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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Religione/Teologia’ Category

Vangelo di domenica 24 Agosto 2014

sabato
Ago 23,2014

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Matteo 16,13-20

Quando Gesù chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”, le loro risposte rispecchiarono le diverse teorie e speculazioni riguardo Gesù diffuse nella loro cultura.
Se la stessa domanda fosse posta da Gesù oggi, le risposte sembrerebbero forse più colte, ma sarebbero molto simili. Invece di evocare Elia, Giovanni Battista o Geremia, si evocherebbero forse le speculazioni dell’ultimo convegno sulla cristologia, oppure ancora i risultati di un recente sondaggio. Possiamo immaginare che Gesù ascolterebbe gentilmente, forse sorridendo. Poi però giunge la vera e propria domanda: “Voi chi dite che io sia?”. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri, siano essi teologi o conduttori di dibattiti televisivi. Gesù vuole la nostra risposta personale. Dobbiamo prendere posizione personalmente nei suoi confronti.
È quello che succede con l’atto di fede. Gesù lancia una sfida a ogni uomo e a ogni donna direttamente e personalmente: “Tu, chi dici che io sia?”.
La nostra risposta possa essere quella di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. La nostra risposta possa essere quella della Chiesa, che fu fondata da Cristo su Pietro come su una pietra, affinché il “credo” diventasse un “crediamo”: Crediamo in Dio, Padre onnipotente…, in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio…, per opera dello Spirito Santo… incarnato nel seno della Vergine Maria.

Ventunesima domenica del tempo ordinario (A)

Il “Tu” di Dio ci unisce a Lui, per diventare un “Noi”

 “Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

Tu sei Pietro e su questa pietra…

Questo brano di Vangelo è di grande importanza; esso segna nel Vangelo di Matteo una svolta decisiva. In questo dittico, sono ben visibili due scene: a) la confessione di Pietro, portaparola dei Dodici, sulla messianicità di Gesù (v.16); b) la promessa del primato che Gesù fa a Pietro (v.17). Siamo al famoso testo del “primato di Pietro”. Un “primato” non di onore e di potenza, ma di servizio e di carità! Questi otto versetti, dal 13 al 20, sono stati tra i più studiati di tutta la scrittura. Alcuni, del primato di Pietro, non vogliono sentir parlare: sospettano una interpolazione della curia romana, anche se il racconto è riportato in tutti i codici antichi. Altri, su quel primato, hanno costruito edifici molto temporali, teocrazie molto presuntuose. Che disturbi o meno, due verità sono innegabili: a) Gesù vuole fondare una Chiesa, una comunità tutta sua, con precise mansioni e con poteri, non solo spirituali, ma anche disciplinari; b) Gesù ne affida la direzione a Pietro, elevandolo al di sopra degli altri. La Chiesa, realtà umana e divina, fisica e metafisica, presenta luci ed ombre: le luci sono per grazia di Dio, le ombre sono per colpa nostra. Casta moeretrix, sancta sed semper sanctificanda! Napoleone voleva distruggere la Chiesa e Pio VII lo dissuase così: “Non ci sono riusciti neppure i preti!”. Alcuni anni fa è circolato un libro, Via col vento in Vaticano, che descrive gli intrallazzi, gli arrivismi, la corruzione in Vaticano. Può essere tutto vero, ma resta sempre la promessa di Gesù: “Non praevalebunt”. La Chiesa è costruita sulla roccia, che è Cristo.

Tu sei il Cristo

Non si scoraggia davvero Pietro. Prima aveva osato camminare sull’acqua, ma per la “poca fede” aveva rischiato di annegare. Poco dopo, affronta acque ben più profonde: quelle del mistero di Dio. E questa volta, con successo: “Beato te!”. Lo meritava davvero quell’elogio il povero Pietro! L’interrogativo di Gesù “Chi sono io per la gente? Chi sono io per voi?” era tale da far naufragare tanti teologi istruiti e tanti cristiani specialisti. Avremmo noi saputo rispondere meglio di Pietro? Pietro comincia: “Tu se il Cristo”. Siamo sempre tentati di arrivare subito alla parola che ci sembra più importante:“Cristo”. E invece è necessario fermarsi sul pronome personale “Tu”. Quel “Tu” significa che la religione cristiana mi mette in contatto con un Dio personale, che posso dare del “Tu” a Dio. “Tu” vuol dire che Dio si è presentato a noi, che Dio intreccia rapporti personali: ieri con Abramo, Isacco, Giacobbe, e oggi con Franco, Anna, Antonio, Maria … “Tu” significa anche che Dio rischia la libertà dell’accoglienza e del rifiuto. Il “Tu” di Dio ci invita alla sua stessa vita, ci unisce a Lui, e diventiamo un “Noi”.

 

La gente, chi dice che io sia? … E voi, chi dite che io sia?

Questa volta le posizioni sono rovesciate. Tutti abbiamo la tendenza a porre delle domande a Dio. Cre­diamo sia lì per questo, il suo «mestiere» consista nel rispon­dere alle questioni che gli poniamo.

Tutti ci sentiamo in diritto di fornirci spiegazioni convincenti, giustificare tutte le nostre assenze, o ritardi, o inadempienze. E ci illudiamo che aver fede significhi obbligare Dio a dar conto di sé e dei propri comportamenti. Il vangelo ci ricorda che è Lui a porre le domande, a sottoporci agli esami. E siamo noi che dobbiamo dar conto della nostra fede e relativi comportamenti. Inoltre, coltiviamo, sia pure in segreto, l’ambizione a essere consiglieri di Dio, suoi suggeritori, esperti di fiducia. Ma i progetti di Dio sono inaccessibili, il suo linguaggio inde­cifrabile, le sue strade introvabili. La sapienza di Dio è profonda, ossia senza-fondo, e la corda dell’uomo risulta troppo corta. L’unico atteggiamento giusto dell’uomo è quello della mode­stia, unito al senso della sorpresa e della meraviglia. E, soprattutto, è opportuno rendersi conto che Lui non ci «deve» niente, dal momento ci ha già dato tutto per primo, di sua iniziativa. Dio ha bisogno degli uomini. È vero, comunque dobbiamo ricordare che Dio può anche sostituire, tranquillamente, gli uomini di cui non ha più bisogno, o che non corrispondono alle sue attese.

