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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Recensioni’ Category

domenica
Nov 11,2012

La vita accanto

 

Titolo: La vita accanto

Autore: Mariapia Veladiano

Editore: Einaudi
Pagine: 172
Prezzo: € 16,00
Pubblicazione: febbraio 2011
ISBN: 978-88-0620-598-0

 

Ci sono una madre senza più parole, con l’anima in briciole. E una zia sfacciatamente bella e innamorata del fratello. Ci sono Maddalena, con la forza di un amore che nasce dal bisogno e gli occhi svelti al pianto; una bambina grassa con il canto nella voce e le mani pronte a spingere nel fiume la violenza, una maestra elementare che protegge e insegna, e una bianca signora della musica, malata solo quando serve. Rebecca, infine, a dirigere il coro delle voci femminili de La vita accanto, breve romanzo d’esordio di Mariapia Veladiano.

Rebecca è una bambina brutta. Che vive con prudenza, «in punta di piedi sul ciglio estremo del mondo». Che ha imparato a mangiare senza fare briciole, a giocare spostando solo il necessario, «a non consumare calze e scarpe perché si muove in modo composto». Perché «una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono nonostante la delusione per la sua nascita (…); vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia».

È invece, quella di Rebecca, un’esistenza che, con grazia e lucidità, ha imparato a restare ai margini della vita, a tessere una trama che si riverbera nelle forme altre e che la spinge a scavalcare la superficie. Una “vita accanto”, come quella delle donne che con lei si muovono nella trama della narrazione. Fatta di segreti appena accennati e invisibili incrostature. Di piccoli inganni, superstizioni, poesie e follia. Vita sussurrata sulla riva di un fiume, consegnata alle pagine di un diario, alle confidenze che hanno il profumo di cucina. O alla musica «che porta sempre con sé il ricordo del dolore».

E tutto questo contro la messa in scena del mondo, della sua presunta bellezza e delle versioni ufficiali che stanno sulla bocca pettegola di una città di provincia. Una città, Vicenza, dove «le vetrine e i palazzi luccicano come le squame dei coccodrilli», ma la cui anima è nera. Come le acque stagnanti del fiume Retrone e quelle altrettanto torbide in cui si nasconde un universo che pensa bene, ma è il reale portatore della bruttezza descritta nel romanzo.

In una fiaba che non lo è, in un’atmosfera sospesa e quasi fuori dal tempo, Mariapia Veladiano ci mette tra le mani una storia eccezionale. E ci ricorda che l’amore femminile, anche nell’assenza, nelle pieghe a volte crudeli, nell’esibizione volgare e trasgressiva, violenta o sfacciata, non smette mai di circolare e legare. Di scavalcare, come per magia, la vita singolare di ognuna. Per trovare un rammendo comune agli strappi della violenza maschile, con la fiducia e l’obbedienza di chi porta con sé il sapere delle madri.


L’AUTORE

Mariapia Veladiano vive a Vicenza, è laureata in lettere e teologia e collabora con ‘Il Regno’, rivista conciliare che mantiene un dialogo ecumenico con ogni cultura e religione. Insegna italiano e storia in un istituto professionale frequentato soprattutto da ragazze. La vita accanto, premio Calvino aprile 2010, è il suo primo romanzo pubblicato.

domenica
Nov 11,2012

Titolo: Io e te

Autore: Niccolò Ammaniti

Editore: Einaudi
Pagine: 104
Prezzo: € 8,00
Pubblicazione: ottobre 2010
ISBN: 978-88-0620-680-2


Una grossa bugia, una cantina dimenticata, un incontro-scontro inaspettato. Questi gli ingredienti che danno forma a Io e te, racconto lungo in cui le straordinarie doti narrative di Niccolò Ammaniti intessono una vicenda di drammatica poesia e raccontano il tanto atteso e temuto passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

L’adolescente in questione è Lorenzo, cresciuto con l’unico desiderio di avere a che fare il meno possibile con il resto del mondo, e proprio a tale scopo ispira il suo essere ad alcuni tipi di insetti che imitano i propri nemici per passare inosservati ai loro occhi. Così, per non apparire troppo diverso dai suoi coetanei, Lorenzo racconta ai propri genitori di essere stato invitato ad una settimana bianca dai compagni di classe. Si tratta di una grossa bugia che finisce per intrappolarlo: l’unico modo per evitare di deludere i suoi è quello di simulare la partenza rifugiandosi per l’intera settimana nella cantina di casa sua.

Ma proprio quando Lorenzo crede di aver conquistato la tanto sospirata solitudine, il suo regno dorato viene assediato da un’ospite tanto inattesa quanto indesiderata, la sua sorellastra Olivia. La scoperta della tossicodipendenza della ragazza, le sue terribili crisi d’astinenza e la determinazione a volersi tirar fuori dal mondo della droga irromperanno non solo nell’ambito della strana vicenda di Lorenzo, ma influiranno anche sulla sua mancata propensione alla crescita e all’apertura nei confronti del mondo esterno. Sarà quindi la struggente voglia di vivere di Olivia a spogliare Lorenzo del suo egoismo e dalle sue paure.

Ammaniti, che da sempre nei suoi racconti utilizza parole come fotografie, descrive attraverso i suoi personaggi due possibili implicazioni della fragilità umana, dei suoi infiniti modi di declinarsi, che, incontrandosi e scontrandosi, danno vita a un cortocircuito in grado di causare una decisa inversione di rotta nelle due esistenze.

Tutto ciò viene raccontato attraverso uno stile che si adegua agli stati d’animo del personaggio. Inizialmente giovanile, colloquiale, asciutto, per riuscire a renderne il cinismo, da un certo punto in poi sembra quasi “fiorire”, arricchendosi in maniera direttamente proporzionale alla messa in discussione personale di Lorenzo. Il racconto lungo di Ammaniti illustra bene quale sia la paura di molti adolescenti di oggi: il confronto, che implica il contatto con un altro universo, temibile in quanto sconosciuto.


L’AUTORE

Niccolò Ammaniti è nato a Roma. Ha pubblicato da Mondadori Nel nome del figlio, un saggio sull’adolescenza scritto insieme al padre (1995),Fango (1996) e Ti prendo e ti porto via (1999). Presso Einaudi sono usciti un suo racconto nell’antologia Gioventú cannibale (1996), i romanziBranchie (1997), Io non ho paura (2001) e Che la festa cominci (2009 e 2011), Io e te (2010) e la raccolta di storie a fumetti Fa un po’ male (2004), sceneggiata da Daniele Brolli e disegnata da Davide Fabbri. Dai suoi libri sono stati tratti film di successo, di importanti registi. È pubblicato in quarantaquattro Paesi e il suo sito ufficiale è all’indirizzo www.niccoloammaniti.com.

martedì
Nov 6,2012

Un luogo senza tempo. Un’anziana contessa russa. Una famiglia dal passato misterioso. L’invito a trascorrere l’estate nel castello di Roquenval, nel cuore della Francia, è per il giovane Boris l’inizio del viaggio. I ricordi d’infanzia, le amate letture, le amicizie, tutto diventa parte di una riflessione profonda sul tempo e sugli affetti, una sorta di prova generale dell’esistenza per prepararsi ad affrontare il futuro.

