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Di Matilde Maisto

Archive for the ‘Video’ Category

I MERAVIGLIOSI COLORI DELL’AUTUNNO

venerdì
Set 20,2013

SPLENDIDA ED INCANTEVOLE NATURA…TUTTAVIA….!


METEREOPATIA AUTUNNALE? ECCO LE CAUSE


La stagione delle foglie morte, per quanto sia romantica e suggestivamente poetica, può anche mettere molta tristezza.
Che l’autunno porti con sé tristezza e malinconia non è certo una novità: cadono le foglie, le giornate si accorciano, cominciano le piogge, i primi freddi e i primi raffreddori. Anche chi non cambia umore a seconda del tempo – il raffreddore però l’ha preso e cerca qualche rimedio naturale! – non può non vedere come la natura stessa si intristisca un po’!
Ma per 1 persona su 10 non si tratta di un semplice cambiamento climatico: si parla infatti di una vera e propria malattia al riguardo, con tanto di diagnosi, sintomi e cure – la SAD, seasonal affective desorder, che già nel nome (triste) indica uno dei campanelli d’allarme di questa sindrome. Tristezza, spossatezza, sonno agitato, minor capacità di concentrazione, calo del desiderio sessuale e maggior appetito: ecco cosa succede all’organismo al rientro dalle vacanze quando già l’idea di tornare al tran tran quotidiano non ci rende particolarmente allegri. Oltre al malessere fisico insomma si aggiungono le classiche paturnie del post vacanza! Le variazioni climatiche si riflettono quindi sul corpo e anche sul temperamento e già Pitagora parlava di una sorta di febbre stagionale dell’umore nella sua teoria della melanconia. Ma come mai?

Pare che sia un fatto di luce. Infatti “la causa del mal d’autunno è sostanzialmente la riduzione del cosiddetto fotoperiodo, ovvero la quantità di luce”, spiega Claudio Mencacci, primario psichiatra all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. La luce arriva al cervello tramite la retina oculare e lì, nella testa, stimola la ghiandola pineale perché secerna melatonina, ormone legato a sua volta ai circuiti della serotonina, il neurotrasmettitore del buon umore – basilare ance per l’equilibrio lipidico: in autunno, infatti, si ha una vera e propria fame da lupi! Una sorta di bisogno ancestrale spinge l’organismo dei mammiferi a fare il pieno di energia e scorte alimentari in autunno prima di andare in letargo: solo che poi noi umani non ci addormentiamo con la pancia piena per risvegliarci a primavera!

Dipenderebbe dalla scarsità di luce allora questa sorta di depressione stagionale che colpirebbe soprattutto le donne tra i 30 e i 40 anni. E una delle cause sarebbe genetica: una ricerca dell’Università della Virginia, pubblicata sul Journal of affective disorders, ha infatti scovato nella modificazione della melanopsina, la proteina della fotopigmentazione dell’occhio, uno dei possibili motivi di tale disturbo. I mutati geneticamente per quanto riguarda questo protide, avrebbero semplicemente più bisogno di luce perché è proprio la melanopsina a svolgere un ruolo determinante nella trasmissione delle informazioni dalle sorgenti luminose, come sottolinea Ignacio Provencio, dottore a capo della ricerca.

Quali i rimedi? In primis i medici consigliano la light therapy: lampade speciali che riprodurrebbero la luce solare e che possono essere tranquillamente poste sulla scrivania per ottenere una riduzione dei sintomi in poche settimane. Una mano, come sempre, ce la dà però anche la natura: integratori di triptofano, un amminoacido precursore della serotonina, si possono tranquillamente comprare in farmacia al posto di pesanti sonniferi. Inoltre è bene depurare l’organismo affaticato dall’accumulo di tossine e scorie estive: per questo è utilissimo il macerato glicemico di gemme di vite; l’olio di palmarosa serve invece per combattere la malinconia coi suoi poteri rilassanti a livello psichico, mentre i fiori di Bach, come il Mustard, ridanno energia e equilibrio a un corpo stanco e stressato.

Ricordiamoci infine di fare sempre attività fisica per tener sveglio – o per svegliare – il nostro corpo e anche di non relegare l’atto sessuale ai ritagli di tempo: insomma, anche se il tempo ci intristisce, continuiamo a goderci la vita, e, dato che luce pare il punto attorno a cui ruota il nostro benessere, preferiamo una bella giornata all’aperto a una chiusi in casa! Aria fresca e luce solare sono un toccasana per l’umore, ma anche per il corpo che in esse si ricaricano in modo del tutto naturale!
Valentina Nizardo


mercoledì
Gen 9,2013

sabato
Gen 5,2013

i-magi.jpg

Nei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della Persia, un certo Artabano. Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato lo rivelavano uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa. Artabano apparteneva all’antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco.

Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso: “I miei tre compagni tra i Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassare – e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest’anno. Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell’antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in Babibolia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d’Israele. Credo che il segno verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa ed i miei beni e ho acquistato questi gioielli – uno zaffiro, un rubino e una perla – da portare in dono al Re. E chiedo a voi di venire con me in pellegrinaggio, affinchè possiamo trovare insieme il Principe”.

Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura tre grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu come un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio al tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.

Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi amici, come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli. “Artabano, questo è solo un sogno”, disse uno. E tutti se ne andarono.

Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa. Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la stella dell’annuncio. “Salvami”. Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano, divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva calcolare bene i tempi per giungere all’appuntamento con gli altri Magi. Passò lungo pendii del monte Orontes, scavati dall’alveo roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all’avvicinarsi di Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli. Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente fra i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie, seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.

Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese all’albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.

Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djeemal che volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere l’appuntamento con il Grande Re.

Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All’improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada, ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.

La ragaza notò l’aureo cerchio alato che aveva al petto. Si svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si gettò ai suoi piedi. “Abbi pietà” gli gridò “e salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare così i suoi debiti. Salvami!”

Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il rubino acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli baciò le mani e fuggì verso le montagne con la rapidità di un capriolo. Le mani vuote.

Intanto Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù. I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro doni. Gasparre aveva portato un magnifico calice d’oro. Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso. Baldassarre presentò la preziosa mirra.

Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme, e l’aria tremava come trema nel deserto. I soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode, uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva: “Ora lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco…farà un buon arrosto!” La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro Artabano prese l’ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato perchè restituisse il figlio alla madre. Così fu. Ella ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.

Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava teneramente cantando una dolce ninna nanna.

Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo. Non osava alzare gli occhi, perchè non aveva portato doni per il Re dei Re. “Signore, le mie mani sono vuote. Perdonami…”, sussurrò.

Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva. Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

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sabato
Dic 29,2012

Un anno nuovo è alle porte

Caro Cittadino,

a te un augurio tutto partenopeo attraverso questa cartolina.

A presto, con tante novità che Città di Partenope sta preparando per i suoi cittadini.

Claudio Agrelli

www.cittadipartenope.it

 

 

sabato
Dic 29,2012

Invio link dell’ opera su Ippolito Pastena, il Masuccio salernitano.

Augurissimi.

Franco Pastore

 

 

http://youtu.be/lpffJcE–3Q

 

 

venerdì
Dic 14,2012

Alcuni compenenti del gruppo di lettura “Letteratitudini”

da sx Concetta Pennella – Matilde Maisto – Felicetta Montella – Giannetta Capozzi – Laura Sciorio

Brillante incontro di Letteratitudini giovedì 13 u.s., serata che è stata anche l’occasione giusta per l’immancabile scambio degli auguri natalizi. I soci molto gioviali, in un clima di estrema sobrietà ed amicizia hanno affrontato il tema trattato dalla relatrice di turno Matilde Maisto, con serietà e impegno, ma, come di consueto, in un’atmosfera di allegra convivialità.

In questo incontro è stata affrontata la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi”. Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è sicuramente nota, per cui qui di seguito la ricorderò brevemente, desiderando, invece, fare alcune considerazioni che sono nate spontanee nel corso della lettura di questo grandissimo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” , così inizia il romanzo, presentando la figura di Stepan Arkad’ic Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui steso, Konstantin Dmtric Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovic Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovic Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Sereza. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno. A san Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij ed ha così inizio l’idillio che finirà per tormentarla rovinosamente sino ad indurla al suicidio.

Centro della vicenda è dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti.

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!
Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.
La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.
Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dimitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.
Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Ma noi lettori dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure:
Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,
e dai terrazzi di Gomorra:
la loro uva è uva di veleno,
i loro grappoli sono amari.
[…]
Al tempo stabilito il loro piede
comincerà a incespicare,
poiché il giorno della loro sciagura è vicino
e gli avvenimenti preparati per loro
si affrettano, invero.

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.
Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31).
Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio. Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?)
Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.
Un capolavoro senza tempo.
Intanto “Letteratitudini” prosegue a vele spiegate ed invita, sin d’ora, a partecipare al convegno letterario che si terrà in data 26 Gennaio 2013 con il Prof. Mario Damiano, filosofo e storico, che affronterà il tema seguente: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”.

A cura di Matilde Maisto

 

 

LO STORNELLO DE MONTECITORIO – LINK –

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domenica
Nov 11,2012

http://youtu.be/4gzT_yn7c2A

 

TI PENSO E CAMBIA IL MONDO DI ADRIANO CELENTANO

  • Filed under: Video
lunedì
Nov 5,2012

sabato
Ott 27,2012

Franco Pastore

 

COMUNICATO STAMPA

 

Salerno – Ieri 26 ottobre, alle ore diciotto, nel salone della Associazione “ La Scaletta”, al c.so Vittorio Emanuele 74, alla presenza di un folto gruppo di artisti e professionisti del mondo della cultura, lo scrittore prof. Franco Pastore ha presentato “ IL CORAGGIO DELLA VERITA’”, il libro inchiesta sulla tragegia di Ustica ed i suoi risvolti di mafia politico-militare. Il testo, che ha già riscosso un tiepido successo in Toscana ed in Sicilia, è stato accolto con grande entusiasmo ed interesse dai presenti, che hanno dato vita ad un proficuo dibattito di approfondimento. La dottoressa Giovanna Anziano, magistralmente, ha letto agli astanti, dal testo, brani significativi. La serata si è conclusa alle venti, con la distribuzione dell’opera.

Mario Bottiglieri

 

 

sabato
Ott 6,2012

I Sabati Briganteschi a cura dell’Associazione La Settimana dei Briganti-l’altra storia. Villa Castelli (BR) 29 settembre 2012.

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