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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Recensioni’ Category

venerdì
Ago 3,2012

Due dirigenti alle prese con un messaggio cardiaco “Per fortuna il funzionario commerciale sapeva fare il massaggio cardiaco”

Con frasi ridondanti, burocratiche, viene descritta in poche pagine una tragedia metropolitana. Due funzionari si incontrano nel grande garage della ditta. Valigetta, cravatta. Il più corpulento dei due fa un infarto, appena prima di salire in macchina. Si accascia a terra. La scena è al rallenty, e la padronanza, la virtuosità della scrittura di Wallace è totale. Assistiamo con i nostri occhi alla catasfrofe, questo è quanto. L’altro funzionario corre in soccorso del morente e comincia il massaggio cardiaco e la respirazione bocca  bocca. Uno, due, tre, quattro, soffio. E poi di nuovo: uno, due… alla fine del soffio, quando l’aria esce dalla gola del malato, il funzionario alza la testa e grida “Aiuto!” con tutta la sua forza. Ma sono in un grande garage sporco, la vita è molti piani più in basso. Non importa, il funzionario continua con il massaggio e la respirazione. Questo grido inutile, questo “Aiuto!” graidato nel vuoto, per un pò ha fermato anche il nostro, di cuore.


Un ragazzo ricco e i suoi amici punk “La ragazza dai capelli strani”

“La ragazza dai capelli strani” è una delle prime opere di David Foster Wallace. E’ una raccolta di racconti che non hanno un collegamento tra di loro, ma descrivono in maniera attenta e vigile le diverse caratteristiche della cultura americana. Un excursus interessante tra la cultura della televisione (Piccoli animali senza espressione, La mia apparizione) o quella pop-punk (La ragazza dai capelli strani), tra personalità sole, nevrotiche e alienate, nel mondo pubblico della politica (Lyndon) o privato di persone semplici e comuni (Dire mai).
Un modo di raccontare unico e non solo nel senso di difficile inquadramento, che lo rende di sicuro interessante e particolare, ma anche nel senso che dà l’impressione che il linguaggio cambi per ogni racconto, come in un tentativo (a mio modo di vedere riuscito) di far indossare alla particolare storia descritta l’abito che più le si adatta. In alcuni casi si può notare come la descrizione non è lineare ma ha degli scarti improvvisi oppure è un palleggiarsi di punti di vista con finali accennati, abbozzati o quasi inesistenti.
Un quadro quindi della cultura americana fatto con grande acume e con un linguaggio che dà l’impressione di entrare di taglio nelle problematiche per carpirne le più recondite ragioni.
Tanti gli spunti di riflessione che quest’opera offre perché diversi sono i temi affrontati così come tante le sensazioni che uno può ricercarvi. Riporto un passaggio, a mio modo di vedere interessante, sulla cultura della televisione e di come questa possa influire negativamente sulla persona. Parlando infatti dei telespettatori
La TV è arrivata a rappresentare tutto il loro universo emotivo, l’unica cosa che hanno, e in un certo senso il loro unico modo di definirsi come esistenti, come essersi dotati di un’identità distinta.
Wallace non è contro la televisione odierna, lui la vede semplicemente come un mezzo di espressione della decadenza dei nostri tempi. In un’intervista (allegata negli extra del libro) dice
La TV è solo un sintomo come tanti altri. Non è stata la TV a inventare il nostro infantilismo estetico così come non è stato il progetto Manhattan a inventare l’aggressività. Le armi nucleari e la TV hanno semplicemente intensificato le conseguenze di certe nostre tendenze, hanno alzato la posta in gioco.
Chiude la raccolta un racconto inedito. “La ragazza dai capelli strani” infatti esce negli Stati Uniti nel 1989. In questa edizione viene aggiunto un racconto inedito uscito sul New Yorker nel 2007 col titolo “Brave Persone”. Leggendolo si nota una discontinuità nel modo di rappresentare fatti e persone rispetto ai racconti propri della raccolta. Si tratta di un racconto di una certa delicatezza, di due giovani, di una scelta difficile e complessa, una narrazione lineare fatta in tono pacato e intimamente delicato.

Una famiglia distrutta dall’adulterio “Dire mai”

Qui si parla di un adulterio che distrugge volutamente e consapevolmente non solo un rapporto d’amore, non solo una famiglia ma una “costellazione” di persone, tutte le persone che sono legate all’uomo che rompe con la sua vita precedente di “bravo ragazzo”. Ma in questo breve racconto c’è lo spazio anche per altro: una delle più toccanti descrizioni che io ricordi della vecchiaia e delle emozioni d’amore in questo periodo della vita. Inoltre una invenzione da Wallace, la lettera con cui il marito fedigrafo comunica a tutti, tutti quelli della sua costellazione, quello che ha fatto: non so se Wallace si sia rifatto ad episodi reali, di cui ha avuto esperienza diretta o indiretta, ma il solo concepire una lettera del genere e il modo in cui lo scrive è, a mio parere, geniale:
“[…] non è desiderio né intenzione di codesta lettera apertamente sondativa, a) giustificare quelle attività libidinoso/genitali […]; o b) fornire una spiegazione delle stesse, giacchè la spiegazione di qualunque tipo di trasgressione inevitabilmente si metastatizza in giustificazione (vedi a)); ma piuttosto c) informare quelle parti sulle quali la mia esistenza e il comportamento che la definisce si presume possano avere un qualche effetto […]; e d) descrivere […] nonchè e) indicare le conseguenze prevedibili di tali attività per il mittente della presente, per le terze parti direttamente influenzate dalle sue scelte e per quelle terze terze parti le cui circostanze psichiche sono, in qualsivoglia misura, legate alle nostre.”

Tutti i racconti di questa raccolta sono tratti dal libro “La ragazza dai capelli strani” edito da Minimum Fax.

Dall’autore che il “New YorkTimes” ha definito “la mente migliore della sua generazione”, tre racconti ironici, feroci, di struggente bellezza, che illuminano con prosa brillante e iperbolica le crepe della società contemporanea.

Quando fu pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti, nel 1989, questa raccolta di racconti confermò David Foster Wallace (all’epoca già autore di un inconsueto romanzo, “La scopa del sistema”) come astro nascente della nuova narrativa americana: uno di quei rari talenti che, come dichiara la scrittrice Zadie Smith, è magistralmente in grado di “unire testa, cuore e viscere” nella sua scrittura. Dagli anni Sessanta di Lyndon Johnson al jazz patinato di Keith Jarrett al talk show dissacratorio di David Letterman, dai quiz televisivi ai ranch dell’Oklahoma, dagli yuppies ai punk, dai giovani matematici di Harvard ai proletari della provincia depressa, nelle sue storie “Wallace descrive e commenta l’intera cultura americana (e soprattutto le nevrosi, le ossessioni, le passioni, il disagio emotivo di tutto l’Occidente contemporaneo) con un’acutezza e un vigore avanguardistico che a distanza di vent’anni mantengono inalterata la potenza di questo libro”. Il volume contiene un racconto inedito dal titolo “Brave persone” uscito nel febbraio 2007 sul “New Yorker”.

David Foster Wallace

Wallace nasce a Ithaca, New York, il 21 febbraio 1962 da Donald Wallace e Sally Foster. Fino alla quarta elementare, Wallace ha vissuto a Champaign, Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove ha frequentato la Yankee Ridge School. Iscritto all’Amherst College, la stessa università del padre, si è laureato nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica, per poi frequentare il primo semestre del corso di filosofia presso l’università di Harvard, che abbandonò alla fine del 1989 dopo il ricovero alla clinica psichiatrica McLean’s. La sua tesi in filosofia sulla logica modale, intitolata Richard Taylor’s ‘Fatalism’ and the Semantics of Physical Modality, soggetto del saggio del 2008 del New York Times Consider the Philosopher, è stata premiata con il Gail Kennedy Memorial Prize. Nel 1987 ha ottenuto un Master of Fine Arts in scrittura creativa alla University of Arizona.

Ha insegnato alla Illinois State University per gran parte degli anni novanta e nell’autunno del 2002 è diventato professore di scrittura creativa e letteratura inglese al Pomona College, in California.

Il suo romanzo d’esordio, La scopa del sistema, si ispira alla sua seconda tesi universitaria, ed esce nel 1987. Il mondo della critica letteraria nota subito il talento di Wallace che, a soli venticinque anni, si distingue per il suo stile ironico, complesso e acuto. Nel 1989 esce negli Stati Uniti La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che tocca temi tipici di Wallace e viene considerata un suo manifesto poetico e stilistico.

Il secondo romanzo, Infinite Jest, esce nel 1996 e Wallace diviene in poco tempo un autore di culto internazionale. La rivista Time lo include nella lista pubblicata nel 2006 dei 100 migliori romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2006. Il romanzo, considerato il capolavoro dello scrittore americano, descrive la complessità della società contemporanea: le difficoltà nei rapporti interpersonali, l’uso delle droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo, dei media e dell’intrattenimento, l’esasperata competizione sociale, raccontata attraverso il tennis, sport praticato a livelli agonistici dallo stesso Wallace.

Definito dal New York Times un “Émile Zola post-millennio” e “la mente migliore della sua generazione”, la critica ha spesso paragonato David Foster Wallace ad autori celebrati come Thomas Pynchon, Don DeLillo, Vladimir Nabokov, Jorge Luis Borges. Considerato uno dei rappresentati della corrente letteraria Avantpop, ha ricevuto diversi premi, tra cui la MacArthur Fellowship.