Roquenval è un luogo incantato e fuori dal tempo, dove il giovane Boris viene invitato a trascorrere l’estate da un amico. Qui, Boris, emigrato in Francia con i suoi genitori dalla Russia, ritrova il ricordo remoto della casa del nonno e inizia un’ansiosa ricerca delle proprie origini. La parabola struggente di Roquenval e dei suoi abitanti sembra indicare un’assorta riflessione sul ciclo inesorabile del tempo, che nemmeno il potere fantasmatico dell’immaginazione può sperare di interrompere. Breve parentesi nella vita di un giovane, l’estate a Roquenval è una sorta di prova generale dell’esistenza, che autorizza Boris, quando il momento è giunto, a tirare il sipario sulla scena del vecchio castello, per pensare alla propria vita.

A Roquenval, misteriosa e decadente dimora nobiliare dell’Ile-de-France, Boris viene invitato a passare l’estate dall’amico di liceo Jean-Paul e in questo luogo incantato e fuori del tempo, Boris ritrova il ricordo remoto della casa del nonno, in Russia, trasfigurato dalla suggestione di qualche pagina di Tolstoj, o di Turgenev, o di Cechov. Perché Boris è emigrato in Francia con i suoi genitori dalla Russia, come tanti personaggi della Berberova, e sangue rosso scorre anche nelle vene di Jean-Paul e della sua famiglia. Così, la frequentazione di Boris con la vecchia nonna del compagno si traduce nella ricerca ansiosa delle proprie origini. Ma oltre i confini di una specifica civiltà, la parabola struggente di Roquenval e dei suoi abitanti sembra indicare un’assorta riflessione sul tempo e sul suo ciclo inesorabile, che nemmeno il potere fantasmatico dell’immaginazione può sperare di interrompere e di fissare. Breve parentesi nella vita di un giovane, l’estate a Roquenval costituisce nondimeno una sorta di prova generale all’esistenza: l’esperienza dell’amore e dell’amicizia sembrano autorizzare Boris, quando il momento è giunto, a tirare il sipario sulla scena del vecchio castello, per pensare al proprio futuro. A questo sottile e amabile intrigo estivo, l’arte allusiva e insinuante della Berberova ha conferito i tratti di un piccolo capolavoro.

Nina Nikolaevna Berberova in russo: Нина Николаевна Берберова (San Pietroburgo, 8 agosto 1901 – Filadelfia, 26 settembre 1993) è stata una scrittrice russa.
Nacque l’8 agosto 1901 a San Pietroburgo, allora capitale dell’Impero Russo, figlia unica di Nikolaj Ivanovič Berberov, funzionario del Ministero delle Finanze e di Natal’ja Ivanovna Berberova, nata Karaulova.
Lasciata la Russia nel giugno del 1922 sull’onda della persecuzione operata dalla rivoluzione dei Soviet contro gli intellettuali, dopo alterne peregrinazioni si stabilì a Parigi nel 1925 dove rimase fino al 1950, anno in cui si trasferì negli Stati Uniti.
Degli anni francesi è la produzione letteraria più intensa dell’autrice tra cui “Bijankurskie prazdniki” (Биянкурские праздники, “Chroniques de Billancourt”, in edizione italiana “le feste di Billancourt”).
Negli Stati Uniti la scrittrice iniziò la sua carriera accademica dapprima alla Yale University e in seguito dal 1963 alla Princeton University, dove lavorò fino al 1971.
La storia di Berberova come scrittrice emigrée a Berlino prima, poi Parigi e negli Stati Uniti è da lei stessa descritta nell’autobiografia dal titolo “Kursiv moj”, (Курсив мой, “Il corsivo è mio”) pubblicata nel 1957. Degli anni berlinesi è la biografia di Čajkovskij (Il ragazzo di vetro, 1936) forse il più interessante approfondimento psicologico della complessa personalità dell’artista.
La Berberova è da molti considerata il cantore della melanconica vita degli emigrés russi, transfughi dalla rivoluzione, incapaci di adattarsi alla dura realtà di una nuova vita lontani dalla madre patria e perduti nel sogno di un passato incantato, in una Russia spesso più immaginata che reale.
Tornò una sola volta in Russia, per un soggiorno di alcune settimane, nel 1989, pochi anni prima di morire.
Morì il 27 settembre 1993 a Filadelfia in seguito alle complicazioni di una caduta.

martedì
Nov 6,2012

È Carmine Abate il vincitore della 50a edizione del  Premio Campiello, con il suo romanzo ”La collina del vento”, edito da Mondadori. Calabrese di nascita, cresciuto ad Amburgo, e attualmente residente in Trentino, Abate esordisce nella letteratura in Germania nel 1984 e da allora tra poesie, racconti e romanzi, scrive e pubblica oltre 12 titoli. Dopo l’annuncio della vittoria, un commosso Abate ha dedicato il premio alla moglie e ai figli: “In questo cinquantenario del Premio è una responsabilità ancora più grande scrivere storie non solo intriganti ma impegnate come questa. Si tratta di un libro sulla memoria del passato che illumina il presente e sul passaggio di consegne fra padri e figli”.

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati.
Proprio i ricordi condivisi sulla “collina del vento” costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considera il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all’aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede.
Così, quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l’invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa straordinaria resistenza ai soprusi è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti.
Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire pezzo per pezzo un secolo di storia familiare che s’intreccia con la grande storia d’Italia, dal primo conflitto mondiale agli anni cupi del fascismo, dalla liberazione alla rinascita di un’intera nazione nel sogno di un benessere illusorio.
Carmine Abate dà vita a un romanzo dal ritmo serrato e dal linguaggio seducente, che parte da Alberto, il tenace patriarca, agli inizi del Novecento, passa per i suoi tre figli soldati nella Grande Guerra e per tutte le sue donne forti e sensuali, e giunge fino a Umberto Zanotti-Bianco, all’affascinante Torinèsia e all’ultimo degli Arcuri, uomo dei nostri giorni che sceglie di andare lontano. La collina del vento è la saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento potrà mai domare.

giovedì
Nov 1,2012

 

Descrizione del libro

“Io credo che, scavando abbastanza a fondo nei personaggi, si possa renderli veri quanto basta da farli sembrare inventati. È ciò che voglio: evocare il romanzesco che scorre sotto la superficie della realtà”. Il padre del New Journalism in quattro racconti da maestro, fra fiction e autobiografia. Dai gatti di Manhattan a Joe Di Maggio, un ritratto vibrante e malinconico dell’America.

