il corpo gonfio, con ninfee bianche e piante verdi tra i capelli, la bocca semiaperta….

Il capostazione Fallmerayer (1933) narra la travolgente passione di un uomo comune per una donna aristocratica. Risoluto a trasformare il suo sogno d’amore in realtà, egli riesce, superando ogni barriera sociale, a conquistare la donna oggetto del suo desiderio. Alla fine ritrova, con un gesto leale, la propria umanità e integrità. Tuttavia, un incidente ferroviario dischiude al capostazione Fallmerayer l’opportunità di una vita diversa.

Il singolare destino del capostazione austriaco Adam Fallmerayer merita, senza dubbio, di essere annotato e fissato sulla carta. Si rovinò la vita, che, detto per inciso, non sarebbe mai stata brillante – e forse nemmeno sempre felice – in un modo sorprendente. Sulla base di tutto ciò che gli uomini possono sapere gli uni degli altri, sarebbe stato impossibike predire a Fallmerayer un destino insolito. Eppure questo lo colse e lo afferrò – e lui stesso sembrò abbandonarvisi addirittura con una certa voluttà…

In due racconti magistrali, affiora la lotta sommessa tra dovere e desiderio, lusinghe di passioni fatali e un triste destino di rinunce, mentre si prefigura l’inabbissarsi di un mondo che è al tempo stesso l’Impero asburgico e la civiltà ebraica dell’Europa orientale. Fra i grandi del Novecento, Joseph Roth più di ogni altro coltiva il gesto inconfonsibile del narratore.

 

Joseph Roth nasce in Galizia nel 1894. Cresciuto in un ambiente ebraico ortodosso, studia letteratura tedesca a Vienna e si arruola da volontario nella Grande Guerra. Giornalista e scrittore di successo, grande viaggiatore, dopo aver vissuto a Berlino lascia la Germania in seguito all’ascesa al potere di Hitlet. Muore a Parigi nel 1939. Tra i suoi capolavori “Fuga senza fine (1927)” – “La Marcia di Radetzky (1932)” – “La cripta dei Cappuccini (1938)” e “La Leggenda del santo bevitore (1939)”, portato al cinema nel 1988 da Ermanno Olmi, Leone d’Oro al Festival di Venezia.

 

 

 

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