 

 

venerdì
Ago 15,2014

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Venerdì, 15 agosto 2014.

Festa di Maria Assunta

Guardare in alto e in avanti!

“Commento di don Franco Galeone”

(francescogaleone@libero.it)

 

La definizione del dogma è avvenuta nel 1950, con Pio XII. Igno­riamo come e quando avvenne la morte di Maria, festeggiata assai presto come «dormitio» e subito considerata la festa principale della Vergine. L’Immacolata è stata un preannuncio del fine della redenzione: restituire agli uomini la grazia. L’Assunta è preannuncio del traguar­do finale della redenzione: restituire agli uomini la vita eterna. Il 15 agosto è la celebrazione di questo mistero. Se ne ricorderanno quelli che faranno la fila ai caselli delle autostrade, per festeggiare il Ferragosto, al mare o in montagna?

Bisogna guardare in alto e in avanti per meglio situare la realtà quotidiana, le piccole e solite cose che riempiono le opere e i giorni. Stiamo smarrendo il valore e la misura della realtà spazio-temporale. Forse è questa la radice del male che devasta ciascuno di noi e via via degrada la società. Non abbiamo più il senso della distanza, quelle dimensioni orizzontali e verticali che costituiscono la geometria del­la salvezza. Perciò poi si sbaglia nel valutare i fatti, le scelte, la vita. Manca quella visione di insieme che si acquista soltanto quando si guarda dall’alto. Così si pensa che valga solo quello che subito sgor­ga dalle mani dell’homo faber. Si crede che tutto finisca nell’attimo fuggente (il suo attore Robin Williams è morto suicida!), che non ci siano conseguenze e continuità oltre il presente, sicché l’individuo, unico metro del reale, si riduce così a vivere nella scintil­lante superficie.

Il dramma di oggi è che manca la voglia, il gusto di progettare, di inventare un oggi che genera il domani, in rapporto di seme a frutto, di tempo a eternità. Ci condanniamo perciò a una vita a singhiozzo, senza uno slancio che scavalchi l’abisso per radicarsi sul futuro, sull’i­deale. Cresce continuamente il gusto della descrizione, dell’analisi, dell’auscultarsi, proprio perché si è piegati su se stessi, incapaci di alzare lo sguardo. Così nasce quella incomunicabilità che sta assu­mendo dimensioni patologiche. La causa più profonda è nel fatto che l’uomo si sta chiudendo nella «giara» di pirandelliana memoria; l’uomo unidimensionale, eliminata ogni pro­spettiva trascendente, si butta con voracità nel presente. In altre paro­le, la malattia attuale ha le sue radici nel­la negazione della trascendenza.

Alzare la testa, fare progetti, prendere le distanze significa crede­re in Dio, lasciarsi guidare da valori trascendenti, scoprire che l’uomo non può inventarsi da solo, ma che un disegno superiore lo precede, la cui realizzazione lo riscatta dal banale feriale per la festività eter­na. Mi sembra che questo sia oggi l’urgente significato della festa di Maria Assunta in cielo.

Per noi, per questa nostra decadente civiltà occidentale, proprio nel bel mezzo del riposo estivo, questa festa ricorda all’uomo la sua realtà ultima, lo invita a guardare in alto, a contemplare il Cielo, che non è solo qualcosa sopra le nostre teste, ma è quell’Eterno che dà significato al presente. Siamo sulla terra per arredare la nostra eternità. Ancora una volta la festa e la figura di Maria entrano nel tessuto della vita, per invitare l’uomo a misurarsi sui veri valori, che sono spirituali, certo, ma non per questo meno rea­li e decisivi per l’uomo, se vuole evitare lo scacco finale.

Vivere la festa dell’Assunta diventa per il cristiano un’occasione privilegiata per lasciarsi guidare verso la Verità intera. Così si vince quel male di vivere, quella tristezza di un orizzonte chiuso, ove non c’è spazio per il nuovo e l’inedito; ci si libera da una sfiducia quasi fatalista per la circolarità degli accadimenti umani e si approda a una vitalità senza limiti, a una serenità profonda e operosa. Maria Assun­ta: un momento obbligato per alzare lo sguardo e aggiungere un sup­plemento di spirito, per superare le zone di ombra e le sacche grigie del terribile quotidiano, verso orizzonti pieni di luce.