 

 

 

Gay Talese (Ocean City, 7 febbraio 1932) è uno scrittore statunitense di origini italiane (suo padre era il sarto Joseph Talese, emigrato da Maida, Catanzaro, e sua madre Catherine De Paolo di Brooklyn, New York).
Ocean City era stata fondata da pastori metodisti ed era abitata in maggioranza da irlandesi protestanti. La sua famiglia gestiva un negozio per abiti da donna nella cittadina sulla costa atlantica. Talese ha scritto della storia della sua famiglia e del paese paterno nel romanzo Unto the sons (Ai figli dei figli) del 1992.
Talese si laureò all’Università dell’Alabama nel 1953. Iniziò a lavorare come reporter per il New York Times (dal 1953 al 1965) per poi passare al mensile Esquire. Con i suoi articoli fu tra i precursori del nuovo modo di fare giornalismo conosciuto poi come “New Journalism”.
In Honor thy father (Onora il padre) del 1971 Talese descrive l’ascesa e il declino del boss mafioso Joseph Bonanno.

 

A spasso con il mio sigaro e altri racconti

Gay Talese
Milano : Il Sole 24 Ore, 2012 (I libri della domenica ; 74)
79 p. ; 19 cm

EAN: 9771973564394 20074

Testi:

  • genere letterario: narrativa

 

Destinatari

adulti, generale

Classificazione

813.54 – NARRATIVA AMERICANA IN LINGUA INGLESE, 1945-1999

Collana

I libri della domenica

Nomi

Talese, Gay (Autore)

Soggetti

Genere: Racconti e romanzi brevi [Generale
  Contiene: New York è una città di cose che passano inosservate ; La stagione silenziosa di un eroe ; Quando avevo venticinque anni ; A spasso con il mio sigaro 

New York è una città di cose che passano inosservate:“New York è una città di cose che passano inosservate. In questa città i gatti dormono sotto le auto parcheggiate, due armadilli di pietra si arrampicano su per i muri della cattedrale di San Patrizio e migliaia di formiche si radunano in cima all’Empire State Bulding. Probabilmente sono stati gli uccelli o il vento a portare lassù le formiche, ma nessuno lo sa per certo; a New York nessuno sa delle formiche più di quanto sappia dell’accattone che prende sempre il taxi per la Bowery, o del signore azzimato che fa la cernita dei rifiuti feugando nei cestini della Sesta Avenue, o della medium sulla west seventies che proclama – Sono chiaroveggente, chiaroudente e chiarosenziente…..”

 

La stagione silenziosa di un eroe: “Non er4a ancora primavera, la stagione silenziosa che precede la pesca del salmone, e i vecchi pescatori i San Francisco erano occupati a ridipingere le barche o a riparare le reti, oppure se ne stavano seduti al sole a chiacchierare tranquillamente fra loro, a guardare l’andirivieni dei turisti e a sorridere, quando, come adesso, una ragazza carina si fermava a fotografarli…..”

 

Quando avevo venticinque anni: “Quando avevo venticinque anni davo la caccia ai gatti randagi in giro per Manhattan. Li seguitivo mentre rovistavano in cerca di cibo nelle discariche cittadine, sul retro dei mercati del pesce e del pollame, sui moli infestati di ratti lungo il fiume Hudson; e ricordo di aver trascorso il mio venticinquesimo compleanno in un tunnel buio sotto il Grand Central Terminal a osservare decine di gatti sibilanti contendersi gli avanzi del pranzo lasciato lì poche ore prima da alcuni operai della metropolitana…..”

 

A spasso con il mio sigaro: “Tutte le sere dopo cena, in compagnia dei miei due cani, vado a fare un giro in Park Avenue per portare a spasso il mio sigaro. Il sigaro è dello stesso colore dei cani, e i cani sono attratti dal suo aroma; mentre lo accendo, prima della passeggiata, mi saltano su per le gambe con le narici dilatate e gli occhi concentrati, con lo stesso sguardo famelico di quando offro loro un biscotto per cani o un vassoio di saporiti tramezzini avanzati da uno dei nostri cocktail party. Se il mio sigaro non fosse così costoso, e se non fossi certo che lo divorerebbero, potrei anche lasciare che facessero un tiro, perchè sono sicuro che apprezzerebbero il piacere postprandiale più di molti miei amici…..”

 

lunedì
Ott 29,2012

Il ritratto feroce e graffiante della società italiana di fine Novecento, con i suoi tic e le sue ipocrisie, in una raccolta di detti, aforismi, definizioni e brevissimi apologhi. Scritti corrosivi che nel loro efficace sperimentalismo formale confermano l’arte di un grande scrittore, capace di coniugare impegno letterario e rinnovata passione civile.

Pubblicato nei 1991, “Le sabbie immobili” vinse nel 1992 il premio Satira politica, Sezione Letteratura, di Forte dei Marmi. Come già precisato si tratta infatti di una raccolta di detti, aforismi, definizioni, brevissimi apologhi che sotto l’aria ironica e un po’ sorniona dipingono un ritratto feroce e graffiante della società italiana di fine Novecento, con i suoi tic, le sue manie, le sue ipocrisie e lo scintillio di tutto ciò che, pur luccicando, non è certo oro. Questi scritti corrosivi, nel loro libero ed efficace sperimentalismo formale, ci restituiscono sia l’immagine di uno scrittore capace di coniugare impegno letterario e rinnovata passione civile, sia la fotografia di un paese ancora impantanato nelle “sabbie immobili”.

In Le sabbie immobili l’aforisma diventa definizione di una sitazione o di una persona, a partire dalla preziosa e rivelatrice ambiguità di una parola (“Epocale. Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno” oppure “Recitare. Come recita la guida, la legge, la didascalia. In un paese di attori, anche l’orario ferroviario recita”). Quella che Pontiggia descrive è una società con le sue manie, i suoi tic, le sue nevrosi, soprattutto le sue maschere e le sue ipocrisie. Come scrive ancora Ruozzi: “Pontiggia parla con i toni e il registro che gli sono propri: comici, equilibrati, leggeri, spietati. La sobrietà pungente della lingua e il sapiente dosaggio tra la fitta angoscia e l’incoscienza in cui sembrano vivere parecchi protagonisti di questo teatrino sociale rendono ancora più sconsolato il paesaggio di Le sabbie immobili“.

I «capitoli» di questo libro compongono una partitura ilare e feroce, una satira della società italiana – evocata nel titolo – che si sviluppa tra due poli: il linguaggio e il costume.

|Diciamo

PROBLEMA – Parola usata per dire che non c’è: non c’è problema. Variante euforica: no problem. Tipica di esistenze assillate da troppi problemi. Ha una funzione liberatoria e per questo ricorre anche quando non è il caso. Mi può portare in via Bixio? Non c’è problema. Poi ci si impiega cinquantacinque minuti. Questo è il problema.

|INCREDIBILE – Usato per attirare l’attenzione su ciò che stiamo dicendo, perciò usato continuamente. Suscita rassegnazione in chi lo ascolta, perchè non si tratta mai dell’incredibile, ma solo di ciò che è scarsamente credibile. Ho fatto un incontro incredibile (detto per «interessante»). Ma l’interesse di chi ascolta è già scemato. Ho conosciuto una donna incredibile. L’interesse è zero. Incredibile è, alla lettera, solo chi lo dice.