Wallace è stato trovato dalla moglie, Karen Green, impiccato nel patio di casa sua a Claremont, in California, la sera del 12 settembre 2008.

mercoledì
Lug 25,2012
“La via dell’Angelo” è un breve racconto scritto da Elsa Morante nel periodo giovanile. E’ inserito nella raccolta intitolata “Lo scialle andaluso”.
… Antonia è una giovane ragazza che ha perso i genitori da piccola ed è stata messa in un convento gestito da tre suore. Il convento si trova in una via detta “dell’Angelo” per via di una grande statua di pietra, posta all’incrocio della via, che rappresenta un angelo. La statua ha due grandi ali ripiegate, è una figura decapitata e monca, in atto di avanzare su larghi piedi anneriti. Si era persa la memoria delle origini della statua, forse era un antico Gabriele, residuo di una chiesa distrutta, forse una vittoria, preda simbolica di battaglia, forse un Angelo che Dio aveva scacciato dal Paradiso per qualche colpa grave e condannato alla Terra. Quest’ultima era l’ipotesi più accreditata dalla leggenda popolare, secondo la quale l’angelo di notte si introduceva nelle case, assumendo svariate forme, rapiva le persone, soprattutto i fanciulli. Molti di coloro che passavano davanti alla statua si segnavano e dicevano una preghiera.
Antonia nel convento è una via di mezzo tra un’educanda, una pensionata e una servetta. A sedici anni Antonia è poco cresciuta, gracile, ha un viso pallido incorniciato dalle trecce nere e due occhi bigi.
Suor Maria Cherubina è anziana, piccola e rugosa, con una voce stridula, ed è addetta alle punizioni di Antonia. Suor Affabile è altissima, magrissima e diritta, ha un viso pallido, non sorride mai e il suo passo non ha suono. Suor Maria Lucilla è piccola e tondeggiante, ride e piange spesso e si occupa della cucina e degli altri servizi. Cuce di nascosto delle camiciole celesti e le ricama con piccoli e bianchi gigli. Antonia le indossa sotto la divisa nera.
Un giorno Antonia urta e rompe una santa lucerna. Suor Maria Cherubina la punisce e le impone di restare nella cappella dove ci sono tre angeli musicanti, il primo con la tromba, il secondo con l’arpa e il terzo con la mandola. Antonia spera che gli angeli inizino a suonare, ma ciò non succede. All’improvviso le compare davanti Suor Affabile che le impone di seguirla e porta Antonia in sagrestia dove la lascia al cospetto di un giovanetto malvestito. Egli propone ad Antonia di seguirlo e, mentre scendono nelle vie scure della città, cala la notte. Arrivano a una piccola e cupa stanzetta e qui il ragazzo impone ad Antonia di fare l’amore. Egli inizia a spogliare Antonia, disapprovando il nero della divisa e compiacendosi per la camiciola azzurra, disapprovando una suora che ricama camicie, anziché pianete. Antonia, senza provare vergogna per la sua nudità, si affaccia alla finestra e vede una verde valle e in cima alla montagna una casa solitaria, ricca di vetrate e altissime guglie le cui vetrate riflettevano bagliori mattutini e voli di rondini. Il ragazzo guarda la casa con sguardo infuocato e dice ad Antonia di non parlagliene più. Intanto anch’egli si spoglia e Antonia rimane ammirata dalla sua bellezza, ma rabbrividendo si accorge che le caviglie sono legate da grosse e pesanti catene di ferro. Antonia capisce che il ragazzo è la statua dell’angelo che ha assunto sembianze umane. Ha paura, ma è ipnotizzata dal profuno d’infanzia e di giardino che emana dalla pelle del ragazzo. Poi entrambi si distendono nel letto e si addormentano. Antonia si sveglia e, per paura di essere lasciata da sola, prende un pezzo dello spago che le lega le trecce e lo lega al polso dell’angelo. Antonia sogna di risalire una vertiginosa e girante scala. Ai piedi di essa c’è Suor Maria Lucilla che singhiozza e cuce pianete.
In questo racconto sono presenti elementi fantastici e simboli religiosi che conferiscono al racconto una cupa atmosfera.
“Pieni d’incantesimo nel senso più profondo della parola” scrive Giorgio Caproni nel 1964 presentando questi racconti di Elsa Morante, tra l più importanti scrittrici italiane del Novecento, di cui ricorre nel 2012 il centenario della nascita.
La folle ossessiona di una nonna.
L’incontro con l’amore di un’orfana cresciuta in convento.
Il gioco segreto di tre fratellini.
Un compagno di classe misterioso.
L’animo infantile di una gran dama.
In cinque storie segnate da un’atmosfera fiabesca, la realtà lascia il posto al sogno e l’esistenza, per sfuggire al dramma, si nutre di magia.

Elsa Morante, da «narratrice nata», offre appassionatamente tutta la sua esistenza alla letteratura.

Nasce a Roma il 18 agosto del 1912: figlia di Irma Poggibonsi, maestra elementare ebrea, e di Francesco Lo Monaco. Cresce tuttavia in casa del padre anagrafico Augusto Morante, istitutore in un riformatorio per minorenni. Alla fine degli studi liceali, lascia la famiglia e va a vivere per conto proprio; ma la mancanza di mezzi economici la costringe ad abbandonare la facoltà di Lettere. Negli anni Trenta vive infatti da sola, mantenendosi con la redazione di tesi di laurea, dando lezioni private di italiano e latino, e in seguito collaborando a riviste e a giornali, tra cui il «Corriere dei Piccoli». Tra il 1939 e il 1941, inoltre, lavorerà assiduamente per il settimanale «Oggi». Nel 1936 conosce, tramite il pittore Capogrossi, Alberto Moravia che sposerà nel 1941. Nel ’41 viene pubblicato anche il suo primo libro, Il gioco segreto, in cui è raccolta una piccola parte della vasta produzione narrativa destinata ai giornali; mentre l’anno successivo appare il libro di fiabe Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, illustrato della stessa Morante. Le sue personali e familiari inquietudini, il suo appassionato gusto della finzione emergono già nel Diario, redatto dal 19 gennaio al 30 luglio 1938, ma pubblicato solamente nel 1990.

Con Moravia vive prima ad Anacapri e poi a Roma, in un piccolo appartamento in via Sgambati, dove nel 1943 inizia a scrivere il suo primo romanzo Menzogna e sortilegio, interrompendone tuttavia la stesura per seguire il marito, indiziato di antifascismo, sulle montagne di Fondi, in Ciociaria. Nell’estate del ’44 ritorna a Roma, ma intanto il suo complicato e difficile rapporto con Moravia alterna momenti di comunicazione intensa ad altri di distacco e malessere. In Elsa Morante, infatti, il bisogno di autonomia contrasta con una forte esigenza di protezione e di affetto. Allo stesso modo desidera e rifiuta la maternità, a cui rinuncia, ma di cui rimpiange, al tempo stesso, la possibilità perduta.

Nel 1948, dopo un primo viaggio in Francia e in Inghilterra, esce Menzogna e sortilegio, con cui vince il premio Viareggio. Moravia e la Morante, con il migliorare della loro situazione economica, si trasferiscono in un attico in via dell’Oca, che ben presto diverrà uno dei più frequentati ritrovi del mondo intellettuale romano. Nei primi anni Cinquanta la Morante tiene un nuovo diario, che presto interrompe. Collabora con la Rai, viaggia, scrive il racconto Lo scialle andaluso e lavora alla redazione del suo secondo romanzo L’isola di Arturo, che esce con notevole successo nel 1957, vincendo il premio Strega. Subito dopo visita con una delegazione culturale L’Unione Sovietica e la Cina. Nel 1959, durante un viaggio negli Stati Uniti, conosce il giovane pittore newyorkese Bill Morrow, con cui instaura un’intensa amicizia. Nel 1960, pur non abbandonando la residenza coniugale e il proprio studio ai Parioli, si trasferisce in un appartamento tutto per sé in via del Babuino. Viaggia con Moravia in Brasile e l’anno successivo, insieme anche a Pasolini, si reca in India. Nel 1962 si separa definitivamente dal marito e vive la tragica esperienza della morte dell’amico Bill Morrow, precipitato nel vuoto da un grattacielo. Gli anni successivi sono assai drammatici per la Morante, che pur continuando a viaggiare (in Andalusia, in Messico, nel Galles), appare tormentata dall’ossessione della morte del suo giovane amico e dalla minaccia della vecchiaia. Non solo, ma nella conferenza del 1965 Pro e contro la bomba atomica (uscita da Adelphi nel 1987) e nelle poesie de Il mondo salvato dai ragazzini (1968), si rileva anche una nuova forte inquietudine per i pericoli che minacciano l’umanità insieme ad un nuovo desiderio di intervento sul mondo. Nel 1974 esce, ottenendo un immenso successo popolare, ma suscitando diverse polemiche e riserve, il suo terzo romanzo La storia. Nel 1976 inizia la stesura del suo ultimo romanzo Aracoeli, che porterà a termine e pubblicherà solamente nel 1982, essendosi fratturata nel 1980 un femore. Dopo aver subito un intervento chirurgico, trascorre gli ultimi anni di vita a letto, non potendo più camminare. Nell’aprile del 1983 tenta il suicidio aprendo i rubinetti del gas, ma viene salvata da una domestica. Dopo un nuovo intervento chirurgico rimane in clinica, a Roma, dove muore d’infarto il 25 novembre del 1985.

lunedì
Lug 16,2012

Il mondo angusto e pacifico di un villaggio polacco viene scosso dall’insinuarsi del maligno: lussuria, menzogna, adulterio, sacrilegio prendono il posto della fede, conducendo la devota comunità alla rovina.

