Cancello ed Arnone News

Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Religione/Teologia’ Category

Vangelo di Domenica 21 Settembre 2014

domenica
Set 21,2014

1

  La gratuità che salva il mondo

Vangelo Matteo 20, 1-16

Così, infatti, è il regno di Dio. Un tale aveva una grande vigna e una mattina, molto presto, usci in piazza per prendere a giornata degli uomini da mandare a lavorare nella sua vigna. Fissò con loro la paga normale: una moneta d’argento al giorno; e li mandò al lavoro. Verso le nove del mattino tornò in piazza e vide che c’erano altri uomini disoccupati. Gli disse: “Andate anche voi nella mia vigna; vi pagherò quello che è giusto”. E quelli andarono. Anche verso mezzogiorno e poi verso le tre del pomeriggio fece la stessa cosa. Verso le cinque di sera uscì ancora una volta e trovò altri uomini.Disse. “Perché state qui tutto il giorno senza far niente?”. E quelli risposero: “Perché nessuno ci ha preso a giornata”. Allora disse: “Andate anche voi nella mia vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore. “Chiama gli uomini e da’ loro la paga, cominciando da quelli che son venuti per ultimi”. Chiamò dunque quelli che eran venuti alle cinque di sera, e diede una moneta d’argento, ciascuno. Allora cominciarono a brontolare contro il padrone. Dicevano: “Questi sono venuti per ultimi, hanno lavorato soltanto un’ora, e tu li hai pagati come noi che abbiamo faticato tutto il giorno, al caldo”. Rispondendo a uno di loro, il padrone disse: “Amico, io non ti ho imbrogliato: l’accordo era che ti avrei pagato una moneta d’argento, o no? Allora prendi la tua paga e sta’ zitto. Io voglio dare a questo, che è venuto per ultimo, quello che ho dato a te. Non posso fare quello che voglio con i miei soldi? O forse sei invidioso perché io son generoso con loro?”. Poi Gesù disse: “Così, quelli che sono gli ultimi saranno i primi, e quelli che sono i primi saranno gli ultimi”.

La questione del lavoro è drammatica, per la percentuale crescente, non calante delle persone, specie giovani senza lavoro, per le migliaia di fabbriche chiuse, per l’impressionante numero di lavoratori e lavoratrici licenziate, in cassa integrazione nelle diverse e precarie condizioni. Per chi lavora c’è la questione di una remunerazione giusta, equa e l’altra del lavoro sommerso o, nell’espressione più usata, in nero che coinvolge un numero impressionante di persone italiane e straniere, di cui non si parla, a cominciare da chi esprime giudizi sprezzanti nei loro confronti. Il lavoro  non è solo l’impegno per poter vivere con dignità la propria vita, ma ancor prima e più profondamente riguarda la dignità stessa della persona, il suo crescere nella società e poter esprimere le sue qualità e capacità, anche se poi tante volte le persone si trovano a svolgere un lavoro meno adatto o per nulla adatto alle proprie possibilità. Il Vangelo di questa domenica (Vangelo di Matteo 20, 1-16) ci comunica una parabola che vede come protagonisti il proprietario di una grande vigna e alcuni operai che lui invita a lavorare in momenti diversi della giornata: alcuni li manda al lavoro al mattino, molto presto; altri verso le nove; altri ancora verso mezzogiorno; perfino alle cinque di sera ne manda alcuni vedendoli in strada, senza fare nulla. Alla sera c’è il momento della paga. Con i primi operai della mattinata il proprietario aveva fissato la paga normale di una moneta d’argento al giorno. Ora nel pagamento il proprietario sconvolge ogni procedura; invita il suo fattore a pagare per primi gli ultimi che avevano lavorato solo un’ora e a dare loro una moneta d’argento, come ai primi. Questi protestano perché avvertono una evidente ingiustizia nel confronto. Il proprietario della vigna ricorda loro di essere fedele e corretto con la decisione pattuita al mattino; che lui può dare agli altri per sua personale decisione quello che vuole. L’insegnamento della parabola non riguarda i contratti salariali, ma la dimensione della gratuità che pretende la giustizia, la afferma e poi va oltre; esserci, dedicarci, impegnarci con gratuità solo per una dimensione interiore, perché ci si crede, senza considerare esiti e risultati. La gratuità potrà contribuire a salvare l’umanità perché rompe il vincolo della necessità fra dare per avere, fare per ricevere. Senza gratuità si diventa funzionari della vita, organizzatori e professionisti senz’anima, funzionari della religione senza misericordia, protagonisti attenti al proprio successo e non al bene comune; persone prive di risonanze interiori, di riferimento a un’ulteriorità che guida di un ideale che motiva e di cui le realizzazioni non sono mai complete. La gratuità esprime profondità, speranza, perseveranza. La gratuità è espressione dell’amore e solo l’amore potrà salvare il mondo.

sabato
Set 20,2014

1

 

 

Il 21 settembre 2014, alle ore 10, sarà finalmente consacrato il nuovo santuario di San Gabriele, in provincia di Teramo. Lo storico evento sarà presieduto dall’inviato speciale di Papa Francesco, il cardinale Ennio Antonelli, già arcivescovo di Firenze e presidente emerito del pontificio Consiglio per la famiglia, che guiderà la delegazione pontificia. In occasione della consacrazione Papa Francesco ha inviato al santuario una lettera speciale che sarà diffusa il 21 settembre.

La delegazione pontificia sarà accolta all’uscita del casello autostradale “S.Gabriele” dell’A24 e quindi in corteo, scortato da carabinieri e motociclisti del “Moto club Gran Sasso”, arriverà al santuario dove sarà accolto dal Vescovo di Teramo-Atri monsignor Michele Seccia, dal superiore generale dei Passionisti  padre Joachim Rego e dal Presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso.

Durante la celebrazione eucaristica il Cardinale Antonelli utilizzerà il nuovo e prezioso calice realizzato e offerto dalla ditta Ottaviani di Recanati (MC) e benedetto da Papa Francesco durante l’udienza generale del 17 settembre scorso. Inoltre sarà inaugurata un’artistica acquasantiera progettata dall’artista Mimmo Paladino.

 

 

2

 

Alla consacrazione di uno dei più grandi santuari moderni d’Europa, frequentato ogni anno da due milioni di pellegrini, parteciperanno anche il vescovo di Teramo-Atri monsignor Michele Seccia, il vescovo di Sanggau (Indonesia) monsignor Giulio Mencuccini, il superiore generale dei Passionisti padre Joachim Rego, il consiglio generale dei Passionisti, il superiore provinciale dei Passionisti del settore centro-adriatico padre Piergiorgio Bartoli, oltre a numerosi sacerdoti, religiosi, autorità civili (tra cui il Presidente della Regione Abruzzo D’Alfonso, in veste ufficiale con il gonfalone della Regione, il Presidente della Provincia di Teramo Catarra, il Presidente della Provincia di Chieti Di Giuseppantonio, vari Sindaci) e autorità militari. Saranno presenti alcuni parenti di S.Gabriele provenienti da Roma e Jesi.