SIMPATICO – Riservato a oggetti pregiati, un arazzo fiammingo, un archibugio istoriato, una lucerna romana. Vorrebbe esprimere famigliarità con la cultura e il denaro, ma non ci riesce.

FILOSOFIA – Amata da dirigenti, imprenditori, allenatori. La nostra filosofia. Non è la filosofia che non sono riusciti a frequentare, ma la controfigura con cui possono andare a letto.

DICIAMO – Plurale humilitatis, diverso da quel “noi” maiestatis a cui gli studenti contrappongono un “io” insicuro. «Diciamo» è pacioso e bonario, tende a cooptare gli ascoltatori in affermazioni che riguardano solamente chi le pronuncia. Sornionamente democratico, modestamente capzioso, è usato da tutti, atleti, clinici, capiservizio. È il coro delle individualità negli anni Novanta.

IN QUALCHE MODO – Emergente, anzi emerso. In alcuni intellettuali avalla l’idea che, «in qualche modo», tutto si possa dire e che si possa dire tutto. Che la prigione è l’unico spazio libero che conosciamo. O che il presente è il ricordo del fututo. In qualche modo.

RILEGGERE – Si usa per i classici che si leggono per la prima volta.

EPOCALE – Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno.

| I neologismi euforici

Il problema del nostro tempo pare sia un altro neologismo, il “know how”, il sapere come.
È diventata una locuzione propiziatoria, una giaculatoria sedativa.
Non manca mai nelle riunioni cosiddette progettuali, dove, di fronte a una complicazione, c’è sempre chi annuisce: «È un problema di know how»; e ha l’impressione, condivisa da lui solo, di averlo in parte risolto
[ target ]
Così “target”, inteso come insieme dei consumatori, significava all’origine bersaglio; ma chi lo cita prova il brivido euforico di averlo già colpito.
Le connotazioni militari, insieme con l’immagine – triviale, ma efficace – della incorporata «targa», rendono questa parola irresistibile.

Sul pianeta in aeromobile

[…]
AEROMOBILE – Termine usato dagli altoparlanti negli aeroporti italiani, quando l’aereo ritarda. Esprime tecnicità, efficienza, rinnovamento.

ALLUCINANTE – L’aggettivo più comune nell’età degli allucinogeni. In Italia lo si può sostituire con normale. Una lettera impiega otto giorni da un quartiere all’altro? Normale. Una lettera impiega un giorno? Allucinante.

PRATICAMENTE – Avverbio prediletto per ridurre l’ignoto al noto. Popolare tra gli studenti. Praticamente il misticismo di Caterina da Siena. Praticamente ciò che non sarà mai pratico è pratico.

La stanza dei bottoni

EXECUTIVE – Chi dirige. In Italia non ha avuto lo stesso successo che manager, perché non richiama chi maneggia, ma chi esegue.

SOLDATI – Operatori di pace.

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Cataloghi e vizi

C’è un piacere più intenso, per chi ama i libri di antiquariato? Sì. È sfogliarne un catalogo.
Niente uguaglia la gioia di cercare – l’occhio concentrato e mobile del vizio – i titoli bramati, differendo spesso l’attimo fatale, per aumentare l’ebbrezza o attenuare la deluzione.

Sull’acquisto dei libri

1) Non acquistare i libri per leggerli questa sera. Ma acquista solo quei libri che, anche questa sera, avresti voglia di sfogliare. A volte ho acquistato libri pensando che in futuro mi avrebbero interessato. E me ne sono pentito. Da allora penso sempre alla ipotesi della sera.
2) Fidati degli aspetti cosiddetti superficiali: la copertina, la grafica, l’impaginazione, il titolo. Parlano come certe etichette sobrie di vini nobili. Mi è accaduto, seguendo le apparenze, di scegliere al buio e di scoprire per questa via autori, libri, editori. Sono solo i superficiali, diveva Wilde, che non si fidano della prima impressione.
3) Tra un libro “di” Einstein e un libro “su” Einstein scegli il primo. C’è più da imparare dalla oscurità di un maestro che dalla chiarezza di un discepolo. Gli scopritori di continenti hanno disegnato contorni sempre imprecisi delle coste, che oggi qualsiasi agenzia turistica è in grado di correggere. Preferisco chi ha scoperto i continenti.
4) Se un libro ti attira “veramente”, non badare al prezzo. È il modo più sicuro per fare debiti, ma anche per evitare le recriminazioni di una vita. Il rammarico per un acquisto sbagliato è niente in confronto all’angoscia per un acquisto mancato.

9) Quando il prezzo ti turba, pensa alla parola magica, alibi di
[…]

  