Vangelo di Domenica 10 Agosto 2014

domenica
Ago 10,2014

1 bis

DOMENICA 10 AGOSTO 2014 FIDUCIA E AFFIDAMENTO Vangelo di Matteo 14, 22-33 Subito dopo Gesù fece salire in barca i discepoli e ordinò loro di andare all’altra riva del lago senza di lui. Egli intanto avrebbe rimandato a casa la folla. Dopo aver lasciato la folla, Sali sul monte a pregare. Venne la notte, e Gesù era ancora là, solo. La barca era già molto lontana dalla spiaggia, ma aveva il vento contrario ed era sbattuta dalle onde. Sul finire della notte, Gesù andò verso i suoi discepoli, camminando sul lago. Quando essi lo videro che camminava sull’acqua, si spaventarono. Dicevano: “ E’ un fantasma!” e gridavano di paura. Ma subito Gesù parlò: “Coraggio, sono io! Non abbiate paura!”. Pietro rispose: “Signore, se sei tu, dimmi di venire verso di te, sull’acqua”. E Gesù gli disse: “Vieni!”. Pietro allora scese dalla barca e comincio a camminare sull’acqua verso Gesù. Ma vedendo la forza del vento, ebbe paura, cominciò ad affondare e gridò: “Signore! Salvami!”. Gesù lo afferrò con la mano e gli disse: “ Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Quando salirono insieme nella barca, il vento cessò. Allora gli altri che erano nella barca si misero in ginocchio di fronte a Gesù e dissero: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”.   La mancanza, anche temporanea, di persone significative può alle volte metterci in difficoltà. Dopo un momento di particolare intensità, di coinvolgimento con tante persone, può emergere dentro di noi l’esigenza della solitudine amica per riflettere, elaborare, valutare: per non esaltarci da una parte, per non considerare scontato un evento così significativo, per collocarlo invece nel percorso dell’intera esistenza. In situazioni di particolare difficoltà e dolore si può vivere la percezione di sprofondare, come di essere inghiottiti da onde impetuose; si può dubitare dei punti di riferimento ritenuti sicuri, può venir meno la fede dell’affidamento, si può entrare non solo nel dubbio, ma in una sorta di confusione. Di questi aspetti ci parla il Vangelo di questa domenica (Matteo 14, 22-33). Dopo il segno sorprendente e clamoroso della condivisione dei pani e dei pesci con una moltitudine di persone, Gesù invita i discepoli a salire in barca e ad andare senza di lui sull’altra riva del lago; alla gente suggerisce di ritornare a casa, lui sale da solo sul monte a pregare. Avverte l’esigenza di riflettere sull’esperienza vissuta con tutte quelle persone; che cosa possano aver percepito; come quel segno non vada replicato per non favorire attese miracolistiche, per non indurre dipendenza da lui. Gesù da solo parla con il Padre per approfondire e verificare le motivazioni e i fini della sua missione, delle sue parole e dei suoi gesti. Un riferimento illuminante per la nostra vita. E’ fondamentale riflettere da soli e pregare per approfondire il senso della direzione, la profondità delle motivazioni e dello spirito, l’orizzonte a cui guardare. Gesù è ancora da solo, mentre la barca con i discepoli è ormai lontana dalla riva, in una situazione difficile perché è sbattuta dalle onde sollevate del vento contrario. Verso l’alba Gesù si dirige verso i discepoli camminando sul lago. Quando lo vedono non lo riconoscono; sembra loro un fantasma, ne hanno paura e gridano. Quando siamo in difficoltà interiore la percezione della realtà può essere confusa, fino a non riconoscere persone, orientamenti, riferimenti. Lui cerca di incoraggiarli, rassicurandoli che è proprio lui, il maestro e l’amico. Pietro, come a voler verificare la sua presenza, si muove verso di lui camminando sull’acqua. La forza del vento però lo impaurisce e lui comincia ad affondare e grida: “Signore, salvami!” Nel momento del dolore e della prova il riconoscimento di chi può aiutare alle volte può essere vissuto con il dubbio, la paura e l’incertezza, anche nell’avvicinare la persona di cui ci si fida. Gesù afferra Pietro per la mano e gli dice. “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” La fiducia e l’affidamento diventano sostegno, percorso, aiuto: la mano di Gesù che afferra quella di Pietro conferma che la fiducia in lui è ben riposta. Di nuovo sono tutti insieme sulla barca, il vento cessa e i discepoli riconoscono in quell’Uomo la rivelazione di quel Dio umanissimo a cui ci si può affidare in ogni situazione; che non ci dimentica, non ci abbandona, anche se alle volte può essere difficile crederlo.

domenica
Ago 3,2014

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 Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Oggi  nella Parrocchia Maria SS. Regina di tutti i Santi si celebra la festività di Santo Stefano Protomartire, Patrono di Cancello ed Arnone.

In mattina tre Sante Messe, come di consueto e in serata alle ore 20,00 la si terrà, attraversando le vie cittadine, la Processione con la rappresentazione della lapidazione di S. Stefano.

Già  le edizioni precedenti hanno riscosso (la prima e la seconda edizione) hanno riscosso consensi e grande successo;  molti sono stati i giovani che hanno partecipato alla rappresentazione della storia di Stefano e della sua lapidazione. Cerimonia bella e commovente che ha coinvolto tantissimi fedeli.

Anche quest’anno, Don Sabatino non ha voluto essere da meno ed ha allestito un programma con la grande variante che nella nostra parrocchia sarà presente anche il nuovo Vescovo della diocesi di Capua S.E. Salvatore Visco che supponiamo sia una delle sue prime uscite.

Come sappiamo l’affermazione vigorosa di Stefano sulla divinità del Cristo proferita di fronte ai Giudei provocò la sua condanna a morte per lapidazione, facendone il primo martire della Chiesa. Pertanto rivivere nel corso della processione dedicata al Santo tutti gli avvenimenti inerenti la sua vita ed infine la sua morte, hanno coinvolto e commosso moltissimi fedeli.

In proposito il parroco Don Sabatino Sciorio ricorda che “tra le attestazioni più significative di un culto antico nel tempo e, di recente, rimesso in vigore è quello per santo Stefano, protomartire, patrono della nostra comunità e del quale preziosissima reliquia la Chiesa di Capua conserva un frammento del braccio. Pertanto, si ritiene di dover riproporre alla devota attenzione dei fedeli una statua molto eloquente nella sua raffigurazione, sia sul piano iconografico che su quello della venerazione. La considerazione per questo grande Santo era caduta se non in oblio, in una sorta di disinteresse. Credo che rievocare nei nostri cuori la memoria per lui possa costituire un momento di risveglio religioso ed un recupero opportuno della devozione per un martire esemplare. La missione del cristiano è infatti, quella di spargere fiori, non tirar sassi; è di accendere lumi nelle coscienze, non spegnerli. Santo Stefano è proprio l’icona del cristiano che non tira sassi, ma li riceve addosso, ricambiando con lo spargere i fiori intorno a sé, infiammando gli animi. Quei fiori sono giunti fino a noi! Quei lumi accendono ancora i nostri cuori! A noi sta la sapienza di conoscere sempre di più questo nostro fratello, uomo di Vangelo, testimone e immagine viva di Cristo Signore!”

