
Don Camillo e Peppone Bottazzi, sono personaggi nati dalla penna di Giovanni Guareschi, giornalista e scrittore nato a Fontanelle di Roccabianca (Parma); le loro storie vengono ambientate a Brescello, paese nella provincia di Reggio Emilia situato sulle sponde del “grande fiume”, il Po.
Simboleggiano due culture opposte che proprio negli anni 50 andavano a scontrarsi proponendo modelli sociali differenti: il modello cattolico e tradizionalista di Don Camillo, che nei racconti di Guareschi è il parroco del paese, contrapposto al modello comunista di Peppone, sindaco di Brescello, sempre nella fantasia del racconto .
Un contrasto fra due amici-nemici, che nelle lotte aspre di una politica che non risparmia colpi bassi, sanno trovare il comune amore per la patria e la giustizia sociale.
Personaggi che sono diventati caricature di pensiero ma che, molto facilmente, anche se con accenti meno forti, potevamo trovare in terra Emiliana.
Caricature di un periodo storico difficilissimo e poverissimo come quello del dopoguerra italiano, in cui la passionalità che caratterizzava questa terra di origini contadine era la molla che spingeva a cambiare ed a ricercare strategie che fossero per tutti possibilità di riscatto.
Le radici cristiane comuni dei due amici-nemici diventano, davanti ai grandi problemi della vita, l’unità di misura alla quale nemmeno il comunista Peppone si sente di rinunciare.
Parte della nostra storia recente è raccontata in queste novelle che sono state magistralmente trasportate in versione televisiva; indimenticabili le interpretazione dei due attori principali: Gino Cervi nei panni di Peppone e il comico francese Fernandel nei panni di Don Camillo.
Ed ecco un pezzo di filmato
A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, nei pressi dell’aeroporto, utile quindi per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, bambino curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire, nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa sfida allo statuto della mafia. Quando si batte insieme ai contadini che si oppongono all’esproprio delle loro terre per ampliare l’areoporto Peppino conosce le prime sconfitte ma scopre l’orgoglio di una vocazione. Dopo varie esperienze fonda “Radio aut” che infrange il tabù dell’omertà e con l’arma del ridicolo distrugge il clima riverenziale attorno alla mafia.Tano Badalamenti diventa Tano Seduto e Cinisi è Mafiopoli. Il clima per lui si fa pesante: il padre cerca di farlo tacere, madre e fratrello sono solidali con lui. Quando arriva il Settantasette, mentre c’è chi si rifugia nel privato, lui si presenta alle elezioni comunali. Due giorni prima del voto lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro, viene rubricata come “incidente sul lavoro” poi, dopo che gli amici mettono a disposizione degli inquirenti molti indizi dell’esecuzione diventa addirittura “suicidio”. Solo vent’anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti come mandante dell’assassinio. Il processo deve ancora essere celebrato.
TRAMA LUNGA Cinisi, paesino siciliano tra mare e roccia, a pochi passi dall’aeroporto di Punta Raisi, fondamentale per il traffico della droga. Qui il piccolo Peppino viene introdotto nella ‘onorata società’ dal padre Luigi che aspira per lui al destino di un capo. Ma qualcosa di quel mondo, a cominciare dal silenzio opposto ad ogni domanda, non convince il bambino. I cento passi che separano la casa di Peppino da quella di Tano Badalamenti, il boss che regna su Cinisi, Peppino non li vuole fare. Il ragazzo diventa adolescente intorno al ‘68, quando in tutto il mondo i figli si ribellano alle certezze dei padri. La rivolta di Peppino diventa sfida alle regole imposte dalla mafia, al fianco dei contadini che si battono contro l’esproprio delle loro terre per ampliare un aeroporto mal sicuro. Avvicinatosi al Partito Comunista, Peppino dopo un po’ verifica che c’è nei dirigenti troppa cautela, troppa burocratica disciplina. Allora insieme ad altri Peppino fonda un giornale, che fa opera di denuncia senza mezze misure. Pur ripudiato dal padre, Peppino dà vita a nuove iniziative: il circolo “Musica e cultura”, le mostre fotografiche in piazza per denunciare malaffare e speculazioni, e infine ‘Radio Aut’, una emittente che diventa famosa in tutta la Sicilia. Pur avvisato e minacciato, Peppino cerca forme di impegno sempre più incisive. Nel 1978, in vista delle elezioni comunali, decide di candidarsi nelle liste di Democrazia Proletaria. Due giorni prima del voto salta in aria sui binari della ferrovia. La morte viene rubricata come ‘incidente sul lavoro’.