Giuseppe Pontiggia (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) è stato uno scrittore, aforista e critico letterario italiano.
Nasce da una madre attrice dilettante e da un padre funzionario di banca, e trascorre l’infanzia a Erba, nella campagna brianzola. In seguito, dopo la morte prematura del padre (1943), la famiglia si sposta a Santa Margherita Ligure e poi a Varese, infine definitivamente dal 1948 a Milano.
Pontiggia, mosso da innata propensione allo scrivere e da un desiderio irrefrenabile di conoscere l’universo attraverso i libri, probabilmente ereditato dal padre bibliofilo, scopre lo stile come felicità del linguaggio attraverso la lettura adolescenziale di Guy de Maupassant. Ultimato il liceo classico con due anni di anticipo, per necessità familiari e con grande senso di sacrificio comincia a lavorare in banca, e al contempo collabora fin dalla sua fondazione (1956) con la rivista d’avanguardia Il Verri diretta da Luciano Anceschi. La rivista Il Verri annovera tra gli altri anche Umberto Eco, Nanni Balestrini.
Contemporaneamente completa gli studi universitari e nel 1959 si laurea all’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi sulla tecnica narrativa di Italo Svevo. Lo stesso anno pubblica il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca, frutto d’una profonda insoddisfazione per la sua esperienza lavorativa e per un mondo che considera frustrante, pieno di adulti che non sono maturi. Grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che gli consiglia di dedicare più tempo alla narrativa, nel 1961 lascia l’impiego in banca e si dedica all’insegnamento serale.
Nel 1963 si sposa con Lucia Magnocavallo, e sei anni dopo diviene padre di Andrea.
Il tempo libero consente a Pontiggia di approfondire letture, interessi ed esperienze in molteplici direzioni. Pontiggia inizia una collaborazione proficua con alcune case editrici: con Adelphi per la quale pubblica nel 1968 L’arte della fuga, e con la Arnoldo Mondadori Editore con la quale collabora, sin dal primo numero del 1961, curando l’Almanacco dello Specchio, ampliando la sua attività di saggista e di critico e occupandosi di autori classici, quali Ausonio, Macrobio, Sallustio, Lucano, Bonvesin de la Riva, Francesco Guicciardini e anche di autori moderni e contemporanei (come Manzoni, Verga, Collodi, Morselli, Saba, Sinisgalli, Porta, Ruffilli ecc.).
Nel 1978 pubblica con Mondadori il romanzo Giocatore invisibile che tratta d’una polemica feroce tra due filologi: il tema gli era stato suggerito da una lettura su una rivista di studi classici. Nel 1983 il tradimento di un infiltrato in un gruppo clandestino comunista sarà il filo conduttore del romanzo Il raggio d’ombra. Negli anni ottanta organizza una serie di incontri tenuti presso università e teatri italiani, incentrati sul linguaggio della prosa.
Pontiggia inizia a pubblicare raccolte di saggi di scrittura piacevole e arguta: Il giardino delle Esperidi (1984), a cui fanno seguito Le sabbie immobili (1991), L’isola volante (1996) e I contemporanei del futuro: viaggio nei classici (1998). Nella narrativa riesce a cogliere brillanti successi, di critica come di pubblico, vincendo tra l’altro il Premio Strega nel 1989 con La grande sera, il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri, il Premio Chiara alla carriera nel 1997, infine il Premio Campiello nel 2001 con Nati due volte, romanzo fortemente autobiografico da cui è stato tratto il film Le chiavi di casa. Durante questo periodo felice, riesce a prestare attenzione a suoi vecchi lavori, ampliando o ripubblicando alcuni dei suoi precedenti libri.
Oltre al film citato di Gianni Amelio, da Vite di uomini non illustri Mario Monicelli trae il film Facciamo paradiso, mentre nel 1989 il musicista Marco Tutino scrive Due arie per soprano e pianoforte su due testi di Pontiggia.
Tra gli autori stranieri che ha presentato Herman Hesse, Isaac Bashevis Singer, Rex Stout, E.M. Forster, Valery Larbaud, Seamus Heaney ecc.
Muore a Milano il 27 giugno 2003, colpito da collasso circolatorio mentre è ancora in piena attività

sabato
Ott 20,2012

I  protagonisti di questi racconti spesso si sentono persi nei luoghi in cui sono nati e cresciuti, appaiono tormentati da un senso di isolamento oppure ossessionati dal pensiero della morte imminente ma ancora spinti dal desiderio e combattuti tra voglia di libertà e doveri familiari.
Cercano un ultimo contatto con la vita, e John Updike li coglie nella loro distanza dal mondo, ma anche capaci di preservare ciò che ormai è cancellato.

MAROCCO: “La litoranea saliva e scendeva con dolcezza, ma rispetto alle autostrade americane era stranamente vuota… – Je le regrette beaucoup – dissi al direttore dell’hotel di Restinga, un giovanotto in maglione azzurro che vagava per l’albergo chiudendo le porte spalancate dal vento,  <<mais il faut que nous partirons. Trop de vent, e pas de bain de la mer.>>. <<Trop de vent>> concordò lui con una risata, quasi rassicurato nello scoprirci meno folli di quel che eravamo sembrati. <<Les enfants sont malheureux, aussi ma femme. Je regrette beaucoup de partir. L’hotel, c’est beau, en été.>> Avrei dovuto usare il congiuntivo o il futuro, e smetterla con quei tentativi di giustificarmi.

I  GUARDIANI: “Il tenero cervellino del piccolo Lee affiorò alla consapevolezza di sé in una casa con quattro adulti, dove i tappeti sapevano di suola di scarpe…” “…Nonnino era straordinariamente vecchio, persino quando Lee era piccolissimo…”

L’ESPANSIONE ACCELERATA DELL’UNIVERSO: “… ma la realtà, scoperta da due squadre indipendenti di ricercatori, sembrava essere ben diversa: le profondità dello spazio, oltre a non manifestare alcun segno di rallentamento nella velocità delle galassie più lontane, evidenziavano piuttosto una sensibile accelerazione…”

BICCHIERE PIENO: “Avvicinandomi agli ottanta, mi capita a volte di vedermi da una certa distanza, come un uomo che conosco, ma non intimamente. Di solito non so che farmene dell’introspezione. Il mio mestiere degli ultimi trent’anni, levigare e lucidare parquet (un’attività svolta da solo, con un camioncino bianco, uno Spartan Chevrolet, attrezzato di smerigliatrici elettriche di varie misure, rotoli e dischi di carta abrasiva in tutti i suoi diversi gradi scalati di ruvidità, contenitori da quattro litri pieni di poliuretano e solvente, e pennelli di ogni genere, dalla massiccia pennellessa larga una spanna al pennellino diagonale da cinque centimetri per gli angoli più difficili e le soglie tagliate su misura col seghetto alternativo….”

 

John Updike (Reading 1932 – Danvers 2009) dopo la laurea all’Harvard College e un breve periodo in Gran Bretagna pubblica sul “New Yorker” poesie, racconti e articoli di critica letteraria. Il successo arriva con i romanzi dedicati al personaggio di Rabbit, da Corri, Coniglio (1960) fino a Riposa Coniglio (1990). Ineguagliato cantore e interprete della realtà media americana, vince numerosi premi tra cui il Pulitzer e il National Book Award, e il Premio O. Henry per i racconti. Tra le sue opere narrative, Le streghe di Eastwick (1984), da cui è tratto l’omonimo film diretto da George Miller e interpretato da Jack Nicholson, Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer.

venerdì
Ott 12,2012

 

“Siamo come mosche che annaspino verso l’orlo del piattino”. L’inquietudine di Wirginia Woolf, la sensibilità della sua prosa, la limpidezza del suo stile in sette racconti che confermano la pienezza di una vocazione letteraria assoluta: donne e uomini in lotta con il destino e i propri tormenti interiori per una promessa di felicità.
“La vedova e il pappagallo: una storia vera” è esemplare, in questo senso.
Si racconta dell’eredità ricevuta da un’anziana vedova, la signora Gage, di scarsi mezzi e molta immaginazione. Eredità che, a prima vista, sembra essere una presa in giro: una vecchia catapecchia isolata e un pappagallo parlante.
La povera vecchia, pure zoppa ad una gamba, sta per tornarsene con le pive nel sacco quando si accorge che la casa sta andando in fiamme. Preoccupata per la sorte del pappagallo, torna indietro e lo prende con sé. Sarà proprio il pappagallo ad indicarle dove è nascosto il tesoro lasciato dal fratello.
I due, vedova e pappagallo, concluderanno felicemente la loro vita: “quanti si recano a Rodmell possono ancora vedere le rovine della casa bruciata cinquant’anni fa, e si dice comunemente che, se le visitate al chiaro di luna, potete sentire un pappagallo che picchietta con il becco sul pavimento di mattoni, mentre c’è chi sul luogo ha scorto una vecchia seduta con il grembiule bianco”.
Motivi, personaggi, svolte improvvise, tormenti segreti (come quello che riguarda un abito poco adatto all’occasione) sono quelli suoi canonici, tutti elementi riconoscibili per il lettore abituale della Woolf, ma ancora allo stadio grezzo, a volte puro, di quando un’idea prende forma.

