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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Recensioni’ Category

lunedì
Giu 6,2011

Presentazione Hamletica  4 giugno 2011 Maddaloni (Caserta)

Le 101 donne più malvagie della storia

Stefania Bonura

Leggendo l’intervista di Repubblica all’autrice Stefania Bonura si capisce che intento del libro è sfatare il luogo comune di una donna che, angelica o diabolica, è comunque sempre vittima passiva di una predisposizione innata, senza consapevolezza di intenti. Le 101 donne crudeli sono invece “protagoniste attive, con uno scopo da perseguire seppur malvagio”.

Il libro che qui presentiamo stasera ci chiede di interrogarci sul “Lato oscuro delle donne” e questo interrogativo ci viene posto attraverso una serie di storie criminali,attraverso una lunga lista di donne che dal passato ai giorni nostri (e quindi un’ampia panoramica storica) sono state protagoniste in una vasta ed ampia galleria di situazioni ,che spesso durante la lettura  conducono  il lettore e la lettrice a riflettere su un altro aspetto  che possiamo sintetizzare in :la relazione di complicità che si stabilisce tra il criminale  in questo caso una donna e  la sua vittima non sempre di sesso maschile. Per prima cosa quindi una pluralità di vittime di genere diverso,di fasce di età diverse.

Il libro è suddiviso in  tre parti:

1.    Donne  e potere

2.    Donne e crimine

3.    Donne e fiction

Dunque perché questa suddivisione ,essa è stata solo dettata dalla diversità delle donne di cui tu parli( maghe,regine intriganti,donne mafiose etc) oppure la necessità di questa sistemazione parte ed ha una logica di diversa lettura?

Secondo te possiamo o meglio dobbiamo parlare di lato oscuro delle donne oppure ha senso parlare in modo provocatorio di lato maschile delle donne?

Possiamo parlare per le donne di cui tu narri nel tuo libro di un’inflazione del proprio io ,cioè il desiderio e la ricerca affannosa di queste donne di gestire un grande ruolo di potere?

Un esagerata carica emozionale che riproduce stati umorali sempre più difficili da reprimere che trovano la loro piena realizzazione  nel crimine,si può fare questa affermazione per le protagoniste del tuo libro?

Le donne assassine rappresentano il 10-15% della totalità degli assassini. Il numero maggiore (12-15%) viene raggiunto negli Stati Uniti.

La maggior parte degli studi e dei dati prodotti sul delitto si sono sempre concentrati sugli uomini, poiché ci si basava sull’idea che i maschi sono più aggressivi, violenti e portati alla criminalità delle donne. I reati di violenza non sembrano essere facilmente conciliabili con il concetto tradizionale di comportamento femminile. L’assassinio e altri atti violenti contro le persone fisiche sembrano in completa antitesi con il delicato, riservato, protettivo ruolo del sesso femminile.

Questa tua precisa ed organica passeggiata nella storia in cui l’immagine della donna da immagine delicata e fragile passa ad un’immagine di donna violenta e criminale,sembra offrire un’analisi diversa rispetto a quella fornita  dal dato statistico che le diverse ricerche di criminologia pongono in discussione. Una tua considerazione in merito?

E’ chiaro quindi che molte interpretazioni sulla violenza femminile siano state condizionate dalle proiezioni di come si pensava fossero le donne  più che su quello che erano e si è poco studiato quanto i cambiamenti nelle condizioni sociali abbiano modificato la personalità femminile.

Parliamo allora di numero oscuro nel senso che è un numero ed un dato matematico non studiato correttamente.

Pollack  parla di criminalità femminile mascherata o dietro le quinte, poiché un comportamento femminile frequente è quello del favoreggiamento e dell’istigazione, della manipolazione, un modo di non esporsi in prima persona. Secondo lui le donne commettono lo stesso numero di delitti degli uomini ma vengono raramente scoperti, riportati o perseguiti.

Il padre della moderna criminologia, Cesare Lombroso, ha studiato il crimine femminile nel suo saggio “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” (1893). Ha diviso le donne in buone e cattive. E ha cercato  di individuare i segnali fisici della “cattiveria” femminile. Secondo lui la donna criminale ha caratteristiche fisiche che la avvicinano agli uomini più che alle donne normali. Sono le caratteristiche della “delinquente nata”.

Tu alla luce dei tuoi studi che ti hanno condotto alla stesura del tuo libro puoi dire in quanto hai trovato valida la tesi di Lombroso quando parla di “categoria di delinquente nata”.