- MENZIONE SPECIALE AL PREMIO SOLINAS 1998 PER LA SCENEGGIATURA A CLAUDIO FAVA E MONICA ZAPPELLI – PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA ALLA 57^ MOSTRA DI VENEZIA (2000). – DAVID 2001 PER MIGLIORE SCENEGGIATURA (CLAUDIO FAVA, MONICA ZAPELLI, MARCO TULLIO GIORDANA), A LUIGI LO CASCIO (MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA), A TONY SPERANDEO (MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA), A ELISABETTA MONTALDO (MIGLIORI COSTUMI) E PREMIO DAVID SCUOLA.
Recensione: La Critica – Rassegna Stampa
Dalle note di regia: “Questo non è un film sulla mafia, non appartiene al genere. E’ piuttosto un film sull’energia, sulla voglia di costruire, sull’immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il cielo e sfidare il mondo nell’illusione di cambiarlo. E’ un film sul conflitto familiare, sull’amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere a uno stesso sangue. E’ un film su ciò che di buono i ragazzi del’68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma questo non riguarda solo i siciliani) molto si deve all’esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza. Uno, due, tre, quattro ….novantotto, novantanove, cento. Cento passi, nel viale principale di Cinisi, da una casa all’altra. Da quella degli Impastato a quella dei Badalamenti. Nomi che evocano storie particolari, nomi della storia d’Italia. Storia nostra. Cinisi – Sicilia – una trentina di chilometri da Palermo: tra mare e monti, un aereo che atterra e una Giulietta che esplode con l’ennesima vittima, tutto sembra scorrere nell’assoluta normalità. Il bar all’angolo, un matrimonio, la scuola e una pizza. Ma Marco Tullio Giordana, che di storia del Sud e d’Italia se ne intende (Pasolini, un delitto italiano), ci fa capire che quella di Cinisi non è una vita normale in un paese normale. Anni di piombo, di menzogne e di paure. Gli anni Settanta, sconquassati dagli sconvolgimenti del ‘68; gli appelli di Paolo VI e il rapimento Moro; certezze che crollano, ed altre, ugualmente effimere, che nascono. Ma non a Cinisi. Lì ci sono le “famiglie”, i sepolcri sono davvero imbiancati, le regole della vita e della morte, del lavoro e della famiglia, sono diverse e governano l’esistenza, che pare immobile. Tutto deve sembrare buono, giusto, onorevole. Nemmeno un aeroporto pericoloso come quello di Punta Raisi, costruito per logiche certamente non attinenti allo sviluppo, alla sicurezza e al buon senso, scuote un paese, questo paese. Mentre, negli animi più sensibili e intelligenti, svegli e irruenti, suona, prima per curiosità poi per impegno, l’allarme della rivolta e della riscossa civile. Anche se può costare caro. E’ il lato più inquietante, diretto, vero, che questo primo film italiano in concorso riesce a cogliere grazie all’occhio attento, anche se scolastico, di Giordana. Sono gli occhi del suo protagonista – li vediamo, quegli occhi, scrutare le esequie dello zio Cesare con l’arguzia innocente dell’infanzia – Peppino Impastato, che salta in brandelli sui binari della ferrovia e la cui storia è ancora parte in brandelli, con una giustizia – è il caso di dirlo? – ancora barcollante. L’impegno civile di Giordana (co-sceneggiatore insieme a Claudio Fava e Monica Zappelli) è encomiabile, anche se non credo sia imprudente parlare di provincialismo delle nostre storie e del nostro cinema. Talvolta diventa un valore, talaltra una trappola. Gli anni dell’elettrica e contagiosa scossa civile che accompagna l’eroica resistenza morale di Peppino nell’ambiente scivoloso di