“L’abito nuovo”:
“…Ma cara, è assolutamente incantevole!”, esclamò Rose Shaw, squadrandola dalla testa ai piedi con quella piccola increspatura ironica delle labbra che Mabel si aspettava… essendo Rose, da par suo, vestita all’ultima moda, esattamente come chiunque altro, sempre. Siamo come mosche che annaspino verso l’orlo del piattino, pensò Mabel, e ripetè quelle parole come se stesse facendosi il segno della croce, o cercando di trovare una formula magica per annullare quel tormento, per rendere sopportabile quell’agonia…”

“Felicità”:
“Assolutamente da solo”, ripetè la signora Sutton. Era questo che non riusciva a concepire, disse con uno scatto di disperazione della testa bruna dalla chioma lucente: essere felici perfettamente da soli. “Si”, disse lui. Nella felicità c’è sempre questa sorta di incredibile esaltazione. Non è buon umore; né rapimento; né sono gli elogi, la fama o la salute (non poteva camminare due miglia senza sentirsi spossato), è uno stato mistico, non battezzato fosse e tutto il resto, aveva sospettò, qualche affinità con la vocazione che spingeva gli uomini a farsi preti….”

“Un riepilogo”:
“…Adesso pareva che durante la conversazione a cui Sasha non aveva quasi dato ascolto, Bertram fosse arrivato alla conclusione che il signor Wallace gli era simpatico, ma non sua moglie, benché la trovasse “molto intelligente, senza dubbio”.

“La signora nello specchio: un’immagine riflessa”:
“…E le lettere e il tavolo e il sentiero erboso e i girasoli rimasti in attesa nello specchio si allargarono e si aprirono a riceverla. Alla fine eccola nell’atrio. Si fermò di colpo. Indugiò accanto al tavolo. Era perfettamente immobile. Subito lo specchio prese a inondarla di una luce che parve fissarla; era come se un qualche acido mangiasse via l’essenziale e il superficiale lasciando sopravvivere soltanto la verità. Fu uno spettacolo affascinante. Tutto fluì via da lei – nuvole, abito, cesto, diamante – Rimase solo il compatto muro sottostante. Ecco la donna in sé. Era nuda in quella luce impietosa. Ma non conteneva nulla. Isabella era perfettamente vuota. Non aveva pensieri. Non aveva amici. Non si curava di nessuno. Quanto alle lettere, erano tutte fatture. E si badi: mentre era là, vecchia e spigolosa, venata e piena di rughe, con il naso alto e il collo grinzoso, non si dette nemmeno la pena di aprirle. Non bisognerebbe lasciare specchi appesi nelle stanze”.

“Scene dalla vita di un ufficiale di marina britannico”:
“Le acque agitate del Mar Rosso turbinavano davanti all’oblò; di tanto in tanto un delfino usciva dalle onde con un gran balzo o un pesce volante tracciava un arco di fuoco a mezz’aria. Il capitano Brace sedeva nella sua cabina con una carta nautica aperta davanti a sé sul vasto uniforme ripiano del tavolo….”

“Lappin e Lapinova”:
“Erano sposati. La marcia nuziale risuonò. I piccioni volarono. Ragazzini in giacche di Eton lanciarono il riso; un fox terrier trotterellò sul sentiero; e Ernest Thorburn condusse la propria sposa all’automobile attraverso la piccola folla di curiosi del tutto estranei che a Londra si raccoglie sempre attorno alla felicità o all’infelicità del prossimo….”

 

 « Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? »
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)

Adeline Virginia WoolfAdeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.

Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”.