Il diavolo in persona racconta come è riuscito a trasportare gli abitanti del villaggio di Kreshev alla rovina; in particolare il quartetto dei personaggi principali, il marito, la moglie, l’amante e il suocero, che precipitano nell’abisso dell’abiezione, del castigo e della perdizione.

I contadini dormono di un sonno estremamente profondo, ma il demonio non consente alle loro giovani donne di riposare e le conduce, lungo i sentieri dietro le case, fino ai granai, dove i merciaioli ambulanti aspettano nel fieno. Cani abbaiano alla luna, galli cantano, ranocchie gracidano, le stelle in cielo guardano dall’alto e ammiccano e Dio stesso si appisola tra le nubi. L’Onnipotente è vecchio; non è cosa da nulla vivere in eterno.

Dal Premio Nobel Isaac B. Singer, una parabola yiddish sul peccato, il libero arbitrio e l’eterna lotta tra bene e male.

 

Isaac B. Singer

 

Isaac Bashevis Singer, spesso indicato semplicemente come Isaac B. Singer (Radzymin, 14 luglio 1904 – Miami, 24 luglio 1991), è stato uno scrittore polacco naturalizzato statunitense, autore di lingua yiddish; fu insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978.
Fu fratello di Israel Joshua Singer, presidente del Congresso ebraico mondiale.
Autore di racconti e romanzi, inizialmente in yiddish, poi tradotti in lingua inglese. Tra le sue opere si segnalano i romanzi Satana a Goray (1935), La famiglia Moskat (1950), La fortezza (1957), La proprietà (1969), Nemici. Una storia d’amore (1972), Shosha (1978), Ombre sull’Hudson (2000) e le raccolte di racconti Gimpel l’idiota (1957), I due bugiardi (1961), Un amico di Kafka (1970), Una corona di piume (1973) o La morte di Matusalemme (1988).

lunedì
Lug 16,2012

(la Repubblica, 15 luglio 2012)

UNA verità sconvolgente da tenere nascosta a tutti i costi perché potrebbe distruggere la Chiesa è custodita in un antico convento palermitano da un enigmatico sacerdote. Da qui nasce “Q. L’enigma del Messia”, prima fatica letteraria di Giuseppe Barcellona, perito tecnico con la passione per la letteratura. Un romanzo a sfondo storico che parte da un evento realmente accaduto e che sviluppa una trama che ci conduce in un viaggio emozionante tra presente e passato. Barcellona prende spunto dalla sorprendente scoperta, nel 1947, di alcuni manoscritti su pergamena e papiro di testi biblici ed extra biblici, in diverse lingue e conservati in anfore nascoste in numerose grotte a Qumran nel Mar Morto, e da qui dipana la vicenda tra realtà storica e fantasia. Gli ingredienti per tenere il lettore con il fiato sospeso fino alla fine ci sono tutti: pericolose sette, personaggi ambigui, segreti inconfessabili, morti misteriose, verità che devono cadere nell’ oblio. E tutto è reso ancora più appassionante perché a fare da sfondo è la nostra Palermo, la “città del Fiore”, che è stata scelta in un lontanissimo passato per proteggere un antico segreto che mina le basi della Chiesa e che può dimostrare l’ inganno che avrebbe perpetrato nel corso dei secoli. Un segreto, che nasce all’ origine del cristianesimoe della nostra città, che potrà essere svelato soltanto quando il Messia tornerà sulla terra per riportare in vita tutti i suoi seguaci che attendono da duemila anni il suo ritorno.

GIUSEPPE BARCELLONA, “ Q. L’enigma del Messia”, Edizioni La Zisa, Pagine 176, Euro 14,90

http://www.lazisa.it/barcellona_q_lenigma.html

www.lazisa.it

lunedì
Lug 9,2012

– Una donna non più giovane cerca marito in una sala da ballo.

– Un ragazzo che ha appena perso il padre ne scopre i segreti in un albergo di Dublino.

– Un giovanotto di campagna sposa la ragazza dei suoi sogni in seguito ad una misteriosa gravidanza.

Tre storie irlandesi animate da una malinconica tensione, mentre la vita scorre in queste esistenze all’apparenza ordinarie.

William Trevor nasce nel 1928 a Mitchelstown, in Irlanda, da una famiglia protestante. Laureato in storia al Trinity College, esordisce nel 1958 con “A Standard of Behaviour”.

Sette anni più tardi vince l’Hawrthornden Prize per “The Old Boys”.

Tra le sue opere pubblicate in Italia: “Giochi di ragazzi” (1976) “Marionette del destino” (1983) entrambi vincitori del Whitbread Award, e  “Il viaggio di Felicia” (1994), da cui nel 1999 è stato tratto l’omonimo film di Atom Egoyan con Bob Hoskins.

E’ stato definito dal “New Yorker” il più grande scrittore vivente di racconti in lingua inglese.

“UN ALTRO MARE” DI CLAUDIO MAGRIS

giovedì
Lug 5,2012

Storia di un’amicizia, di un sodalizio tra giovani intellettuali sorto in una soffitta e capace di valicare ogni confine, anche quello della morte. Incarnazione nell’uno dell’ideale teorizzato dall’altro. Un legame forte. E un sospingersi sempre più verso il niente, desiderandolo e cercandolo con ostinazione.

Fino alla naturale dissoluzione, allo smarrimento di sé e della memoria stessa. Allora forse si raggiunge pace. E felicità nell’oblio più assoluto.

Con uno stile raffinatissimo e una prosa affascinante, Magris ricostruisce in questo breve libro la storia di Enrico Mreule, giovane letterato goriziano, grecista, amico di Carlo Michelstaedter e di Nino Paternolli. I tre avevano costituito un autentico sodalizio umano e intellettuale, si ritrovavano nella soffitta di Nino a leggere e a discutere di filosofia e letteratura.

Carlo si era subito rivelato come colui che sapeva elaborare e collocare nella giusta luce le immagini:”Un’immagine che passa per la testa e cade nel nulla se non viene raccolta da qualcuno che la sa mettere al posto giusto e farla risplendere. Forse è stato anche uno degli apostoli a mostrare a Gesù, così per caso e senza capire, un giglio del campo. Lui e Nino portavano tante note in quella soffitta, le prendevano dovunque, dentro di sé, sui visi della gente, dalle foglie gialle degli ippocastani di Piazza Ginnastica, ma è Carlo che con quelle note sparse sapeva fare una nona sinfonia” (p. 14)

Si era creato un legame intenso e profondo, forte.

Nel 1910 Enrico decide di partire  per la Patagonia.

Le pagine iniziali del testo di Magris ce lo mostrano in piena navigazione sull’Atlantico, di notte, mentre osserva l’oceano e ripercorre la sua vicenda:

“Ora, intorno a lui, nient’altro che il mare. […] Sono ore e ore che sta sul ponte, immobile, mai stanco di quelle cose che non cambiano.” (pp. 9-10)

Enrico si lascia avvolgere dal vento della notte e dal rumore del mare, con noncuranza si libera da pensieri e rimorsi e naviga nella grande distesa, perseguendo il niente, annullando desideri e passioni. Incarnando quell’ideale che Carlo andava teorizzando, Carlo che era rimasto a Gorizia a scrivere ed elaborare il suo pensiero, e col quale Enrico ha un rapporto empatico.

“Carlo gli aveva detto che, nell’ora in cui la nave doveva salpare, sarebbe salito sull’abbaino della soffitta per guardare, nella sera che si spegneva, in direzione di Trieste, là dove lui, Enrico, partiva, quasi i suoi occhi potessero frugare nel buio e salvare le cose dall’oscurità, lui che aveva insegnato che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire vedere le cose lontane come fossero vicine, abolire la brama di afferrarle,  perché esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere. Chissà com’era il suo viso, mentre si sporgeva dalla finestra, gli occhi neri nella notte, se non c’era un’ombra di impersuasa malinconia per la sua partenza e amaro desiderio di fermare la sua corsa, che pure aveva tanto, forse troppo ammirata.” (p. 13)

Enrico ricorda la loro vita di giovani, le ragazze: Paula, la sorella di Carlo; Fulvia, Argia, la fidanzata di Carlo, le gite in barca.

Notazioni cromatiche e paesaggistiche vivissime evocano lo sfondo in cui si muovono le figure umane.

Enrico trascorre intanto i suoi giorni sulla nave , quasi al di là dal tempo:

“I giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano”. (p. 25)

Enrico sbarca a Las Palmas, ha fugaci incontri amorosi, gode e dimentica subito dopo, sembra fluttuare nel nulla e nell’assoluta ricerca di anonimato, vuole realizzarsi per riduzione, smettere di desiderare, scomparire quasi.

La sua è una continua dialettica col niente, sempre sul confine della dissoluzione.

Enrico è l’incarnazione di ciò che Carlo teorizza e così le loro due figure s’alternano tra le pagine, in una sorta di corrispondenza biunivoca. L’uno sceglierà il  suicidio, l’altro una vita schiva e solitaria.

Enrico, giunto in Patagonia, va a fare il gaucho: vive con lo stretto indispensabile in ampi spazi, circondato da una grande solitudine, a contatto con la natura.

La Patagonia è terra battuta dai venti, illuminata da vasti tramonti, selvaggia, terra di confine come la patria di Enrico.

I contatti umani sono pochi e scarse anche le lettere di Enrico agli amici lasciati in Italia. Rifiuta di fare il maestro in una scuola sudamericana perché “ogni sapere è rettorica, e insegnarlo ancora peggio” (p. 33).

