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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Sociologia’ Category

giovedì
Ago 7,2014

1

di Stefano Leone *

L’AQUILA (Agosto 2010) – La mia città. Di tanto in tanto m’appare. Ora là, dietro le palme. Ora qua, sul bagnasciuga. A volte mi sembra d’intravedere la tua figura dall’altro, attorno al castello. Quando ti vedo, nel mio pensiero, una melodia che non riesco a sentire e poi, la tua immagine, svanisce di nuovo come la musica di uno stereo rotto si spegne nella camera da letto. Io sono qui, lontano tanti fusi orari da te, su questa spiaggia sterminata, tra filari di palme alte e verdi che ondeggiano alla brezza di questo crepuscolo perenne… E la luce blu di un’alba fantastica illumina la tua forma. Di tanto in tanto m’appari e … un altro giorno vede me, che guardo te, e i gabbiani con il loro volo perenne. La mia città. Amo i tuoi silenzi, amo i tuoi paradossi; amo quando piove e ascoltare i tuoi suoni mi arricchisce. Amo la tua imprevedibilità, pur nella routine che ti avvolge sovente, perché mi rende immune dall’abitudine. I tuoi silenzi notturni: un’estasi di gioia e malinconia, piacere e perversione, tenerezza e passione. Io li ascolto e, nel mio volare perpetuo nel mondo, mi fermo un istante e sono un po’ più uomo.

Quella mattina, era una calda domenica mattina di fine agosto; la luce è quella che conosci della tua città, una luce chiara, limpida che si serve dell’aria tersa e asciutta per disegnare ancor meglio i contorni degli orizzonti tutt’intorno dove, montagne imperiose e colline alberate fanno da cornice. Decido che, non avendo la possibilità di farlo spesso, è il caso di approfittare della presenza in città per fare una passeggiata in centro; non tanto per rivedere ancora una volta la tua città dilaniata, ferita e ancora piena di cicatrici che raccontano di dolore e rabbia, ma in cuor tuo l’intento è di incontrare facce conosciute, sguardi che consentano di rivedere chi magari non vedi da mille anni ed essere felice nel pensare che quella notte la scampò. Ero andato via dalla mia città, dalla mia gente che ero poco più che un ragazzo; assorbito dal totale entusiasmo nel voler diventare un pilota, lasciai questi posti, gli amici di sempre, gli ex compagni di scuola che iniziavano anche loro ad intraprendere strade diverse.

Non andò meglio con colei che, da quando eravamo poco più che bambini, era la mia ragazza. Bella e dolcissima, nel suo vestito bianco appena sopra il ginocchio. Capelli bellissimi con un caschetto che incorniciava il suo viso che lei, spessissimo, impreziosiva con un sorriso bellissimo. E poi il suo nome si gemellava con il mio: Stefania e Stefano. Mi inorgogliva. Eppure la persi. Lasciai soprattutto mia madre e mio padre, le comodità e i capricci di figlio unico cresciuto però all’ombra di una educazione severa e copiosa di fierezza, orgoglio, sincerità e morale. Da allora non c’è angolo del pianeta che non abbia visto disegnato il profilo della mia ombra ma, la mia città mai è svanita dalla mente.

Nonostante la casa dei miei fosse a 5 minuti a piedi dal centro, decido di entrare in città arrivando con l’auto nella zona Villa Comunale. Non faccio fatica a trovare parcheggio e scendo dall’auto; inizio a muovermi guardandomi intorno: al centro della Villa comunale piccoli casotti di legno simili a minuscole baite, espongono oggettistica in vendita; qualche coppia ferma a parlare tenendo a freno l’esuberanza vitale dei bambini che insieme si scatenano. Passo davanti ai casotti di legno, allungo lo sguardo e il pensiero mi va ai sacrifici che quei piccoli artigiani stiano sopportando con fierezza autentica per continuare una vita che abbia parvenza di normalità; inizio a risalire Corso Vittorio Emanuele II che mi porterà fino in Piazza del Duomo.

L’aria è calda, le persone si muovono lente; mentre cammino guardo ogni faccia, ogni fisionomia, cercando ricordi di conoscenze di tantissimi anni prima: nulla! Facce sconosciute, accenti e dialetti di altri luoghi e anche lingue straniere. Continuo a camminare lento e quasi dissociato, continuo la mia ricerca: nulla! Dov’è la mia città? Dove sono le persone che conoscevo? La mia gente. La cerco, la voglio. Rivoglio quelle facce, gli sguardi e quelle voci. Il mio incedere diventa sempre meno rilassato e costantemente più malinconico; vedo solo gente con pantaloni corti, canotta e copricapo, in mano o a tracolla l’immancabile digitale più o meno professionale. Sono qui solo per la curiosa tetra voglia di portarsi a casa immagini di una città dilaniata e ferita poi, poi nulla, torneranno ai loro impegni, al loro lavoro alle loro …case!

Dov’è la mia città? Dove sono le persone che conoscevo? Vi prego, qualcuno mi dica qualcosa!  Arrivo in Piazza del Duomo e scorgo i portici riaperti al passeggio: deserto, nessuno! Eppure è una bellissima domenica di fine agosto, sono passati ventotto  mesi da quella notte e i portici sono ancora un deserto. Dov’è la mia città? Dove sono le persone che conoscevo? Guardo angoli, luoghi e percorsi che mi hanno visto crescere e ora neanche un: “Ciao, come stai?” nulla, nessuno; in lontananza sento una musica, mi fermo, ascolto meglio, si è un musicista che suona musica live fuori da uno dei bar del centro. Una parvenza di normalità; getto l’occhio ai tavoli dell’aperitivo, troverò qualcuno conosciuto mi dico; nulla, niente, solo dialetti e accenti di altri luoghi.