Ci saranno anche alcune delegazioni di associazioni di emigrati, in particolare sono già annunciate quelle da Philadelphia, Melbourne e Brisbane. Gli emigrati, soprattutto abruzzesi, hanno contribuito in maniera notevole alla costruzione del nuovo santuario. Si prevede l’arrivo di oltre 10 mila fedeli. Per questo i pellegrini che non riusciranno a entrare nel nuovo santuario potranno seguire il rito attraverso alcuni maxischermo.

 

 

3

 

Al termine della celebrazione il Cardinale benedirà una targa-ricordo della consacrazione e una campana fusa dalla Pontificia ditta Marinelli di Agnone (CB).

 

Il rito di consacrazione sarà trasmesso in diretta dalle emittenti private Tv6 di Teramo e Telemolise,  visibili in Abruzzo, Molise, parte di Lazio e Marche e Puglia. Ci sarà anche una diretta streaming attraverso il sito del santuario www.sangabriele.org.

E’ già stato approntato un piano di accoglienza della grande massa di pellegrini. Il santuario potrà contare sulla collaborazione della “Protezione civile”, della “Croce rossa”, del “118”, della “Croce bianca” e di numerosi volontari.

 

 

 

 

NOTE INFORMATIVE:

 

UN SANTUARIO PER IL TERZO MILLENNIO

 

La costruzione del nuovo santuario, dedicato a San Gabriele dell’Addolorata, il santo dei giovani, iniziò il 26 febbraio 1970, sulla base di un progetto elaborato nella seconda metà degli anni Sessanta dagli Studi Associati, un gruppo di architetti e ingegneri (Buttura, Massoni, Pelizza, Casati, Ponzio, Maggi) di Milano, sotto la direzione dell’ingegnere Rino Rossi di Bologna. Nelle intenzioni dei professionisti milanesi si trattava di “Un progetto semplice e felice, come semplici e felici furono i giorni del giovane San Gabriele dell’Addolorata, come i luoghi dei suoi ultimi anni. Il santuario vuole esser un’isola di serenità nella serenità di questi luoghi, un grande giardino, un modo per stare insieme, una collina che sale lenta, a gradoni, quasi un invito per una passeggiata tra il verde, una passeggiata che concorre e ripropone il luogo della preghiera”.

 

Le dimensioni dell’opera si annunciano gigantesche: il nuovo santuario sarà nel complesso venti volte più grande della prima basilica (in totale si costruiranno quasi 12mila metri quadrati). La sola aula liturgica sarà dieci volte più capiente dell’antica basilica.

I lavori vanno avanti speditamente nei primi anni fino al 1974; le strutture portanti in brillante cemento bianco e le possenti travi in acciaio cor-ten (lunghe ognuna 32 metri, in assoluto il primo esempio in Italia, e forse in Europa, di utilizzo di travi cor-ten a così lunga gittata) risaltano davanti all’antica basilica. Negli anni 1975-1978 viene realizzata l’ardita e gigantesca cupola, a forma di tenda, in rame e acciaio cor-ten. Il santuario è ancora in costruzione, ma già in alcune domeniche del 1976 può ospitare le prime celebrazioni liturgiche. A fine anni Settanta la struttura portante del nuovo santuario è completata.

Negli anni seguenti si rendono necessari interventi di adeguamento liturgico e completamento delle strutture e per questo, nel 1981, viene indetto un concorso internazionale cui partecipano quattro gruppi di lavoro. Il concorso viene vinto dal gruppo guidato dall’architetto Eugenio Abruzzini di Roma, che progetta e realizza numerosi interventi nel nuovo santuario.

 

Il nuovo santuario (a forma di croce greca), lungo 90 metri e largo 30, è stato realizzato in cemento bianco, vetro, policarbonato, alluminio e acciaio cor-ten. Quasi un chilometro di fioriere e una ventina di grandi terrazze arricchiscono il complesso. Il nuovo santuario può contenere 10 mila persone, di cui 5 mila nelle navate. E’ uno dei santuari moderni più grandi d’Europa.

Al centro della basilica è collocato il grande presbiterio. Agli angoli delle quattro navate sei scalinate e una lunga rampa immettono nella grande e accogliente cripta del santo che viene solennemente benedetta dal Papa Giovanni Paolo II, durante la storica visita al santuario, il 30 giugno 1985. Il Papa inaugura anche l’innovativa Cappella della riconciliazione (che dispone di 30 moderni confessionali) dove, compiaciuto, si complimenta con l’architetto Abruzzini e i padri del santuario: ”Così voi ci aiutate a salvare il sacramento della riconciliazione!”. In pratica fin dal 1985 il santuario viene utilizzato tutti i giorni festivi dell’anno e in molte altre occasioni.

 

Nel 1985-1987 l’artista frate cappuccino Ugolino da Belluno realizza le prime stupende opere artistiche: il mosaico del mistero pasquale e la vetrata del Figliol prodigo nella Cappella della riconciliazione, il mosaico del miracolo della moltiplicazione dei pani e pesci, il tabernacolo in bronzo, l’originalissimo crocifisso in bronzo e i mosaici dell’altare e dell’ambone nella navata feriale. Nel 1991-1993 viene realizzato, su progetto dell’architetto Abruzzini, il pavimento dell’aula liturgica e il presbiterio dal prezioso pavimento cosmatesco su cui spiccano l’altare e l’ambone, in marmo bianco jugoslavo. Nel 1998 il pittore Omar Galliani dipinge due grandi tavole per il nuovo santuario, raffiguranti la Passione e la Risurrezione. Nel 2002 l’artista Mimmo Paladino progetta una grande vetrata battesimale in uno dei locali del nuovo santuario. Il Portale centrale del santuario, in acciaio, vetro istoriato e cosmati, dedicato a “Cristo-Porta”, viene costruito nel 2004 dall’artista Guido Strazza di Roma.

Nel 2008 l’artista Nino Di Simone di Castelli (TE) realizza due grandi sculture in ceramica ai lati dell’altare, dedicate alla Risurrezione e alla Crocifissione.

Nel 2012 il nuovo santuario si arricchisce di un grandioso organo a canne Opus 737, costruito nel 1961 dalla ditta tedesca Späth e assemblato, rinnovato e ampliato dalla ditta Anselmi Tamburini di Asciano (SI). E’ un organo a trasmissione elettrica con consolle elettronica, composto da 49 registri, tre tastiere e 3.200 canne.

Nel 2013 l’artista Paolo Annibali di Grottammare (AP) scolpisce in bronzo la grandiosa “Porta degli emigrati” (metri 4×5). La Porta, che ha un peso di 60 quintali, è il giusto ringraziamento che il santuario ha voluto offrire a tutti gli emigrati che nel mondo hanno diffuso la devozione al santo dei giovani. Nel 2014 l’artista suor Agar Loche, del centro “Domus Dei” di Roma, progetta le vetrate istoriate della gigantesca cupola, mentre l’artista Mimmo Paladino crea due acquasantiere, realizzate dalla bottega ceramica “Gatti” di Faenza (RA).