Niente discepoli, niente legami, Enrico vive da solitario, da distaccato da tutto e da tutti “non si cura di quello che succede a Gorizia” (p. 40).

“Non conta i giorni né le settimane, calcola il tempo secondo unità più elastiche e labili, la prima folata di nevischio, lo scolorire dell’erba, il periodo dell’accoppiamento  del guanaco” (p.  42).

Riceve posta da Carlo, che in lui ripone speranze, vede realizzarsi un Ideale.

“Sì, il cuore è rimasto a Gorizia, dov’è Carlo, ma si vive benissimo senza il cuore, come con una gamba o una mano di legno; basta fare un po’ d’esercizio e dopo un po’ si monta di nuovo in sella senza difficoltà, solo che è difficile spiegarlo”(p. 35).

Enrico si sente “una forma cava, l’impronta di qualcosa che gli è stata portata via” (p. 36).

Carlo si sparerà con la pistola che gli ha lasciato Enrico, lui lo verrà a sapere un anno dopo da una lettera di Nino.

Enrico si ritrova ad essere l’erede e l’incarnazione del pensiero di Carlo. Lui è l’uomo «persuaso», l’uomo libero “cui le cose dicono «tu sei» e che gode solo perché è, senza nulla chiedere né temere, né la vita né la morte, pienamente vivo sempre e in ogni istante, pure nell’ultimo” (p. 44).

A Enrico pesa quest’incarico, lui cerca solo il niente, il torpore dei giorni uguali, senza orologi, senza impegni, in una sorta di perenne anonimo fluttuare.

Nella pampa Enrico si ammala due volte di scorbuto: decide allora di tornare in patria, nel 1922 è a Gorizia, poi a Umago e soprattutto a Salvore, in Istria, al mare.

Insegnerà greco e latino in seminario e darà lezioni private, si sposerà, ma il matrimonio non avrà lunga durata per lo stile di vita eccessivamente spartano imposto da Enrico alla moglie. Niente figli, né discepoli. Alla fine solo la dedizione di un’altra donna accompagnerà Enrico nell’ultima fare della sua vita.

Nel frattempo si dipaneranno le vicende della storia: il fascismo, la seconda guerra mondiale, i partigiani, Tito, ma Enrico è sempre un isolato, estraneo a tutto, vive del solo presente. Verrà anche arrestato e picchiato dai titini e poi rilasciato.

La filosofia di Carlo continuerà ad essere presente, come se  lui fosse vivo con i suoi occhi scuri e vivaci:

“La persuasione, dice Carlo, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere pienamente l’istante, senza sacrificarlo a qualcosa che ha da venire o che si spera arrivi quanto prima, distruggendo così la vita nell’attesa che passi più presto possibile. Ma la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto” (p. 59).

Solo il presente deve esistere, “Ma forse bisogna estinguere non solo la vanità di successo bensì ogni volere, pure la volontà del bene che sorrideva in quegli occhi scuri, pure l’esigenza del valore, perché ogni esigenza incalza e brucia il presente…[…] Anzi anche il mare è troppo, perché gli rilancia la grande promessa di felicità e la grande ricerca di significato, che – come ogni ricerca- soffoca la felicità. Meglio la terra, torpida sotto il piede” (p. 60).

Enrico riceve poche e scelte visite, tra cui quella del poeta Biagio Marin; invecchia, infine scivola nell’oblio e si dissolve nel 1959.

La sua morte era stata retrodatata di ventisei anni. La sua volontà di dissoluzione e di annullamento era stata così forte da farlo scomparire anzitempo agli occhi del mondo.

Enrico Mreule rimane una figura inquietante e disperata, recuperata dalla magica prosa di Magris e riportata alla luce da quel niente tanto pervicacemente perseguito.

Storia di un’amicizia, di un sodalizio tra giovani intellettuali sorto in una soffitta e capace di valicare ogni confine, anche quello della morte. Incarnazione nell’uno dell’ideale teorizzato dall’altro. Un legame forte. E un sospingersi sempre più verso il niente, desiderandolo e cercandolo con ostinazione.

Fino alla naturale dissoluzione, allo smarrimento di sé e della memoria stessa. Allora forse si raggiunge pace. E felicità nell’oblio più assoluto.

Con uno stile raffinatissimo e una prosa affascinante, Magris ricostruisce in questo breve libro la storia di Enrico Mreule, giovane letterato goriziano, grecista, amico di Carlo Michelstaedter e di Nino Paternolli. I tre avevano costituito un autentico sodalizio umano e intellettuale, si ritrovavano nella soffitta di Nino a leggere e a discutere di filosofia e letteratura.

Carlo si era subito rivelato come colui che sapeva elaborare e collocare nella giusta luce le immagini:”Un’immagine che passa per la testa e cade nel nulla se non viene raccolta da qualcuno che la sa mettere al posto giusto e farla risplendere. Forse è stato anche uno degli apostoli a mostrare a Gesù, così per caso e senza capire, un giglio del campo. Lui e Nino portavano tante note in quella soffitta, le prendevano dovunque, dentro di sé, sui visi della gente, dalle foglie gialle degli ippocastani di Piazza Ginnastica, ma è Carlo che con quelle note sparse sapeva fare una nona sinfonia” (p. 14)

Si era creato un legame intenso e profondo, forte.

Nel 1910 Enrico decide di partire  per la Patagonia.

Le pagine iniziali del testo di Magris ce lo mostrano in piena navigazione sull’Atlantico, di notte, mentre osserva l’oceano e ripercorre la sua vicenda:

“Ora, intorno a lui, nient’altro che il mare. […] Sono ore e ore che sta sul ponte, immobile, mai stanco di quelle cose che non cambiano.” (pp. 9-10)

Enrico si lascia avvolgere dal vento della notte e dal rumore del mare, con noncuranza si libera da pensieri e rimorsi e naviga nella grande distesa, perseguendo il niente, annullando desideri e passioni. Incarnando quell’ideale che Carlo andava teorizzando, Carlo che era rimasto a Gorizia a scrivere ed elaborare il suo pensiero, e col quale Enrico ha un rapporto empatico.

“Carlo gli aveva detto che, nell’ora in cui la nave doveva salpare, sarebbe salito sull’abbaino della soffitta per guardare, nella sera che si spegneva, in direzione di Trieste, là dove lui, Enrico, partiva, quasi i suoi occhi potessero frugare nel buio e salvare le cose dall’oscurità, lui che aveva insegnato che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire vedere le cose lontane come fossero vicine, abolire la brama di afferrarle,  perché esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere. Chissà com’era il suo viso, mentre si sporgeva dalla finestra, gli occhi neri nella notte, se non c’era un’ombra di impersuasa malinconia per la sua partenza e amaro desiderio di fermare la sua corsa, che pure aveva tanto, forse troppo ammirata.” (p. 13)

Enrico ricorda la loro vita di giovani, le ragazze: Paula, la sorella di Carlo; Fulvia, Argia, la fidanzata di Carlo, le gite in barca.

Notazioni cromatiche e paesaggistiche vivissime evocano lo sfondo in cui si muovono le figure umane.

Enrico trascorre intanto i suoi giorni sulla nave , quasi al di là dal tempo:

“I giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano”. (p. 25)

Enrico sbarca a Las Palmas, ha fugaci incontri amorosi, gode e dimentica subito dopo, sembra fluttuare nel nulla e nell’assoluta ricerca di anonimato, vuole realizzarsi per riduzione, smettere di desiderare, scomparire quasi.

La sua è una continua dialettica col niente, sempre sul confine della dissoluzione.

Enrico è l’incarnazione di ciò che Carlo teorizza e così le loro due figure s’alternano tra le pagine, in una sorta di corrispondenza biunivoca. L’uno sceglierà il  suicidio, l’altro una vita schiva e solitaria.

Enrico, giunto in Patagonia, va a fare il gaucho: vive con lo stretto indispensabile in ampi spazi, circondato da una grande solitudine, a contatto con la natura.

La Patagonia è terra battuta dai venti, illuminata da vasti tramonti, selvaggia, terra di confine come la patria di Enrico.

I contatti umani sono pochi e scarse anche le lettere di Enrico agli amici lasciati in Italia. Rifiuta di fare il maestro in una scuola sudamericana perché “ogni sapere è rettorica, e insegnarlo ancora peggio” (p. 33).

Niente discepoli, niente legami, Enrico vive da solitario, da distaccato da tutto e da tutti “non si cura di quello che succede a Gorizia” (p. 40).

“Non conta i giorni né le settimane, calcola il tempo secondo unità più elastiche e labili, la prima folata di nevischio, lo scolorire dell’erba, il periodo dell’accoppiamento  del guanaco” (p.  42).

Riceve posta da Carlo, che in lui ripone speranze, vede realizzarsi un Ideale.

“Sì, il cuore è rimasto a Gorizia, dov’è Carlo, ma si vive benissimo senza il cuore, come con una gamba o una mano di legno; basta fare un po’ d’esercizio e dopo un po’ si monta di nuovo in sella senza difficoltà, solo che è difficile spiegarlo”(p. 35).

Enrico si sente “una forma cava, l’impronta di qualcosa che gli è stata portata via” (p. 36).

Carlo si sparerà con la pistola che gli ha lasciato Enrico, lui lo verrà a sapere un anno dopo da una lettera di Nino.

Enrico si ritrova ad essere l’erede e l’incarnazione del pensiero di Carlo. Lui è l’uomo «persuaso», l’uomo libero “cui le cose dicono «tu sei» e che gode solo perché è, senza nulla chiedere né temere, né la vita né la morte, pienamente vivo sempre e in ogni istante, pure nell’ultimo” (p. 44).