venerdì
Ott 5,2012

TI SENTO GIUDITTA: Quando Amedeo Brovelli se ne stava immobile sul molo ad inseguire con l’ olfatto ogni tipo di piacere, donne comprese L’ uomo che assaporava gli odori: una delle magnifiche invenzioni di Chiara Piero Chiara, scomparso nell’ ultimo giorno del 1986, fu uno degli scrittori più popolari e amati dal pubblico italiano. I suoi libri sono stati tradotti in 14 Paesi con oltre cinque milioni di copie vendute. In una serata in suo onore, quando gli fu chiesto: «Il suo scritto migliore?» rispose secco: «Ti sento, Giuditta, quel conturbante odore di femmina, indispensabile ingrediente della vita». È la storia di Amedeo Brovelli, ex commerciante. Nelle giornate di tramontana stava fermo per ore intere sul molo, coi capelli grigi arruffati dal vento. Un ragazzo ricorda: «Incuriosito, gli passavo davanti e lo osservavo. A volte aveva gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra. Fui il solo ad accorgermi di quella sua abitudine e a notare che la sua estasi coincideva con i giorni di vento». Il Brovelli finì col prendere in simpatia quel ragazzo, e cominciò a portarlo con sé come rematore, quando pescava. Un giorno, sul molo, gli disse: «Mettiti come me, con le spalle al vento». Il ragazzo obbedì. «Alza un po’ la testa. Respira lungo e adagio. Senti niente?». «Niente». Lui invece sentiva, perché socchiudeva gli occhi estasiato e mormorava: «Le vacche, i boasc, i boasc». Riapriva gli occhi, e dopo un po’ : «Il pane, il pane, a Cannobio! Il pane fresco!». Nel vento, Brovelli sentiva l’ odore del pane che in quel momento usciva da un forno a Cannobio. «Bravo» gridò il Brovelli. «Proprio michette!». D’ un tratto, sentirono l’ odore del tabacco che usciva dalla fabbrica dei sigari a Brissago, sulla sponda svizzera. Il ragazzo gridò: «I toscani! I toscani di Brissago!» E fu la prova che prima non aveva ammesso di sentire il pane solo per compiacerlo. Era davvero una gran giornata, una mattina di inizio primavera, quando gli odori sono ancora pochi e si possono distinguere nettamente. «È tanto», chiese il ragazzo «che lei sente questi odori?» «Sono trent’ anni», rispose il Brovelli. Rimase un po’ assorto, poi, spalancando gli occhi, cominciò a tremare come se il vento gli penetrasse sotto i panni. «È qui» disse in un soffio; a occhi chiusi, si appoggiò al molo infiacchendosi tutto, quasi sul punto di venir meno. Il ragazzo cercò di cogliere il nuovo odore; lo avvertiva, ma non riusciva a distinguerlo. Guarda il Brovelli; e lui faceva cenno di no con la mano, che non poteva dirgli di che odore si trattasse. Dopo avergli fatto segno di allontanarsi, cominciò a parlare sottovoce. Si distingueva solo qualche parola: «Ti sento…Ah che roba! Giuditta…». Strizzava gli occhi ed era tutto concentrato nel naso. Dopo qualche minuto lo raggiunse sotto le piante e prendendolo per un braccio gli disse severamente: «Tu non puoi avere sentito. Sei ancora un ragazzo». Anni dopo, quando il Brovelli ormai non c’ era più, il ragazzo, fattosi adulto, passava giornate intere sul molo per risentire gli odori; ma, avesse dimenticato la posizione esatta o l’ angolo giusto, non gli riuscì di sentire mai altro che «l’ odore dell’ acqua e quasi di luce che ha sempre il vento al mio paese». “… Questo viene da Locarno – disse – Venti chilometri! Qui, vicino alla torretta, siamo nell’angolo giusto per sentire Locarno. Che caffè!”
IL BOMBARDINO DEL SIGNOR CAMILLO: “… Una mattina, vidi dal mio balcone un autocarro fermo davanti a casa. Due uomini caricavano dei mobili. Sopra la catasta degli armadi, dei tavoli e delle lettiere, venne collocato il semicupio…”
IL PRETENDENTE MENADO: “… In quella terza esplorazione della penisola iberica, giunto a Barcellona, decisi d’imbarcarmi su di una nave in partenza per Cadice. Volevo portarmi al Sud senza fatica, cioè senza lunghe giornate di treno, ed anzi godendo il mare e lo spettacolo delle coste…”
DAL FONDO DELLA MIA TIMIDEZZA: “…Il giorno che conobbe me, Corvallo era, contrariamente al solito, di buon umore. Appoggiato al banco del farmacista e tenendo d’occhio la macchina dentro la quale aveva lasciato la moglie, mi interpellò bonariamente: come si vive in questo paese?…”
IL POVERO TURATI: “…E’ difficile ricordare l’anno. Il ventennio era appena incominciato e Segretario del Partito era Augusto Turati. Un brav’uomo dicevano, la cui moglie continuava a fare la maestra nonostante che lui fosse a quel posto…”
O SOFFIO DELL’APRIL: “…Era, il Chiappini, insieme al basso Basilio Prodi, al tenore Socrate Caceffo e al baritono Taurino Parvis, uno dei quattro cantanti d’opera che avevano scelto la nostra città per ritirar visi a carriera finita o interrotta…”
FINE A MEZZANOTTE: “…Di questi tempi si parla spesso di esplosioni che potrebbero estinguere la vita sulla terra, e di guerre che riuscirebbero distruttive per l’umanità intera;…”
Dice Piero Chiara: “Scrivo per divertirmi e per divertire: se mi annoiassi a raccontare, starei zitto, come starei zitto se sapessi che i lettori si annoiano ad ascoltare o a leggere i miei racconti. Qualche volta faccio ridere, o meglio sorridere e qualche volta commuovo il lettore o lo faccio impietosire con le mie storie. Mi sembra giusto, anzi normale: se ride alle mie spalle o a quelle dei miei personaggi o se si impietosisce ai nostri casi, vuol dire che ho colto nel segno: mi sembra che raccontandogli la storia di un uomo, con le sue miserie, le sue fortune e la sua stoltezza, in fondo gli conto la sua storia”.

Piero Chiara nacque nel 1913 a Luino, dove il padre Eugenio aveva trovato da lavorare come doganiere. Quest’ultimo era originario di Resuttano, in provincia di Caltanissetta, mentre la madre, Virginia Maffei, proveniva da Comnago, paese sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.
Coetaneo ed amico di Vittorio Sereni, studiò, non certo con diligenza e costanza, in diversi collegi religiosi. Solo nel 1929 ottenne il diploma di licenza complementare e in verità completò la propria formazione culturale da autodidatta. Dopo aver trascorso un periodo viaggiando per l’Italia e la Francia, nel 1932, più per accontentare i famigliari, trovò un impiego nella magistratura come “aiutante di cancelleria”. Nel 1936 sposò la svizzera-tedesca Jula Scherb da cui ebbe anche un figlio, Marco. Il matrimonio, tuttavia, finì dopo poco tempo.
Dopo la breve chiamata alle armi, nonostante il suo disinteressamento alla politica, fu costretto a fuggire in Svizzera (1944) in seguito ad un ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista per aver messo, il 25 luglio 1943 alla caduta del Fascismo, il busto di Mussolini nella gabbia degli imputati del tribunale in cui lavorava. In Svizzera visse in alcuni campi in cui venivano internati i rifugiati italiani. Finita la guerra, insegnò lettere al liceo italiano dello Zugerberg e l’anno dopo tornò in Italia.
Inizia un periodo di fervida inventiva e continua creatività.
Nel 1970 Piero Chiara ha un ruolo di attore in Venga a prendere il caffè da noi, film diretto da Alberto Lattuada e interpretato da Ugo Tognazzi, tratto dal suo romanzo del 1964 La spartizione, per il quale collabora anche alla sceneggiatura.
Il suo successo culmina nel 1976 con il capolavoro La stanza del vescovo che diventerà immediatamente un film di grande successo diretto da Dino Risi e interpretato anch’esso da Ugo Tognazzi, insieme a Ornella Muti.
Spesso appare come comparsa o recitando in piccole parti nei film tratti dai suoi romanzi, per esempio proprio come cancelliere del tribunale in La stanza del vescovo.
Morirà dieci anni dopo, a Varese, dopo aver anche ricoperto numerosi incarichi nel Partito Liberale Italiano anche a livello nazionale , fu inoltre affiliato alla Massoneria nelle logge di Varese, Milano e Como
Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Paragonato spesso al collega Giovannino Guareschi, narratore della bassa padana, Chiara dipinge i tratti della vita dell’alta Lombardia e dei cantoni svizzeri: una vita di frontiera, fatta di spalloni e contrabbandieri, briganti e fuggiaschi, ma soprattutto della piccola borghesia e di personaggi quotidiani.
Amante del biliardo e dell’ozio, molti personaggi saranno in parte autobiografici. Così scopriremo gli altarini del pretore di provincia o della moglie del commercialista che si fa curare dal medico del paese. Storielle ben narrate, che scorrono veloci tra le righe, talmente ben congegnate, che non ci persuadono non esser vere. Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari: Chiara descrive caratteri e situazioni, non indulge a cedimenti morbosi. Traspare dalle sue pagine un senso di nostalgia che non è un patetico desiderio di tornare indietro (come in Guareschi), ma la disincantata consapevolezza che questo ritorno non è realizzabile. L’amarezza dello scrittore emerge soprattutto nelle ultime opere, da “Il cappotto di astrakan” a “Vedrò Singapore?”, fino al postumo “Saluti notturni dal Passo della Cisa”, disillusa storia di provincia ispirata a un fatto di cronaca.
Chiara, oltre che uno scrittore di grande successo, fu uno dei più noti studiosi della vita e delle opere dello scrittore e avventuriero Giacomo Casanova. Pubblicò molti scritti sull’argomento che raccolse poi nel libro “Il vero Casanova” (1977). Curò, per Mondadori, la prima edizione integrale, basata sul manoscritto originale, dell’opera autobiografica del Casanova: Histoire de ma vie. Scrisse anche la sceneggiatura dell’edizione televisiva (1980) dell’opera di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova.