 

La costruzione del nuovo santuario è durata più di un quarantennio. Non è stato facile portare avanti una simile gigantesca e costosa opera, ma grazie all’impegno economico del santuario, al contributo di numerosissimi devoti di san Gabriele (tra i quali spiccano per generosità le varie associazioni di emigrati abruzzesi sparse in tutti i continenti), degli abbonati al mensile del santuario L’Eco di san Gabriele, di alcuni grandi benefattori e di qualche ente pubblico, si è arrivati alla conclusione, pressoché totale, della costruzione del nuovo santuario.

Molti di coloro che negli anni Sessanta si chiedevano perplessi a cosa sarebbe servita una così gigantesca costruzione, visto che già si intravvedevano i segni di quella crisi religiosa che avrebbe portato a svuotare le chiese e alla secolarizzazione, si sono dovuti presto ricredere. Vedere il nuovo santuario affollato in quasi tutti i periodi dell’anno, e in più occasioni pieno come un uovo, induce anche i più scettici alla riflessione e dimostra che i progettisti avevano ragione, quando si auguravano di creare “un’opera destinata all’uomo di oggi e ancora più a quello di domani, perché nel silenzio e nella serenità l’uomo possa riaprire un colloquio con se stesso e con Dio per darsi ragione dei suoi giorni, per amare e credere ancora”.

Il nuovo santuario, che sarà consacrato il 21 settembre 2014, sarà secoli segno perenne della presenza di Dio tra il suo popolo, luogo di convocazione della comunità ecclesiale, memoria delle meraviglie operate dal Signore attraverso il suo servo fedele san Gabriele dell’Addolorata.

 

 

 

Dati tecnici essenziali del nuovo santuario

 

Totale metri quadri area coperta       mq. 11.852

Totale metri cubi vuoto per pieno      mc. 96.818

Superficie totale aula liturgica                       mq. 4.620

Superficie cripta                                 mq.   1.007

Superficie confessionali                                  mq.     478

Superficie museo Stauròs                   mq.     829

Superficie terrazzi                              mq.   5.610

 

Inoltre…

  • Centinaia di tonnellate di cemento, acciaio cort-ten,

 

ferro, granito, marmo, travertino

  • Centinaia di quintali di vetro, alluminio,

 

legno e policarbonato           

 

Tempi di costruzione                         

Struttura principale                            1970-1980

Rifiniture, opere d’arte, arredi                       1981-2014

 

venerdì
Set 19,2014

2

di Mattia Branco

Dopo dodici anni dal riconoscimento di Gruppo di Preghiera S.Pio “S.Roberto Bellarmino” non mancano le iniziative per i prossimi quattro mesi che si susseguono ormai dal giorno della costituzione e anche da quando fu costruita la piazzetta P.Pio in via Settembrini circa due anni prima grazie ad un gruppo che volle fortemente questa statua. Pellegrinaggi, incontri davanti alla stessa statua recitando il santo Rosario a maggio, iniziative di solidarietà aiutando associazioni e fasce più deboli sempre in nome del Signore e del Santo di Pietrelcina che intercede per tutti quelli che lo invocano. Una devozione serena che ha fatto si che il gruppo durante questi anni si è distinto anche fuori dalle mura di Cancello ed Arnone. I prossimi impegni sono un Pellegrinaggio a piedi per il prossimo 20/9 con partenza da piazza S.Francesco davanti alla Chiesa Madre Regina di Tutti i Santi alle ore 15.30 .Il percorso seguirà Via P.Pagliuca, Via Centauro con a seguito tutta l’assistenza per i pellegrini, seguiti dalle forze dell’Ordine, dalla Protezione Civile, Associazione Carabinieri, dalla Autoambulanza messa a disposizione dall’Associazione Locale Croce Rossa D’Italia e da un pullman messo a disposizione dall’Amministrazione Comunale. All’arrivo alla cappellina costruita dalla Fam. Del Prete loc. Mazzafarro, sarà celebrata la S.Messa dal parroco Don Rocco Noviello.Durante il percorso canti e preghiere animate dallo stesso gruppo. Il 23 Settembre festa di S.PIO Santa Messa celebrata nella Cappella M.SS. delle Grazie alle ore 18.30 celebrata dal Parroco Don Sabatino Sciorio.Il 12 ottobre incontro a Pompei dei Gruppi di S.Pio della Campania. Ritiro Spirituale per il giorno 26/27 Ottobre presso il Cenacolo S.Chiara in S.G. Rotondo.Visita alla Divina Misericordia a Caserta.Santa Messa Mensile e Rosario nelle varie zone del paese. Pacchi dono per famiglie bisognose durante il periodo natalizio.

venerdì
Set 19,2014

1

 

DON FEDERICO, LA PIAZZA DEL CUORE E LA RINASCITA DELL’AQUILA

Cronaca di una giornata particolare. A Paganica, la Prima Messa di un giovane sacerdote

 

di Domenico Logozzo *

 

 

 

PAGANICA (L’Aquila) – La piazza di Paganica, piazza del cuore. Nel segno della religiosità e della comprensione dei bisogni. Solidarietà. Appello d’amore per gli altri. Atti concreti, azioni positive. Don Federico Palmerini inizia il cammino sacerdotale con un gesto grande di solidarietà. Ha devoluto le offerte ricevute nel giorno in cui ha celebrato la Prima Messa ad una mamma di Paganica che è costretta a spendere oltre duemila euro al mese per acquistare le medicine necessarie per curare il figlio di 20 anni, affetto da una malattia rara e invalidante.

 

3

 

”Stringiamoci intorno a questi nostri compaesani e sosteniamoli in questo difficile momento”. Un applauso si è levato dalla immensa folla. Un applauso che conferma che il messaggio è giunto al cuore di tutti e che non rimarrà inascoltato. E si spera che anche dalle istituzioni giungano risposte positive, dando il via libera all’applicazione del decreto che consente “l’erogazione gratuita di farmaci ai pazienti abruzzesi affetti da malattie rare e con diagnosi certificata”. Federico sulla via indicata da papa Francesco. Con umiltà e dedizione. E papà Goffredo sottolinea: ”Domenica 14 settembre la piazza di Paganica è tornata ad essere viva, ricolma di gente. Una grande festa di popolo, di fede, di comunione, di compassione verso chi soffre, con il gesto di Federico di donare le offerte e di lanciare l’appello per il giovane colpito da narcolessia. Sono stati giorni di serenità e felicità per un’intera comunità, un segno di fede e di speranza, un segno di identità e di forte senso comunitario, per L’Aquila e per l’intera diocesi”. Una piazza, migliaia di persone unite dal bene. Un solo, immenso, cuore d’amore.