Impariamo, dunque, qualche cosa in più a proposito di Sante Stefano: tutto quello che sappiamo di lui è tratto dal Nuovo Testamento (At. 6-8,1); era ebreo, probabilmente uno degli ellenisti della diaspora. Dopo la pentecoste sorsero dissensi fra gli ebrei e i nuovi arrivati: gli ellenisti si lamentavano che le loro vedove (e probabilmente i poveri e i bisognosi, in genere) venissero trascurate nella distribuzione quotidiana di cibo. Gli apostoli convocarono allora i discepoli e dissero loro che non era giusto trascurare la parola di Dio per il servizio delle mense, e a questo scopo proposero di eleggere “sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza”. Stefano viene nominato per primo e descritto come un “un uomo pieno di fede e di Spirito Santo”. Gli apostoli, dopo aver pregato, imposero loro le mani. Stefano, oltre a predicare, operava dei miracoli, tanto che i Giudei, volendo liberarsene, tentarono di metterlo in difficoltà prima provocandolo in una disputa teologica, poi appellandosi a testimoni e infine torturandolo. Stefano fu portato in tribunale e testimoni prezzolati lo accusarono di aver bestemmiato Dio, Mosè, la Legge e il Tempio. Quando il sommo sacerdote lo interpellò, Stefano iniziò la sua arringa. Egli dichiarò innanzitutto di essere fedele alla religione dei padri ben più di coloro che lo accusavano, ribelli a Dio e ai suoi inviati, in particolare proprio a Mosè e ai profeti. Aggiunse che quella stessa religione dei padri trovava il suo pieno compimento solo in Cristo, che era venuto a rivelare di persona l’amore di Dio per l’umanità. Infine concluse che il messaggio di Gesù non era rivolto solo ai Giudei, ma all’umanità intera, perchè a tutti era destinato l’annunzio della salvezza ad opera di Cristo, morto, risorto e ora nella gloria alla destra del Padre. Nonostante gli argomenti esposti. Stefano venne condannato, ma in realtà il verdetto era stato pronunciato già prima. I Giudei presero a insultarlo, tappandosi le orecchie per non ascoltare le sue parole, definite “bestemmie”,e infine si gettarono su di lui, lo spinsero fuori della città e lo lapidarono. Pensavano con questo di ottemperare alla legge che voleva che i bestemmiatori fossero lipadati fuori delle mura dei centri urbani. I due falsi testimoni che dovevano scagliare la prima pietra si spogliarono delle loro vesti e le posarono ai piedi di un giovane di nome Saulo, accanito persecutore dei cristiani, che avrebbe assunto in seguito il nome di Paolo. Custodendo i vestiti di quelli che stavano infierendo su Stefano, fu quasi come se simbolicamente lo stesso Saulo lo lapidasse, anche se per mano di altri. Tuttavia tanta violenza dovette influire non poco sulla crisi che già turbava l’uomo e che lo avrebbe portato alla clamorosa conversione sulla via di Damasco. Stefano pregò ardentemente per i suoi carnefici, in modo che ciò che stavano facendo non ricadesse su di loro come un peccato. A questo proposito gli Atti dicono: “E ciò detto si addormentò nel Signore”. Secondo la tradizione, Stefano fu il primo di una lunga serie di martiri (da cui l’appellativo di ‘protomartire’) e la data relativa al supplizio è il 3 agosto dello stesso anno in cui Gesù ascese al cielo. Due pii uomini, Nicodemo e Gamaliele, lo seppellirono in un campo di proprietà di quest’ultimo e celebrarono il rito funebre con grande dolore.

Matilde Maisto

Alcune foto di repertorio (scatti del giornalista Mattia Branco):

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Vangelo di Domenica 3 Agosto 2014

domenica
Ago 3,2014

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OSARE LA CONDIVISIONE

Vangelo di Matteo 14, 13-21

Quando sentì questa notizia, Gesù partì in barca per recarsi in un luogo deserto, lontano da tutti, ma la gente venne a saperlo e da varie città, a piedi, andarono dove stava andando Gesù. Scendendo dalla barca, egli vide tutta quella folla ed ebbe compassione di loro e si mise a guarire i malati. Verso sera, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Ě già tardi e questo luogo è isolato. Lascia andare la gente: così nei villaggi qui nei dintorni potranno comprarsi qualcosa da mangiare.” Ma Gesù disse loro: “Non hanno bisogno di andar via: dategli voi qualcosa da mangiare”. Essi gli risposero: “Ma noi abbiamo soltanto cinque panie due pesci”. E Gesù disse. “Portateli qui a me”. Allora Gesù ordinò di far sedere la folla sull’erba. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo e ringraziò Dio. Poi cominciò a spezzare i pani e a darli ai discepoli; e i discepoli li davano alla folla. Tutti mangiarono e ne ebbero abbastanza. Alla fine, con i pezzi avanzatisi riempirono dodici ceste. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

La situazione più drammatica dell’umanità è la miseria, la morte per fame, per sete, per mancanza di assistenza sanitaria. Si possono indicare in 900 milioni le persone che soffrono la fame e sono in bilico fra vita e morte; altre centinaia di milioni vivono con 1-2 euro al giorno; ogni giorno circa 24 mila persone vengono uccise da questa ingiustizia strutturale, tantissimi i bambini, quindi milioni in un anno.

Nel contempo ogni anno nel mondo si buttano via 1,3 miliardi di tonnellate di cibo avanzato. Per quanto riguarda l’Italia oltre dieci milioni; circa il 25% di quello acquistato dalle famiglie, circa 76 kilogrammi, per un equivalente di 1.600 euro all’anno.

Impressionante, scandaloso!

La risoluzione progressiva del più evidente e vasto dramma dell’umanità esige indiscutibilmente risposte strutturali che riguardano la terra, le coltivazioni, il lavoro, i prodotti, il commercio, un cambiamento radicale del rapporto schiacciante e drammatico fra le multinazionali e i piccoli e medi produttori; sono da incoraggiare e diffondere le iniziative dal basso, le cooperative; per tutti nella giustizia e nella legalità, nell’autentica solidarietà e nell’attenzione al bene comune.

Esperienze significative sono nate dal basso anche qui in Friuli, con protagoniste persone sensibili e coraggiose; ad esempio quella della coltivazione del mais e poi della farina a San Marco e quella del forno sociale di Tramonti.