Decido, torno indietro facendo il percorso inverso per tornare alla mia auto; sono vuoto, guardo ma non vedo, sento ma non ascolto, penso ai miei genitori, penso alla mia città, penso alle gente, tantissima, che conoscevo e mi sento vuoto. Improvvisamente un forte senso di rabbia mi sale su e una sola domanda mi viene nella mente: “Perché?”. Forse un po’ di pace la troverò nel pomeriggio quando varcherò la soglia del cancello del grande cimitero cittadino anch’esso disadorno e sciatto; lì troverò mio padre e mia madre e davanti a loro forse, troverò momenti di sollievo.

* Stefano Leone è nato a L’Aquila l’8 marzo 1955. Dopo le scuole superiori entrò in Accademia Aeronautica e, successivamente, iniziò la carriera di Comandante di volo. Dal 1980 ha volato per Compagnie civili e per il Servizio aereo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Ha partecipato, oltre la normale attività di voli istituzionali e soccorso, a numerosissime missioni nelle più gravi calamità italiane a partire dal sisma dell’Irpinia. Ha terminato la carriera di pilota il 30 novembre 2011 con all’attivo diverse migliaia di ore di volo. Iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1982, è stato responsabile dell’ufficio stampa del servizio aereo dei Vigili del Fuoco. Come giornalista ha avuto esperienze su carta stampata, radio e televisione. E’ collaboratore di numerose testate nazionali, con temi che spaziano dallo sport al volo, dall’informazione alla cultura. 

martedì
Giu 12,2012
Il Professor Richard Lynn nel n. 38 della rivista “Intelligence” (2010) ha affermato che gli Italiani del Nord sono più intelligenti degli Italiani del Sud, motivo in grado di spiegare le notevoli differenze in termini di reddito, successo e istruzione. A questo tema e al dibattito che ne è scaturito abbiamo dedicato il numero 18 di Knowledge Addiction
Ricordiamo a tutti coloro che ci chiedono informazioni sui Fondi Interprofessionali, che è attivo un nostro numero verde 800.96.05.91 al quale rivolgersi per avere notizie in relazione ai prodotti formativi (anche e-learning) o per chiedere l’assistenza tecnica (rivolta alle aziende con almeno un dipendente) per realizzare gratuitamente la formazione a valere sui Fondi Interprofessionali.

 IL CONCETTO D’INTELLIGENZA
Il concetto d’intelligenza non è di semplice definizione: non si tratta di un fattore coerente e delineato ma si esprime come un insieme numeroso di abilità, comportamenti, pen-sieri ed emozioni.
In letteratura si riscontrano numerosi tentativi di chiarire e organizzare questo complesso insieme di fenomeni.
Gli studi sull’intelligenza si suddividono in diversi filoni d’indagine, ciascuno impron-tato su una differente concezione dell’intelligenza. Esistono modelli per la “misurazione” dell’intelligenza atti a effettuare comparazioni tra individui diversi.

 PIÙ INTELLIGENTI AL NORD O AL SUD?
Il prof. Richard Lynn (2010) sostiene che gli Italiani del Nord hanno un quoziente intellettivo più elevato degli italiano del Sud ed è per questo motivo che esistono notevoli differenze in termini di reddito, successo e istruzione tra le due aree.
Secondo Lynn nel Nord Italia il quoziente intellettivo è identico a quello di altri Paesi Europei: il livello del QI si riduce man mano che si procede verso Sud. Lo studio ha provocato reazioni da parte della comunità scientifica, che ha replicato alle affermazioni del professore attraverso la diffusione di ricerche.

 SUPERARE IL CONCETTO D’INTELLIGENZA
Il valore da attribuire al quoziente d’intelligenza è un dibattito sempre aperto. La domanda che gli studiosi si pongono è se esso sia realmente capace di predire i futuri risultati scolastici e professionali.
L’efficacia dei test di misurazione del QI con il tempo è stata ridimensio-nata, soprattutto in riferimen-to al suo utilizzo come predittore del successo professionale. Recenti orienta-menti suggeriscono che ciò che concorre a determinare la riuscita di un individuo non è soltanto il livello del suo intelletto.

venerdì
Apr 27,2012

“ LA CICALA E LA FORMICA “
La Cicala che imprudente, tutta estate al sol cantò,
provveduta di niente nell’inverno si trovò,
senza più un granello e senza una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa, qualche cosa in cortesia
per poter fino alla prossima primavera tirar via:
promettendo per l’agosto, in coscienza l’animale, interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto: – Che hai tu fatto fino a ieri?
– Cara amica, a dire il giusto non ho fatto che cantare tutto il tempo.
– Brava, ho gusto; balla adesso, se ti pare.

 

(Favola Jean de La Fontaine)

Ebbra di sole, la cicala cantò tutta l’estate. Le formiche, invece, resistendo alla tentazione del buon tempo, andavano e venivano senza posa, ammassando quanto più potavano nel loro formicaio. Venne l’inverno nevoso e gelido…, non più goccia di linfa negli alberi scheletriti. E la cicala vide le formiche, a un po’ di sole, far asciugare il grano che sottoterra si era inumidito.
Affamata ne chiese qualche chicco in prestito. “Te le renderò prima dell’agosto, parola d’onore d’insetto”… promise.
Una delle parsimoniose formiche s’infuriò… “Ma nella buona stagione che cosa hai fatto? Non hai accumulato provviste?
“Non ho tempo – rispose la cicala – Dovevo cantare. Ho empito del mio canto cielo e terra”.
“Hai cantato? – replicò la formica – Ma benone! Ora, danza.

L’antica favoletta la conosciamo tutti: la formichina laboriosa e la cicala oziosa.