Cinisi (e solo di Cinisi: il giovane contesta l’espatrio, condanna l’immobilismo accentratore dell’allora Partito Comunista, non si fa prendere dalle mode fricchettone e voyeuristiche dei suoi contemporanei figli dei fiori), senza accettare alcun tipo di tattica prudente (gli ideali non hanno confini, corrono senza prudenza), trovano la loro parte migliore nell’indagine dei rapporti intra-familiari. Perché tra gli Impastato – padre, madre, due figli maschi: rispettivamente Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Luigi Lo Cascio e Paolo Briguglia – parole, sguardi, silenzi, affetti e violenze scorrono o esplodono con forte intensità e debito realismo. E’ vero: I cento passi non è un film sulla mafia anche se parla quasi esclusivamente di mafia. E’ vero: è un film sugli ideali del ‘68, che, diciamolo, ormai appartengono alla storia, e qui se ne fa l’ennesima indagine. E’ vero: è un film sui rapporti tra persone quando sono volenti o nolenti sottoposti all’imposizione di patologie sociali e culturali come quelle che hanno incancrenito un’isola, una regione, in parte una nazione. Come recitano questi paesani? Forse da noi il dialetto funziona meglio della lingua: cogliere persone del luogo e portarle a recitare “in casa” e storie “di casa” evita le sacche del realismo ma protegge in qualche modo dalla retorica. Non, purtroppo, dal didascalismo. Che si insinua, spesso. “(Luca Pellegrini, Rivista del Cinematografo on line, 31 agosto 2000). “Si capisce che il film sia stato accolto con lunghi applausi dalla stampa. Ma Giordana, che cita ‘Le mani sulla città’ di Rosi e abbonda in canzoni d’epoca, evita ogni retorica concentrandosi giustamente sulla dimensione famigliare. Il padre che non capisce, non può capire, la ribellione del figlio che vola in America per cercare una via d’uscita; la madre che lo difende in segreto; gli ‘zii’ mafiosi che da bambino lo tenevano sulle ginocchia e oggi lo blandiscono e minacciano insieme. Per un’assurda coincidenza, alla sua morte Impastato non fece notizia. Chissà che questo film non entri nella leggenda”. (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 1 settembre 2000) “Molto impegno civile. Come, del resto, in altri film di Giordana. Il testo, forse, per dire molto, e per dirlo con forza, dice troppo, nel senso che, per descrivere i Sessanta ed i Settanta nell’ottica sociale e politica di quel remoto paesino siciliano, fa ricorso ad eccessive vicende di contorno e a vari personaggi di secondo piano. Quando però si tratta di seguire da vicino il personaggio centrale, i suoi rapporti in famiglia e i suoi scontri con i mafiosi, allora il racconto si fa teso, scattante, addirittura aggressivo e la regia nervosa di Giordana ha modo di vibrare e di far vibrare di giusta indignazione”. (Gian Luigi Rondi, ‘Il tempo’, 1 settembre 2000) “Marco Tullio Giordana, in quello che è il suo film migliore, più forte, più diretto, ibrida con successo il cinema di impegno civile (viene citato ‘Le mani sulla città’) con umori più personali e generazionali, intreccia la denuncia e il ritratto toccante e autentico di un angelo ribelle. E se la sceneggiatura è scritta con inconsueta precisione, schivando retorica e colore, gran parte della riuscita del film la si deve a una squadra di attori di sorprendente bravura guidati senza sbavature da Giordana (…) Da vedere anche per chi non è sensibile all’effetto nostalgia”. (Irene Bignardi, ‘la Repubblica’, 1 settembre 2000).
SONO SICURISSIMA CHE MOLTI LETTORI ABBIANO LETTO OPPURE VISTO IL FILM “IL DOTTOR ZIVAGO”.