Le risposte strutturali dovrebbero procedere insieme alla sensibilità, alla cultura, alla spiritualità della sobrietà e di una condivisione dei beni che tende a diventare fraternità. A questa prospettiva ci provoca il Vangelo di questa domenica (Matteo 14, 13-21) con il racconto della condivisione dei pani e dei pesci.

Lo stato d’animo di Gesù è scosso dalla notizia dell’uccisione di suo cugino, il profeta Giovanni. Parte per recarsi in un luogo isolato a vivere questo dolore, a riflettere, a pregare. Tanta gente lo raggiunge, proprio una grande folla. Gesù vive la compassione, la partecipazione alla condizione di quelle persone: sta in mezzo, ascolta, risponde, guarisce, incoraggia.

Viene sera e i discepoli consigliano a Gesù di lasciare andare quella gente perché possa comprare qualcosa da mangiare nei villaggi. Come risposta in modo inatteso lui li invita ad agire e a dare loro qualcosa a quelle persone. La loro risposta è la conferma di quella presunta impossibilità che rende fatalisti e inattivi. Ma come si può agire partendo dalla disponibilità di cinque pani e due pesci? Gesù se li fa portare, invita la gente a sedersi sull’erba, alza gli occhi al cielo e pronuncia la preghiera di benedizione. Poi spezza i pani e i pesci e li consegna ai discepoli perché li distribuiscano alla gente. Tutti mangiano abbastanza e alla fine vengono raccolti (non buttati via!) i pezzi avanzati fino a riempire 12 ceste.

La provocazione del Vangelo è ad osare iniziative e strade nuove, a non arrendersi in partenza lamentando le scarse possibilità. Don Luigi Scrosoppi, don Tomadini, don Emilio De Roia, il dottor Sipione, don Davide Larice, don Franco Saccavini con i Vicini di casa, e altri ancora hanno osato e la condivisione si è allargata. E a proposito dell’accoglienza, in uno stato fragile di 12 milioni di abitanti come il Ciad hanno trovato rifugio quasi mezzo milione di persone!

venerdì
Ott 4,2013

SAN-FRANCESCO-DASSISI

 

Oggi 4 ottobre, nella città di Cancello ed Arnone si sono fermate tutte le attività, sia pubbliche, che private; infatti sono rimasti chiusi: il Comune – le Scuole – le Poste e Telecomunicazioni – le Banche – gli Esercizi Commerciali ecc.

La decisione di proclamare San Francesco d’Assisi patrono della città di Cancello ed Arnone è sorta alcuni anni fa, per ovviare a delle problematiche che si creavano allorchè ricorreva la festività del Patrono di Arnone, San Biagio (3 febbraio) e la festività del Patrono di Cancello, Santo Stefano, (6 dicembre).

Si trattava, ovviamente, di problemi legati ai servizi pubblici, per cui fermo restando entrambe le festività religiose, l’Ente ha stabilito una nuova ricorrenza valida per l’intera città di Cancello ed Arnone.

Si è pensato, quindi, a San Francesco d’Assisi, il Santo poverello, predicatore mistico che visse tra il XII ed il XIII secolo e che fu il fondatore dell’ordine francescano.

Ancora oggi l’ordine da lui creato si basa sulle stesse ragioni di vita e sugli stessi ritmi da lui iniziati. Come non menzionare il suo famosissimo “Cantico delle Creature”: laudate sii, mi’Signore cum tute le tue creature, specialmente messere lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande Splendore: da te, Altissimo, porta significatione.

Benedetto XVI ha voluto ricordarlo dicendo: “San Francesco non era solo un ambientalista e un pacifista, era soprattutto un uomo convertito – prima egli era quasi una specie di play boy, ma poi ha visto che questo non era sufficiente, ha capito che doveva allargare la sua vita aprendosi a Dio e agli altri”.

Parole che danno l’idea di una immediata attualità e che colgono pienamente il messaggio divino per tutti gli uomini: possiamo anche essere dei play boy o play girl, vivere in modo dissoluto, ma fermiamoci solo un attimo e guardiamoci dentro: perchè non siamo felici? Perchè non si è mai contenti di ciò che si possiede e si vuole sempre di più? Viviamo una corsa sfrenata verso il consumismo, ma non ci basta mai!

Sarebbe bello essere capaci di abbandonare tutto e dedicarsi completamente al Signore, ma noi non siamo dei Santi e possiamo solo sperare di vivere al meglio la nostra vita, evitando odi e rancori, calunnie ingiuste, invidie, ed amando il nostro prossimo con amore vero e sincero.

Ciao, Tilde

domenica
Apr 7,2013

divina-misericordia-web Il culto della Divina Misericordia consiste nel testimoniare nella propria vita lo spirito di fiducia in Dio e di misericordia verso il prossimo. È questo, infatti, il fulcro dell’esempio ci ha lasciato suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca che ha dato lo slancio decisivo a questa devozione.

1. All’origine del culto della Divina Misericordia c’è la suora polacca Faustina Kowalska

Suor Faustina, terza di dieci figli, nacque il 25 agosto 1905 in una religiosissima famiglia di contadini di Glogowiec (Polonia). Venne battezzata con il nome di Elena e fin dall’infanzia aspirò alla vita religiosa. A 16 anni lasciò la casa paterna per andare a lavorare come domestica, ma dopo una visione tornò a casa per chiedere il permesso di entrare in convento. I genitori erano molto religiosi ma non volevano perdere la figlia migliore, e negarono quindi il loro permesso adducendo la mancanza di denaro per la dote. Elena tornò al lavoro, ma dopo un’altra visione chiese a Gesù cosa dovesse fare ed Egli le disse di andare a Varsavia, dove sarebbe entrata in convento. Prima di entrare nella Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia lavorò un altro anno per guadagnarsi una piccola dote, e il l°agosto 1925 varcò la soglia della clausura. In seguito si recò nella casa della Congregazione a Cracovia per compiere il noviziato. Durante la cerimonia della vestizione ricevette il nome di suor Maria Faustina. Emise la professione perpetua il 1° maggio 1933.