Morale: chi niente fa, niente ottiene.

E’ giusto pensarla in questo modo?

Vi sembra bello l’insegnamento che ci offre questa favola? Anzitutto si potrebbe osservare che nel racconto ci sono errori di carattere scientifico. Infatti la cicala durante l’inverno non si trova nella condizione della formica perché la natura provvede per lei come per tutti gli altri animali. Ma la cosa più importante è l’insegnamento che la favola vuol dare. Esso è contrario sia alla morale cristiana che a una più larga morale sociale. Infatti ci hanno sempre insegnato ad amare il prossimo nostro come noi stessi e soprattutto e soprattutto predisporre il nostro animo alla carità, virtù fondamentale dell’uomo. E se anche non avessimo avuto questi insegnamenti, vi sentireste voi tranquilli al calduccio della vostra casa, se sapeste che fuori della vostra porta un altro essere vivente sta morendo di fame e di freddo, mentre avreste la possibilità di salvarlo? Vi prego, non seguite l’esempio della formica. L’insegnamento di questa favola io lo trovo assurdo. Bisogna abituarsi a ragionare e a comprendere bene il significato di tutto quello che si legge. Non bisogna credere che tutto quello che è scritto sia buono. E’ vero che bisogna essere previdenti e pensare all’avvenire, ma è altrettanto vero che, chi ha, ha il dovere di dare, anche se il suo patrimonio è l’intelligenza. Bisogna abituarsi ad aiutare il nostro prossimo…, non negare al nostro vicino l’aiuto della nostra intelligenza e del nostro lavoro.
Ogni nostra azione avrà la sua ricompensa, magari lontana nel tempo, ma sicura.
Non è per una ricompensa materiale che si deve donare… la ricompensa sicura è la gioia che il donare procura a chi sa dare.

Qual è il vostro parere? 

TALE PADRE, TALE FIGLIO?

mercoledì
Apr 25,2012

Gentile collega,
visto il successo del numero precedente, anche il numero 16 di Knowledge Addiction è stato dedicato ad aspetti socio-economici: la mobilità sociale.
A questo indirizzo, è possibile scaricare la newsletter o consultare i numeri precedenti.

Mentre in questo numero vengono affrontati gli aspetti socio-economici della mobilità sociale, nel prossimo saranno presentati alcuni studi psicologici sulle dimensioni che influenzano la mobilità sociale nel nostro paese.

Qualora, per qualsiasi motivo, non ritenesse opportuno ricevere la nostra newsletter, cliccando su unsubscribe sarà immediatamente eliminato dal nostro elenco e non riceverà più nessuna nostra comunicazione.

Lo staff di Eulab Consulting

 

Eulab Consulting s.r.l.
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lunedì
Mar 12,2012


di Gaspare Serra

QUAL’E’ IL FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

 

“Confessiamo una buona volta a noi stessi che da quando l’umanità ha introdotto i diritti dell’uomo, si fa una vita da cani…”

(Karl Kraus)

 

La “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (cd. Dudu) del 1948 enuncia una lunga serie di diritti.

Ciò dandone per scontata l’esistenza, ovvero senza indicarne esplicitamente il fondamento ultimo.

Perché mai, allora, riconoscere i cd. diritti umani come diritti “universali” (ovvero rivolti all’intera Umanità e imponenti agli Stati la “non ingerenza” nell’esercizio individuale degli stessi)?

Dove traggono fondamento i “presunti” caratteri distintivi dei diritti dell’uomo (la loro “fondamentalità”, “universalità”, “inviolabilità” e “indivisibilità”)?

 

 

PUO’ ESSERE “DIO” IL FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI?

 

Alison Renteln, nell’opera “International Human Rights”, distingue tre possibili fondamenti dei diritti dell’uomo:

1-                   l’Autorità divina

2-                   la legge di natura

3-                   o la ratifica internazionale dei trattati (ovvero il “consenso” degli Stati).

Molti autori (tra cui Michael Perry), così, individuano il fondamento dei diritti umani nell’Autorità divina: solo pensando agli uomini come opera di Dio (per ciò stesso “sacri”) vi sarebbero ragioni per credere nell’“universalità” e nell’“inderogabilità” dei diritti dell’uomo (miranti a proteggerne la “dignità”).

 

Non stupisce, così, leggere nella “Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America” (del 4 luglio 1776) quanto segue: “Reputiamo di per sé evidentissime le seguenti verità:

1-                   che tutti gli uomini sono stati creati uguali

2-                   che il Creatore li ha investiti di certi diritti inalienabili

3-                   e che, tra questi, vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.

Del resto anche nel Preambolo della “Carta araba dei diritti dell’uomo” (adottata -sia pur non ancora vigente- dal Consiglio della Lega degli Stati Arabi il 15 settembre 1994) si legge: “Premessa la fede della Nazione Araba nella Dignità dell’uomo, sin da quando Allah l’ha onorata…”.

 

I limiti di questa impostazione teorica, però, sono duplici:

1-                   da un lato, spingere ad unaidolatria dei diritti umani” (per lo più fatti coincidere con i principali valori condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste);

2-                   dall’altro, far perdere di validità universale gli stessi diritti (risulta difficile, infatti, credere che diritti strettamente legati ad una specifica visione religiosa possano essere universalmente condivisi).

I pericoli che discendono da questa lettura, pertanto, sono anch’essi duplici:

1-                   considerare i diritti umani alla stregua di unanuova religione dell’umanità”;

2-                   e trasformare la loro difesa in una sorta di “neo-crociata” (possibile foriera di contrapposizioni ideologiche, manifestazioni d’intolleranza e conflitti di civiltà).