Evoluzione del delitto femminile

Negli ultimi anni sono stati moltissimi gli studi di stampo femminista sul delitto commesso dalle donne.(Gender studies)

I delitti commessi dalle donne cambiano con l’emancipazione femminile. L’omicidio non è più l’unica via di fuga per la donna che vuole sfuggire a un padre autoritario, non è più costretta dalla famiglia a sposare uno sconosciuto. Per la donna l’omicidio non è più l’unica via d’uscita a una situazione altrimenti insostenibile.

Le motivazioni ed i percorsi del delitto femminile erano diversi fino a cinquant’anni fa, oggi somigliano sempre più a quelli maschili. Le donne uccidono ormai per gli stessi motivi per cui una volta uccidevano gli uomini: rabbia, violenza, aggressività, impulso, sconfitta, rivalità, ambizione, invidia ecc. E con gli stessi mezzi: pistola, coltello.

Il tuo pensiero a riguardo?

Freda Adler nel suo famoso libro del 1975 “Sister in crime” sostiene che la rapida crescita della criminalità femminile altro non è che il lato negativo della liberazione. Le donne liberate si affretterebbero ad emulare gli uomini.

Cosa ne pensi?

Rudyard Kipling ha scritto che la femmina di ogni specie animale è più implacabile del maschio. Ed è vero. L’omicidio femminile veniva pensato a lungo e la donna non rinunciava mai, neppure conoscendo perfettamente i rischi che correva.

La donna era più lucida, determinata nel delitto degli uomini.

Il movente più consueto nel passato e soprattutto nel passato inglese, durante l’epoca vittoriana, era il desiderio di liberarsi del proprio marito. Erano mariti traditori, possessivi, gelosi che tenevano le proprie mogli nell’assoluta dipendenza anche economica. Succedeva che finalmente la donna incontrava l’amore e per quell’amore era disposta a fare di tutto, anche ad uccidere. La donna era pienamente consapevole delle conseguenze penali (la morte) nel caso fosse stata scoperta ma non rinunciava, la passione era più forte di qualsiasi altra cosa. Preferiva l’idea della morte all’idea della rinuncia.

Come uccidono

Le donne, non essendo forti come gli uomini, storicamente hanno dovuto ricorrere a  maniere di uccidere più originali e tortuose.

Lo troviamo nel tuo libro questo modo delle donne di uccidere “diversamente”?

Adele Grassito

domenica
Giu 5,2011

OSSERVATORIO A SUD SULLA LEGA NORD

di GIULIO GIALLOMBARDO

(La Repubblica, 8 maggio 2011)

PARTITO di lotta e, nello stesso tempo, di governo. Grazie a quest’ ambiguità di fondo, la Lega Nord ha costruito la sua fortuna politica, non senza una buona dose di furbizia e populismo. Ma ci sono altri aspetti che stanno alla base del potere del partito politico fondato da Umberto Bossi nel 1989: zone d’ ombra su cui riflettono Fabio Bonasera e Davide Romano, nel libro Inganno padano. La vera storia della Lega Nord “, un’ inchiesta che svela le trame nascoste che avrebbero dato vita al Carroccio, facendone poi un partito consolidato nelle istituzioni. Già nella premessa gli evidenziano la natura anticostituzionale che sta all’ origine del partito leghista. Il primo articolo dello statuto lo dice chiaro e tondo: «Il Movimento politico denominato Lega Nord ha per finalità il conseguimento dell’ indipendenza della Padania e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e sovrana». Queste basi sarebbero già sufficienti a mettere fuori legge le “camice verdi”: qualunque movimento politico miri alla creazione di uno Stato autonomo all’ interno della Repubblica italiana, dovrebbe essere perseguito penalmente. Il libro, che vanta la prefazione di Furio Colombo, ricostruisce tutta la storia leghista, dalle origini militanti di movimento di lotta alla sua consacrazione di partito di governo, raccogliendo le testimonianze scomode di chi, deluso, ha lasciato il Carroccio dopo la sua metamorfosi istituzionale.

Fabio Bonasera e Davide Romano, “Inganno Padano. La vera storia della Lega Nord”, Prefazione di Furio Colombo, Edizioni La Zisa, pagg. 176, euro 14,90

Ufficio stampa “Edizioni La Zisa”
cell. +39 328 4728708
e-mail: stampa@lazisa.it – www.lazisa.it
Blog;
http://edizionilazisa.blogspot.com

martedì
Mag 24,2011

Quattro iniziative in due giorni. Si presenta il 27 e il 28 maggio anche in Trentino il volume “Inganno padano. La vera storia della Lega Nord” (La Zisa) dei giornalisti siciliani Fabio Bonasera e Davide Romano. Il primo appuntamento è, quindi, venerdì 27, alle ore 17.30, presso la Sala Rosa del Palazzo della regione a Trento; secondo appuntamento alle ore 21.00 presso l’auditorium comunale di Taio, sempre in provincia di Trento. Sabato 28 si comincia alle ore 16.30 al gazebo in via Malfatti, angolo via Scuole (in caso di pioggia Bar Zaffiro c.so Bettini 74) a Rovereto; ultimo appuntamento alle ore 20.30 presso cortile interno della Rocca di Riva, palazzo comunale di Riva del Garda,  in caso di pioggia nelle sale interne del palazzo.