Esteriormente nulla tradiva la straordinaria ricchezza della vita mistica di suor Faustina, che spiccava per la totale e illimitata dedizione a Dio e l’amore attivo verso il prossimo, a imitazione del modello supremo, Cristo. Solo il Diario della religiosa ha svelato la profondità della sua vita spirituale, svelata ai confessori e in parte alle superiore. Alla base della sua spiritualità c’è il mistero della Misericordia Divina, che meditava nella parola di Dio e contemplava nella quotidianità della sua vita. Gesù l’ha onorata con grazie straordinarie come le visioni, le rivelazioni, le stimmate nascoste, l’unione mistica con Dio, il dono del discernimento dei cuori e della profezia.

L’austerità della vita e i digiuni estenuanti ai quali si sottoponeva ancor prima di entrare nella Congregazione indebolirono il suo organismo, e nei suoi ultimi anni vita si intensificarono le sofferenze interiori della “notte passiva dello spirito” e quelle fisiche. Morì il 5 ottobre 1938 a 33 anni, dopo 13 di vita religiosa.

La devozione alla Misericordia Divina si è diffusa rapidamente nel mondo durante la II Guerra Mondiale. Suor Faustina, del resto, aveva scritto sul Diario: “Avverto bene che la mia missione non finirà con la mia morte, ma incomincerà”. Il suo corpo riposa nel Santuario della Misericordia Divina di Lagiewniki, presso Cracovia. Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata nel 1993 e canonizzata nel 2000.

2. Il modello del culto della Divina Misericordia lo ha spiegato lo stesso Gesù a suor Faustina

Il modello del culto della Divina Misericordia venne mostrato da Gesù stesso nella visione che santa Faustina ebbe il 22 febbraio 1931 nella cella del convento di Płock. “La sera, stando nella mia cella vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca – scrisse sul suo Diario –: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. (…) Dopo un istante Gesù mi disse: ‘Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te!’”.

Il primo quadro della Divina Misericordia fu dipinto a Vilnius nel 1934 dal pittore Eugenio Kazimirowski, che ricevette indicazioni fornite personalmente da suor Faustina. Ad essere famoso in tutto il mondo è però il quadro di Lagiewniki, a Cracovia, dipinto da Adolf Hyla.

Il significato del quadro è strettamente legato alla liturgia della domenica dopo la Pasqua, in cui la Chiesa legge il Vangelo di San Giovanni che descrive l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza (Gv 20, 19-29). L’immagine rappresenta dunque il Salvatore risorto che porta agli uomini la pace con la remissione dei peccati a prezzo della sua Passione e morte in croce. I raggi del sangue e dell’acqua che scaturiscono dal cuore di Gesù trafitto dalla lancia e le cicatrici delle ferite della crocifissione richiamano gli avvenimenti del Venerdì Santo.

Gesù ha definito con molta chiarezza tre promesse legate alla venerazione dell’immagine: la salvezza eterna, la vittoria sui nemici della salvezza e grandi progressi sulla via della perfezione cristiana, la grazia di una morte felice.

L’immagine di Gesù Misericordioso viene spesso chiamata immagine della Divina Misericordia perché nel mistero pasquale di Cristo si è rivelato più chiaramente l’amore di Dio per l’uomo. L’immagine, ha detto Gesù, “deve ricordare le esigenze della mia Misericordia, poiché anche la fede più forte non serve a nulla senza le opere”.

3. La festa della Divina Misericordia, la più importante di tutte le forme di devozione

Gesù parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina nel 1931: “Desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”, “il più grande attributo di Dio”. In base agli studi di don I. Rozycki, negli anni successivi Gesù è tornato a fare questa richiesta in ben 14 apparizioni, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e celebrarla e le grazie ad essa legate.

La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un profondo senso teologico, indicando lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia. La stessa suor Faustina, del resto, scrisse: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”.

Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa, dicendo: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (…). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. A preparare la festa deve essere una novena, ovvero la recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Nel giorno della festa, ha detto Gesù, “chi si accosterà alla sorgente della vita conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene”. Come ha sottolineato don Rozycki, si tratta di “qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria”, che consiste solo nel rimettere le pene temporali meritate per i peccati commessi.

Dalle pagine del suo Diario, sappiamo che suor Faustina fu la prima a celebrare individualmente questa festa, con il permesso del confessore. Il cardinale Franciszek Macharski ha introdotto la festa nella diocesi di Cracovia con la Lettera Pastorale per la Quaresima del 1985, e l’esempio è stato seguito negli anni successivi dai vescovi di altre diocesi della Polonia. Il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia – Lagiewniki era già presente nel 1944.

4. Giovanni Paolo II, il grande promotore del culto alla Divina Misericordia

Nell’omelia della canonizzazione di suor Faustina, il 30 aprile del 2000, Giovanni Paolo II ha dichiarato che da quel momento la seconda Domenica di Pasqua sarebbe stata chiamata in tutta la Chiesa “Domenica della Divina Misericordia”.

Il papa polacco è stato il grande sostenitore di questo culto, che tra il 1938 e il 1959 ha conosciuto un grande sviluppo, ma nonostante il favore dei pontefici, l’interesse di tanti pastori della Chiesa e le richieste al riguardo da parte di vescovi e curie incontrò anche delle resistenze, soprattutto da parte del Sant’Uffizio, che nel 1959 emanò anche una Notificazione negativa.