TRAMA:
Durante la prima guerra mondiale Yurij Andrèevic Zivago (O. Sharif), medico e poeta sposato con la cugina Tonja (G. Chaplin), si innamora al fronte della crocerossina Lara Antipov (J. Christie). Nel 1917, scoppiata la rivoluzione bolscevica, si rifugia con moglie e figlio in un villaggio degli Urali dove incontra di nuovo Lara e ne diventa l’amante. La guerra civile li separa per due anni. Mentre Tonja con due figli è riparata all’estero, Zivago si ricongiunge con Lara, ma le vicende politiche li dividono ancora. Muore a Mosca, povero e solo, di crisi cardiaca. Prodotto da Carlo Ponti e dallo stesso regista, girato in Spagna, Finlandia e Canada, è tratto dall’omonimo romanzo di 667 pagine che a Boris Leonidovic Pasternak (1890-1960), scrittore russo di origine ebraica, valse una notorietà internazionale e il Nobel per la letteratura per il 1958. Pubblicato per la 1a volta in Italia nel 1957 dall’editore Feltrinelli (31 edizioni entro il dicembre 1958), suscitò una dura reazione da parte della critica di regime, fu diffuso clandestinamente nell’URSS, gli costò l’espulsione dall’Unione degli scrittori e la forzata rinuncia al Nobel. Adattato e sfrondato dall’inglese Robert Bolt, il film di D. Lean (1908-91), grande accademico della regia, è gonfio, inamidato e inerte, con la neve in Panavision al posto della sabbia di Lawrence d’Arabia. Da guardare con ammirazione, specialmente nei campi lunghi e lunghissimi e nelle scene di massa, ma non da ascoltare quando la cinepresa si avvicina ai personaggi. L’avere privilegiato in modo quasi svergognato la dimensione sentimentale, a scapito degli altri aspetti del romanzo, è il suo irrimediabile limite, ma spiega perché ha fatto piangere milioni di spettatori, compresi i soci dell’Academy. Famose e sciroppose le musiche del francese Maurice Jarre (più che un leit-motiv, il “tema di Lara” è un tormentone), premiate con 1 Oscar insieme con sceneggiatura, fotografia (Frederick A. Young), scenografia e arredamento (John Box e Terry Marsh) e costumi (Phyllis Dalton).
Le musiche : famose e sciroppose sono del francese Maurice Jarre, ma vi dirò che all’epoca questo libro, questo film e questa musica mi hanno fatta sognare e volare sulle ali della fantasia!
Recensione a “Addio monti…” de “I promessi sposi” di ALESSANDRO MANZONI.
È raro incontrare testi che, nonostante siano scritti in prosa, presentano delle caratteristiche tali per cui possono essere considerati vere e proprie composizioni poetiche.
L’ “Addio monti…”, parte conclusiva dell’ottavo capitolo de “I promessi sposi”, romanzo storico scritto dal padre della lingua italiana ALESSANDRO MANZONI, è un limpido esempio di queste opere così particolari.
Si tratta del commovente monologo di Lucia nel drammatico momento in cui, assieme alla madre Agnese ed allo sposo promesso Renzo, attraversa in una barca a remi il lago di Como, per fuggire dal proprio paese e dalle insidie che rappresenta, dopo il grande caos scatenatosi nella tumultuosa successione di eventi che caratterizza la cosiddetta “notte degli imbrogli e dei sotterfugi”.
L’ “Addio monti…” si articola in poche righe (nell’edizione de “Il capitello”, dal verso 561 al verso 592), ma la ricchezza dei contenuti, uniti ad un linguaggio ermetico e denso di significati, fa si che il breve racconto risulti molto potente dal punto di vista comunicativo e rievochi nel lettore forti emozioni.
Il primo sguardo della povera Lucia, va ai monti, ai torrenti e alle ville; cioè all’ambiente nel quale è cresciuta e a cui è affezionata perché ad esso si legano i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza: “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, […]; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, […]; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!” .