Il libro: “Inganno Padano. La vera storia della Lega Nord” di Fabio Bonasera e Davide Romano, Prefazione di Furio Colombo, Edizioni La Zisa, pagg. 176, euro 14,90 (2a edizione)

Da oltre vent’anni la Lega Nord fa parte stabilmente del panorama politico italiano. Tutti ne conoscono i principali leader, i programmi, le parole d’ordine, la balzana simbologia. Sono pressoché ignoti, invece, taluni aspetti poco virtuosi che la pongono sullo stesso piano delle peggiori consorterie politiche della cosiddetta Prima Repubblica. Questo libro racconta alcuni retroscena volutamente sottaciuti attraverso le testimonianze di coloro che hanno creduto, all’inizio, alle idee moralizzatrici di Umberto Bossi, per staccarsene successivamente quando dalla propaganda si è passati alla gestione del potere. Diventano altresì chiare le ragioni di fondo che stanno alla base del patto d’acciaio che unisce la Lega al partito-azienda di Silvio Berlusconi.

Fabio Bonasera (Messina, 1971), giornalista. Gli esordi professionali nella sua città natale, al Corriere del Mezzogiorno, dopo qualche breve esperienza in alcuni periodici locali. Successivamente, il trasferimento in Veneto, al Corriere di Rovigo, prima di approdare alla corte de Il Gazzettino, dove rimane per diverso tempo, occupandosi prevalentemente di cronaca bianca e politica. Attualmente, è direttore responsabile del mensile di Patti (Me) In Cammino.

Davide Romano (Palermo, 1971), giornalista. Ha lavorato per diversi anni nell’ambito della comunicazione politica. Ha scritto e scrive per numerose testate (tra le quali: L’Ora, Il Giornale di Sicilia, Il Mediterraneo, Centonove, La Repubblica, Antimafia2000, Jesus, La Rinascita della Sinistra, Avvenimenti, Narcomafie, L’Inchiesta Sicilia, e Riforma).ed è stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98. Ha pubblicato, tra l’altro: Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005), Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005); La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo (2007). Ha curato il saggio inedito del dirigente comunista Girolamo Li Causi, Terra di frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-60 (2009).

Info: Dott.ssa Elena Baiguera Beltrami – Uff. Stampa Idv del Trentino – beltramie@consiglio.provincia.tn.itidv.pat@gmail.com; Tel. 0461 227333 – Fax.0461 227331

Ufficio stampa “Edizioni La Zisa” – cell. +39 328 4728708 ; e-mail: stampa@lazisa.it – www.lazisa.it

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giovedì
Mag 5,2011

PREFAZIONE

Grande, nella sua semplicità! Così mi appare quest’opera prima della giornalista, ed ora scrittrice, Tilde Maisto. Nel nostro tempo, in cui la “complessità” è nei fenomeni e nelle cose, nelle elaborazioni teoriche come nell’operatività quotidiana, ritrovare un itinerario semplice è una vera fortuna, quasi un rinnovato “battesimo” che appunto purifica, almeno per una volta, dalle scorie del “complesso” che oggi domina, per natura, per necessità e, finanche, per una sorta di diabolica e contraddittoria volontà di autodistruzione e godimento, individuale e collettiva purtroppo largamente diffusa.

I “brevi racconti” della Maisto si collocano sulla sponda opposta, rigeneranti, quasi disarmanti. Ed è, per davvero, un piacere leggerli, in quanto ti riportano ad un’atmosfera per certi versi pascoliana, ad una dimensione della mente e dell’animo ora perduta o quantomeno obnubilata dalle tempeste e dalla deriva valoriale dell’epoca in cui ci è dato
vivere.

Il sogno, il bisogno indomabile di sognare: questo leitmotiv fa da mastice; lega esplicitamente le “piccole storie” che la Maisto ha saputo inventare, con dominanza di realismo e “cantucci” di amena fantasia. Buoni sentimenti e talora anche atroci popolano le vicende narrate. Momenti di vita vissuta, aspirazioni, lenti sprofondamenti e balzi trionfanti, ordinarie circostanze ed eventi singolari ed irripetibili: questi scenari ed altri scenari, queste ed altre emozioni l’Autrice ci propone, riducendo però sempre gli sviluppi a quel canone della semplicità cui s’è fatto sùbito cenno.