A Enrico pesa quest’incarico, lui cerca solo il niente, il torpore dei giorni uguali, senza orologi, senza impegni, in una sorta di perenne anonimo fluttuare.

Nella pampa Enrico si ammala due volte di scorbuto: decide allora di tornare in patria, nel 1922 è a Gorizia, poi a Umago e soprattutto a Salvore, in Istria, al mare.

Insegnerà greco e latino in seminario e darà lezioni private, si sposerà, ma il matrimonio non avrà lunga durata per lo stile di vita eccessivamente spartano imposto da Enrico alla moglie. Niente figli, né discepoli. Alla fine solo la dedizione di un’altra donna accompagnerà Enrico nell’ultima fare della sua vita.

Nel frattempo si dipaneranno le vicende della storia: il fascismo, la seconda guerra mondiale, i partigiani, Tito, ma Enrico è sempre un isolato, estraneo a tutto, vive del solo presente. Verrà anche arrestato e picchiato dai titini e poi rilasciato.

La filosofia di Carlo continuerà ad essere presente, come se  lui fosse vivo con i suoi occhi scuri e vivaci:

“La persuasione, dice Carlo, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere pienamente l’istante, senza sacrificarlo a qualcosa che ha da venire o che si spera arrivi quanto prima, distruggendo così la vita nell’attesa che passi più presto possibile. Ma la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto” (p. 59).

Solo il presente deve esistere, “Ma forse bisogna estinguere non solo la vanità di successo bensì ogni volere, pure la volontà del bene che sorrideva in quegli occhi scuri, pure l’esigenza del valore, perché ogni esigenza incalza e brucia il presente…[…] Anzi anche il mare è troppo, perché gli rilancia la grande promessa di felicità e la grande ricerca di significato, che – come ogni ricerca- soffoca la felicità. Meglio la terra, torpida sotto il piede” (p. 60).

Enrico riceve poche e scelte visite, tra cui quella del poeta Biagio Marin; invecchia, infine scivola nell’oblio e si dissolve nel 1959.

La sua morte era stata retrodatata di ventisei anni. La sua volontà di dissoluzione e di annullamento era stata così forte da farlo scomparire anzitempo agli occhi del mondo.

Enrico Mreule rimane una figura inquietante e disperata, recuperata dalla magica prosa di Magris e riportata alla luce da quel niente tanto pervicacemente perseguito.

(Claudio Magris)

 « La vita – diceva Pistorius, il nostro maestro di grammatica, accompagnando con gesti rotondi e pacati le citazioni latine in quella stanza tappezzata di un rosso che la sera s’incupiva e si spegneva, brace dell’infanzia che ardeva nel buio – non è una proposizione o un’asserzione, ma un’interiezione, un’interpunzione, una congiunzione, tutt’al più un avverbio. »
(Claudio Magris, Alla cieca (2005))

Ha insegnato letteratura tedesca prima presso l’Università di Torino, poi presso quella di Trieste. Impostosi giovanissimo all’attenzione della critica con Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna (1963, elaborazione della tesi di laurea), è stato fra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all’interno della letteratura mitteleuropea, e all’interno di una prospettiva metalinguistica, con Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (1971). Danubio (1986), forse il suo capolavoro, lo consacra come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei.

Con questo libro vince il Premio Bagutta nel 1986 e successivamente il Premio Strega nel 1997 con il romanzo Microcosmi e il Premio Principe delle Asturie nel 2004 nella sezione Letteratura e nel 1999 gli vengono assegnati il Premio Chiara alla carriera e il Premio letterario Giuseppe Acerbi, Premio speciale per la saggistica, nel 2007 vince il Premio Mediterraneo per stranieri con À l’Aveugle.

Di fede repubblicana, è stato senatore dal 1994 al 1996 eletto nella “lista Magris”, collegata alla coalizione dei Progressisti. Nel 2006 è divenuto cittadino onorario di Monfalcone. Magris veniva dato come favorito dall’agenzia di scommesse inglese Ladbrokes per la vincita del Premio Nobel per la letteratura 2007, assegnato poi alla scrittrice inglese Doris Lessing. Il 18 ottobre 2009 Claudio Magris viene premiato a Francoforte con il prestigioso premio per la pace «Friedenspreis des deutschen Buchhandels».

È collaboratore del Corriere della Sera. Nel 1960 ha sposato la scrittrice Marisa Madieri (1938-1996), che gli ha dato due figli, Francesco e Paolo. Dopo essere rimasto vedovo si è risposato con la scrittrice triestina Jole Zanetti.

lunedì
Giu 25,2012

Tre racconti della scrittrice di Baltimora. Moto ondoso stabile, Il bernoccolo delle lingue e Chi tiene in piedi la baracca tratti da Il tuo posto è vuoto e altri racconti.
La scrittura è sempre quella bella e pulita di un’autrice che racconta i fatti quotidiani con ironia e realismo, dove ci si può identificare senza per questo banalizzare il quotidiano. I racconti sono piccoli gioielli che tengono alto il nome di una grande autrice, consigliabile a tutti. Di Anne Tyler ci si innamora e non la si lascia più.

I personaggi di Anne Tyler, per quanto un pò eccentrici, li si può riconoscere nella “gente comune”, mogli e mariti, figli e genitori, sorpresi in scene di quotidiana normalità. Il silenzio sommerge affetti e sentimenti, ma ecco che da un gesto casuale, da un’ossessione insignificante nascono le parole che danno voce a quella malinconia profonda, accompagnata da un acuto sense of humor, “Non è soltanto brava, è straordinriamente brava!” ha scritto John Updike di quest’autrice si culto della letteratura americana, celebre per la scrittura nervosa ed elegante.

Nata a Minneapolis, la Tyler è cresciuta a Raleigh in Carolina del Nord e si è laureata presso la Duke University all’età di diciannove anni, perfezionando poi i propri studi di lingua e Letteratura russa alla Columbia University di New York. Ha lavorato quindi come bibliotecaria e bibliografa prima di trasferirsi nel Maryland. Nel 1963 ha sposato lo psichiatra e scrittore iraniano Taghi Mohammad Modarressi, con cui ha avuto due figlie, Tezh e Mitra. Modarressi è scomparso nel 1997. Anne Tyler vive ora a Baltimora, città in cui sono ambientati la maggior parte dei suoi racconti, che in vari casi hanno come soggetto una famiglia, le cui vicende vengono analizzate accompagnandola nel corso degli anni.

Nel 1989, il suo undicesimo romanzo Lezioni di respiro (Breathing Lessons) è stato premiato con il Premio Pulitzer. Ad un altro suo romanzo, Turista per caso (The Accidental Tourist), è stato assegnato nel 1985 il premio del National Book Critics Circle Award. Lo stesso lavoro è stato finalista per il Premio Pulitzer nel 1986 e, nel 1988, ne è stato tratto un film interpretato da William Hurt e Geena Davis

Il suo nono romanzo, Ristorante nostalgia (Dinner at the Homesick Restaurant), che considera il suo lavoro migliore, nel 1983 è stato nella rosa dei finalisti sia per il Premio Pulitzer che il premio PEN/Faulkner. Ha curato l’edizione di tre antologie di racconti: The Best American Short Stories 1983, Best of the South e Best of the South: The Best of the Second Decade.

Pur essendo tra i romanzieri contemporanei di maggior successo, è nota per non concedere mai interviste realizzate con colloqui personali e per partecipare assai di rado ad attività promozionali per i propri libri o ad apparizioni pubbliche di altro tipo. Si è resa tuttavia disponibile a rilasciare interviste tramite e-mail.

martedì
Giu 19,2012

 

Durante la Prima Guerra Mondiale, in uno dei suoi momenti più terribili sul Fronte Occidentale, tre giovani ufficiali tedeschi si ritrovano in trincea , dove, nelle pause tra allarmi ed assalti, si scambiano le loro idee e le loro emozioni e riflettono sul significato di quella guerra che (come Junger nel 1914) hanno scelto di fare.
Libro crudo e analitico che tenta di dissecare,  con la precisione di un entomologo ( Junger era laureato in zoologia; fu eroe di guerra, ferito 14 volte) il disastro che quegli uomini stanno vivendo.

In effetti, negli anni successivi al primo conflitto mondiale Ernst Junger dà vita all’autobiografico personaggio del tenente Sturm: ufficiale al comando dei plotoni della terza compagnia schierata sul fronte francese, naturalista e guerriero, spirito eroico e contemplatore solitario, uomo d’azione e scrittore. Persa la guerra, il materiale dei diari prende la forma di un folgorante racconto.