 

 

PUO’ ESSERE LA “LEGGE DI NATURA” FONDAMENTO DEI DIRITTI DELL’UOMO?

 

Le principali teorie sui diritti umani si basano sull’idea dell’esistenza di una “legge naturale”, di cui tali diritti sarebbero solo diretta espressione.

Tali teorie (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”) propugnano l’esistenza di un “nucleo essenziale” di diritti e libertà che apparterrebbero all’uomo in quanto tale, prescindendo sia dall’Autorità divina che dal diritto positivo.

In quest’ottica i diritti umani sarebbero considerati alla stregua di “diritti naturali”.

 

Già i filosofi greci (Aristotele e gli stoici per primi) affermarono l’esistenza di un diritto naturale come un insieme di norme di comportamento la cui essenza l’uomo ricaverebbe dallo studio delle leggi naturali  (cd. giusnaturalismo).

Immanuel Kant, nelle opere “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785) e “Metafisica dei costumi” (1797), in un’ottica più razionale e moderna, individuò nella dignità della persona (o “dignitas”) il fondamento ultimo del riconoscimento universale dei diritti umani.

La dignità dell’uomo consisterebbe in un “valore intrinseco assoluto” che imporrebbe a tutti gli altri esseri umani il rispetto sia della propria persona che di quella altrui (“il rispetto che ho per gli altri” -scrive Kant- “è il riconoscimento della dignità che è negli altri”).

 

Anche le tesi giusnaturaliste, però, presentano un limite: la necessità di un’“assoluta incontrovertibilità” di ogni assunzione metafisica sottostante, ovvero di una “definizione univoca” dei concetti di legge di natura, di natura umana e di dignità della persona (ancor oggi di problematica definizione…).

Il rischio conseguente, così, sarebbe quello di trasformare i diritti umani in una sorta di comandamenti di una “nuova religione laica”!

 

 

PUO’ ESSERVI UN “FONDAMENTO ASSOLUTO” DEI DIRITTI UMANI?

 

Partendo da queste criticità, molti autori giungono a negare alcun fondamento metafisico (o assoluto) dei diritti dell’uomo.

Nell’opera “Una ragionevole apologia dei diritti umani”, Michael Ignatieff sostiene che i diritti umani non possono essere considerati come un’espressione normativa della natura umana (in un certo senso, piuttosto, sarebbero “contro natura”!).

La moralità umana e i diritti umani rappresenterebbero solo un tentativo di correggere e contrastare le tendenze naturali proprie degli esseri umani: “non c’è niente di sacro negli esseri umani” -sostiene Ignatief- “niente a cui spetti di diritto venerazione o rispetto incondizionato”.

Secondo Norberto Bobbio i diritti dell’uomo nascono gradualmente in un contesto storico ben determinato, attraverso “lotte per la difesa di nuove libertà contro vecchi poteri”.

Definire certi diritti naturali, fondamentali, inalienabili o inviolabili significherebbe, così, usare “formule del linguaggio persuasivo” che possono avere la funzione pratica di dare maggior forza retorica a un documento politico ma che “non hanno alcun valore teorico”.

Ogni ricerca di un qualsiasi fondamento assoluto dei diritti, in conclusione, sarebbe vana!

 

Com’è possibile, del resto, trovare un fondamento assoluto in diritti di cui non si ha nemmeno una nozione ben precisa?

La stessa espressione “diritti dell’uomo” è molto vaga…

I diritti umani rappresentano una “classe variabile” in quanto diritti storicamente relativi (mutano nel tempo assieme alle condizioni storiche).

Ciò, del resto, spiega come:

a-       da un lato, diritti considerati assoluti nel passato non siano più considerati tali oggi (si veda la proprietà, come considerata dalla Dichiarazione francese del 1789 e come rivalutata dalle Costituzioni contemporanee);

b-      dall’altro, nel futuro potrebbero essere ritenuti fondamentali diritti che tali oggi non sono affatto (come la protezione dell’ambiente o la protezione della vita animale).

 

Com’è immaginabile rintracciare un fondamento assoluto, poi, in diritti così eterogenei e in conflitto tra loro?

Molti diritti umani sono “in concorrenza” tra di loro (si pensi al diritto della persona di non essere torturati e al diritto dei cittadini alla pubblica sicurezza).

Diritti “antinomici” non possano avere alcun fondamento assoluto (un diritto e il suo opposto non possono essere entrambi “inconfutabili”!).

 

Deve far riflettere, del resto, come nemmeno il primo dei diritti dell’uomo che generalmente viene in mente a noi Europei, ossia il “diritto alla vita”, può considerarsi ad oggi un diritto assoluto: ciò, infatti, mal si concilierebbe con la realtà di un Mondo ancora costellato da Stati che ammettono impunemente la pena di morte, tra cui i democratici e liberali Stati Uniti!

 

 

IL “CONSENSO DEGLI STATI” COME UNICO FONDAMENTO DEI DIRITTI UMANI

 

Basandosi su queste argomentazioni, studiosi come Michael Ignitieff e Norberto Bobbio hanno concluso che l’unico fondamento possibile per i diritti umani è quello storico-politico, ovvero il “consenso” tra gli Stati (principali attori della Comunità internazionale) manifestato nella forma dei trattati.

Occorre “smettere di pensare che i diritti umani siano delle specie di briscole” al di sopra della politica oppure “il credo universale di una società globalizzata, o una religione secolare”, sostiene Ignitieff.

I diritti umani vanno ridotti a mere “norme giuridiche”: non devono essere considerati una religione bensì il tentativo di indicare i valori e i disvalori che tutti gli Stati dovrebbero assumere come criteri guida nella loro azione.