Per farci poi capire quale sia lo stato d’ animo della piangente Lucia, e come lei, di Renzo ed Agnese, Manzoni introduce una figura nuova: quella di un emigrante che sta anch’ egli abbandonando: egli si allontana da quelle terre di sua spontanea volontà, e nonostante provi dolore nel farlo, è comunque incoraggiato dal pensiero di poter, un giorno, tornare ricco ai suoi monti. Ben diversa però, è la sensazione di chi come Lucia “non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, di chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa”.
Infine Lucia posa il suo sguardo nuovamente su degli oggetti, e questa volta sugli oggetti a lei più cari, per i quali prova l’amore più grande: la propria casa “Addio, casa natia”, la casa di Renzo “Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando non senza rossore; […]” e la chiesa “Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, […]”. Sono i tre elementi che avrebbero dovuto segnare una svolta della sua vita, un grande cambiamento, in cui la figura della chiesa costituisce la chiave, il passaggio da figlia di una madre, a moglie di un marito.
È il momento di maggiore intensità del brano, perché si riferisce alle cose che per la protagonista di questa parte del romanzo, si tingono dei temi più importanti e più belli della sua vita.
Ciò che fa sembrare l’ “Addio monti…” una poesia, è il linguaggio ricercato e pesato nei minimi dettagli, la presenza di figure retoriche che restano impresse nella mente di chi legge, come l’anafora “Addio, […], ma anche l’uso minuzioso della punteggiatura e la musicalità che emerge dalla lettura.
L’ “Addio monti…”, costituisce un vero e proprio virtuosismo letterario di Manzoni, che d’altra parte, in tutto l’ottavo capitolo dimostra il proprio talento, facendo confluire in un unico capitolo tutti i personaggi visti sin dall’inizio e muovendoli con grande maestria nelle complicate trame dell’azione.
Ma l’ “Addio monti…” è importante soprattutto per un altro motivo: esso delinea in maniera più precisa la figura di Lucia, e ne sancisce una sorta di rivincita. Il personaggio, fino a questo momento apparentemente troppo debole è finalmente capace di dimostrare una sensibilità estranea a qualsiasi altro personaggio.
È per questo che Manzoni sceglie proprio Lucia. Per fare filtrare gli eventi attraverso gli occhi di una persona, non debole, ma molto delicata e raffinata nel modo di esprimersi.
Enrico Caruso è probabilmente il tenore di maggiore rilievo mai prodotto dalla scuola italiana del “bel canto”: di certo il primo ad aver evidenziato come la qualità emotiva dell’interpretazione contasse quanto il retroterra tecnico e scolastico dell’interprete. Nato nel 1873 in provincia di Caserta da una famiglia poverissima, all’età di dieci anni, terminato quello che allora era il ciclo della scuola dell’obbligo, sembrava destinato a seguire le orme del padre iniziando a lavorare come operaio in una fonderia. La madre insistette però perché egli continuasse gli studi alla scuola serale: quell’insistenza, unitamente alla passione per il cantare nel coro della chiesa, segnarono la sua fortuna. Uditolo per puro caso cantare, il baritono Eduardo Missino lo presentò ad un maestro che accettò di “allevargli” la voce in cambio di un compenso simbolico: il 25% dei suoi guadagni come cantante nei successivi cinque anni.
L’escalation del suo successo ebbe inizio nel 1897, con la stagione estiva al teatro lirico di Livorno, e l’anno dopo con l’interpretazione di Loris nella “Fedora” andata in scena al Lirico di Milano. Caruso fu anche il primo artista d’ogni tempo ad incidere la propria voce su disco: nel 1902 registrò dieci “album” su commissione della casa discografica inglese Gramophone & Typewriter Company, operazione che sicuramente ne fece crescere a dismisura la fama all’estero e – soprattutto – in America, dove sbarcò in mezzo a tutti gli onori l’anno dopo, con una serie di memorabili interpretazioni del “Rigoletto” al Metropolitan di New York.
Di lui lo scrittore austriaco Joseph Roth disse: “Sarebbe diventato cantante anche se fosse venuto al mondo senza corde vocali”.
Enrico Caruso