Il culto alla Misericordia di Dio si è dunque pienamente affermato con papa Wojtyła, che nell’enciclica “Dives in Misericordia” del 1980 ha esaltato la Misericordia di Dio e il 7 giugno 1997 ha affermato: “Rendo grazie alla Divina Provvidenza perché m’è stato dato di contribuire personalmente al compimento della volontà di Cristo mediante l’istituzione della Festa della Divina Misericordia”. Il 1° settembre 1994 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha approvato il testo della Messa votiva “De Dei Misericordia”, che per volontà di Giovanni Paolo II veniva dato in uso alla Chiesa universale e oggi entra d’obbligo in tutti i messali.

domenica
Mar 31,2013

 

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Pasqua di Resurrezione Commento al Vangelo di Enzo Bianchi – 31 marzo 2013
Gv 20,1-9
Nell’ora della morte di Gesù, presso la croce vi erano solo alcune donne, tra cui Maria di Magdala, e il discepolo amato, che non riuscivano a credere possibile la fine ignominiosa di quel rabbi e profeta di Nazaret da loro tanto amato. Eppure al tramonto di quel venerdì 7 aprile dell’anno 30 la morte sembrava proprio aver posto la parola fine sulla vita di Gesù, l’uomo capace di raccontare in modo unico il volto di Dio (cf. Gv 1,18).
Ma ecco che all’alba del 9 aprile, Maria di Magdala non si rassegna: «nel giorno dopo il sabato si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Essa non va per ungere il cadavere (cf. Mc 16,1), ma è spinta solo dall’amore per quel Gesù che l’aveva liberata da «sette demoni» (cf. Lc 8,2) e restituita alla vita piena, un amore tale da non arrestarsi neppure di fronte alla morte. Maria va alla tomba quando ancora c’è tenebra: è buio non solo intorno a lei ma anche nel suo cuore, velato dalla tristezza e dalla non-fede nell’inaudito, nell’evento della resurrezione… Ed ecco la novità sconcertante: «Vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro». Essa è smarrita e la sua reazione immediata è quella di pensare a un trafugamento del cadavere; lo testimoniano le parole che rivolge a Pietro e al discepolo amato al termine di una corsa affannosa: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». La sua umanissima relazione affettiva con il Signore non è sufficiente per condurla alla fede nella resurrezione. Qui finisce la prima parte della sua vicenda, ma la ritroveremo poco più avanti «vicino al sepolcro» (Gv 20,11), mentre piange e persevera nella ricerca del corpo morto di Gesù, che le si rivela quale Risorto chiamandola per nome: «Maria!» (Gv 20,16).
Nel frattempo possiamo chiederci: e noi come ci poniamo di fronte al sepolcro vuoto? Crediamo alla resurrezione di Gesù? Siamo accompagnati in questa domanda anche da Pietro e dal discepolo amato che, spinti dalle parole di Maria, corrono al sepolcro: «Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro». Forse è l’amore di predilezione ricevuto su di sé a renderlo più veloce, perché all’amore si risponde con l’amore che non indugia… «Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò»: egli attende Pietro, lascia entrare per primo chi per volontà del Signore godeva di un primato nel gruppo dei Dodici. Pietro allora «entrò nel sepolcro e osservò le bende per terra e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte»: osserva tutto con precisione, ma neppure il suo sguardo razionale e preciso è sufficiente a cogliere il mistero. Anche lui, per ora, rimane nelle tenebre dell’incredulità.
«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette». Cosa ha visto? Nessun oggetto specifico: è l’assenza stessa che, riempita dall’amore, diventa per lui evocatrice di una Presenza. Del resto Gesù l’aveva promesso: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21); e così nell’amore che lo lega a Gesù, il discepolo amato comincia a intuire e a lasciar spazio nel proprio animo alla novità compiuta da Dio… Ma per il salto decisivo della fede, per vedere la vita nel luogo della morte, occorre credere alla testimonianza della Scrittura: accostata al vuoto della tomba, la Scrittura la riempie di una Parola che è all’origine della resurrezione, perché è la Parola stessa del Dio della vita. Ecco l’inizio della fede pasquale, che troverà la sua pienezza con il dono dello Spirito capace di illuminare le menti, aprendole all’intelligenza della Scrittura (cf. Lc 24,45): l’amore per Gesù e la comprensione in profondità della Scrittura si completano a vicenda nel condurre alla fede nella resurrezione…
È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca lo specifico del cristianesimo. Ha scritto l’apostolo Paolo: «Se Gesù Cristo non è risorto, vana allora è la nostra fede … e i cristiani sono da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,17.19). Sì, questo è il senso della grande festa di Pasqua e, insieme, il debito che i cristiani hanno verso gli altri uomini, la speranza che possono offrire agli uomini tutti: ormai la morte non è più la parola definitiva, ma è solo l’esodo da questo mondo al Padre, che ci richiamerà tutti a vita eterna…
Enzo Bianchi

 
domenica
Gen 6,2013

 

PAROLA DEL SIGNORE

 

Il viaggio dall’Oriente, la ricerca, la stella apparsa ai Magi, la vista del Salvatore e la sua adorazione costituiscono le tappe che i popoli e gli individui dovevano percorrere nel loro andare incontro al Salvatore del mondo. La luce e il suo richiamo non sono cose passate, poiché ad esse si richiama la storia della fede di ognuno di noi. Perché potessero provare la gioia del vedere Cristo, dell’adorarlo e dell’offrirgli i loro doni, i Magi sono passati per situazioni in cui hanno dovuto sempre chiedere, sempre seguire il segno inviato loro da Dio. La fermezza, la costanza, soprattutto nella fede, è impossibile senza sacrifici, ma è proprio da qui che nasce la gioia indicibile della contemplazione di Dio che si rivela a noi, così come la gioia di dare o di darsi a Dio. “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia”. (commento di Don Roberto Rossi)

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt. 2, 1-12

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano:
«Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo».
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.
Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.
Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella
e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia.
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