Festa di popolo, proprio così. In segno di giubilo per don Federico le coperte stese ai balconi di decine di abitazioni, nel centro storico di Paganica, il più grande dopo quello dell’Aquila, case vuote per i danni del sisma e non ancora ricostruite. Luoghi della memoria pieni di storia. Preziosissime testimonianze, che vanno recuperate. Seriamente. Palazzi antichi tenuti in piedi dalle “imbracature provvisorie”, tra funi d’acciaio, robuste travi di ferro e di legno. Ricostruzione lenta, ma tanta voglia di rinascere. Federico ha scelto la piazza antistante la Chiesa madre di Santa Maria Assunta, facciata quadrata con una magnifica balconata in ferro battuto. Ancora inagibile – e chissà per quanto tempo ancora! – la bella chiesa che lui ha frequentato fin da bambino. Scelta di vita. Carica di ottimismo. Per dare speranza alla ripartenza.

 

2

 

Il padre Goffredo ricorda con orgoglio e commozione: ”La vocazione, che sette anni fa accogliemmo con gioia perché era la libera scelta di vita di Federico, si è realizzata il 13 e 14 settembre. Abbiamo vissuto, io e la mia famiglia, la sua consacrazione sacerdotale con emozione intensa, insieme alla grande moltitudine convenuta nella Chiesa di San Francesco, a Pettino, nella periferia dell’Aquila, perché la Cattedrale, massacrata dal terremoto, è ancora da ricostruire. E’ stata una forte testimonianza di fede e di unità comunitaria, così necessaria per la rinascita della nostra amata città”. Insieme, contro la rassegnazione. ”Un senso di comunità forte – afferma con gratitudine Goffredo Palmerini – si è espresso a meraviglia a Paganica, nella preparazione della giornata della Prima Messa di Federico, attraverso lo straordinario impegno di tanti volontari che hanno ripulito dalle erbacce e dai detriti del terremoto, in una settimana di lavoro, la piazza principale dove si è celebrata l’eucarestia. Non solo. Hanno rimesso a nuovo la villa comunale, dove si è tenuta la conviviale, un’agape fraterna condivisa con molto più d’un migliaio di commensali. Un lavoro impegnativo, per trasportare e montare le attrezzature, condotto spesso sotto la pioggia durante la settimana, cessata come per incanto sabato e domenica, i giorni della festa”.

 

Consigli e segni positivi. Sabato l’arcivescovo dell’Aquila, mons. Giuseppe Petrocchi, aveva iniziato  l’omelia rivolgendosi con queste parole a don Federico: ”Ricordati sempre che, nella logica della Sapienza, devi ascoltare, prima di dire; essere testimone, per diventare maestro; maturare come discepolo, se vuoi svolgere il servizio di guida. La tua scelta di ricevere l’Ordine sacro del presbiterato in questa ricorrenza liturgica (l’Esaltazione della Croce), non è «casuale» (cioè, un fatto occasionale e fortuito), ma è «causale» (quindi, una decisione attentamente pensata e voluta). Manifesti, così, l’intenzione di edificare il tuo sacerdozio sulla croce gloriosa di Cristo, perché sai che questa è una roccia sicura e da essa scaturisce la sorgente di ogni grazia”. La conclusione dell’omelia con questo augurio: ”Possa l’Immacolata, donna vestita di sole, risplendere nel tuo cielo come segno di consolazione e di sicura speranza, per renderti – sempre e ovunque – portatore di gioia e costruttore di pace”.

 

Ed un sole splendente domenica mattina ha illuminato la piazza di Paganica. Gioia e applausi. Felicità. E’ stata davvero una giornata meravigliosa, benedetta dal sole che dovrà guidare Federico sulla luminosa via che ha scelto di percorrere quando aveva 20 anni, lasciando l’università e la bella fidanzata, per entrare in seminario. Don Dante Di Nardo, nell’omelia, ha evidenziato le grandi qualità del neo sacerdote, dispensandogli tanti preziosi consigli. In effetti è stato Don Dante la vera guida formativa e spirituale di don Federico: “Mi ha visto crescere e fatto crescere”. Papà Goffredo lo definisce  “un prete autentico, molta essenza e poca apparenza”. Ricorda che “è giunto alla vocazione in età matura, a 25 anni, entrando in seminario lasciando il lavoro come tecnico alla Siemens, nello stabilimento aquilano della grande azienda elettromeccanica. E’ stato parroco di Paganica per 16 anni, dal 1991, praticamente ricostruendo dalle fondamenta la comunità parrocchiale, sapendo riconoscere i carismi in ogni persona e lasciando che ciascuno potesse svilupparli per il bene della comunità, con una particolare attenzione agli ultimi. Nel 2007 gli è succeduto Don Dionisio Rodriguez, colombiano, davvero un bravo prete che ha continuato ad operare sulla traccia di don Dante”.

 

Continuità e scelte. “La mia scelta – ci spiega don Federico – trova il suo fondamento non nell’essere un’iniziativa che parte da me, quanto, invece, nell’essere la risposta all’iniziativa di Qualcun altro: è Dio stesso che ha preso l’iniziativa, è Lui che ha fatto il primo passo ed ha chiesto a me di mettermi liberamente a suo servizio. Allora si può capire dove siano le vere radici di quanto abbiamo celebrato con gioia sabato e domenica scorsi: nell’amore di Dio per il suo popolo, che mai viene meno”. D’obbligo il riferimento al disastroso terremoto di 5 anni fa che ha provocato oltre 300 vittime e danni ingenti alle abitazioni ed al patrimonio storico e culturale dell’Aquilano. Riflette don Federico: “Di fronte alle tragiche conseguenze del sisma del 2009, di fronte a tanti dubbi e a tante domande su come il Signore fosse presente in tutto questo, su dove andasse cercata la sua mano ancora provvidente verso la nostra comunità, forse molte attese sono rimaste tradite, non hanno avuto risposta. La mia consacrazione al Signore nel sacerdozio non è altro che uno dei tanti segni con cui il Signore dimostra ancora oggi la sua cura verso di noi, ci dà la certezza che la sua paternità non viene meno, soprattutto nei momenti più difficili”.

 

La ricostruzione, i tempi lunghi e la fede. “Mentre ancora è immane il lavoro da fare per riportare alla normalità la vita delle nostre comunità – mi dice don Federico – il Signore opera instancabilmente perché al suo popolo non manchi mai un ‘oltre‘ verso cui camminare, perché non ci si ripieghi sul presente, o, peggio ancora, sul passato. C’è speranza per il domani, e non soltanto per un vago ottimismo umano, ma soprattutto per la certezza di fede che la storia, pur tra tante contraddizioni, è nella mani di un Padre che provvede. Il mio sacerdozio credo sia una piccola eco per la nostra gente di questa grande compassione del Signore verso di noi”. E tutta la comunità si è stretta intorno a lui ed alla sua famiglia.

 

*già Caporedattore del TGR Rai

 

mercoledì
Set 17,2014

1

Fr. Giovangiuseppe Califano, ofm   In occasione del bicentenario della nascita di P. Ludovico da Casoria (1814-2014) le Suore Francescane Elisabettine Bigie, con iniziativa davvero encomiabile, hanno voluto offrire ai devoti e cultori del prossimo santo la ristampa anastatica della celebre biografia scritta dal cardinale Alfonso Capecelatro, della Congregazione dell’Oratorio, Arcivescovo di Capua. Si tratta del testo che in maniera più immediata e coinvolgente ci fa conoscere il grande frate minore che fu detto “il San Francesco del XIX secolo”. Alla vigilia della ormai prossima canonizzazione, il volume è uno strumento indispensabile per quanti vogliano approfondire le opere e la spiritualità di San Ludovico.