Riconoscere un fondamento “consensualistico” ai diritti umani, tuttavia, comporta inevitabilmente la rinuncia a ogni “pretesa universalistica”: e proprio questo è l’aspetto più “rivoluzionario” di questa nuova prospettiva.

 

 

COME SI E’ COSTRUITO “IL MITO” DELL’UNIVERSALITA’ DEI DIRITTI UMANI?

 

Il diritto internazionale (dalla cd. Dudu in poi) ha sempre ribadito il carattere “universale” dei diritti umani.

Ma ha davvero senso parlare di “universalità” di tali diritti?

Stando alle discrepanze interpretative e difformità attuative degli “stessi diritti” da parte dei “diversi soggetti” della Comunità internazionale (gli Stati) ciò appare per lo meno “problematico”… per non dire “pretestuoso”!

 

Ecco qualche esempio che può aiutarci a comprendere:

 

I-                    da un punto di vista filosofico, mentre l’Occidente è legato ad una concezione “giusnaturalista” dei diritti umani (ritenuti connaturati alla persona umana e indipendenti dalle leggi statuali: ogni Stato che li violerebbe potrebbe essere legittimamente contestato dai propri cittadini), i paesi di tradizione socialista, Cina in testa, sono legati ad una concezione più “statalista” dei diritti dell’uomo, riconosciuti solo nella misura in cui affermati da leggi dello Stato (ogni Stato sarebbe sovrano sia nel definirli sia nel limitarli o circoscriverli in ragione di prevalenti interessi superindividuali)

 

II-                  da un punto di vista politico, mentre in Occidente si tende a privilegiare i diritti civili e politici (originariamente rivendicati come risposta allo strapotere dello Stato assoluto), nei paesi in via di sviluppo si presta maggiore attenzione ai diritti economici, sociali e culturali (il diritto a nutrirsi, al lavoro ed alla casa sono considerati prioritari rispetto al diritto al voto ed alle libertà personali)

 

III-                da un punto di vista religioso, infine, mentre nei paesi cristiani il rispetto della persona è un principio cardine dello Stato di diritto, in molti paesi islamici (tendenzialmente teocratici) precondizione per cui una persona possa vantare tali diritti è il simultaneo rispetto dei principi religiosi della “shari’a”.

Ciò ben spiega perché nella “Dichiarazione del Cairo” (approvata dalla XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri) si afferma come il fondamento dei diritti umani (definiti “comandamenti divini vincolanti, ex art. 2 e 10) si trova nella religione islamica e i diritti umani possono essere esercitati solo in conformità alla “shari’a” (ex art. 2, 7, 12, 16, 19 e 22).

 

Tali inconciliabili visioni dei diritti dell’uomo spingono a considerare un “mito” la loro supposta universalità (che, tra l’altro, non si è ancora affatto realizzata e, tutt’al più, si può indicare come un traguardo auspicabile).

La pretesa di uniformare universalmente “le culture” dei diritti umani, piuttosto, nasconde in sé seri pericoli, quali il rischio di trasformare la difesa di tali diritti (di matrice “occidentale” e “giusnaturalista”):

a-       in una forma di “imperialismo culturale” o “tirannia di una maggioranza etica” (con cui ambire ad imporre nel mondo una sola morale, sia pur prevalente)

b-      e in un pretesto per giustificare finanche il ricorso alla guerra come strumento di difesa di tali diritti qualora e ovunque violati (sorvolando sul fatto che è la guerra in sé la più grande violazione dei diritti dell’uomo!).

 

Il vizio originario della dottrina occidentale dei diritti umani è che essa poggia su una Carta (la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) tutt’altro che espressione di valori “universali” bensì messaggera di una ben precisa visione etica e culturale, d’indiscussa matrice cristiano-illuministica.

La Dichiarazione del ’48 in primis è un testo d’ispirazione “intrinsecamente occidentale”: non a caso alla stesura della Carta lavorò un Comitato di redazione composto prevalentemente da rappresentanti di paesi occidentali (molti stati dell’attuale Comunità internazionale, nell’immediato dopoguerra ancora non indipendenti o nemmeno sorti, non hanno potuto influire sui lavori del Comitato o nemmeno parteciparvi).

 

La Dudu, in ultima analisi, non indica valori universalmente condivisi bensì costituisce “una dichiarazione monista che si auto-eleva a legge universale, sebbene sia espressione di una limitata parte dell’Umanità” (Rigon).

Come può, del resto, rappresentare un “ethos globale” una Carta sorta dal compromesso politico raggiunto tra poche potenze mondiali (fondamentalmente Stati Uniti, Europa ed Urss)?

 

 

L’“UNIVERSALISMO MINIMALISTA” DEI DIRITTI UMANI

 

Accogliendo le critiche all’“universalismo assoluto” dei diritti umani e, al contempo, rifiutando l’opposta tesi del “relativismo etico” globale, Michael Ignatieff (direttore del “Carr Center of Human Rights Policy” di Harvard) ha indicato una teoria alternativa sul fondamento ultimo dei diritti dell’uomo, definita “universalismo minimalista”.

 

Di fronte ad una Comunità internazionale irrimediabilmente divisa sul terreno dei diritti umani, Ignatieff propone la rinuncia ad ogni pretesa universalistica in nome della ricerca di un “consenso politico minimo” intorno ad alcuni diritti essenziali.

Lo Studioso suggerisce di ricercare alcuni minimi, essenziali punti di convergenza della Comunità internazionale sul campo dei diritti umani nel rispetto delle specificità storico-culturali dei vari Paesi.

Ridotti “all’essenza”, così, i diritti dell’uomo cesserebbero di rappresentare presso le culture più diverse dalla nostra una sorta di intrusione “neoimperialista” (un tentativo di imporre stili di vita, valori e visioni del mondo tipicamente occidentali).