Leggendo questo libro, diciamo che ci si affeziona a questi tre ufficiali, tra cui Sturm.
In mezzo alle bombe, a qualche morto ogni tanto, alla terra di nessuno e ai vari dettagli che una sapiente terza persona snocciola con parecchia coscienza e precisione, in mezzo a tutto questo riesci a trovare simpatici questi tre che parlano di cultura, di scrittura, con Sturm, che gli legge i suoi racconti e gli altri che ascoltano, commentano, discutono.
Nella prima parte, ci sono soprattutto riflessioni sulla guerra,  e così, a fianco alla descrizione realistica della vita in trincea, ecco emergere sia le considerazioni di Sturm, sia i suoi racconti – una storia nella storia – invero molto belli, come quelli seguenti:
Kettler era quel che si dice un uomo semplice, ma Sturm sapeva bene che, in fondo, non esistono affatto persone semplici. Certo, c’era chi provava le stesse impressioni allo stesso modo di molti altri, ma, appunto per questo, costoro erano, per quelli che sentivano in maniera del tutto diversa, tutt’altro che semplici da capire. Sturm, avvicinandosi a Kettler, cercava di incidere un taglio trasversale attraverso la comunità con la quale le circostanze gli imponevano di convivere. Questo genere di considerazione che, senza idee preconcette, riconduceva il singolo fenomeno allo stato delle cose in generale, gli riusciva semplice grazie alla sua preparazione scientifica.
E vediamo un incipit dei suoi due o tre “racconti nel racconto”:
«In una mattina d’inizio autunno, Tronck si incamminò per la sua solita passeggiata sulle strade della metropoli. Era una ti i quelle ore, singolari nel corso dell’anno, in cui un alito di consunzione offusca con ombre quasi impercettibili la forza dell’estate piena, una di quelle ore mattutine in cui si decide
che, la sera, si toglierà lo spolverino a tinta unita per indossare una giacca di mezza stagione a disegni scuri. Gli alberi del viale e l’erba dei prati si innalzavano ancora nelle loro vesti di verde radioso, era un ultimo slancio di verzura, che la pioggia del giorno prima aveva lucidato conferendole un metallico splendore. Eppure qua e là, nella massa del fogliame, scintillava una goccia di giallo, una scintilla di rosso e, di tanto in tanto, una foglia maculata, o marezzata sull’orlo, cadeva roteando sull’asfalto. Poteva averla colta il vortice d’aria di un tramvai o il colpo d’ala di un uccello: già si avvertiva la pesantezza che sognava in quelle foglie e le attirava verso la terra. La forza che aveva sospinto quella ricchezza dalle radici verso le cime era ormai esausta, e smaniosa di compiere il proprio ciclo. Le linee di confine che separavano colori e forme erano un po’ sbiadite. L’aria era lievemente intorbidita da una leggera foschia. Quel vapore non era ancora più intenso della nuvola di una goccia di latte in un bicchier d’acqua, eppure nel suo profumo era già riposto l’annuncio delle ondate di nebbia tenute in serbo per l’autunno. Era in corso una di quelle transizioni che, appena avvertite dai sensi, dischiudono dal fondo dell’anima misteriosi sentimenti di piacere o di tristezza.
(Un romanzo di cui consiglio la lettura).
 Ernst Jünger
Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998) è stato un filosofo e scrittore tedesco.

I primi anni e la guerra 
Ernst nacque, maggiore fra sette figli, dalla famiglia borghese e protestante del chimico-farmacista Georg Ernst Jünger (1868-1943) e di Caroline Lampl (1873-1950), nella quale il fratello Friedrich Georg, futuro scrittore, era il suo miglior amico. Trascorse l’infanzia a Hannover, dove il padre aveva un laboratorio, poi a Schwarzenberg; i frequenti cambiamenti di scuola lo resero uno studente di modesto profitto e per questo motivo dal 1905 studiò in collegio per poi rientrare, nel 1907, presso la famiglia a Rehburg da dove passò ancora nella Scharnhorst-Realschule di Wunstorf. Allo studio delle materie canoniche, preferiva l’entomologia e i romanzi d’avventura: scrisse anche poesie atteggiandosi a dandy.
A sedici anni, nel 1911, si iscrisse, con il fratello Friedrich, nell’associazione giovanile di ispirazione romantica ed ecologista Wandervogel (“Uccelli migratori”), fondata da Karl Fischer. Dopo essere passato a studiare nel liceo di Hameln, nell’estate del 1913 scappò in Francia e a Verdun si arruolò nella Legione straniera: venne trasferito in Algeria per essere addestrato nel campo di Sidi Bel Abbès. Con un compagno, cercò di fuggire anche di qui, ma fu ripreso in Marocco. Fu congedato e rimandato in Germania grazie all’intervento del padre e del Ministero degli Esteri tedesco, che richiesero il suo rientro in Germania, stante la sua minore età. Jünger narrerà quest’esperienza nel romanzo autobiografico Afrikanische Spiele (Ludi africani), pubblicato nel 1936.
Pochi mesi dopo, nell’agosto 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario in fanteria: combatté sul fronte occidentale e, ferito quattordici volte su quello francese presso Cambrai, venne decorato nel 1917 con la Croce di ferro di prima classe e il 18 settembre 1918 con la più alta decorazione militare prussiana istituita da Federico il Grande, l’ordine Pour le Mérite.

Il dopoguerra
Ernst Jünger durante la prima guerra mondiale, appena decorato con l’Ordine di Hohenzollern.
Conclusa la guerra, continuò a servire nell’esercito, partecipando nel 1920 alla repressione del tentato putsch di Kapp. Si oppose alla Repubblica di Weimar, valutata come il risultato politico di una sconfitta militare considerata immeritata e dell’«onta» del trattato di Versailles. I suoi romanzi In Stahlgewittern. Aus den Tagebuch eines Stoßtruppführers, Nelle tempeste d’acciaio (1920-1922), Der Kampf als inneres Erlebnis (1922), Sturm (1923), Das Wäldchen 125. Eine Chronik aus den Grabenkämpfen, Boschetto 125 (1925), Feuer und Blut (1925), basati sulle sue personali esperienze del fronte, sono una riflessione sulla guerra e furono accolti con entusiasmo dalla stampa conservatrice tedesca.
Lasciato l’esercito nel 1923, studiò filosofia e zoologia a Parigi e a Napoli, intanto che aderiva per breve tempo all’organizzazione paramilitare dei Freikorps. Il 3 agosto 1925 si sposò con Gretha de Jeinsen, da cui il 1º maggio 1926, a Lipsia, ebbe il suo primo figlio Ernst (dai genitori sempre chiamato Ernstel) e il 26 lo scrittore interruppe gli studi universitari senza laurearsi, dedicandosi completamente alla scrittura. Nel 1934 nacque il secondogenito Alexander. Esponente di primo piano della Rivoluzione conservatrice, collaborò a diversi periodici nazional-rivoluzionari come Standarte, Vormarsch’, Arminius, Die Kommenden, Wochenschrift des neuen Nationalismus, Kampfschrift für deutsche Nationalisten e al Der Widerstand di Ernst Niekisch.
Benché prefiguratore del nazismo nel saggio del 1932 Der Arbeiter (L’operaio), non appoggiò attivamente il Partito nazionalsocialista di Adolf Hitler e rifiutò di dirigere l’unione nazista degli scrittori (Goebbels scrisse nei propri diari: «gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare»).
La seconda guerra mondiale
Nel conflitto fu ufficiale della Wehrmacht a Parigi durante l’occupazione tedesca della Francia, intrattenendo rapporti culturali con scrittori francesi (ma litigando con Céline). Conosceva alcuni degli ufficiali prussiani che parteciparono al fallito attentato del 20 luglio 1944 sotto la direzione di Claus von Stauffenberg, ma essendo coinvolto in modo marginale non fu condannato o imprigionato ma solamente congedato dall’esercito. Il 29 novembre dello stesso anno il figlio Ernstel, inviato sul fronte italiano in un battaglione penale (aveva manifestato opinioni antinaziste) cadde in combattimento a Turigliano presso Carrara-Avenza. La notizia gli pervenne soltanto il 12 gennaio del 1945.[1] Ne poté recuperare le spoglie solo undici anni dopo, grazie all’americano Henry Furst, a Giovanni Ansaldo e al sedicenne Marcello Staglieno; spoglie traslate dallo stesso Furst a Wilflingen.[2] Dal gennaio al maggio 1945, congedato, fece parte della difesa civile a Kirchhorst.
Dal secondo dopoguerra alla morte
Dopo il conflitto venne comunque accusato di connivenza con il regime a causa del suo credo nazionalista, nonostante nei suoi scritti – soprattutto in Strahlungen e Diari 1941-1945[3] – la sfiducia per il regime hitleriano sia evidente. Tuttavia in Nationalismus und Judenfrage del 1930, Jünger aveva descritto gli Ebrei come una minaccia per l’unità dei Tedeschi. Cominciò a intrattenere una fitta corrispondenza con i principali intellettuali tedeschi, dallo stesso Schmitt a Martin Heidegger. Gli fu interdetto di pubblicare in Germania sino al 1949. Nel 1950 si trasferì a Wilflingen, villaggio dell’Alta Svevia, abitando nella foresteria del castello dei von Stauffenberg, dove rimase sino alla morte. Per tutta la vita sperimentò diverse sostanze, in particolare LSD e mescalina ma anche etere, hashish e cocaina. Intraprese altri viaggi, nel Mediterraneo e in Oriente, scrivendo e coltivando la giovanile passione entomologica, trovando nuove specie di coleotteri che a tutt’oggi portano il suo nome, quali il Carabus saphyrinus juengeri e la Cicindera juengeri juengerorum. Dal 1960 al 1972 diresse, insieme a Mircea Eliade, la rivista Antaios, pubblicata dall’Editore Klett di Stoccarda, che ha altresì pubblicato in ventimila pagine l’intera opera di Jünger (la cui seconda moglie, l’insegnante-archivista Liselotte Lohrer nata Baeuerle sposata nel 1962, nella residenza di Wilflingen trasformata in Fondazione, e nell’Archivio nazionale della Letteratura tedesca a Marbach presso Stoccarda dopo la morte del marito ne ha riordinato i manoscritti e l’epistolario).
Nel 1996 si convertì al cattolicesimo.
Il Premio Goethe per l’analisi della modernità
Nel 1980 Jünger ottenne il prestigioso Premio Goethe (conferito, tra i pochi, a Bertold Brecht e Thomas Mann) che lo consacrò tra i massimi scrittori e pensatori tedeschi del Novecento; il merito stava soprattutto nell’analisi (e nella critica) della modernità; questo è il campo in cui le sue potenti intuizioni ne fanno, fra l’altro, uno degli intellettuali più discussi del XX secolo. Fu aspramente criticato e le ragioni erano le più varie: «dandysmo», «aridità», «etica della guerra», «estetica brutale sottesa alla perfezione stilistica». Tuttavia ebbe attestazioni di stima numerose e decisamente “bipartisan”; era in contatto con non poche personalità della sinistra, come il romanziere italiano Alberto Moravia e il Presidente della Repubblica francese François Mitterrand. Anche il filosofo Massimo Cacciari lo ammira, per la sua consonanza con Carl Schmitt (specie nel comune saggio Il Nodo di Gordio, Il Mulino 1987) e, soprattutto, per via della sua significativa collaborazione con Heidegger (nel dibattito in Oltre la linea, Adelphi 1989). Il progressivo ripudio della tecnica e della globalizzazione, predominanti oramai nella società occidentale, porta Junger ad assumere la posizione dell’«Anarca», del «Ribelle» («Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il ribelle attinge alle fonti della moralità non ancora disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice» — cfr. Trattato del Ribelle, Adelphi 1990).