2

  La vita del p. Lodovico da Casoria, – questo il titolo del volume – ebbe la sua prima edizione nel 1885, e cioè nello stesso anno della sua morte, e fu stampata presso la Tipografia degli Accantoncelli di Napoli, una delle tante opere che il genio di Padre Ludovico aveva messo in piedi. Il fatto che l’arcivescovo di Capua accettasse di scrivere una biografia di Padre Ludovico all’indomani stesso della morte, dimostra quanto profonda e sicura fosse la fama di santità che si percepiva intorno all’amato Padre. Basta leggere le prime parole dell’Introduzione dell’autore per rendersene conto: “Il 31 Marzo di quest’anno 1885 si rendevano in Napoli onori di pietose e solennissime esequie a un uomo che il giorno innanzi era morto in un Ospizio di poveri a Posillipo. Quest’uomo che aveva nome Padre Lodovico, era un frate umile e poverello, di non molta coltura, e, quanto al parlare e alle forme esteriori, poco o punto diverso da un semplice nostro popolano. Nondimeno le esequie che gli si fecero sono di quelle che assai raramente s’incontrano, e che o muovono al pianto, o almeno lasciano profondamente pensare”.[1] Alfonso Capecelatro (Marsiglia 5 febbraio 1824 – Capua 14 novembre 1912), era entrato sedicenne nella Congregazione dell’Oratorio ed era stato ordinato sacerdote nel 1840. Egli fu per l’Oratorio di Napoli un vero salvatore: ottenne infatti che, in seguito alle leggi di soppressione decretate dal nuovo stato italiano, alla chiesa dei Girolomini e al chiostro con la famosa biblioteca fossero assicurate le garanzie dovute ai monumenti nazionali ed egli stesso ne fu eletto sopraintendente. Nel 1879 Leone XIII lo chiamò in Vaticano come vicebibliotecario, il 28 ottobre 1880 lo elesse arcivescovo di Capua, e nel 1886, anno successivo alla morte di P. Ludovico lo creò cardinale. Tra le sue opere vanno ricordate altre importanti biografie di santi: Storia di S. Caterina da Siena e del papato del suo tempo,1856; Newman e la religione cattolica in Inghilterra, 1859; Storia di S. Pier Damiano e del suo tempo, 1887; La vita di S. Alfonso Maria de’ Liguori, 1893. Ma soprattutto restò celeberrima la sua Vita di Gesù, scritta su suggerimento di Padre Ludovico da Casoria per confutare gli errori di Renan, che aveva voluto scrivere un analogo soggetto in chiave laicista. Il Capecelatro scrisse La vita del P. Lodovico da Casoria sulla base di conoscenza diretta e di testimonianze di prima mano. Godè personalmente della spirituale amicizia con il Padre, ne accolse le confidenze, fu conquistato dalla sua santità: “Nello scrivere questa storia del P. Ludovico – confessa il Capecelatro – spesso io me lo vedo davanti come persona viva; e nel vederlo mi pare che secondo il suo solito, lietamente mi sorrida. Mi sembra anche che nel presentarsi alla mia fantasia mi infonda coraggio, e mi rinfranchi nelle difficoltà gravi della mia vita pastorale. Lo scrivere dunque di lui mi è quasi una spirituale letizia”[2] Favorito dai ricordi di questa assidua frequentazione e dai racconti di testimoni della prima ora, il Capecelatro ci consegna una straordinaria mole di informazioni circa le vicende biografiche, i luoghi, le persone, le opere intraprese o agognate da Padre Ludovico. E tuttavia ciò che più affascina il lettore è il modo in cui ci viene consegnato il ritratto fisico e spirituale del santo. In un’epoca in cui non esistevano video, né registrazioni, e la fotografia era appena agli inizi, fu provvidenziale che i tratti somatici, il carattere, e la stessa voce di P. Ludovico restassero vividamente impressi nella memoria di Alfonso Capecelatro. Egli poté così tramandarli a noi nelle pagine della sua biografia con ineguagliabile capacità descrittiva:“Il P. Ludovico fu nel corpo bello di signorile bellezza, con carnagione bianca e mista di un roseo che, quando s’accalorava parlando, diventava quasi vermiglio. Ebbe il capo ben proporzionato, i capelli castani e bruni e spessi, il viso ovale, la fronte spaziosa e gradatamente sporgente dal vertice ai sopraccigli, gli occhi cerulei, piccoli ma parlanti e vivacissimi: il naso regolare e leggermente aquilino, la bocca giusta, le labbra sottili e strette ma sorridenti, la voce sonora e nel canto, argentina; la parola viva, leggermente stentata, il mento quadrato, gli orecchi piccoli, il collo diritto, le mani bianchissime, affilate, gentili. Fu grave nell’incedere; nel parlare affabile e cortese, in tutto l’andamento della persona nobilmente semplice” [3]. A tratti, dalle pagine del libro, mentre l’autore riporta le espressioni e le parole del santo, i dialoghi, le prediche, le esortazioni, o semplicemente i commenti ai fatti del vivere quotidiano, ci sembra di poterne percepire finanche il timbro di voce. Infatti il Capelatro aveva annotato: “La sua parola era ardente, colorita, sentenziosa, incisiva, … a ciò si aggiunge che egli parlava con una certa mescolanza di lingua e di dialetto che pareva frutto di poca cultura, e per di più assai spesso errava nelle desinenze delle parole. Come si vedrà dalle sue lettere … scriveva assai meglio di quel che non parlasse. Per cui a qualcuno, quel parlare incolto e un po’ sgrammaticato, parve finissima industria di umiltà; a me no. Non l’ho creduto mai, anche perché quel continuo espediente per sembrare diverso da quel che era … guasterebbe la sua figura.” [4] E’ commovente poi leggere con quali accenti di ammirazione e di spirituale affetto l’autore rende la sua testimonianza sulla santità di P. Ludovico: “Andavo talvolta a lui, quando, fra i vari dolori della mia vita, avevo bisogno di conforto; e il conforto mi veniva più che dalla sua parola, dal vedere lui così pieno di Dio, così sereno, così imperturbabilmente paziente, con uno sguardo dolcissimo e con le labbra atteggiate a un sorriso da santo. Il Padre Ludovico veniva presso di me ai Girolamini, quando voleva che facessi questa o quella cosa per il bene delle anime e spesso anche quando gli sorgevano in mente nuovi disegni di opere sante da fare. Come egli mi parlava di queste opere e con quale singolare eloquenza egli cercasse di persuadermi ad essere di aiuto o almeno ad approvarle, lo dirò in seguito. Qui basta dire che io amavo Padre Ludovico con affetto riverente e umile, con affetto di figliolo e di discepolo, e ciò soprattutto perché sentivo dentro di me che era un santo. Lo sentivo con tanta sicurezza che se cento o mille persone mi avessero detto il contrario io avrei creduto più a quella misteriosa e intima voce della coscienza che affermava, anzicché ai cento o mille che volessero negare. Questo pensiero “egli è un santo” mi spingeva ad amarlo; mi infervorava ad agire secondo Dio, quando certe miserie che mi attorniavano tentavano di rendermi freddo; mi faceva bene e talvolta m’illuminava nelle ore più oscure della mia vita”.[5] Infine Capecelatro mostra di aver compreso l’intimo segreto della personalità del Padre, la forza più potente delle sue grandi opere. Fu la sua eminente semplicità. Semplice e povero l’abito; semplice l’atteggiamento e lo sguardo; semplicissima la parola, al punto che “veder lui e innamorarsi della sua semplicità, era tutt’uno. Anzi credo che le principale attrattive del P. Ludovico derivassero appunto da quella semplicità che il mondo disprezza, ma che pure è una delle principali condizioni della vera grandezza, sempre”.[6]             [1] Alfonso Capecelatro, La vita del P. Lodovico da Casoria, 2°ed. 1893, pag.1. [2] Cfr. oc. cap XXVII, pag. 555 [3] Cfr. oc. cap XXXII, pag. 724-725   [4] Cfr. oc. cap.II, pag. 32   [5] Cfr. oc. Introduzione, pag. 6 [6] Cfr. oc. Introduzione, pag. 5