L’amore illumina le pagine della raccolta. Giustamente individuato e cantato come il più grande motore positivo
dell’esistenza, naturalmente prevale in ampiezza e profondità su tutte le manifestazioni dell’uomo. E c’è, dunque,
un felice connubio fra il sogno e l’amore. Un connubio dal quale Tilde è affascinata e ne scandaglia, spesso con stupore, i più diversi toni, i registri che ciascuno di noi può sperimentare nella quotidianitàe per la vita intera. Sicché, vigendo tale patto, pure le vicende più drammatiche o perfino tragiche si sciolgono e si sublimano in una visione, diremmo, originaria, da “paradiso terrestre”.

La dimensione familiare torna potente in tante pagine che Tilde ha racchiuso sotto il titolo “…Ho bisogno di sognare”:
una scelta di campo ed una prospettiva che risultano, insieme, esigenza profonda del cuore e sfida alla propria ed
all’altrui interiorità. Se è vero, come è vero, che attualmente la “famiglia”, nella nostra civiltà occidentale, attraversa una crisi devastante e senza precedenti, la proposta di questo libro coincide con la riscoperta dei più autentici valori della tradizione familiare consolidatasi per secoli e adesso sfortunatamente esposta a naufragi ricorrenti, oltre ogni immaginabile decadenza rispetto a quel passato in cui la “coesione” della famiglia stessa era addirittura un indiscutibile dogma.

Ed allora tutti i racconti compendiano una sorprendente saga familiare, ricca di vissuti concreti, che a tratti si configura quasi come un “modello”, un archetipo di cui, in questa tormentata temperie, è raro trovar traccia, mentre
burrasche d’ogni specie abbondano ed infangano identità ed onore, consapevolezza dell’appartenenza e rassicuranti
progetti esistenziali.

Un altro terreno elettivo è l’emigrazione: l’andar lontano dalla terra natìa e rimaner per anni là dove gli stili di vita,
le ricorrenze, le speranze, le lotte, le sconfitte e le vittorie hanno un valore ed un sapore diverso, nuovo, insospettato. E della condizione dell’emigrato – nella fattispecie in Lombardia, nei dintorni di Milano – la Maisto non esplora le croci di stampo sociologico; si ferma bensì entro i confini delle reazioni personali e delle modificate dinamiche interpersonali. E, trascorso un lungo periodo, il “ritorno a casa”, coltivato per così tanto tempo, si carica di appagamenti a lungo meditati, tenacemente cercati, finalmente avvertiti.

Il vasto universo dei ricordi – dai più dolorosi a quelli segnati da una tenerezza meravigliosa – è la sostanza di cui
s’incarna gran parte degli accadimenti raccontati ed emerge tendenzialmente, per chiara opzione di fondo, un ricordare che fa bene all’anima, la addolcisce, la spinge all’ottimismo della ragione, sebbene la navigazione della memoria non sempre si sia mossa sulle rotte della felicità.

L’Autrice racconta tutto questo senza veli, ma con pudicizia, seguendo il nudo svolgersi dei comportamenti e degli
àmbiti in cui si esplicano. L’afflato, la ricerca di se stessi e degli altri -sui nervi sensibilissimi dello spirito-, l’urgenza
dell’incontro umano in antitesi a qualsiasi scontro possibile, l’infanzia, la giovinezza, l’età matura e la vecchiaia,
nei loro più comuni risvolti, tornano di riga in riga, non perdendo mai di vista orizzonti talvolta molto proiettati nel
futuro, ma ineludibili per conquistare e difendere la serenità ed il senso della reciproca donazione, dell’accettazione
dei propri simili e dell’impegno anche civile, mancando i quali il vivere irrimediabilmente si complica, sovente si avvelena, imbocca – nei casi estremi – oscure gallerie che possono, talvolta, negare definitivamente l’uscita, per rivederedi nuovo il sole, rinascere.

Che altro rappresenterebbero, a volerle considerare a dovere com’è opportuno, certe frequenti storie che purtroppo
osserviamo nella realtà o di cui leggiamo, con impressionanti reiterazioni, sui giornali e che infarciscono la cronaca
contemporanea? “…Ho bisogno di sognare” si pone, viceversa, nella zona franca di un “modus vivendi” fondato sul buon senso, sulle regole fondamentali della convivenza intra ed extrafamiliare, sulla baldanza dei buoni moti del cuore.