sabato
Giu 16,2012

 

Questi due racconti di Alice Munro sembrano gemelli, soprattutto nelle emozioni, un po’ meno nelle storie. Forse, gli elementi che ci fanno vedere immagini, collegate alle nostre percezioni, sono della stessa natura sentimentale: ponti su fiumi, fango, profondità trivellate, amori sospesi, malattie incombenti, morti in agguato. Desideri di tenerezze e di attenzioni che mai bastano alle vite di queste due donne. Queste due storie raccontano quei sentimenti che si trovano a metà tra noi, con le nostre debolezze umane, e i nostri intimi desideri che lottano contro i limiti terreni. Questi desideri non appaiono né morbosi tanto meno volgari: sono complicati dagli accadimenti esistenziali, che spesso sono affollati di cose, persone e un tempo dilatato che tracima nella vita.
La protagonista de”il ponte galleggiante”, si perde con consapevole convinzione, tra granoturco e itinerari di adolescenti innamorati, anche per sentire la scossa che ogni tanto la vita ci concede, bloccando ogni ombra cupa che tormenta le nostre notti. Questo se si sceglie di lasciarsi andare verso percorsi aperti a sensazioni rischiose, per la nostra fragile stabilità stagionale.

Quelle ortiche che si ritrovano addosso i due protagonisti, poco prima della fine del racconto omonimo, ci lasciano quell’amara sensazione che la cronologia dei nostri sentimenti è scollegata dalla realtà, quasi sempre. In questa storia senz’altro, così facendo ci sbarra la strada a ogni mielosa conclusione ma, produce, inevitabilmente, una fine all’altezza della complessità dei personaggi. E noi siamo contenti lo stesso nell’aver partecipato con la nostra commozione, e spinti da autentica curiosità, ad assaporare i delicati movimenti di queste persone interessanti, che abitano i racconti.

Questi racconti sono pronti per ogni destinazione che preveda condivisione, lasciando alle spalle ogni inutile tragedia consueta. Spingono verso riflessioni leggere da fare al riparo del chiasso. Infine vivere – il più possibile lontano dall’ovvio che ci sovrasta ogni santo giorno – con intensità ogni minimo segnale di cambiamento.

recensione a cura di Peppe Stamegna

Alice Munro (Wingham, 10 luglio 1931) è una scrittrice canadese.
Vincitrice per tre volte del Governor General’s Award, il più importante premio letterario canadese. I suoi racconti indagano le relazioni umane analizzate attraverso la lente della vita quotidiana. Sebbene la maggior parte delle sue storie sia ambientata nel Southwestern Ontario, la sua fama come scrittrice di racconti è internazionale, è considerata uno dei maggiori scrittori di racconti vivente.
Alice Munro è nata nella città di Wingham, Ontario in una famiglia di allevatori e agricoltori. Suo padre si chiamava Robert Eric Laidlaw e sua madre, una insegnante di scuola, Anne Clarke Laidlaw (nata Chamney). Cominciò a scrivere da adolescente e pubblicò la sua prima novella, The Dimensions of a Shadow, mentre era studentessa all’University of Western Ontario nel 1950. Durante questo periodo lavorò come cameriera, raccoglitrice di tabacco e impiegata di biblioteca. Nel 1951, abbandonò l’università presso la quale aveva frequentato la facoltà di Inglese dal 1949, per sposare James Munro e trasferirsi a Vancouver, British Columbia. Le sue figlie Sheila, Catherine, and Jenny nacquero rispettivamente nel 1953, 1955 e 1957; Catherine morì quindici ore dopo essere venuta alla luce. Nel 1963 i Munro si trasferirono a Victoria dove aprirono “Munro’s Books”. Nel 1966 nacque un’altra figlia Andrea.
La prima raccolta di racconti di Alice Munro, La danza delle ombre felici (Dance of the Happy Shades) (1968) ebbe un gran favore di critica e vinse in quello stesso anno il Governor General’s Award. A questo successo seguì Lives of Girls and Women (1971), una raccolta di storie interconnesse tra loro che fu pubblicato come romanzo.
Alice e James Munro divorziarono 1972. Lei ritornò nell’Ontario e diventò “Writer-in-Residence” all’università del Western Ontario. Nel 1976 si sposò con Gerald Fremlin, un geografo. La coppia si trasferì in una fattoria nei pressi di Clinton, Ontario. Successivamente si spostarono dalla fattoria in un casa nella città di Clinton, Ontario.
Nel 1978, con la raccolta di novelle Chi ti credi di essere (Who Do You Think You Are?, negli Stati Uniti The Beggar Maid: Stories of Flo and Rose), Alice Munro vinse il Governor General’s Literary Award per la seconda volta. Dal 1979 al 1982 girò Australia, Cina e Scandinavia. Nel 1980 ottenne il posto di Writer-in-Residence sia alla University of British Columbia sia alla University of Queensland. Lungo gli anni ottanta e novanta Munro ha pubblicato una raccolta di brevi racconti una volta ogni quattro anni ottenendo numerosi premi nazionali e internazionali.
Nel 2002, sua figlia Sheila Munro ha pubblicato un libro di memorie d’infanzia, Lives of Mothers and Daughters: Growing Up With Alice Munro.
I racconti di Alice Munro sono pubblicati abbastanza frequentemente in riviste come The New Yorker, The Atlantic Monthly, Grand Street, Mademoiselle, e The Paris Review.
In una intervista per promuovere la sua raccolta del 2006 La vista da Castle Rock (The View from Castle Rock) Munro ha ipotizzato che non avrebbe più pubblicato ulteriori raccolte.
Il suo racconto The Bear Came Over the Mountain presente nel libro Nemico, amico, amante… è stato adattato per il grande schermo in un film diretto da Sarah Polley con il titolo di Away from Her – Lontano da lei e interpretato da Julie Christie e Gordon Pinsent. Il film è stato presentato nel 2006 al Toronto International Film Festival.

Opere

•    La danza delle ombre felici (Dance of the Happy Shades) (1968) – edizione italiana: La tartaruga, 1994
•    Lives of Girls and Women (1971)
•    Something I’ve Been Meaning to Tell You (1974)
•    Chi ti credi di essere (Who Do You Think You Are?) (1978) – E/O, 1995
•    Le lune di Giove (The Moons of Jupiter) (1982) – Einaudi, 2008
•    Il percorso dell’amore (The Progress of Love) (1986) – Serra e Riva, 1989
•    Stringimi forte, non lasciarmi andare (Friend of My Youth) (1990) – La tartaruga, 1998
•    Segreti svelati (Open Secrets) (1994) – La tartaruga, 2000
•    Selected Stories (1996)
•    Il sogno di mia madre (The Love of a Good Woman) (1998) – Einaudi, 2001
•    Nemico, amico, amante… (Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage) (2001) – Einaudi, 2003
•    No Love Lost (2003)
•    Vintage Munro (2004)
•    In fuga (Runaway) (2004) – Einaudi, 2004
•    Carried Away: A Selection of Stories (2006)
•    La vista da Castle Rock (The View from Castle Rock) (2006) – Einaudi, 2007
•    Troppa felicità (Too Much Happiness) (2009) – Einaudi, 2011

sabato
Giu 16,2012

L’uccello bianco. Racconto blu
I «racconti blu» erano venduti clandestinamente per il loro contenuto erotico o eversivo. L’allegoria «dell’uccello bianco» svela il principio di autorità nella sua vera luce.

Traduzione di Anna Tito
Lingua originale: francese
Titolo originale: L’oiseau blanc. Conte bleu

«Questo racconto è della stessa epoca de I gioielli indiscreti. Vi si ritrovano gli stessi personaggi, ma la licenziosità è minore. Rimase sconosciuto finché Naigeon non lo pubblicò nella sua edizione delle Opere di Diderot nel 1798. Era questo che cercava il signor Berrier, luogotenente di polizia, quando la signora Diderot gli rispose che non conosceva di suo marito ‘né piccione bianco né piccione nero’, e che d’altro canto non lo credeva capace di attaccare il re, come lo si accusava di aver fatto in questo racconto. Si vedrà se la moglie del filosofo aveva ragione.