Vangelo di domenica 14 Settembre 2014

sabato
Set 13,2014
3
L’AMORE CHE SALVA
Vangelo di Giovanni 3,13-17

Nessuno è mai stato in cielo: soltanto il Figlio dell’uomo. Egli infatti è venuto dal cielo. Mosè nel deserto alzò il serpente di bronzo su un palo. Così dovrà essere anche innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

 

 

COMMENTO DI DON FRANCO GALEONE:

Esaltazione della croce

Non dominare ma servire!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

Gli orientali oggi celebrano la croce con una solennità paragona­bile a quella della Pasqua. La festa dell’Esaltazione della croce ricor­da due avvenimenti distanti tra loro nel tempo:

  1. a) Il primo è l’inaugurazione, da parte dell’imperatore Costanti­no, di due basiliche, una sul Golgota e una sul sepolcro di Cristo, nel 325. Costantino aveva fatto costruire a Gerusalemme una basilica sul Golgota e un’altra sul sepolcro di Cristo Risorto. La dedicazione di queste basiliche avvenne il 13 settembre del 335;
  2. b) A questo anniversario si aggiunse poi il ricordo della vittoria di Eraclio sui persiani (630), ai quali l’imperatore strappò le reliquie della croce, che furono solennemente riportate a Gerusalemme. Con il passar del tempo, la festa però ha acquistato un significato autono­mo: è diventata celebrazione gioiosa del mistero della croce che Cristo, da strumento di vergogna, ha trasformato in strumento di salvez­za. Da allora la Chiesa celebra in questo giorno il trionfo della croce che è strumento e segno della nostra salvezza.

Il simbolo della croce ha sacralizzato per secoli ogni angolo della terra e ogni manifestazione sociale e privata: si era in un altro conte­sto storico. Oggi rischia di essere spazzato via o, peggio, strumentaliz­zato da una moda consumistica. Ho una preghiera per te che leggi: non mettere al collo la croce d’oro con pietre preziose ma di legno, materiale povero. È una stonatura, un non-senso! Non è poi un grande male se questo simbolo serve a farci rivolgere ai veri «crocifissi» di sempre: i poveri, gli ammalati, i vecchi, gli sfruttati, i subnormali … Essi sono i più degni di essere collocati nel «vivo» delle nostre chiese. A noi, figli del benes­sere, verrà la salvezza tramite loro, per i quali è sempre valida la paro­la del vangelo: «Avevo fame … avevo sete …» (Mt 25).

Ci sono stati, nella storia, due modi fondamentali di rappresenta­re la croce e il crocifisso. Un modo antico e uno moderno:

  1. a) il modo antico è «glorioso», festoso, pieno di maestà, e lo si può ammirare nei mosaici delle antiche basiliche e nei crocifissi lignei dell’arte romanica;
  2. b) il secondo modo è «tragico»; comincia con l’arte gotica e si accentua sempre di più; l’esempio estremo di questo modello è il crocifisso di Matthias Grünewald nell’altare di Isenheim: le mani e i piedi si contorcono come sterpi intorno ai chiodi, il capo agonizza sotto un fascio di spine, il corpo tutto piagato.

Tutti e due questi modi mettono in luce un aspetto vero del mi­stero:

  1. a) il modo moderno, drammatico, realistico, straziante, rappre­senta la croce vista «in faccia», nella sua cruda realtà, nel momento in cui vi si muore sopra; la croce è vista nelle sue «cause», cioè in quello che, di solito, la produce: l’odio, la cattiveria, l’ingiustizia, il peccato;
  2. b) il modo antico mette in luce non le cause, ma gli «effetti» del­la croce, che sono: riconciliazione, pace, gloria, vita eterna. La festa del 14 settembre si chiama «esaltazione» della croce, perché celebra proprio questo aspetto «esaltante» di essa.

Il messaggio che ci viene dalla festa è che dobbiamo tenere insie­me i due diversi sguardi sulla croce: quando soffriamo, ci può essere utile pensare a Gesù sulla croce tra dolori e spasimi, perché questo ce lo fa sentire vicino al nostro dolore; ma, una volta superata la prova, bisogna saper guardare oltre e vedere anche i suoi frutti.

Per noi la croce è un segno di salvezza, è il segno che siamo stati salvati. Un tempo si usava, e spero che lo si usi ancora, aprire e chiu­dere la giornata con il segno della croce. Ci si risveglia la mattina e, come un capitano di nave, si fa il punto della propria vita, rapida­mente, mentre ci si lava i denti, mentre si beve la prima tazza di caffè. Ecco, la mia giornata, la mia avventura quotidiana, la mia fortuna ter­rena e la mia vita eterna comincia così, con il segno della croce: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E via, e così sia. Chi non ha la propria croce? Alcuni di noi, anzi, ne sono oppressi e sfian­cati; talvolta, ogni giornata è una croce. Allora, come il Cireneo, ci sot­tometteremo al peso; come il buon ladrone saliremo lassù, sul legno di dolore e di salvezza e diremo «Ricordati di me» e ci sarà risposto «Oggi stesso …». Poiché la preghiera fatta attraverso la croce non tro­va ostacoli. Ma questo è l’eroismo della croce. A noi, piccoli cristiani da ascensore e metrò, basterà chiudere la nostra giornata con quel segno che è memoria e speranza.