IL COMMENTO DI PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA. Natale coinvolge se ci lasciamo sedurre. In un primissimo momento era capitato ai pastori essere sedotti dal fascino della luce angelica che li orientava verso la Luce divina che squarciava le tenebre (non solamente quelle notturne). Adesso invece tocca ai Magi. Vengono in qualche modo avvinti e sedotti, forse dopo aver preso coscienza di una certezza fondamentale che avevano sempre trascurato e che adesso comincia ad interessarli direttamente: la verità non si trova laddove loro erano sempre stati abituati a cercarla, ovvero nel precluso mondo della scienza e dell’immanentismo, nelle soluzioni a volte ingannevoli della ricerca sperimentale. Questa è semmai una verità relativa, farraginosa e comunque insufficiente. La Verità alla quale tutti quanti si aspira deve piuttosto trascendere questo mondo ed essere incommensurabile e ineffabile; ed è quella che ci è stata resa manifesta, poiché nessuno sarebbe stato in grado di raggiungerla e circoscriverla con le proprie forze. Insomma, la Verità è nel Dio Onnipotente ed Eterno, creatore e sostenitore di tutte le cose, il quale, lungi dall’essere cercato dagli uomini, ad essi si rivela lui stesso. In Cristo Verbo Incarnato la vita si è resa visibile (1Gv 3, 8) e anche la Verità è venuta ad essere rivelata e manifesta perché noi fossimo liberi e perché in essa continuassimo a vivere e ad interagire. Nulla c’è di più reale e conveniente del Dio Verità che incontra l’uomo facendosi Uomo egli medesimo e a ragione Dostoevskij affermava: “Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità”.

I MAGI RISCONTRANO CHE LA VERITA’ E’ GESU’. Ebbene, i Magi avevano certamente riscontrato che la verità è il Cristo Bambino, e che piuttosto che interpretare i fenomeni astrali osservando le costellazioni e l’insieme della volta celeste dovevano semplicemente accogliere la Rivelazione e porsi in atteggiamento di ascolto e di adorazione. Ragion per cui si incamminano da Oriente verso la piccola cittadina di Betlemme, dove tutti (meno Erode) sanno che deve nascere il Messia. Ad orientarli è una stella, rappresentativa del fatto che Dio stesso nel suo Cristo orienta tutti gli uomini alla verità. Raggiunto il luogo dove giace il Bambino depongono ai suoi piedi elementi certo inutili in quella circostanza di fame e di precarietà familiare, ma espressivi di una fede malcelata che adesso viene a galla: oro, incenso e mirra. Con essi ammettono la divinità indiscussa del Messia Bambino, proclamano la sua gloria e venerano la sua grandezza. L’umiltà ha convinto questi uomini fini e intelligenti dell’insufficienza delle loro vedute, della fallacia del solo raziocinio pretestuoso e di conseguenza ha dischiuso loro il cuore alla verità, che non è altro che Rivelazione e alla quale si accede solo nell’ottica della fede.

DIO E’ DALLA PARTE DELL’UOMO NELLA MISURA IN CUI EGLI E’ DALLA PARTE DELLA VERITA’. Dio è dalla parte dell’uomo, nella misura in cui l’uomo è dalla parte della verità e la ricerca con tutti i mezzi. In Cristo la Verità si è resa manifesta, anche se essa rimane un mistero, e raggiunge l’uomo trasformandolo fino in fondo e appagando tutte le sue esigenze reali. Purché però l’uomo metta da parte pretese assurde di assolutizzazione di se stesso, si disponga al dono della divina auto manifestazione e vi acconsenta semplicemente con un assenso di cuore: Credo.

L’EPIFANIA E’ L’INVITO ALLA FEDE INCONDIZIONATA. L’Epifania ci dice che quanto noi presumiamo di cogliere con le nostre sole forze ci è stato semplicemente donato, quanto noi contiamo di comprendere con la sola risorsa del pensiero ci è stato solamente rivelato e che quanto noi andiamo cercando nell’oscurità delle tenebre con la lente di ingrandimento ci si è reso manifesto ad occhio nudo. La grandezza di Dio si è fatta piccolezza per noi. Ma l’Epifania è anche l’invito alla fede incondizionata, all’accoglienza del dono e all’accettazione della gratuità che si esprime in atto semplice anche se difficile: quello della fede. Il mistero del Natale non è fine a se stesso e non è mera passività: coinvolge se ci lasciamo sedurre. Semplice perché suppone l’apertura del cuore, difficile perché comporta la rinuncia a noi stessi. In questa Solennità noi ci facciamo forti che Dio si è rivelato per noi e che la sua manifestazione è continua nella nostra vita, la sua presenza è singolare ed esaltante, il suo aiuto trascende le nostre aspettative ma è determinante.

sabato
Gen 5,2013

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Nei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della Persia, un certo Artabano. Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato lo rivelavano uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa. Artabano apparteneva all’antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco.

Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso: “I miei tre compagni tra i Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassare – e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest’anno. Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell’antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in Babibolia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d’Israele. Credo che il segno verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa ed i miei beni e ho acquistato questi gioielli – uno zaffiro, un rubino e una perla – da portare in dono al Re. E chiedo a voi di venire con me in pellegrinaggio, affinchè possiamo trovare insieme il Principe”.

Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura tre grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu come un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio al tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.

Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi amici, come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli. “Artabano, questo è solo un sogno”, disse uno. E tutti se ne andarono.

Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa. Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la stella dell’annuncio. “Salvami”. Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano, divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva calcolare bene i tempi per giungere all’appuntamento con gli altri Magi. Passò lungo pendii del monte Orontes, scavati dall’alveo roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all’avvicinarsi di Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli. Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente fra i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie, seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.

Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese all’albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.

Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djeemal che volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere l’appuntamento con il Grande Re.

Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All’improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada, ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.

La ragaza notò l’aureo cerchio alato che aveva al petto. Si svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si gettò ai suoi piedi. “Abbi pietà” gli gridò “e salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare così i suoi debiti. Salvami!”

Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il rubino acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli baciò le mani e fuggì verso le montagne con la rapidità di un capriolo. Le mani vuote.

Intanto Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù. I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro doni. Gasparre aveva portato un magnifico calice d’oro. Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso. Baldassarre presentò la preziosa mirra.

Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme, e l’aria tremava come trema nel deserto. I soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode, uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva: “Ora lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco…farà un buon arrosto!” La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro Artabano prese l’ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato perchè restituisse il figlio alla madre. Così fu. Ella ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.

Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava teneramente cantando una dolce ninna nanna.

Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo. Non osava alzare gli occhi, perchè non aveva portato doni per il Re dei Re. “Signore, le mie mani sono vuote. Perdonami…”, sussurrò.

Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva. Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

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