A nostro avviso, in questo testo, così come nei Gioielli, i raffronti tra Mangogul e Luigi XV sono troppo vaghi per permettere di sostenere un’opinione che incriminerebbe tutti i romanzi del XVIII secolo e tutte le ‘féeries’ del XIX. È gioco forza che giunga un momento, nella storia dei popoli, in cui, diffondendosi la civiltà, il principio di autorità si mostra nella sua vera luce. Ci si accorge allora che i re sono uomini, e una volta che tutti lo sanno, gli scrittori che lo dicono, non facendo altro che ricamare su un luogo comune, non hanno né meriti né demeriti: hanno solo un po’ più o un po’ meno di spirito.

Così l’editore Garnier presentava nel 1875 questo “racconto blu” di Diderot, come venivano definiti in Francia i testi di contenuto erotico o eversivo, diffusi in modo clandestino. Un gioiello ritrovato del padre dell’Illuminismo, un’allegoria sui vizi del potere.

Non pensiamo sia necessario spiegare al lettore l’allegoria dell’Uccello bianco; la capirà, senza alcun dubbio, prima della sultana» (Nota all’edizioneGarnier, 1875). A questa succosa nota aggiungiamo che l’intitolazione racconto blu si riferisce a quei libri che, per contenuto erotico o eversivo, si vendevano clandestinamente. Ed è con questa nostra edizioncina che il racconto (non compreso nemmeno nell’edizione della Pléiade) esce dalla clandestinità.

« Soltanto la presenza dell’uomo rende interessante l’esistenza degli esseri (…). L’uomo è il termine unico dal quale occorre partire e al quale occorre far capo, se si vuol piacere, interessare, commuovere, perfino nelle considerazioni più aride e nei particolari più secchi. »
 Denis Diderot (Langres, 5 ottobre 1713 – Parigi, 31 luglio 1784) è stato un filosofo, enciclopedista, scrittore  e critico d’arte francese.

Fu uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo e promotore ed editore della Encyclopédie, avvalendosi inizialmente dell’importante collaborazione di d’Alembert, che però alle prime difficoltà con la censura (dopo la condanna de L’esprit di Helvétius, anch’egli collaboratore) si ritirerà. Sarà Diderot a portare avanti l’impresa quasi da solo sino all’uscita degli ultimi volumi nel 1772.

La famiglia, borghese e cattolica relativamente benestante, avrebbe voluto avviarlo alla carriera ecclesiastica o a quella giuridica, ma il giovane Denis non pareva interessato né all’una né all’altra. Dopo aver studiato presso il collegio gesuita della città natale, si trasferì a Parigi per iscriversi all’Università e uscendone nel 1732 con il titolo di magister artium, una laurea abbastanza generica e quindi relativamente povera di specializzazione professionale.

Sprovvisto di un preciso indirizzo di carriera, Diderot si adattò ai più diversi lavori. Fu anche scrivano pubblico e precettore, frequentando, come molti altri giovani anticonformisti, i salotti ed i caffè in cui circolavano le idee illuministiche e libertine.  Di questo periodo è la segnalazione alla polizia come “giovane pericoloso” per le sue idee blasfeme e contro la religione. A Parigi conobbe un altro provinciale come lui, Jean-Jacques Rousseau, con cui costruì un intenso quanto burrascoso rapporto. Il sodalizio tra alti e bassi si ruppe ad un certo punto perché Rousseau si sentì “tradito” dagli amici illuministi che non condividevano le sue idee, compreso Diderot.

Diderot studiò greco e latino, medicina e musica, guadagnandosi da vivere come traduttore ed entrando così in contatto con autori ed idee da cui trasse ispirazione. Il suo spirito vulcanico e decisionista doveva farne un leader del movimento illuminista.

Nel 1745 incontrò per la prima volta Condillac; nello stesso anno tradusse il Saggio sulla virtù e sul merito di Anthony Ashley Cooper, III conte di Shaftesbury, del quale ammirò le idee di tolleranza e di libertà. In seguito, assieme a François-Vincent Toussaint e a Marc-Antoine Eidous, lavorò alla versione francese del Dictionnaire universel de medicine (Paris 1746-1748) del medico inglese Robert James. Sotto questa influenza si collocano i Pensées philosophiques (Pensieri filosofici) del 1746, di intonazione deista, La sufficienza della religione naturale e La passeggiata dello scettico del 1747, tutti aspramente critici verso la superstizione e l’intolleranza. Risalgono al 1748 il romanzo libertino I gioielli indiscreti ed al 1749 la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono di intonazione sensista e materialista.

Già questa prima rassegna di titoli (cui vanno aggiunti anche alcuni saggi di matematica) lascia intravvedere due caratteristiche fondamentali della personalità intellettuale del filosofo, vale a dire la vastità dei suoi interessi – che spaziarono dalla filosofia alla biologia, dall’estetica alla letteratura – e la flessibilità dei generi di scrittura da lui praticati, particolarmente congeniale al carattere mobile, aperto e dialogico del suo pensiero.

Incarcerato nel castello di Vincennes per taluni di questi scritti, giudicati sovversivi, il grande pensatore trascorrerà cinque mesi di prigionia piuttosto blanda, dal 22 luglio al 3 novembre 1749.

Copertina dell’ Encyclopédie.Nel frattempo era incominciata anche la grande avventura dell’Encyclopédie, che lo occuperà instancabilmente per il successivo quindicennio. Di quest’opera Diderot sarà il più infaticabile artefice, scorgendo in essa una irrinunciabile battaglia politica e culturale e sostenendola pressoché da solo, dopo la defezione di Alembert Jean-Baptiste Le Rond detto Jean d’Alembert nel 1759.

Viceversa, Diderot non darà in genere circolazione pubblica ai propri scritti, molti dei quali rimarranno quindi del tutto sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia dei filosofi, per venire pubblicati solo dopo molti decenni dalla sua morte (alcuni addirittura dopo la seconda guerra mondiale).

Appartengono a questo periodo – la pubblicazione dell’Encyclopédie si concluderà definitivamente solo nel 1773 – altre importanti opere, tra cui si possono ricordare i fondamentali saggi filosofici L’interpretazione della natura (1753) ed il Sogno di d’Alembert (1769), i romanzi La monaca (1760) e Jacques il fatalista e il suo padrone (1773), il dialogo Il nipote di Rameau (1762); le opere teatrali Il figlio naturale ed Il padre di famiglia (1758), nonché il trattato La poésie dramatique, mentre il Paradosso sull’attore è ancora oggi una delle opere più importanti sull’arte della recitazione. Diderot svolse un ruolo capitale anche nella storia della critica d’arte e nella storia dell’arte. Quest’ultima disciplina nasce intorno agli anni trenta del secolo dei lumi, contemporaneamente alla storia della letteratura promossa dai protestanti rifugiati in Olanda e dai benedettini di Saint-Maur.

Statua di Diderot a ParigiDiderot vi contribuisce dischiudendo una strada che condurrà sino a Baudelaire, potendo avere accesso alla pittura del XVI e XVII secolo presente nelle collezioni del duca d’Orléans al Palais Royal, nelle collezioni di de La Live de Jully in rue Richelieu, nonché nelle collezioni dell’amico barone d’Holbach. Diderot è il primo a riunire il punto di vista tecnico a quello estetico nella sua critica d’arte che è raccolta principalmente nella serie di impressioni ch’egli consegna in forma epistolare in occasione delle esposizioni parigine – i Salons – alla Correspondance littéraire dell’amico Grimm. Il Salon, iniziativa dapprima annuale, poi biennale dal 1746 al 1781 è un’esposizione di pittura che si apre al mattino del giorno della festa del re, San Luigi, il 25 agosto e che dura all’incirca fino alla fine di settembre. L’ingresso è gratuito. Se il resoconto diderottiano del Salon del 1759, il primo redatto da Diderot per la Correspondance littéraire, non è che un articolo di una quindicina di pagine, a partire dal 1761 e dal 1763 queste lettere divengono il terreno su cui Diderot formula alcuni dei suoi princìpi estetici più importanti, disseminandovi altresì riflessioni filosofiche storiche e morali.

La vita privata di Diderot fu intensa, libera, focalizzata intorno a centri affettivi di grande importanza come la famiglia – si sposò nel 1743 con una camiciaia, Antoinette Champion detta Nanette, avendo dal matrimonio una figlia amatissima – ed, a partire dal 1756, l’amica ed amante Sophie Volland. Di quest’ultima relazione ci resta un epistolario di grande valore, oltre che biografico, letterario e storico.

Nel 1762, l’imperatrice Caterina II di Russia acquistò la biblioteca di Diderot, che ne mantenne tuttavia l’uso e una rendita come bibliotecario. Tra il 1764 e il 1765 conosce Laurence Sterne e David Garrick. Nel 1773 il filosofo si recò a Pietroburgo, dove stese per l’imperatrice diversi progetti di riforma della società e dell’istruzione.

Fu un durissimo colpo la morte di Sophie nel febbraio 1784; ed il 31 luglio dello stesso anno Diderot, addolorato, morirà a Parigi. In prossimità della sua morte gli amici lo avevano convinto a trasferirsi per risiedere in una parrocchia il cui sacerdote acconsentisse a seppellirlo cristianamente. Aveva traslocato quindi nel quartiere di Saint-Roch, dove morì mentre mangiava una composta di ciliegie, di cui era golosissimo. L’autopsia, che fu eseguita secondo la volontà espressa dallo stesso Diderot, ascrisse la causa della morte a ipertrofia cardiaca. Dopo la morte di Diderot, i suoi manoscritti e i volumi della sua biblioteca furono trasferiti a Pietroburgo.

 

 

 

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