 

 

 

giovedì
Set 11,2014

 1

 

Modica. Nell’anniversario del martirio l’accoglienza di un’icona “scritta” dalle Clarisse all’Aquila

 

Nel nome di don Puglisi si accresce

la fraternità diocesi di Noto – Paganica

 

MODICA (Ragsa) – Sarà la prima icona di don Puglisi quella “scritta” a Paganica nel monastero provvisorio in legno delle Clarisse, rimaste dopo il terremoto dell’Aquila malgrado la perdita della madre e il crollo del monastero. L’icona non è un dipinto qualsiasi, ma un messaggio di fede che viene scritto su una tavola preziosa nella preghiera e nel ricordo di chi rappresenta e dei destinatari e, ricevendola nella preghiera, diventa un segno effettivo della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Ebbene, questa icona, anzi due icone di don Pino Puglisi sono state scritte dalle Clarisse e destinate, una alla cappella della Casa don Puglisi di Modica, una alla parrocchia Santa Maria Assunta di Paganica. Vogliono esprimere la bellezza di una fraternità che continua dal terremoto come scambio reciproco nella fede, nella speranza e nella carità; fraternità che ritrova in don Puglisi la misura della carità evangelica ovvero del dono di tutto se stessi.

 

2

E in modo significativo un gruppo di fedeli di Modica, guidato da don Corrado Lorefice, sarà presente alla benedizione delle icone domenica 14 settembre e dopo parteciperà alla prima messa di Federico Palmerini nella piazza di Paganica (e già il giorno precedente alla sua ordinazione a L’Aquila). Federico Palmerini è già venuto più volte a Modica, arriva al sacerdozio dopo un cammino ricco di esperienze umane e sociali ed è stato il primo tramite per avviare il gemellaggio tra le nostre due comunità. Il giorno dopo, lunedì 15 settembre, ventunesimo anniversario del martirio del Beato don Pino Puglisi, l’icona destinata a Modica sarà accolta alle 19,30 nel cantiere educativo “Crisci ranni” con una Veglia, in cui si pregherà per i prossimi ordinandi della diocesi di Noto: cinque giovani che diventeranno presbiteri e due diaconi. Durante la Veglia vi sarà la testimonianza di uno dei due futuri diaconi, Paolo Catinello.

3

Si legano così il ricordo del prete martire, l’evento della consacrazione totale a Dio e ai fratelli di nostri carissimi giovani, la fraternità con L’Aquila. Che continua nell’intensità dell’affetto verso una terra che resta profondamente ferita, ma che è soprattutto capace di donare una testimonianza di grande fede e squisita ospitalità. Don Puglisi peraltro continua a parlare al cuore di molti, e in quest’occasione si vuole riportare il suo messaggio alla vita personale, ma anche della città e delle sue periferie esistenziali, per dirla con papa Francesco. Dopo la veglia l’icona sarà collocata nella cappella della Casa don Puglisi, dove sono già – sempre “scritte” dalle Clarisse di Paganica – le icone della Madonna con il Bambino e del Crocifisso di S. Damiano.

Maurilio Assenza

direttore Caritas diocesana di Noto

Goffredo Palmerini
S.S. 17 bis, 28/a – Paganica
67100 L’AQUILA – Italy
Tel.       +39 0862 68416
Mobile +39 328 6113944

Vangelo di Domenica 7 settembre 2014

domenica
Set 7,2014

2

 

Vangelo della  XXIII Domenica del T. O. ( Mt  18,15-20)

<<Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.  Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.  In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.  In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.  Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

 

COMMENTO – A CURA DI DON FRANCO GALEONE

 Ventitreesima domenica del tempo ordinario (A)

Chi non ama, non deve correggere il fratello!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

La correzione dev’essere “fraterna”

Lo stile del Vangelo colpisce subito per il suo realismo. Per esempio, quando Gesù parla di preghiera, non disquisisce sulla definizione di preghiera, ma dice semplicemente: “Dove due o tre si ritrovano nel mio nome …”. Parlando dei rapporti umani e sociali, non tira in ballo i parallelismi convergenti dei nostri politici o le fasce strutturali dei  nostri sindacalisti, ma dice semplicemente: “Se tuo fratello ha mancato contro di te, va’ e cerca di correggerlo tra te e lui”, e così via fino al tribunale della comunità, se il fratello è proprio un ostinato. L’episodio raccontato ha per protagonista un “fratello” che commette un peccato. Gesù dice di non mettere subito di mezzo la Chiesa ufficiale, di non far intervenire subito i sacri tribunali dell’Inquisizione. Che un altro “fratello” corregga il peccatore e il peccato resti segreto! Ma se il peccatore non dà retta? Allora lo si corregga alla presenza di qualche altra persona. Se si ostina ancora, venga rimproverato davanti all’assemblea; se neanche questo rimprovero è efficace, allora lo si escluda dalla comunità, sia scomunicato. Per sempre? No, se si pente, va perdonato e riammesso, anche settanta volte sette. Gesù non vuole una Chiesa di eremiti, di solitari, di perfetti! Lo hanno capito i suoi santi che, anche lontani dal mondo, hanno offerto la loro separazione e le loro sofferenze ai fratelli. La religione di Cristo è sociale, oltre che interiore! Notiamo infine il tono serio e sereno di questa Chiesa, che è madre e maestra insieme. Niente di legalitario, di curiale, di burocratico. Meno ancora l’ombra del boia, i bagliori del rogo, le torture dell’inquisizione. Se questi errori sono stati commessi, non è stato certo Gesù a consigliarli.

Chi non ama, non deve correggere!

L’esclusione dalla comunità: ecco la massima pena! Ma sempre per motivi di conversione e non di repressione! Quello che conta non è dimostrare il vero o il falso, ma recuperare il fratello. Per questo occorre molta discrezione. Invece noi, adottiamo una procedura diversa: se un fratello pecca, ne parliamo immediatamente con tutti, addirittura amplificando i fatti. E quel fratello sovente è l’ultimo a sapere quanto si racconta alle sue spalle. Lo faceva già notare Pascal con una certa ironia: “Un principe potrà essere la favola di tutta l’Europa, e sarà l’unico a non saperne nulla. Nessuno parla di noi in nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L’unione tra gli uomini è fondata su questo reciproco inganno, e poche amicizie durerebbero se ognuno sapesse quello che dice di lui l’amico in sua assenza. Sono più che certo che se tutti gli uomini sapessero quello che dicono gli uni degli altri, nel mondo non ci sarebbero quattro amici”. Gesù parla di correzione “fraterna”, ossia si corregge perché si ama. Chi non ama, non deve correggere! A chi sostiene i “diritti della verità” va ricordato che la verità è un nome astratto e che, con il pretesto della verità, abbiamo commesso tanti delitti contro l’uomo. Esistono solo i “diritti dell’uomo”, perché solo l’uomo è soggetto di diritti. Il peccato va sempre condannato, ma il peccatore merita sempre rispetto. A chi si difende con: “Io dico sempre la verità”, gli va aggiunto: “E sei un maleducato!”.  A chi dice: “Io sono fatto così”, gli va aggiunto: “E sei fatto male!”, perché la verità non sempre va detta, e in ogni caso la verità va detta con carità. Non c’è da essere felici quando un nostro fratello ci lascia; non c’è da tenere il muso quando un nostro fratello ritorna nella comunità convertito. Siamo tutti felici dentro quando nessuno è infelice fuori!