I diritti umani andrebbero presentati, in conclusione, piuttosto che come un linguaggio di parte utilizzato per proclamare “verità assolute”, come uno strumento per la soluzione dei conflitti e la tutela degli individui dagli abusi del potere.

 

Questo “nucleo ristretto” di principi e precetti individuati dagli Stati potrebbe risultare universalmente condiviso solo se compatibile con un’ampia varietà di modi di vivere e pensare (col “pluralismo” dei popoli e delle loro culture), pur senza rinunciare ad apprestare unatutela minima” alla persona umana ovunque nel mondo.

Risponderebbero bene a questi requisiti solo quei diritti che si limiterebbero a definire “libertà da” (ovvero “libertà negative”, a protezione della capacità d’azione dell’individuo) senza indicare “libertà di” (ovvero “libertà positive”).

In quest’ottica, filtrare la “quintessenza occidentale” della teoria dei diritti dell’uomo rappresenterebbe l’unico compromesso possibile per superare le divisioni tra le diverse Civiltà.

 

Quali sarebbero questi “valori universalmente condivisi”?

Tale nucleo essenziale potrebbe pacificamente ricondursi alle più gravi violazioni dei diritti dell’uomo, su cui ampia e unanime è la condanna da parte della generalità degli Stati:

1-                   il genocidio;

2-                   la discriminazione razziale (in specie l’apartheid);

3-                   la tortura

4-                   i trattamenti inumani o degradanti;

5-                   e la violazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

 

Nulla impedirebbe una progressiva convergenza degli Stati sul riconoscimento di un nucleo sempre più ampio di diritti (quali quello all’alimentazione, all’accesso all’acqua, alla protezione sanitaria, alla sicurezza, alla libertà di manifestazione del pensiero, alla partecipazione dei cittadini alle scelte dei propri governi tramite libere elezioni…).

A favorire ciò, poi, potrebbero contribuire processi sia di “regionalizzazione” (si veda la Cedu) che di “settorializzazione” dei diritti umani (si vedano i numerosi trattati internazionali siglati negli anni).

 

Il filosofo Alessandro Ferrara, addirittura, ha proposto la stesura di una Seconda Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per rispondere all’esigenza di identificare quei pochissimi diritti che si possono davvero riconoscere come “universali”.

Un obiettivo probabilmente ancora troppo ambizioso ma con il quale la Comunità internazionale prima o poi dovrà pur fare i conti…

 

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RIFERIMENTI FACEBOOK:

 

“AL SALAM – LA PACE” (Contro ogni guerra!)

 

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LETTERA A UNA RAGAZZA CHE VUOLE FARLA FINITA

domenica
Nov 13,2011

(Suicidio)

Cara Enrica, mi scrivi che non vuoi più vivere. Non hai trent’anni e sei delusa,ferita,av­vilita. Dal lavoro che non trovi, dagli al­tri, dalla tua fragilità che non sopporta il peso del vivere. Si, non vale la pena vivere; però non so se valga la pena morire. Prima di suicidarti, ricordati di torna­re al mare dove l’ultima volta ti vidi, e fat­ti l’ultimo bagno. Sembravi felice in ac­qua, sorridevi quando nuotavi da farfal­la. Prima di suicidarti, fai quel viaggio in Birmania che sognavi tanto, vedi il lonta­no, vivi l’avventura, sfida i pericoli, visto che non hai nulla da perdere. Prima di suicidarti, torna al paese dei nonni, dove giocavi da bambina con i tuoi cugini, dove raccoglievi la frutta con la nonna, dove fiorì il tuo primo amore adolescente.

Prima di suicidarti, sfoglia quei libri di Kerouac, di Silvia Plath, di Emily Dickin­son che ti facevano sognare e che leggevi in treno o sul terrazzino. Prima di suici­darti, rivedi i film di Clint Eastwood e Rapsodia d’agosto e Sogni di Kurosawa che ti facevano piangere, tu che amavi il cinema. Prima di suicidarti, torna a casa tua, ri­vedi tuo padre e tua madre, anche se lei non c’è,e tuo fratello,e la tua stanza,salu­ta le tue cose, la mezza luna che si accen­deva sul tuo scrittoio, i poster e le foto di quando eri vestita da fatina. Prima di suicidarti riassapora l’uva fra­gola che amavi. Prima di suicidarti hai tante cose da vedere, da provare o per una volta ancora. E poi non so se avrai tempo e voglia di suicidarti. Prima di suicidarsi c’è sempre un’al­tra cosa da fare. (di Marcello Veneziani – ilgiornale.it)

sabato
Nov 5,2011

Ogni mattina la vita ricomincia, sempre in movimento, essa rinasce, cresce, si trasforma, s’ingrandisce. Ogni mattina la vita rifiorisce, stende le braccia verso il cielo, si espande, si manifesta, cerca il suo simile, si trova, si dona, appare sotto forme diverse, in migliaia di apparizioni differenti e meravigliose, essa si reinventa sempre. Il miracolo eterno dell’inizio… di un nuovo giorno.

A questo miracolo Dio ci risponde in tre maniere nella preghiera :


1. “si”

2. “aspetta”

3. “ho qualcosa di meglio per te”

Ringraziamo insieme il Signore con questa preghiera:
Padre celeste, questa mattina, il mio letto era caldo ed io non desideravo svegliarmi, nè alzarmi. Io volevo rimanere là e non preoccuparmi di nulla. Ma ho pensato che non era giusto… Perché a milioni di persone piacerebbe essere al mio posto, alzarsi per andare da qualche parte. Queste persone non hanno nulla da mangiare e nulla da vestire.
Questa mattina, Padre, Ti ringrazio per la buona notte e la coperta che mi ha riscaldato, per il cibo, per il nuovo giorno di lavoro e specialmente, per questo giorno nuovo di vita.
Benedici i miei amici ed i miei nemici, perché anche loro hanno bisogno di Te.
Benedici il mio amico che legge questo messaggio e fa che nel cuore di ognuno regni solo la PACE!