mercoledì
Ott 3,2012

La giovane Maria. Un predicatore visionario. Una “vecchia fanciulla”…I personaggi di Döblin, considerato tra i maggiori scrittori tedeschi del Novecento, sono anime inquiete, sospinte da una permanente vocazione alla metamorfosi, “animali delicati e schivi” che vagano da uno stato di lucidità alla follia. Nell’incontro primordiale di desiderio e realtà si svela la natura tragica dell’esistenza.

L’Immacolata Concezione: scritto intorno al 1902-1903, il racconto era inserito originariamente nella prima versione di Worte und Zufalle, Der schwarze Vorbang (Parole e casi. Il sipario nero), il primo romanzo di Doblin. Fu poi espunto dall’autore già nella seconda versione in vista della pubblicazione del romanzo a puntate nel 1912, e poi in volume nel 1919. La prima pubblicazione del testo in forma di racconto autonomo avvenne su “Der Sturm” nelo dicembre del 1911. “Maria camminava pallida e con sguardo assorto tra le erbe umide, basse. Dove il fogliame diventava alto e folto, Maria cercava un albero dai larghi rami che si ergeva solitario dietro a un fitto intrico di cespugli, in un boschetto che gli uomini evitavano. Il verde delle fronde si fondeva con le seriche ombre dell’aria; e lì sotto quella cortina, sbocciavano corpi di fanciulle allacciati nell’amore, corpi bronzei, rosei, dorati o candidi come la neve…..”

Astralia: Il racconto fu scritto nell’ottobre del 1904 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel settembre del 1910. “Il signor Gotting, Adolf Gotting, libero studioso, domiciliato in Albrechtstrasse 15, terzo piano a destra presso la signora Schulke. E’ seduto su un dicano in camera sua e si riscalda al tepore della lampada. Un ometto dimesso dal viso raggrinzito, giallognolo, gli occhi esaltati e una voce flebile, concitata. Le sue dita giocherellano con le frange della coperta di lana marrone che tiene adagiata sulle gambe sottili….”

La vecchia signorina e la morte: Il racconto fu scritto a Freiburg nel 1905. Fu il primo a essere pubblicato sulla rivista “Das Magazin” nel gennaio del 1908. “La magra signorina dai capelli grigi aveva spostato i vasi di giacinti, appoggiato il gomito sinistro al davanzale della finestra e sedeva curva, nel riverbero della neve. Fuori, in giardino, un biancore accecante, interrotto da tracce di passi, si scioglieva lentamente al sole del meriggio; sottili rivoli nerastri stillavano attorno agli alberi…”

La porta sbagliata: Sulla base degli appunti di lavoro di Doblin, il racconto fu scritto con ogni probabilità tra il 1908 e il 1910. Fu pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel marzo del 1911. “Verso le quattro del mattino la sentinella appoggiò il fucile contro l’alto muro del piazzale della caserma, titò la catenella per spegnere l’ultimo lampione a gas, con il fez calato sul viso e la fronte rivolta alla Mecca mormorò la breve preghiera del mattino…

La veleggiata: Il racconto fu scritto presumibilmente nel 1910, dopo un viaggio di Doblin a Bruxelles e a Ostenda e venne pubblicato per la prima volta sulla rivista “Der Sturm” nel luglio del 1911. “La diga di Ostenda era immersa nella luce folgorante del meriggio. Nei loro abiti eleganti, le persone ridevano e si passavano accanto sull’ampia passeggiata a mare. Le finestre degli stabilimenti balneari mandavano un lieve bagliore nel riverbero dell’acqua sconfinata. Il rombo incessante del mare rifluiva dai moli, riprendeva forza, si smorzava di nuovo senza posa…”

La metamorfosi: Il racconto fu scritto probabilmente nella primavera del 1911 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nell’agosto del 1911. Durante la stesura di questa novella, all’ospedale Urban di Berlino Doblin aveva conosciuto la studentessa di medicina Erna Reiss, che diventerà sua moglie nel gennaio del 1912. Nello stesso periodo, proprio nei mesi del fidanzamento, si situa anche l’evento traumatico della nascita del figlio illegittimo dello scrittore, nato dalla sua relazione con la giovane infermiera Frieda Kunke. Numerosi critici hanno dato rilevanza a questo sfondo biografico nell’interpretazione della struttura simbolica del testo. “I primi anni di matrimonio di quei due, la regina e il principe sposo, erano trascorsi tempestosamente. Ma quando il bimbo, l’erede al trono, ebbe fatto sentire il suo grido nel vecchio castello, i battenti di ferro del portone laterale si aprirono…”

Il terzo: Il racconto fu scritto probabilmente intorno all’estate del 1911 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel settembre dello stesso anno. “Il famoso ginecologo di Boston dottor William Converdon il 14 aprile pubblicò su “Le notizie del giorno” un annuncio con cui cercava una segreteria…”

Döblin scrive indubbiamente bene, ma la maggior parte di questi racconti non mi hanno coinvolta. Sì, vi ho riconosciuto il clima teso e disorientato del mondo germanico dei primi del ‘900, l’ossessione della psicopatologia (“Prof. Unrat” di H. Mann, tanto Schnitzler, ecc.), la fuga nello scenario dei regni da operetta (v. “Altezza reale” di Th. Mann), ecc. (fa impressione nel racconto “Astralia” che il protagonista, profeta di una nuova era, si chiami Adolf, anche se non ha il successo del più truce omonimo); però spesso i passaggi sono bruschi e poco motivati, in altri passi l’insistenza tira i nervi. Sicché alla fine l’unico che mi abbia abbastanza convinto è il primo (“Immacolata concezione”), dove il misurarsi con la tradizione scritturale dà spessore alle pagine. Una nota a margine: per chi non sa il tedesco andrà ricordato che la morte, nelle lingue germaniche, è nome di genere maschile (ricordate “Il settimo sigillo” di Bergman?): solo così si spiega la tensione erotica presente nel terzo racconto (“La vecchia signorina e la morte”).

Alfred Döblin (Stettino, 10 agosto 1878 – Emmendingen, 26 giugno 1957) è stato uno scrittore e drammaturgo tedesco di origine ebraica; le sue opere sono caratterizzate da una forte critica verso la società.

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