Un esempio tipico di questa corresponsabilità è data dalla pratica della « correzione fraterna ». A proposito della quale mi limito a osservare:

  1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poli­ziotto dell’altro.
  2. « Se il tuo fratello ha peccato contro di te… ». Bisogna ac­certare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. Il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di essere diverso da te, di portare in giro la sua faccia (non rassomigliante alla tua).
  3. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambia­bili. Per cui non puoi rivendicare il dovere di criticare l’altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi com­portamenti poco corretti.
  4. La procedura indicata da Matteo non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente e delicatamente verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di se­pararsi.
  5. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, oc­corre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, il rispetto, sono la luce indispensabile attraverso la quale il « deviante » può sco­prire il proprio errore di rotta. Più che richiamarlo all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.
  6. La correzione fraterna implica l’abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve avvertire che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: « Guarda che cosa hai fatto! » Ma: « Guarda che cosa siamo capaci di fare… ».
  7. … E anche quando l’altro si pone fuori dalla comunità, si auto-esclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli « devi » ancora più amore.

 

1 BIS

 

venerdì
Set 5,2014

madonna-web

4 bis

 

 

clicca sulla foto per ingrandire 

Vangelo di Domenica 31 Agosto 2014

domenica
Ago 31,2014

1

Vangelo di Matteo (16, 21-27)

XXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno ASe qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Ventiduesima domenica del tempo ordinario (A)

Il discepolo condivide tutto con Gesù: la croce e la gloria!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

Beato te, Pietro … Lontano da me, Pietro …

E’ davvero simpatico Pietro, per questa sua alternanza di eroismo e di paura. Naufraga nell’acqua perché “uomo di poca fede”, ma poi Gesù lo mette a fondamento della sua Chiesa. Oggi, si sente un terribile rimprovero: “Lungi da me, satana!”. Come mai? Forse Pietro si era illuso della sua bravura, si sentiva ormai una persona di prestigio, capace persino di dare consigli a Dio; forse, ascoltata la profezia della persecuzione che toccava Gesù e i suoi discepoli, ha voluto sottrarsi a quella prospettiva; forse Pietro non aveva ben compreso che, chi vuole seguire Gesù, deve prendere ogni giorno la croce e seguirlo. Ma non è solo questo. Gesù ha appena fondato la sua Chiesa, ha appena scelto Pietro come suo capo, ha appena trasmesso agli apostoli immensi poteri. Ma Gesù conosce bene i suoi alunni: la Pentecoste, che farà capire loro tutta la verità, è ancora lontana. Allo stato attuale, sarebbero capaci solo di montarsi la testa, di immaginare la Chiesa come un impero glorioso. Perciò, dopo averli prima entusiasmati con le parole a Cesarea, ora li raffredda con previsioni di morte. E’ chiaro che le persecuzioni non riusciranno ad abbattere la Chiesa (“Non praevalebunt”), ma è anche chiaro che si deve prendere ogni giorno la croce e seguire Gesù.  Pietro, al solito, non si controlla, e rimprovera Gesù: “Questo non ti accadrà mai!”. Si crede perfino un profeta migliore di Gesù! La risposta di Gesù è severa, buffa addirittura se confrontata con il precedente elogio di Cesarea. Prima: “Beato te, Pietro!”, adesso invece: “Lontano da me, satana!”.

E’davvero difficile essere sempre in sintonia con Gesù, anche per Pietro. Figuriamoci per noi! Ma cosa Pietro aveva detto di tanto scandaloso da meritare il rimprovero di Gesù? Egli aveva semplicemente espresso affetto per Gesù, l’augurio che alla persona amata non accada nulla di male. E’ umano temere per le persone amate la sofferenza, e cercare di opporsi al destino di morte. Pietro voleva davvero bene a Gesù; e poi, sapeva di essersi compromesso in tutto con Gesù; un fallimento di Gesù avrebbe provocato anche il suo fallimento. Affetto, quindi, ma anche interesse! Ma Gesù vedeva più lontano e più profondo: in Pietro c’era un diavolo ben più forte di quello affrontato nel deserto; c’erano tutti quei pensatori scettici e benpensanti che volevano eliminare la croce dalla vita terrena. Precludendosi così l’ingresso nella vita eterna!

Quante volte abbiamo ascoltato e ripetuto quelle decisive e incisive parole di Cristo, così, senza battere ciglio. Sono parole che pesano tonnellate, e noi le edulcoriamo a slogan innocui; sono virus, e noi le riduciamo a vaccino. Ecco, allora, nelle nostre comunità e nella nostra vita lo scandalo del compromesso, perché facciamo prevalere la politica sul Vangelo, la previdenza sulla provvidenza, la ragion di Chiesa sulla logica divina. E’ difficile da eliminare quell’astuto Ulisse “fabbricator di inganni”, cioè quella furbizia tutta greca da cui è affetta la cultura occidentale. Ci ritroviamo così un po’ tutti mercenari mediocri; la nostra bandiera è diventata un foulard; una comoda preghiera ci tranquillizza; Dio ce lo siamo costruito a nostra somiglianza. Per fortuna, le sue parole sono anche un indice pietoso che a noi, tutti più o meno sbandati e confusi, indica la strada giusta da seguire; non è una comoda autostrada confortata da motel o autogrill: si tratta di un sentiero, tutto in salita, fra rovi e spine, che conduce alla croce e si conclude con la risurrezione. Che possiamo percorrerlo tutti questo sentiero, fino in fondo! Il Signore ci liberi dalla tentazione di rimpicciolire queste grandiose parole di Gesù. Soprattutto, ci aiuti a viverle, sine glossa!

Essere “del” mondo significa avere la mentalità “del” mondo. Se siamo amici del mondo, questo ci accetta e ci premia anche con il successo e la carriera. Se siamo preoccupati di non disturbare, di recitare le paroline funzionali all’establishment, siamo in peccato! I nostri peccati, sovente, prendono sostanza nel silenzio. Il peccato della maggioranza silenziosa! E il silenzio viene remunerato bene in questo mondo. Un uomo “prudente” piace, può anche fare molta carriera. Convertirsi vuol dire scegliere i valori del Vangelo, e su questi scommettere tutta la vita. Proviamo a dare alla parola “mondo” un contenuto concreto: i familiari, i superiori, i confratelli, gli amici. Bene, se decidiamo di entrare nella logica nuova del Vangelo, tutte queste persone si cambieranno in nemici. Quando incontreremo rifiuti e persecuzioni per fedeltà al Vangelo, in quel momento dobbiamo dare segno di serenità e di pace, perché “era necessario che questo avvenisse”. Con fiducia: per ora siamo solo un po’ di sale, un pugno di lievito, un piccolo seme … niente di più. La storia andrà avanti con i suoi conflitti e i suoi successi. Le promesse del Signore riguardano non i nostri tempi umani, ma l’esito finale. E la risurrezione è al termine del viaggio!

Categories