Conseguentemente, assume enorme rilievo, nei fatti narrati, la solidarietà, non quella pelosa di alcune “sacrestie”
o di un “volontariato di mestiere” facilmente individuabile qui e là. Si tratta, per converso, di un approccio solidale che sorge dal desiderio di testimoniare sincera fratellanza ed amore vero che fanno leva, anzitutto, sulla donazione di sé, più che su saltuari frammenti che sanno d’elemosina.

La forma che Tilde Maisto predilige è quella diaristica, benché incurante di una meticolosa cronologia che sembra
non interessarle affatto, presa com’è dalla voglia di rievocare episodi che l’hanno veduta protagonista oppure che ha
osservato attentamente, fin nei meandri, con l’acume del letterato.

Accanto, c’è l’approccio epistolare che agevola il dialogo, che non esita a svelare segreti, emozioni, situazioni caratterizzate per lo più da intime fibrillazioni che non tutti sono disposti a sciorinare con immediatezza, senza riserve.

Le trame dei racconti scorrono essenziali, scarne, con sbocchi finali talora a sorpresa che, tuttavia, non stridono al
cospetto del candore sostanziale che ha caratterizzato gli antefatti. Sintatticamente predominano frasi brevi, periodi
paratattici. Il lessico, per ulteriore coerenza complessiva, non fa incursioni nel coacervo di termini incomprensibili,
estranei al linguaggio corrente di media cultura. Il che agevola la comprensione, attrae, gratifica.
Leggendo i racconti di Tilde, mi è tornata in mente Liala,
pseudonimo di Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi, una delle più amate scrittrici di romanzi d’appendice del
Novecento italiano. Questo per dire che, presentando questo lavoro della Maisto, non vorrei cedere a nessuna esagerazione, né accreditare stupidamente alcun giudizio che trabocchi al di là dell’effettivo valore artistico del libro, né tantomeno affermare che siamo di fronte ad un grande talento della letteratura: la stessa Autrice respingerebbe presto qualunque supervalutazione del suo talento.

Tilde ha voluto donarci questi racconti senza soverchie pretese, con la semplicità alla quale – lo ribadiamo – impronta la sua vita di tutti i giorni e che ha inteso trasferire anche in questo suo esordio letterario che, peraltro, fa da pendant all’impostazione palesemente culturale che distingue il visitatissimo blog “Cancello ed Arnone News” (da lei diretto con ammirevole scrupolo e grande passione), nonché alla sua interessante iniziativa che va sotto il nome di “Letteratitudini” (un sorta di amichevole salotto in cui, finalmente, la lettura di testi d’autore è privilegiata; un salotto in qualche modo “unico” ed originale nel nostro comprensorio del Basso Volturno e che merita d’essere frequentato, mentre va aprendosi ad ulteriori affermazioni e fortune).

Ebbene, alla lettura delle pagine di Tilde, è la Liala del suo primo romanzo, “Signorsì” (1895), che riemerge dai miei
ricordi di scuola: Amalia Liana cominciò a scrivere per superare il dolore; Tilde, forse o certamente, ha deciso di scrivere per ridar nuova e verdeggiante linfa alla sua voglia di vivere e di sognare! E, se Gabriele D’Annunzio coniò per Amalia Liana lo pseudonimo che la rese famosa, così motivandolo “Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome”, nel mio piccolo mi sia permesso di associare il “sogno” di Tilde a quell’ala o, meglio, a quell’incalzante
“colpo d’ala” di cui ciascun “sogno” chiede la spinta.

Il mondo fantastico di Liala era affollato di “eroine romantiche e trasgressive, di ambientazioni eleganti e sofisticate”;
ella fu definita la “regina delle storie d’amore”. Tilde guarda invece alla realtà, alla sua realtà, ma non si priva e non ci priva dei battiti più forti del suo e del nostro cuore. I suoi personaggi sono quelli della propria famiglia e degli amici e dei “conoscenti” che con lei hanno percorso o percorrono un tratto di strada. I contesti che descrive sono assolutamente normali, vicinissimi all’esperienza di tutti noi. Eppure, dalle pieghe di tanta ordinaria dimensione partono i missili che sfrecciano verso il cielo, i sussulti di una spiccata sensibilità, le speranze per un domani veramente migliore.

Anche per tali ragioni, raccomandiamo la lettura di questi racconti alle persone di ogni età: agli adulti, per ritrovarsi
in un salutare bagno di valori da riscoprire e rivivere ogni giorno; ai giovani, perché possano “semplicemente”, alla
maniera di Tilde, imparare a credere nell’uomo, nella comunità
sociale e…in Dio.


Raffaele Raimondo

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