LA COMUNICAZIONE VERBALE E NON VERBALE

sabato
Set 3,2011

di Candalino Salvatore

“La comunicazione del bambino autistico, verbale e non verbale che sia, presenta sempre delle anomalie e delle contraddizioni, scrive la dott.ssa Raffaela Valentino. Ci sono bambini che iniziano a parlare dopo i 5 anni, quando sappiamo dalla letteratura che i tempi per lo sviluppo del linguaggio sono ormai di gran lunga superati, oppure  a volte ci troviamo di fronte a dei bambini che non riescono a comprendere e a farsi comprendere nemmeno con mimica e gesti, sfociando il più delle volte in un attacco di collera dove mostrano tutta la loro aggressività contro gli altri e contro se stessi. Ci sono bambini che ripetono passivamente, in modo ecolalico, suoni, parole, frasi senza  comprendere il ben minimo significato di quello che ripetono.
A volte presentano mutismo totale o anomalie nella tonalità, come il linguaggio gridato o urlato o parlare a bassa voce, spesso appena udibile.
Il Porot,nel suo manuale,definisce l’autismo come “impossibilità” reale per un soggetto di parlare,in seguito ad insufficienza dello sviluppo o a distruzione di centri e degli organi che servono al linguaggio orale, alla sua recezione e alla sua espressione.
Gli inglesi, in particolare, Michael Rutter,ribaltano il problema; secondo loro, l’autismo precoce dell’infanzia è la conseguenza della non elaborazione del linguaggio, di cui si ignorano le cause.
Altri studiosi di tendenza “organicistica conducono delle ricerche per scoprire i fattori genetici e biochimici che abbiano potuto agire sul sistema nervoso centrale durante la gestazione  e nelle prime ore dopo la nascita per spiegare questa forma di “afasia infantile”.
Il linguaggio non nasce improvvisamente, prima di imparare a parlare il bambino deve imparare a comunicare, per capire ciò bisogna conoscere lo sviluppo comunicativo che prepara il successivo sviluppo linguistico.
L’inizio della comunicazione intenzionale,tra l’ottavo e il tredicesimo mese di vita, avviene attraverso l’uso di una serie di gesti ,e precisamente:la richiesta ritualizzata,  il mostrare,  il dare e l’indicare un oggetto (Batese e coll.,1975).
Questi gesti possono venir prodotti da soli oppure accompagnati da vocalizzazioni e vengono considerati i precursori delle prime parole:essi esprimono l’intenzione comunicativa del bambino.
Verso gli 8 – 13 mesi compaiono i primi segni sistemici di comprensione di parole, per esempio “Tira la palla” quando il bambino ha già in mano la palla.
Circa nello stesso periodo, verso i 12 – 13 mesi , compare la denominazione.
Anche se prima erano già presenti suoni vocalici (lallazione), è solo dopo un anno di età che il bambino comincia ad utilizzare questi suoni per riconoscere, categorizzare,nominare oggetti.
Come avviene in comprensione, così anche in produzione accade che le prime parole vengono usate dal bambino in contesti ritualizzati.
Ad esempio, il bambino dice “mu”solo in risposta alla domanda “Come fa la mucca?”
Dal momento in cui un bambino emette dei suoni è possibile affermare che non è muto e che non ci sono ostacoli a livello dell’articolazione vocale, una cosa più importante, bisogna capire se  il suono o rumore sia contestuale, cioè se il bambino se ne serve in modo comunicativo.
E’ quindi ,opportuno chiedere notizie alla mamma che in effetti è l’unico vero interprete del figlio.
Si partirà dall’attività che il bambino in quel momento preferisce e dagli interessi spontanei che evidenzia, tenendo presente che il linguaggio verbale comprende la fonologia, la sintassi, la semantica e la pragmatica.
–    La fonologia consiste nella riproduzione di suoni verbali;
–    la sintassi segue le regole della grammatica;
–    la semantica è la capacità di associare la parola al significato;
–    la pragmatica il cui scopo è quello di utilizzare il linguaggio per comunicare.
Il linguaggio verbale non evolve autonomamente, ma contemporaneamente alla maturazione di altre abilità psicomotorie, comportamentali allo sviluppo delle autonomie e della relazione sociale”.

lunedì
Apr 19,2010


“Un ragazzino e suo padre passeggiavano tra le montagne…
All’improvviso il ragazzino inciampò, cadde e, facendosi male, urlò :”AAAhhhhhhhhhhh!!!”
Con suo gran stupore il bimbo sentì una voce venire dalle montagne che ripeteva :
“AAAhhhhhhhhhhh!!!”

Con curiosità, egli chiese: “Chi sei tu?”
E ricevette la risposta: “Chi sei tu?”
Dopo il ragazzino urlò: “Io ti sento! Chi sei?”
E la voce rispose: “Io ti sento! Chi sei?”

Infuriato da quella risposta egli urlò: “Codardo”
E ricevette la risposta: “Codardo!”

Allora il bimbo guardò suo padre e gli chiese: “Papà, che succede?”
Il padre gli sorrise e rispose:”Figlio mio, ora stai attento:”

E dopo l’uomo gridò: “Tu sei un campione!”
La voce rispose: “Tu sei un campione!”

Il figlio era sorpreso ma non capiva.
Allora il padre gli spiegò: “La gente chiama questo fenomeno ECO ma in realtà è VITA.
La Vita, come un’eco, ti restituisce quello che tu dici o fai.
La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni.

Se tu desideri più amore nel mondo, devi creare più amore nel tuo cuore;

Se vuoi che la gente ti rispetti, devi tu rispettare gli altri per primo.

Questo principio va applicato in ogni cosa, in ogni aspetto della vita; la Vita ti restituisce ciò che tu hai dato ad essa.

La nostra Vita non è un insieme di coincidenze,
è lo specchio di noi stessi.

LO SVILUPPO SESSUALE DELL’ADOLESCENTE

martedì
Mar 23,2010

A cura di Franco Pastore

L’adolescenza rappresenta il momento decisivo per la maturazione sessuale dell’adolescente.Essa è legata sia alla trasformazione interiore dell’immagine di sé ed alla relazione affettiva, sia alla pressione sociale, oggi particolarmente
aggressiva.
Nella nostra società, l’adolescente è sottoposto a continue stimolazioni: moda, sfera alimentare, cura del corpo, sessualità (quest’ultima, fortemente influenzata da films, da una certa letteratura e dalla pubblicità), che inducono sempre più a desideri e bisogni crescenti. Di qui l’esigenza di un ruolo attivo della famiglia e della scuola nella educazione sessuale dell’adolescente, intesa quale momento di proposta globale e positiva per orientare nell’elaborazione di un giusto progetto di vita.
Durante l’adolescenza, la produzione degli ormoni sessuali maschili e femminili comporta cambiamenti fisici nei genitali e nello sviluppo dei caratteri sessuali secondari; è il momento in cui si fa più sentire il richiamo dell’altro sesso. L’avvenimento è importante e stimolante, ma crea nei giovani un certo imbarazzo e molta perplessità. Infatti, improvvisamente, il coetaneo dell’altro sesso appare completamente diverso; la sua vicinanza fa piacere e si fa il possibile per restare più a lungo in sua compagnia. Il suo aspetto attrae e non sembra più tanto sgraziato. Anche se i tempi sono oggi molto cambiati e le informazioni che i giovani hanno avuto sugli argomenti sessuali sono abbastanza complete, tuttavia, nessuno può aver insegnato loro a gestire sensazioni nuove e diverse da ogni altra sensazione provata prima: non è certamente come l’amore per i componenti della propria famiglia, o l’affetto per gli amici del cuore. Tuttavia, è proprio questa diversità, quest’emozione indefinibile che procura una sorta di tensione, di agitazione sessuale che, per vari motivi di ordine psicologico e sociale, non può essere scaricata. Certamente, il giovane ha già sentito in precedenza la spinta degli impulsi sessuali ed ha imparato a scaricarla attraverso la manipolazione dei propri genitali: la masturbazione, ma un’educazione manchevole, non sempre lo ha informato che è
quello un momento di un normale fenomeno evolutivo, anzi ha subito atteggiamenti di condanna che lo hanno indotto a sensi di colpa e di sgomento. Ci riferiamo agli effetti della masturbazione che, secondo vecchi concetti, “indebolirebbe le facoltà mentale, inducendo alla demenza ed all’idiozia”.1
Questi concetti non sono più considerati, ma hanno danneggiato intere generazioni, tanto che, ancora oggi, l’attività masturbatoria non è un argomento di conversazione trattato liberamente al pari di altri e sono molti gli adulti, che negano di essersi masturbati nel corso della loro vita. Tuttavia, se “la masturbazione, frequente al primo incontro dell’adolescente con il sesso, si associa a sensi di colpa o vergogna, non è certo un avvio positivo alla sessualità! ”. L’attività masturbatoria non è un problema in sé, ma può divenire un problema, quando diviene il “sostituto” di altre attività, nelle quali l’adolescente si sente inadeguato.
L’individuo, per esempio, può ricorrervi se viene a trovarsi in uno stato d’ansia, se è turbato per qualche avvenimento, quando si sente solo, quando ha avuto un insuccesso scolastico, quando crede di non essere accettato dagli altri; vale a dire in ogni momento in cui si sente inferiore, inadeguato, anche se ciò non è in alcun rapporto con l’attività sessuale.
L’atto masturbatorio, nell’adolescente, è spesso da collegarsi alle sue frustrazioni sociali e lo stato di conflitto in cui egli viene a trovarsi è aumentato anche dalla convinzione di essere il solo tra i coetanei a dedicarsi a tale attività, poiché essa non viene generalmente confidata ad alcuno.
L’85%-90% dei maschi e circa il 42% delle femmine ricorre all’attività masturbatoria, che, seppur diminuisce sensibilmente dopo l’adolescenza, può perdurare durante la maturità anche alla presenza di rapporti sessuali soddisfacenti. Ne consegue un vago senso di colpa, uno stato di disagio, perché convinti, i più, che trattasi di cosa “sporca” da farsi di nascosto. In una recente ricerca, compiuta su adolescenti d’entrambi i sessi e d’età compresa tra i 13 e i 19 anni è stato accertato che solo il 51% non considera negativamente la masturbazione.2
E’ evidente a questo punto, la necessità di intervenire con una opportuna educazione sessuale, se si vogliono evitare stati depressivi e comportamenti tipici di chi non sa relazionarsi con il suo universo sociale. Scuola e famiglia sono le due agenzie educative che hanno l’obbligo di concretizzare un’educazione sessuale completa, obiettiva e serena.
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1) CARBONE TIRELLI L,” PUBERTA’ ED ADOLESCENZA”; FRANCO ANGELI, 2006.
2) PETTER, “PROBLEMI PSICOLOGICI DELLA PREADOLESCENZA”. ED. LA NUOVA ITALIA

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